Cassazione Penale Sent. n. 8327 del 14-07-1998

 

 

Svolgimento del processo

 

Il procedimento ha tratto origine dalla dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano pronunciata il 25 agosto 1982 dal Tribunale di Milano, confermata poi, in appello, il 27 dicembre 1985, e resa definitiva dalla prima sezione della Corte di Cassazione il 7 luglio 1988.

 

Secondo la ricostruzione dei giudici di merito, la circostanza che aveva formalmente giustificato lo scioglimento degli organi amministrativi del Banco Ambrosiano era rappresentata dall'improvvisa scomparsa di Roberto Calvi, presidente ed amministratore delegato della stessa banca, allontanatosi da Milano la sera del 9 giugno 1982, ma la causa sostanziale andava ravvisata nel grave ed irreversibile dissesto dell'azienda.

 

Diffusasi la notizia della scomparsa di Calvi, il 13 giugno 1982, su sollecitazione della Banca d'Italia, si riuniva il Consiglio di Amministrazione del Banco Ambrosiano ed in quella sede venivano delegati il vice presidente, Orazio Bagnasco ed i consiglieri Ruggero Mozzana ed Elviro Arosio a prendere contatti con la Banca d'Italia per ogni doverosa informazione e per le conseguenti determinazioni.

 

Senonché, perdurando l'assenza di Calvi, il 17 giugno 1982 il consiglio d'amministrazione del Banco Ambrosiano approvava la proposta formulata dal vicepresidente, Roberto Rasone, e cioè quella di chiedere, ai sensi del comma 1, dell'art. 57 della legge bancaria - legge 7 marzo 1938, n. 141 -, lo scioglimento di tutti gli organi amministrativi e la nomina di un commissario.

 

A questa deliberazione, approvata da tutti i componenti del consiglio d'amministrazione, eccezion fatta per Giacomo Di Mase, perché assente alla riunione, e per Orazio Bagnasco, astenutosi nel corso della votazione, per aver giudicato non soddisfacenti i chiarimenti da lui richiesti e forniti sulle esposizioni debitorie del Banco Ambrosiano nei confronti delle consociate estere, si era pervenuti non solo a causa della protrattasi assenza di Calvi, ma soprattutto perché, attraverso le indicazioni offerte dal dr. Rasone e dai funzionari dell'ufficio esteri della stessa Banca, ai componenti del consiglio d'amministrazione era stato confermato che effettivamente si era consolidato un ingente indebitamento delle consociate estere del Banco Ambrosiano, indebitamento in larga misura dovuto ai numerosi e, talvolta, anche reiterati finanziamenti concessi a favore di società estere, perlopiù panamensi, e lussemburghesi, alcune delle quali patrocinate dall'Istituto per le Opere Religiose (IOR), diretto da Paul Marcinkus.

 

Il dr. Rasone, nel corso di quella stessa riunione, rivelava di aver avuto contatti con i dirigenti dello lor, nel tentativo di ottenere un suo risolutivo intervento finanziario, ma che, purtroppo, aveva dovuto prendere atto della posizione intransigente dello lor, in quanto i rappresentanti di quell'istituto avevano a lui chiarito che non potevano riconoscere alcun obbligo scaturente dal rilascio delle lettere di "patronage", in quanto Roberto Calvi in epoca successiva aveva sottoscritto una dichiarazione ampiamente liberatoria con la quale lo IOR veniva affrancato da qualsiasi impegno in relazione ai finanziamenti concessi dal Banco Ambrosiano, attraverso le consociate estere, alle società menzionate nelle lettere di "patronage", con la conseguenza che il rischio di tutte quelle operazioni ricadeva sulla banca che le aveva disposte.

 

Il Ministro del Tesoro, preso atto del contenuto di quella deliberazione, immediatamente disponeva lo scioglimento degli organi amministrativi del Banco Ambrosiano e ne ordinava l'amministrazione straordinaria.

 

Quindi, con successivo decreto del 6 agosto 1982, revocata l'autorizzazione all'esercizio del credito, il Banco Ambrosiano veniva sottoposto a liquidazione coatta amministrativa, ai sensi dell'art. 67 della legge bancaria (legge n. 141 del 1938).

 

In una riunione svoltasi il 1° luglio 1982, e, quindi, anterIORmente alla dichiarazione dello stato d'insolvenza, ed alla quale avevano partecipato il commissario straordinario, il comitato di sorveglianza ed alcuni funzionari della Banca d'Italia, si era proceduto ad una prima ricognizione della situazione debitoria e si era dovuto prendere atto che non esisteva soltanto la perdita dei crediti diretti del Banco Ambrosiano verso le consociate estere, crediti che superavano gli ottocento milioni di dollari, ma vi era anche l'indebitamento dello stesso banco verso altre banche estere, indebitamento che ammontava ad oltre un miliardo e 450 milioni di dollari, e che, pertanto, si era accertato che non esistevano, nel patrimonio del Banco Ambrosiano, adeguate risorse per far fronte a tali consistenti impegni finanziari, posto che quasi tutti i crediti verso le consociate estere dovevano considerarsi irrecuperabili.

 

Quindi, allo scopo di garantire la continuità dell'esercizio del credito, si addiviene, con la mediazione della Banca d'Italia, alla costituzione di una società per azioni, con la partecipazione di sette istituti di credito, che fu denominata "Nuovo Banco Ambrosiano", la quale subentrò nell'esercizio di tutti gli sportelli della banca insolvente e ne rilevava le attività e le passività, eccezion fatta, per queste ultime, di alcune partite che concernevano esclusivamente le consociate estere del Banco Ambrosiano.

