Normativa sugli OGM

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La normativa sugli organismi geneticamente modificati (OGM) é stata oggetto in Europa di un ampio dibattito che ha coinvolto le istituzioni comunitarie e gli Stati Membri.

Indice

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[modifica] La situazione in Europa prima del 1998

La prima direttiva europea atta a uniformare l’approccio degli Stati Membri riguardo gli organismi geneticamente modificati risale al 1990 (Direttiva 90/220/CEE). Secondo le procedure riportate in questa direttiva sono stati autorizzati al rilascio deliberato nell’ambiente, per scopi sperimentali e non, 14 organismi diversi, tra cui 11 piante (ad esempio diverse varietà di mais, colza e soia).

Inoltre, in accordo con il Regolamento CE 258/1997 sui nuovi prodotti e nuovi ingredienti alimentari, una serie di prodotti derivati da OGM, ma non contenenti OGM (cioe non contenenti materiale genetico o proteico) sono entrati nel mercato europeo: oli di soia e di colza, amido di mais ecc. Questi prodotti sono stati sottoposti a una procedura di autorizzazione semplificata, basata sul principio di sostanziale equivalenza. Sono stati cioè autorizzati quei prodotti per cui era possible dimostrare che non c’era nessuna differenza dal punto di vista nutrizionale, organolettico e tossicologico rispetto agli alimenti prodotti coi metodi convenzionali.

[modifica] 1998-2004: la moratoria di fatto

Tra il 1990 e il 1997 la mobilitazione degli attivisti anti-OGM ha fatto si che il dibattito sugli OGM entrasse nelle agende politiche degli Stati Membri e dell’Unione Europea. La crescente impopolarità degli alimenti OGM, nonostante le rassicurazioni dal mondo scientifico, ha fatto naufragare la politica di apertura cautelativa verso gli OGM iniziata con la direttiva 90/220/CEE. Nel 1997 diversi Stati membri hanno iniziato a rifiutare l’autorizzazione all’uso di OGM nei propri territori appellandosi alla cosidetta “clausola di salvaguardia”, e nel 1998 diversi Stati, guidati dalla Francia, hanno votato per un blocco delle autorizzazioni di OGM a livello europeo fino a che non fosse garantito il diritto di scelta dei cittadini attraverso appropriate norme di etichettatura ed una revisione della normativa alla luce del principio di precauzione. Come conseguenza, tra il 1998 e il 2004 nessun nuovo OGM è stato autorizzato nell’Unione Europea, venendo a creare una moratoria di fatto. Gli Stati Uniti, in quanto maggiori produttori di piante OGM, e le multinazionali agrobiotecnologiche, si sono opposti fortemente a questa moratoria denunciando il mancato rispetto degli accordi sul commercio internazionale, regolati dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, basati sul principio che solo pericoli per la salute, scientificamente provati, possono costituire una barriera all'importazione. Un’azione formale presso l’OMC è stata presentata da Stati Uniti, Canada e Argentina nel maggio 2003, proprio sulla base del fatto che la moratoria europea non era sostenuta da nessuna evidenza scientifica di rischio per la salute umana, animale o dell’ambiente.

Tale situazione di stallo ha comportato, tra l'altro, una drastica riduzione delle attività di ricerca biotecnologica svolte dai centri di ricerca europei, le cui prove sperimentali sono drasticamente diminuite da alcune centinaia l'anno a poche decine come sottolineato in un report[1] del Joint Research Center Europeo.

Per superare tale fase l'Europa ha intrapreso una faticosa strada per la riscrittura del panorama normativo di riferimento. Il nuovo contesto normativo, basato sul principio di precauzione, è oggi composto dalla Direttiva 2001/18/CE che, sostituendo la 90/220/CEE, riscrive le regole base per l'approvazione di un nuovo OGM; due Regolamenti (1829 e 1830/2003/CE) che regolano l'autorizzazione e l'etichettatura/tracciabilità degli alimenti e dei mangimi (food & feed) costituiti o derivati da OGM; la Raccomandazione 556/2003 che indica le linee guida sulla coesistenza tra colture OGM e convenzionali, cui le norme nazionali e regionali dovrebbero allinearsi.

