Metodo di Lachmann

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Il metodo di Lachmann (o metodo stemmatico) è, in filologia, lo strumento indispensabile ai fini della pubblicazione dell'edizione critica di un testo. Esso fu sinteticamente teorizzato dallo scienziato tedesco Karl Lachmann a metà dell'Ottocento: il primo testo trattato col suo metodo, il De Rerum Natura di Lucrezio, venne pubblicato da Lachmann nel 1852. Esso si articola in tre fasi: la recensio ("censimento"), la collatio ("confronto") e la emendatio ("modifica").

Indice

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[modifica] Recensio

La recensio consiste nel censimento e nella valutazione dell'intera tradizione di un testo: essa può essere diretta - in questo caso si tratta di testi espressamente realizzati per trasmettere una data opera - o indiretta - si tratta qui di opere che, attraverso citazioni, imitazioni, traduzioni ecc., ci tramandano un testo pur non essendosi poste tale scopo come prioritario. I testimoni esaminati posso contentere integralmente o parzialmente l'opera in esame.

Si compie quindi un'indagine preliminare, mediante lo studio accurato delle caratteristiche anche materiali dei testimoni, stendendone una descrizione.

Vale la pena ricordare due premesse fondamentali della filologia:

[modifica] Collatio

Tale operazione ("confronto" o "collazione, dal latino) si concentra sui testimoni utili alla constitutio textus (ricostruzione di un testo), comparando le fonti tra di loro; si procede al confronto dei testimoni parola per parola, scegliendo come riferimento un testo di collazione cui paragonare le altre lezioni. È necessario in questa fase tenere conto di testimoni perduti, che avranno presumibilmente condizionato i rapporti tra quelli pervenuti.

Dal raffronto delle lezioni emergono tutte le convergenze e le divergenze, che solitamente si riportano su un foglio in colonne, includendo le varianti grafiche e sciogliendo i segni di abbreviazione come i tituli e le note tironiane.

Lachmann applicava a questa fase il concetto del recensire sine interpretatione, ossia un procedimento meccanico di confronto, mentre i suoi successori (Sebastiano Timpanaro, ad esempio) e l'esperienza generale dimostrano come sia necessario già da questa fase compiere uno sforzo per comprendere il testimone, giudicando le lezioni corrette, sospette o erronee.

Il criterio della eliminatio codicum descriptorum ("eliminazione dei codici copiati") consente di lasciare da parte, sulla base di analisi delle caratteristiche fisiche del manoscritto, i testimoni apografi verosimilmente copiati da codici antigrafi di cui disponiamo; ai fini della sola constitutio textus, infatti, tenere in conto un codice copiato da un altro posseduto risulterebbe poco utile perché questo apografo conterrebbe certamente tutti gli errori presenti nel suo antigrafo, più altri di propria innovazione. Eccezioni possono verificarsi quando ad esempio un codex descriptus (copiato) riporta porzioni di testo perdute nell'antigrafo. Solitamente in questa fase è possibile ridurre il corpus della tradizione recensita, scartando molte stampe che seguono la vulgata stabilita dalla editio princeps, facendo attenzione comunque a possibili varianti autorali (vedere per approfondimento postillato d'autore) inserite in ristampe e nuove edizioni.

Dopo questa fase si procede tentando di ricostruire le relazioni storiche tra i manoscritti, delineando la genealogia dei codici sulla base della comunanza di errori-guida che permettano di individuare con certezza una discendenza diretta (errores coniuctivi) o di escluderla (errores separativi).

Lo stemma codicum della tradizione delle opere di Plauto secondo il filologo classico Cesare Questa
Lo stemma codicum della tradizione delle opere di Plauto secondo il filologo classico Cesare Questa

Tale operazione porta alla compilazione di uno stemma codicum (albero genealogico della tradizione manoscritta) in cui si individuano:

Si giunge così alla individuazione di più classi (o famiglie o rami) della tradizione: laddove una lezione sarà attestata nella maggioranza delle classi (e NON nella maggioranza dei codici posseduti), questa, secondo il metodo meccanico lachmanniano, sarà verosimilmente la lezione corretta.

[modifica] Emendatio

Non sempre la ricostruzione dello stemma codicum permette una adeguata selezione delle lezioni: se ci si trova di fronte a una recensione aperta, o orizzontale (Pasquali), e cioè se l'intera tradizione non deriva da uno e unico archetipo, è necessario ricorrere a strumenti correttivi basati su criteri interni, e cioè valutando quale tra le diverse lezioni aderisca maggiormente all'usus scribendi (abitudine stilistica) dell'autore o ancora quale sia la lectio difficilior (la lezione più difficile, e dunque difficilmente opera dell'innovazione da parte di qualche copista, che anzi tende generalmente a banalizzare le lezioni dell'originale).

[modifica] Oltre il metodo di Lachmann: Bédier

Il filologo francese Joseph Bédier, che nel 1890 aveva approntato una edizione critica del Lai de l'Ombre (antico testo francese) seguendo il metodo di Lachmann, nel 1928, dopo le critiche al suo lavoro portate da Gaston Paris, torna a studiare il testo, concludendo poi in primo luogo che il metodo stemmatico era assai raramente efficace, in quanto spesso la tradizione si bipartiva in due sole classi: Bédier afferma, a questo proposito, l'esistenza di una forza dicotomica che porta a poco a poco al raggruppamento dei testimoni in due grandi famiglie. Il risultato di questo era dunque l'mpossibilità di procedere meccanicamente alla scelta della lezione tramite la legge di maggioranza e, inoltre, che esso portava a produrre inevitabilmente testi compositi, frutto dell'ingegno emendatore di un filologo ma mai esistiti nella realtà.

La soluzione empirica di Bédier consisteva nello scegliere un bon manuscrit, tra i testimoni realmente posseduti e studiati, secondo il proprio gusto, e dopo aver corretto solo gli errori più evidenti. Il metodo lachmaniano, fino a quel momento base insostituibile per l'edizione critica di qualunque testo, entra in crisi.

[modifica] Una sintesi tra Lachmann e Bédier

Le critiche che Bédier aveva rivolto al metodo stemmatico non furono prive di conseguenze: molti filologi avevano infatti adottato il sistema bédierano, detto del bon manuscript. Tuttavia alcuni scienziati come l'italiano Giorgio Pasquali recuperarono il metodo di Lachmann, pur senza ignorare completamente i contributi portati da Bédier. Nel fondamentale saggio Storia della tradizione e critica del testo (1934) Pasquali indica la necessità che le operazioni di mera critica testuale siano precedute e supportate da un approfondito studio storico della tradizione testuale, che non consideri i singoli testimoni unicamente come sigle o semplici "contenitori di testi"; è anzi opportuno analizzare in modo capillare ciascun manoscritto nella sua interezza, non tralasciando nemmeno di osservare i caratteri esterni e l'individualità storica del testo. Tuttavia la sola attenzione al codice in quanto tale, così come era stata esposta da Bédier, viene rifiutata da Pasquali, secondo il quale l'editore critico non può esimersi dal fornire una edizione critica scientificamente fondata, non riducibile alla mera riproduzione di uno dei testimoni - sia pure esso il migiore tra tutti quelli posseduti -.

[modifica] Bibliografia

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