 

I sette istituti di credito che avevano dato vita a questa nuova banca avevano anche erogato al Banco Ambrosiano, e perché questo potesse far fronte alle più urgenti necessità di valuta, un finanziamento di 530 miliardi di lire; a sua volta, la Banca d'Italia aveva disposto lo svincolo di 140 miliardi, prelevandoli dalla riserva obbligatoria, ed aveva concesso un credito di 126 miliardi, mentre il Ministero per il Commercio Estero aveva ordinato lo svincolo di depositi infruttiferi per oltre 42 miliardi.

 

Sulla base di tali risultanze, nel procedimento instauratosi dinanzi al Tribunale di Milano per la dichiarazione dello stato d'insolvenza, si perveniva alla conclusione che il Banco Ambrosiano aveva completamente perduto il capitale sociale e che, pur considerandosi le plusvalenze potenziali, vi era uno sbilancio di oltre 480 miliardi, sbilancio che era destinato ad aumentare, a causa dell'inevitabile calo dei depositi, conseguente all'ormai compromesso rapporto di fiducia tra la clientela e l'azienda, ed ai saldi negativi della stanza di compensazione, tant'è che se si era potuto far fronte alla gestione della banca sino al 6 agosto 1982, e cioè sino a quando il Banco Ambrosiano era stato posto in liquidazione coatta amministrativa, ciò era stato reso possibile solo per effetto degli aiuti delle banche sovvenzionatrici.

 

E si affermava altresì che la cessione dell'azienda al "Nuovo Banco Ambrosiano" non aveva affatto sanato l'insolvenza della banca ceduta, non solo perché era comunque residuata una notevole eccedenza delle poste passive su quelle attive, ma soprattutto perché lo stato d'insolvenza andava valutato nelle sue effettive dimensioni soltanto con riferimento al 6 agosto 1982, e cioè al gIORno in cui il Banco Ambrosiano era stato posto in liquidazione coatta amministrativa, sicché del tutto irrilevanti andavano giudicate le vicende successive a tale provvedimento.

 

Tale conclusione veniva giudicata legittima dalla prima sezione civile di questa Corte con la citata sentenza del 7 luglio 1988, nella quale si dava anche atto che lo stato d'insolvenza per un'impresa bancaria non poteva identificarsi con la cessazione materiale dei pagamenti, né con la chiusura degli sportelli, ma andava desunto dai criteri sintomatici previsti nell'art. 5 della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), essendoci una perfetta equiparazione tra la dichiarazione di fallimento e la dichiarazione d'insolvenza.

 

Tali conclusioni sono state recepite dalla Corte d'Appello di Milano nell'impugnata sentenza, e si è considerata la dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano un elemento costitutivo dei reati di bancarotta ascritti agli amministratori ed ai loro correi, con la conseguenza che la data di consumazione di tali reati ha coinciso con la data del provvedimento che quello stato di insolvenza accertò e dichiarò; sulla base di tali premesse, si è ritenuto che tutti tali reati si erano perfezionati il 25 agosto 1982, e si è, quindi giudicata non necessaria la rinnovazione del dibattimento che era stata richiesta da alcuni imputati, sia in relazione alla prova della persistenza delle condizioni che avevano giustificato la dichiarazione dello stato d'insolvenza, e sia nella prospettiva di dimostrare che alcune delle contestate attività distrattive conseguenti ad operazioni non si erano esaurite prima del 25 agosto 1982, e cioè all'atto della dichiarazione dello stato d'insolvenza, ma in epoca successiva ed avevano avuto una conclusione positiva per l'azienda.

 

Quanto all'analisi delle cause del dissesto, la sentenza impugnata, confermando l'ampia ed articolata rappresentazione fornita dal primo giudice, ha ribadito che preminente rilevanza andava attribuita all'indebitamento di tutte le consociate estere del Banco Ambrosiano, e cioè, il "Banco Ambrosiano Holding" di Lussemburgo, il "Banco Ambrosiano Overseas Limited" di Nassau, l'"Ambrosiano Group Banco Commercial" di Managua, il "Banco Ambrosiano Andino" di Lima, e l'"Ambrosiano Services" di Lussemburgo.

 

Tutte queste consociate estere erano state affiancate da una serie di società, costituite o utilizzate per la ricezione di cospicui finanziamenti, società che avevano sede nella Repubblica del Panama, a Lussemburgo, e nel principato del Liechtenstein: alcune di esse erano state menzionate nelle lettere di "patronage" rilasciate dallo IOR, ma tutte erano controllate, se non addirittura gestite dalle consociate estere del Banco Ambrosiano, ed erano sottoposte alle direttive che, di volta in volta, venivano loro impartite nell'ambito di una complessa strategia, affidata all'accorta direzione di Roberto Calvi.

 

Il "Banco Ambrosiano Holding" era la holding estera del gruppo, la principale fornitrice di fondi per il "Banco Ambrosiano Andino" e per l'"Ambrosiano Group Banco Commercial": era posseduta per oltre il 69% dal Banco Ambrosiano ed esercitava soltanto un'attività di acquisizione e di gestione delle partecipazioni, ma non poteva effettuare finanziamenti a terzi.

 

Esercitò, quindi, costantemente la funzione di raccogliere finanziamenti da banche estere, per dirottarli alle altre consociate, tant'è vero che all'atto della dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano aveva un indebitamento di 510 miliardi e 148 milioni di dollari.