[modifica] Autorizzazione e etichettatura degli alimenti e dei mangimi derivati da OGM

I due regolamenti approvati nel 2003 dall’Unione Europea riguardano gli alimenti ed i mangimi OGM. Il primo, il Regolamento 1829/2003, definisce la procedura comunitaria per l’autorizzazione di piante geneticamente modificate destinate all’uso in alimentazione umana o animale. Le aziende che hanno sviluppato un certo organismo devono presentare domanda di autorizzazione alla Commissione Europea e produrre un dossier che riporti tutte le informazioni scentifiche disponibili che permettano di valutarne la sicurezza per la salute umana, animale e dell’ambiente. La valutazione viene effettuata dall’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA), che fornisce il suo parere scientifico alla Commissione. È compito della Commissione di proporre, sulla base dell’opinione dell’EFSA, se garantire o rifiutare l’autorizzazione. Tuttavia non sono solo considerazioni scientifiche ad entrare in gioco nel processo di autorizzazione. Infatti la proposta di autorizzazione viene votata da uno specifico comitato nel quale tutti gli Stati Membri sono rappresentati. Se non si raggiunge un consenso nel comitato, la decisione viene rimandata al Consiglio dei Ministri, dove deve essere sostenuta dalla maggioranza qualificata. In caso in cui non si raggiunga la maggioranza, la decisione ritorna al voto della Commissione. Dal momento dell’entrata in vigore del regolamento, cinque varietà di mais OGM sono state autorizzate per la produzione di alimenti e/o mangimi, una delle quali è stata autorizzata anche per la coltivazione (MON810 prodotto da Monsanto). Il secondo regolamento, 1830/2003, completa il primo dettando le norme per l’etichettatura e la tracciabilità degli OGM e introduce l’obbligo di etichettare come “prodotto da OGM” anche gli alimenti nei quali non è possibile reperire materiale genetico, come gli oli. Viene ammessa dal regolamento una contaminazione dello 0.5% di OGM non autorizzati in alimenti non OGM, e un limite di 0.9% in caso di OGM autorizzati. Completa il quadro normativo la Direttiva 2001/18/EC sul rilascio deliberato di organismi geneticamente modificati nell’ambiente, che ha sostituito la precedente Direttiva del 1990. Punto cardine delle norme europee è la grande attenzione rivolta alla valutazione di tutti i rischi potenziali, basata sul principio di precauzione, e il fatto che tutte le autorizzazioni sono garantite per un limitato periodo di tempo durante il quale deve essere effettuato un accurato monitoraggio degli effetti ambientali e sanitari. In questo modo, anche qualora dovessero presentarsi effetti negativi inaspettati al momento della prima valutazione scientifica, vi si puo’ porre riparo tramite una revoca dell’autorizzazione o il mancato rinnovo. Ad oggi comunque nessun OGM autorizzato ha sollevato problematiche sanitarie o ambientali.

[modifica] La situazione normativa in Italia

L’Italia, in quanto Stato membro dell’Unione Europea, ha l’obbligo di recepire le Direttive comunitarie e di ottemperare i Regolamenti. Di conseguenza non è possibile limitare l’importazione di prodotti OGM autorizzati a livello europeo nè vietarne la coltivazione se non per motivazioni scientificamente supportate. La penetrazione delle colture geneticamente modificate in Italia è stata comunque fortemente contrastata nelle due precedenti legislature dai ministri per le politiche agricole e forestali Pecoraro Scanio e Alemanno.

Il primo tentativo di bloccare l'ingresso di prodotti OGM nel nostro paese risale al 2000 con un decreto del Governo Amato che bloccava l'uso di prodotti alimentari derivati da 4 mais OGM, autorizzati a livello europeo in accordo col Regolamento 258/97 basato sul principio di "sostanziale equivalenza". Nonostante un parere dell'Istituto Superiore di Sanità non avesse evidenziato alcun rischio per la salute umana derivante dal consumo di tali prodotti, il decreto invocava la clausola di salvaguardia, prevista dal Regolamento 258/97, motivato dalla mancanza di una seria analisi dell'impatto ambientale (sebbene si trattasse di prodotti alimentari e non di materiale vivente, quindi non ponessero il rischio di riproduzione incontrollata nell'ambiente) e sul fatto che fu rilevata la presenza di tracce della proteina transgenica (tra le 0,04 e le 30 parti per milione). Nel 2004 una sentenza del TAR del Lazio ha annullato tale decreto in quanto non era stata prodotta alcuna prova di pericolosità collegata a tale presenza e pertanto non esisteva alcun motivo per considerare pericolosi tali prodotti.