 

Presidente della holding era sempre rimasto Roberto Calvi, e del suo consiglio di amministrazione avevano fatto parte, sino al 5 luglio 1982, Luigi Costa, preposto alla direzione dell'Ufficio esteri del Banco Ambrosiano, nonché Roberto Rasone, Carlo Von Castelberg e Mario Davoli.

 

Dalle risultanze acquisite emergeva, secondo le conclusioni alle quali pervenivano i giudici di merito, che il "Banco Ambrosiano Holding", non aveva alcuna autonomia nella gestione della sua attività, tant'è che alcuni finanziamenti venivano comunicati quando già erano stati eseguiti, e d'altronde le stesse fideiussioni che la holding doveva rilasciare alle varie banche estere, erogatrici del denaro, venivano predisposte presso l'ufficio esteri del Banco Ambrosiano, a Milano: tali fideiussioni erano delle apparenti garanzie, perché giammai la holding sarebbe stata in grado di far fronte agli impegni assunti, in quanto non disponeva di autonome risorse, ma viveva soltanto di luce riflessa, dipendendo completamente dalle scelte operative del Banco Ambrosiano.

 

Era sempre rimasta in perdita, e ciò sia per la scarsa redditività delle sue partecipazioni, che per il suo progressivo indebitamento, determinato dalla necessità di distribuire i fondi ottenuti alle altre consociate estere del Banco Ambrosiano.

 

Ma poiché la sua funzione era quella di raccogliere finanziamenti delle banche estere, occorreva far sì che i suoi bilanci risultassero sempre in attivo, altrimenti le linee di credito si sarebbero interrotte e tutto il sistema sarebbe crollato: ed a tal fine Calvi aveva escogitato di far attribuire alla holding, da parte delle consociate estere, prima della chiusura di ciascun bilancio, un ricavo aggiuntivo di tale entità da coprire il previsto tasso di passività di ciascun esercizio finanziario, in modo tale da creare sempre dei fittizi margini di utili.

 

E quasi sempre a tale onere provvedeva l'"Ambrosiano Group Promotion" di Panama, una società posseduta al 100% dalla holding, amministrata dalle stesse persone ed alimentata, in via indiretta, dal Banco Ambrosiano.

 

Invece il "Banco Ambrosiano Overseas Limited", nato nel 1971 con una diversa denominazione ("Cisalpine Overseas Bank'), destinato inizialmente ad operare soltanto come banca "off shore", il 1° luglio 1980, in coincidenza con il cambio di denominazione, ottenne dalla Banca Centrale delle Bahamas l'autorizzazione a servirsi della clientela locale, e quindi assunse la struttura e la funzione di una vera banca.

 

La sua costituzione era stata suggerita da Michele Sindona, come da questi dichiarato nel procedimento instauratosi a suo carico in seguito al dissesto delle banche da lui dirette, nella prospettiva di realizzare una politica di espansione internazionale.

 

A tale scopo era stato lo stesso Sindona a proporre a Calvi che lo IOR acquisisse una consistente partecipazione azionaria nel Banco Ambrosiano Overseas Limited, perché tale accorgimento avrebbe favorito la diffusione delle linee di credito.

 

Il suggerimento dato da Sindona a Calvi fu da questi recepito, e lo IOR in breve tempo divenne uno degli azionisti principali della banca, il cui consiglio di amministrazione fu sempre affidato alla presidenza di Roberto Calvi.

 

Al fine di accreditarne l'immagine nel campo finanziario internazionale, i suoi uffici erano stati organizzati in un lussuoso edificio di Nassau, ma soprattutto si aveva avuto cura di porla al riparo da operazioni rischiose, sicché quando si profilava la probabilità o la sola possibilità che un'operazione non sarebbe andata a buon fine, questa veniva trasferita al "Banco Ambrosiano Andino" ovvero all'"Ambrosiano Group Promotion": ed infatti, per tale ragione, il "Banco Ambrosiano Overseas Limited" era stata la consociata che aveva subito le meno gravi conseguenze del dissesto che aveva colpito l'intero gruppo.

 

Il trasferimento delle operazioni a rischio, secondo la ricostruzione dei giudici di merito, era avvenuto con modalità alquanto sofisticate: il "Banco Ambrosiano Overseas Limited" vendeva il credito conseguente al finanziamento concesso con i fondi accreditati dalla banca estera, quando il suo recupero era previsto come poco probabile, al "Banco Ambrosiano Andino" ovvero all"Ambrosiano Group Banco Commercial" e questi, a loro volta, per disperderne le tracce, lo rivendevano, alcune volte per l'intero importo, altre volte per importi frazionati, alle società panamensi, lussemburghesi o del Liechtenstein, le quali società, per tali acquisti, ormai privi di qualsiasi speranza di realizzazione, utilizzavano fondi erogati direttamente dal Banco Ambrosiano.

 

Viceversa, i fondi raccolti dal "Banco Ambrosiano Overseas Limited" venivano destinati al "Banco Ambrosiano Andino, ovvero all'"Ambrosiano Group Banco Commercial", direttamente oppure attraverso il "Banco Ambrosiano Holding", ma venivano tutti utilizzati per finanziare le società panamensi e lussemburghesi, destinatarie effettive del denaro erogato.

 

Un inscindibile nesso collegava, poi, secondo la ricostruzione dell'impugnata sentenza, il "Banco Ambrosiano Overseas Limited "alle società patrocinate dallo lor, non solo perché le somme raccolte da quella banca venivano poi destinate a quelle società, ma anche perché allorquando lo IOR aveva rilasciato al Banco Ambrosiano le lettere di patronage quelle società erano domiciliate presso quella banca ed era questa a scegliere, tra i suoi dipendenti, i vari componenti dei consigli di amministrazione.

 

Inoltre il Banco Ambrosiano per consentire al Banco Ambrosiano Overseas Limited un'ampia operatività, aveva concesso la possibilità di fruire di un massimale per depositi diretti di 1000 milioni di dollari; un massimale aggiuntivo per due miliardi di lire era stato deliberato il 14 febbraio 1979; un altro massimale per 50 milioni di dollari era stato concesso dalla Banca Cattolica del Veneto, ed un altro, infine, per 25 milioni di dollari, dal Credito Varesino, cioè da banche controllate dal Banco Ambrosiano.

 

L'"Ambrosiano Group Banco Commercial" di Managua, costituito nell'ottobre del 1977, in coincidenza con la creazione della società "Astolfine", preposta al controllo delle azioni del Banco Ambrosiano, era sostanzialmente una finanziaria "off shore" che aveva la possibilità di effettuare qualsiasi operazione, eccetto che nei confronti dei residenti, ai quali però poteva concedere finanziamenti: non aveva una propria struttura organizzativa, ma si avvaleva di quella messale a disposizione dal "Banco Ambrosiano Overseas Limited", nei cui confronti era stata rilasciata una procura generale.

 

L'"Ambrosiano Group Banco Commercial" finì per fruire della protezione offerta a Calvi dal Presidente del Nicaragua, Anastasio Somoza, suo amico personale, e fornì prestiti senza ritorno a società riconducibili alla famiglia Somoza, nonché a Federico Cassio, nominato da Calvi revisore dei conti della stessa società finanziaria: essa raccolse fondi soltanto dal "Banco Ambrosiano Holding" e dal "Banco Ambrosiano Overseas Limited" ed esaurì ogni sua attività nel 1979, contestualmente alla fine del governo Somora nel Nicaragua.

 

Il suo posto fu assunto, nel luglio del 1979, dal "Banco Ambrosiano Andino", il quale rilevò tutte le attività e le passività dell'"Ambrosiano Group Banco Commercial", e quindi nacque già con il pesante fardello dei crediti vantati nel confronti delle società patrocinate dallo lor, privi di garanzie ed irrecuperabili, per un importo di oltre 60 milioni di dollari.

 

Anche il "Banco Ambrosiano Andino" era una banca "off shore", abilitata ad operare solo in divisa estera e neppure sottoposta ai controlli dell'autorità peruviana, perché considerata "multinazionale".

 

Del suo consiglio di amministrazione facevano parte Leoni e Costa, dell'ufficio esteri del Banco Ambrosiano; la sua contabilità era custodita a Lussemburgo e tutte le decisioni in relazione alle singole operazioni venivano assunte presso la sede milanese del Banco Ambrosiano.

 

In base agli accertamenti espletati dagli inquirenti era emerso che inesistente era stata la sua operatività sul mercato locale, e, viceversa, imponente quella diretta ad incamerare liquidità dalle altre consociate per dirottarle secondo le direttive di Calvi e dei suoi fidati collaboratori.

 

L'operatività del "Banco Ambrosiano Andino", secondo l'impugnata sentenza, era strettamente correlata all'ispezione che dal 17 aprile al 17 novembre 1978 era stata eseguita dall'ispettorato di vigilanza della Banca d'Italia presso la sede del Banco Ambrosiano, ispezione conclusasi con una negativa relazione sottoscritta dal dr. Giulio Padalino, dirigente del servizio ispettivo, giacché da quel momento in poi Calvi mutò strategia, evitando gli accreditamenti diretti al "Banco Ambrosiano Andino".

 

Infatti, nella relazione del dr. Padalino, sottoposta all'esame del Consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, venivano segnalate delle serie perplessità e delle gravi preoccupazioni sull'attività di tutto il gruppo estero, ed in particolare del Banco Andino, e si affermava l'assoluta insufficienza delle informazioni ottenute dalla direzione del Banco Ambrosiano, nonché si giudicava "eccessiva" e pericolosa" la concentrazione dei poteri decisori sulla sola persona di Roberto Calvi, inconveniente questo, che, a giudizio del dr. Padalino, finiva per limitare le funzioni consultive, deliberative e di controllo degli organi sociali.

 

A questi rilievi il consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, riunitosi il 14 marzo 1979, approvava all'unanimità la proposta di Calvi, con la quale si delegava all'amministratore delegato della banca, cioè allo stesso Calvi, di inviare una lettera alla Banca d'Italia con la quale bisognava contestare la fondatezza di quei rilievi, ribadendosi che le informazioni richieste non erano state fornite unicamente perché esse concernevano operazioni estere, avvenute tra banche estere, e, come tali, vincolate al rispetto del segreto bancario, e che l'ampiezza dei poteri decisori conferiti all'amministratore delegato non aveva in alcun modo ostacolato il corretto esercizio delle molteplici funzioni degli organi sociali del Banco Ambrosiano.

 

Una seconda relazione, pur essa sottoscritta dal dr. Padalino, veniva trasmessa, in via riservata, alla direzione della Banca d'Italia oltre che allo stesso ispettorato centrale ed in essa si segnalava l'opportunità di intensificare l'opera di vigilanza soprattutto in relazione al reparto estero, giudicandosi eccessivo il rischio assunto dal Banco Ambrosiano in relazione al finanziamenti concessi alle consociate estere, e in particolare al "Banco Ambrosiano Andino".

 

Tale seconda relazione verrà acquisita il 15 luglio 1980 agli atti del procedimento penale che la Procura presso il Tribunale di Milano aveva instaurato a carico di Roberto Calvi, di Mario Valeri Manera e di Carlo Von Castelberg, in relazione al trasferimento all'estero, attraverso la finanziaria del Banco Ambrosiano, e cioè la S.p.a. "La Centrale", di ingenti disponibilità valutarie.