Al decreto "Amato" seguì nel 2001, da parte di Pecoraro Scanio, un provvedimento di stop a tutte le sperimentazioni in campo agrobiotecnologico, sebbene precedentemente approvate a norma di legge. Tale atto portò alla protesta degli scienziati italiani (nella maggior parte appartenti ad università e centri di ricerca pubblici), in prima linea i premi Nobel Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini, ma anche Edoardo Boncinelli, Silvio Garattini, Tullio Regge, Angelo Spena e altri 1150, contro l'atteggiamento di totale chiusura nei riguardi della ricerca scientifica sugli OGM. Nel 2002 il neoministro Gianni Alemanno, nonostante le rassicurazioni formulate durante la campagna elettorale, con un altro provvedimento chiese la sospensione delle sperimentazioni in corso presso gli istituti che dipendevano dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.

Un altro tema molto delicato è quello della presenza accidentale di OGM nelle sementi convenzionali. Per diversi anni l'Italia ha adottato una politica di tolleranza zero, nonostante in Europa fosse accettata una soglia di tolleranza dello 0,5% (1 seme su 500). Sulla base di questa politica nel 2003 la Regione Piemonte ha ordinato la distruzione di 381 ettari di mais in cui era stata rilevata una contaminazione di OGM compresa tra lo 0,1 e lo 0,02% (ovvero tra 1 seme su 1000 ed 1 seme su 5000, l'analisi veniva comunque effettuata su 3000 semi). Tale decisione non fu seguita dalle altre Regioni e dal Ministero, ed ancora oggi gli agricoltori stanno aspettando gli indennizzi. L'Italia oggi si è dotata di una soglia tecnica dello 0,04999% (1 seme su 2000), che pur essendo molto più bassa di quella europea costituisce un parziale allentamento della pressione sul comparto sementiero che procura la semente nel nostro paese.

Sempre nel 2003 l'Italia ha recepito la Direttiva 2001/18/CE sull'emissione nell'ambiente di OGM. Oltre agli allegati già previsti dal testo europeo e le valutazioni richieste per ottenere il via libera alla sperimentazione, tra cui:

il testo italiano prevede la valutazione preventiva di:

Con un decreto legge del 2004 (divenuto Legge n.5/2005) l'allora ministro Alemanno ha cercato di afforontare anche il tema della coesistenza tra coltivazioni convenzionali, biologiche e OGM. L'impianto prevedeva la parità di diritti tra i diversi tipi di agricoltura, ma nei fatti imponeva forti limitazioni alla coltivazione di OGM con lo scopo dichiarato di proteggere le colture tradizionali e biologiche dalla possibilità di commistione con colture geneticamente modificate. Tuttavia, dopo una indagine avviata da un ricorso da parte della Regione Marche, il decreto è stato dichiarato incostituzionale in quanto il tema della coesistenza delle colture è di competenza delle Regioni. In futuro pertanto le norme di coesistenza potranno variare significativamente da regione a regione: infatti, nonostante nessuna regione possa vietare la coltivazione di OGM poiché contravverrebbe alla normativa Europea, l’imposizione di norme di coesistenza piu’ o meno rigide potrebbe rendere difficile l’instaurarsi di colture transgeniche sul territorio. Al momento 13 regioni hanno comunque predisposto delle norme che di fatto impediscono la coltivazione di OGM sul loro territorio. Va notato comunque che, anche se attualmente non ci sono colture OGM in Italia (se non a livello sperimentale), non significa che sia un Paese “OGM free”. Infatti la gran parte dei mangimi utilizzati negli allevamenti italiani (esclusi gli allevamenti biologici) è prodotta a partire da soia e mais geneticamente modificati importati da Stati Uniti, Canada e America Latina. L'Italia infatti produce solo l'8% della soia di cui necessita.

[modifica] Norme internazionali

Al fine di garantirsi dai possibili rischi all'ambiente e alla salute umana derivanti dagli OGM, la Comunità Internazionale ha creato, in ottemperanza all'Articolo 19 della Convenzione sulla Diversità Biologica, il Protocollo di Cartagena sulla biosicurezza.

Per approfondire, vedi la voce Protocollo di Cartagena.

[modifica] Note

  1. ftp://ftp.jrc.es/pub/EURdoc/eur20680en.pdf

[modifica] Voci correlate

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