 

Comunque, benché fosse una relazione destinata a rimanere riservata, ampi stralci del suo contenuto erano apparsi sulla stampa, in coincidenza della diffusione delle notizie concernenti quel procedimento, nel corso del quale il 20 maggio 1981 veniva eseguito l'arresto di Calvi, su ordine di cattura della Procura di Milano.

 

Tale evento, unitamente alla diffusione del contenuto della relazione riservata del dr. Padalino, ripercuotendosi negativamente sull'affidabilità di Calvi nella gestione dell'azienda, indussero, secondo i giudici di mento, i componenti del consiglio di amministrazione a verificare, nella riunione del 17 giugno 1981 se era opportuno provvedere alla sostituzione di Calvi, detenuto nel carcere di Lodi - ove rimarrà sino al 20 luglio successivo -, ma il consiglio di amministrazione si orientò per un'opposta soluzione, e tutti i partecipanti espressero solidarietà a Calvi, auspicando un suo immediato ritorno alla guida della banca.

 

a) Comunque, secondo la sentenza impugnata, l'arresto di Calvi aveva prodotto alcuni rilevanti effetti;

 

b) innanzitutto, aveva determinato nell'ambiente economico- finanziario una crisi di fiducia sulla correttezza della gestione di Calvi, crisi di fiducia che provocò una riduzione della liquidità disponibile a breve e medio termine;

 

c) Leoni, Botta e Costa rassegnarono le loro dimissioni dalle cariche che ricoprivano nei consigli di amministrazione del Banco Ambrosiano Andino e dell'Ambrosiano Group Banco Commercial, temendo il loro personale coinvolgimento nelle infrazioni valutarie;

 

d) Marcinkus si recava a Lugano, presso la sede della Banca del Gottardo, dov'era custodita tutta la documentazione che riguardava le società patrocinate dallo IOR e si accorgeva che Calvi aveva inserito tra queste società altre che lo IOR non aveva mai garantito;

 

e) ma la conseguenza più importante fu che la Banca d'Italia si attivò in una maggiore opera di vigilanza.

 

Già dopo l'ispezione del 1978 la Banca d'Italia aveva inviato al Banco Ambrosiano due lettere, una il 16 aprile 1980 e l'altra il 22 luglio dello stesso anno: entrambe, portate a conoscenza dei componenti del consiglio d'amministrazione del Banco Ambrosiano nelle riunioni svoltesi, rispettivamente il 21 maggio ed il 15 settembre 1980, recepite le perplessità del rapporto del dr. Padalino, sollecitavano gli organi direttivi del banco perché fornissero le informazioni già richieste sui finanziamenti alle consociate estere.

 

Ad esse il Banco Ambrosiano forniva risposte rassicuranti, senza però offrire elementi specifici, idonei a giustificare quelle conclusive e positive certezze.

 

Una posizione più decisiva assunse la Banca d'Italia nell'anno successivo, allorquando venne a conoscenza della lettera di dimissioni dalle cariche di vice presidente e di componente del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano di Carlo De Benedetti, dimissioni rassegnate il 22 gennaio 1982.

 

In quella lettera De Benedetti affermava che, a suo parere, non avendo ottenuto un'adeguata informazione soprattutto riguardo al comparto estero, era stato messo nella materiale impossibilità di svolgere le sue funzioni. Inoltre, già verso la fine del 1981, sul quotidiano "La Repubblica" e sul settimanale "Panorama" erano state pubblicate interviste rilasciate dallo stesso De Benedetti ed articoli vari che facevano esplicito riferimento alla cattiva gestione del reparto estero nonché all'eccessiva concentrazione dei poteri di gestione, tant'è che il loro contenuto era stato vivamente deplorato nella successiva riunione del consiglio di amministrazione, allorquando Carlo Olgiati propose addirittura di assumere concrete iniziative giudiziarie contro chi offendeva l'immagine del Banco Ambrosiano.

 

Comunque, dopo le dimissioni di De Benedetti, ed esattamente il 16 febbraio 1982 la Banca d'Italia inviava a tutti i componenti del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale del Banco Ambrosiano una lettera con la quale veniva loro chiesto se erano in grado "di esercitare liberamente e compiutamente le loro funzioni".

 

Il giorno successivo si riuniva il consiglio di amministrazione e tutti i consiglieri presenti, dopo aver preso atto del contenuto di quell'insolita richiesta, respingevano i dubbi prospettati dalla Banca d'Italia e si associavano a quanto in quella riunione aveva sostenuto il consigliere Giuseppe Prisco, il quale aveva qualificato quella richiesta un'insinuazione inopportuna ed offensiva.

 

Inoltre, sia prima che dopo il febbraio 1982, la Banca d'Italia aveva sollecitato un piano di riassetto delle partecipazioni del Banco Ambrosiano ed in tale circostanza erano emerse, con maggiore evidenza, secondo le concordi valutazioni dei giudici di merito, due contrapposte esigenze: quella della Banca d'Italia, volta ad una sollecita soluzione del problema, che, per poter giudicare della congruità di qualsiasi piano di riassetto, mirava a far cadere il segreto bancario di cui sino ad allora si era avvalso il Banco Ambrosiano per eludere ogni richiesta di informazioni; e l'altra, diametralmente opposta, perseguita da Calvi, che vedeva nel segreto bancario il più efficace strumento al quale ricorrere per occultare la reale consistenza di numerose operazioni finanziarie.

 

Ne era seguito un imponente scambio di lettere, nelle quali tali contrapposti interessi trovavano la loro concreta esplicazione. Già nella lettera del 16 febbraio 1982 la Banca d'Italia aveva rilevato, censurandone il comportamento, che il Banco Ambrosiano non aveva effettuato alcuna valutazione analitica sulle partecipazioni del "Banco Ambrosiano Holding"; il successivo 11 marzo sollecitava una risposta a tal riguardo ed il 31 marzo ribadiva che, in mancanza delle schede informative delle società estere, non poteva essere formulato alcun giudizio sul piano di riassetto ed ancora il 10 aprile rinnovava il giudizio negativo sul comportamento degli organi direttivi ed amministrativi del Banco Ambrosiano, rilevando che le informazioni fornite erano così generiche da non poter essere prese in considerazione, ed, infine, il 31 maggio, pur in mancanza dei dati richiesti, la Banca d'Italia giudicava "eccessivo" e "non giustificato" il rischio di una esposizione debitoria di un miliardo e 400 milioni di dollari verso le consociate estere indicato, in tale misura, nel progetto di riassetto proposto dal Banco Ambrosiano e ritenuto anche difforme rispetto alle direttive del Comitato Interministeriale del Credito.

 

È questo il lungo e laborioso "iter" che precedette la riunione del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano del 7 giugno 1982, nel corso della quale, per la prima volta, Calvi vide crollare la solidarietà che sino a quel momento, gli era sempre stata manifestata da quell'organo collegiale e da tutti i suoi componenti: in quella riunione i criteri seguiti nella gestione della banca, e, soprattutto, del comparto estero, vennero posti in discussione ed il consiglio, a maggioranza, approvò la proposta fatta da Orazio Bagnasco, in virtù della quale ciascun consigliere poteva direttamente acquisire tutta la documentazione concernente le operazioni delle consociate estere ed esaminarla anche fuori dalla sede della banca, con ciò manifestandosi che più non ci si fidava delle assicurazioni di Calvi e dei funzionari del servizio esteri, e che si preferiva acquisire autonome verifiche anche attraverso l'utilizzazione dei propri consulenti tecnici.

 

Sia il Tribunale che la Corte di Appello di Milano dedicavano particolare attenzione al comportamento della Banca d'Italia non solo al fine di fornire la visione completa degli eventi che portarono alla deliberazione assunta dal consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano del 7 giugno 1982, che, a sua volta, costituì la premessa per la successiva deliberazione del 13, allorquando, cioè, si decise lo scioglimento degli organi amministrativi, traendo occasione dalla sopravvenuta assenza di Calvi, ma soprattutto perché in entrambe le sentenze dei giudici di merito si è fatto più volte riferimento alle iniziative della Banca d'Italia sia per collegarle al comportamento di coloro che erano preposti all'amministrazione del Banco Ambrosiano, e sia per individuare gli indici rilevatori della cattiva gestione, che, più di qualsiasi altro, erano destinati alla diretta percezione di coloro che, per legge, avevano il compito di controllare quella gestione. In tale quadro si inseriva, ed in parte si dissociava, secondo la sentenza impugnata, il giudizio espresso il 17 luglio 1981, e cioè quando ancora Calvi è detenuto nel carcere di Lodi, dal dott. Felice Scordino della Banca d'Italia, il quale rassicurava l'organo di vigilanza che in seguito all'avvenuto aumento del capitale deliberato ed attuato dal Banco Ambrosiano, l'insufficienza dei mezzi patrimoniali ravvisata nel corso della precedente ispezione del 1978, poteva considerarsi superata, e che anche migliorata era apparsa all'autore di quella segnalazione l'informativa generale sul reparto estero, pur se persistevano numerose zone d'ombra.

 

La Corte di Appello di Milano, confermando le conclusioni alle quali era già pervenuto il primo giudice, riteneva che il giudizio positivo espresso dal Dr Scordino aveva avuto un ruolo decisivo per indurre la Consob a convincersi dell'opportunità di quotare in borsa le azioni del Banco Ambrosiano: esse avevano già formato oggetto di un'ampia negoziazione, ed inoltre quell'operazione, una volta eseguita, avrebbe comportato una serie di adempimenti che avrebbero potuto riportare la gestione della banca nell'alveo di una maggiore trasparenza se quest'intento non fosse stato deliberatamente e sistematicamente frustrato con ogni possibile accorgimento: per le società con azioni quotate in borsa si applicava già il D.P.R. 31 marzo 1975, n. 136, emanato in attuazione della legge delega del 7 giugno 1974, n. 216, ed esso prescriveva che il controllo della regolare tenuta della contabilità e del bilancio era devoluto ad una società di revisione, iscritta in un albo particolare, la quale, a sua volta, era tenuta a certificare la corrispondenza del contenuto del bilancio rispetto a tutte le altre risultanze contabili, sicché al controllo interno, affidato al consiglio di amministrazione ed al collegio sindacale, si sovrapponeva quello esterno, affidato ad un soggetto particolarmente qualificato e, nel contempo, lontano da interessi di parte.

 

Fu così che il 18 maggio 1981 il governatore della Banca d'Italia esprimeva parere favorevole alla richiesta e le azioni del Banco Ambrosiano furono quotate in borsa, per essere poi sospese il 17 giugno 1982, allorquando intervenne il commissariamento della banca.

 

Inoltre la sentenza impugnata, nel contestare alcuni rilievi dei ricorrenti in ordine alla sussistenza di univoci elementi sintomatici della cattiva gestione del Banco Ambrosiano, osservava che il rapporto del dr. Scordino non solo non smentiva, nel suo complesso, il giudizio negativo reiteratamente espresso dalla Banca d'Italia, dal 1978 in poi, perché in esso si continuava a parlare di "zone d'ombra" che mal si conciliavano con l'esigenza di una completa trasparenza nell'amministrazione di una società quotata in borsa e di una società che gestiva l'altrui risparmio, ma addirittura della sua esistenza gli imputati erano venuti a conoscenza solo dopo la dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano, quando l'istruttoria del procedimento penale si era già conclusa e gli atti erano stati depositati in cancelleria.

 

Inoltre la sentenza impugnata dava atto che il Presidente della Consob, nel 1984, aveva presentato un esposto alla Pretura di Roma nei confronti della Banca d'Italia, non avendo questa trasmesso il rapporto del dr. Padalino nel momento in cui esprimeva parere favorevole alla quotazione in borsa delle azioni del Banco Ambrosiano, ma rilevava che tale esposto era stato archiviato, in quanto si era accertato che quell'omissione non aveva inciso su quella scelta, ed inoltre i controlli della Banca d'Italia erano stati pressanti proprio nel 1981 e nel 1982 e nessun'altra iniziativa avrebbe potuto avere risultati diversi, una volta accertatosi che tutti gli organi amministrativi e di controllo del Banco Ambrosiano erano stati sempre solidali con Calvi sino al 7 giugno 1982, quando ormai il dissesto si era consolidato.

 

Quanto poi ai rapporti intercorsi con lo lor, la sentenza impugnata ribadiva quanto già affermato dal primo giudice, e cioè che quell'istituto aveva offerto a Calvi, sistematicamente, un rilevante contributo, non solo nel tentativo di accreditare un'immagine già compromessa dagli eventi del 1981, ma soprattutto nel predisporre una vasta ed impenetrabile rete protettiva, concordata direttamente tra Calvi e Marcinkus, per occultare la destinazione dei fondi erogati dal Banco Ambrosiano attraverso le consociate estere e, da queste, alle varie società panamensi, lussemburghesi e del Liechtenstein.

 

Lo IOR, peraltro, era non solo uno degli azionisti principali del Banco Ambrosiano, ma anche del Banco Ambrosiano Holding e del Banco Ambrosiano Overseas Limited e Marcinkus addirittura faceva parte del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano Overseas Limited, e cioè proprio di quella consociata estera che più di ogni altra aveva effettuato depositi a favore dello IOR, depositi che poi venivano trasferiti, attraverso la Banca del Gottardo, amministrata da Calvi, ad una società patrocinata dallo IOR, costituita a Panama nel 1974, ed acquistata dalla Banca del Gottardo, su mandato dello stesso lor, e cioè la "United Trading Corporation", società che si differenzierà da tutte le altre per il fatto che lo IOR aveva conferito il mandato per la sua gestione alla Banca del Gottardo, ma, di fatto, le istruzioni per le singole operazioni venivano impartite dal Banco Ambrosiano, tant'è che la contabilità era tenuta dall'ufficio esteri.

 

La "United Trading Corporation" sin dal 1975 aveva cominciato a svolgere le funzioni di una vera e propria holding nell'ambito del gruppo delle società estere che facevano capo al Banco Ambrosiano ed era stata anche utilizzata, secondo le conclusioni dei giudici di merito, per trasferire rilevanti somme sui conti delle banche svizzere intestati a Umberto Ortolani e Licio Gelli.

 

Un'altra holding nella costellazione di queste società patrocinate dallo IOR era stata la "Manic" costituita nel Lussemburgo nel 1973, anch'essa gestita dalla Banca del Gottardo: aveva assolto la funzione di una vera e propria cassaforte estera del pacchetto azionario del Banco Ambrosiano, ed aveva sempre operato utilizzando finanziamenti ottenuti da quest'ultimo. In questa sua funzione aveva sostituito l'"Anli", anch'essa strumento operativo, nella strategia di Calvi, ai fini della detenzione e dello smistamento delle azioni, allorquando la utilizzazione di quest'ultima era divenuta pericolosa, avendo la Banca d'Italia già percepito dei sospetti sulla sua funzione nel corso dell'ispezione del 1978.

 

Altra società patrocinata dallo IOR era la "Zitropo", un'altra holding costituita a Lussemburgo nel 1972 e ceduta da Sindona a Calvi: è una società che riceverà cospicui finanziamenti, alcuni dei quali trasferiti all'"Union Trading Corporation" e mai più restituiti.

 

Una società panamense, pur essa patrocinata dallo IOR, ed utilizzata per l'acquisto del pacchetto azionario della società "Rizzoli Editore", fu la "Bellatrix", controllata a sua volta dalla società Manic: all'atto della dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco ambrosiano il debito della "Bellatrix" verso il Banco Ambrosiano Andino superava i 184 miliardi di dollari, a fronte del quale vi era , secondo la ricostruzione dei giudici di merito, l'irrisorietà di una garanzia, rappresentata da 189.000 azioni della società Rizzoli.

 

Tutte e tre le operazioni di questa società erano stare predisposte dall'ufficio esteri del Banco Ambrosiano sulla base di direttive impartite da Calvi ed erano tutte riconducibili ai rapporti intercorsi nel 1981 tra il Banco Ambrosiano ed il gruppo Rizzoli.

 

La prima operazione, risalente al 6 febbraio 1981, fu ricostruita dai commissari liquidatori sulla base di un telex che l'Ambrosiano Services di Lussemburgo inviò al Banco Ambrosiano Andino e con il quale si informava quest'ultimo che il Banco Ambrosiano Overseas Limited aveva avuto l'ordine di accreditare 46 e mezzo milioni di dollari sul conto della Rothschild Bank di Zurigo presso la Manhattan Bank di New York, per conto della società "Bellatrix", società alla quale il Banco Ambrosiano Andino aveva concesso un prestito di uguale importo.

 

Contemporaneamente un altro telex veniva trasmesso alla Rothschild Bank di Zurigo per informarla di quell'accredito e si spiegava che la somma doveva servire per l'acquisto di 189 mila azioni della società Rizzoli, pari al 6,3% del capitale sociale di questa società: ma di quella somma solo una parte venne destinata a quello scopo.

 

Ma la più rilevante operazione distrattiva realizzata attraverso le società patrocinate dallo IOR fu ravvisata dal giudici di mento in quella risalente al giugno 1981, quando dal conto che il Banco Ambrosiano Andino aveva presso il Banco Ambrosiano Overseas Limited vennero prelevati 95 milioni di dollari per effettuare un prestito alla società "Bellatrix", prestito non assistito da alcuna garanzia e privo di qualsiasi giustificazione.

 

La somma, secondo la ricostruzione del giudice istruttore, condivisa dal Tribunale e dalla Corte di Appello di Milano, finirà poi sul conti esteri di Bruno Tassan Din, Umberto Ortolani e Licio Gelli.

 

La terza ed ultima operazione venne eseguita nel gennaio del 1982, allorquando 11 milioni e 800 mila dollari furono concessi in prestito dalla Rothschild Bank alla società Rizzoli, prestito garantito da un deposito di pari importo effettuato presso la Rothschild dal Banco Ambrosiano Andino.

 

Pertanto, quando si dovette provvedere all'aumento di capitale della Rizzoli, si ricorse ad un giro contabile, mediante il quale il Banco Ambrosiano Andino trasformava una parte del suo credito verso la Rothschild Bank (per circa otto milioni di dollari) in capitale Rizzoli: così tutta l'operazione figurava compiuta dalla Rothschild Bank, ma in realtà questa aveva agito da fiduciaria e il Banco Ambrosiano Andino aveva fornito le istruzioni affinché il denaro, attraverso la società "Bellatrix" fosse utilizzato per la sottoscrizione di 378 mila azioni nuove della Rizzoli, sicché apparentemente era la Rothschild Bank a sottoscrivere quelle azioni che però venivano trasferite nel dossier del Banco Ambrosiano Andino, a titolo di garanzia.

 

Altre due società, strettamente collegate tra loro, e pur esse menzionate nelle lettere di patronage dello lor, furono l'"Astolfine" e la "Nordeurope": la prima fu costituita nel Liechtenstein, per incamerare disponibilità finanziarie dal Banco Ambrosiano.

 

Il debito "Nordeurope" verso il Banco Ambrosiano Andino, per oltre 258 milioni di dollari fu trasferito all'"Astolfine" e così si fece apparire che quell'obbligazione dalla "Nordeurope" era stata estinta.

 

Un'analoga funzione era stata esercitata da un'altra società panamense, la "Belrosa", la quale acquisterà con un finanziamento da parte dell'Ambrosiano Group Banco Commercial la società "Capitalfine": il prestito ottenuto dalla "Belrosa" per questa operazione era stato estinto nei confronti della banca finanziatrice, ma per tale estinzione la società si era servita, attraverso lo lor, di un finanziamento di pari importo concessole dal Banco Ambrosiane Overseas Limited; altri finanziamenti la "Belrosa" aveva ottenuto dalla società "Manic", per circa 72 milioni di dollari, tanto che la sua totale esposizione verso il Banco Ambrosiano, quando fu dichiarata l'insolvenza di quest'ultima, raggiunse gli 88 milioni di dollari e nessuno dei prestiti concessi verrà più restituito.

 

Alla stessa funzione di occultamento di precedenti operazioni distrattive fu adibita la società "Erin" di Panama, controllata a sua volta dalla società "Manic", ed utilizzata per acquisire, attraverso i fondi del Banco Ambrosiano, sia le azioni del Credito Varesino che i crediti del gruppo Genghini che non potevano essere più soddisfatti.

 

Per l'acquisto delle azioni del Credito Varesino il Banco Ambrosiano aveva accreditato 44 milioni di dollari al Banco Ambrosiano Andino e questo aveva trasferito la somma alla società Erin, ma non avendo questa restituito quanto era dovuto al Banco Andino, ne derivò che questo non corrispose quanto doveva al Banco Ambrosiano che così subì tutte le conseguenze negative di quell'operazione.

 

Quanto poi al debito del gruppo Genghini, conseguente a tre finanziamenti ottenuti dal Banco Ambrosiano Overseas Limited per circa 18 milioni di dollari, poiché il credito della controllata era divenuto irrecuperabile, esso fu ceduto alla società "Enin", utilizzando un finanziamento della stessa banca cedente, con la conseguenza che il debito non si era estinto, il credito non si era realizzato, ma dal bilancio del Banco Ambrosiano Overseas Limited risultava, contrariamente al vero, che la posizione era stata appianata.

 

Ad una ben diversa funzione fu preposta invece la società Laramie, pur essa controllata dalla Manic e amministrata, formalmente, dal Banco Ambrosiano Overseas Limited, dalle cui casse ottenne un prestito di 20. milioni di dollari per acquistare dallo IOR le azioni della società Vianini, di cui lo IOR voleva disfarsi.

 

Senonché, una volta ottenuto il prestito, lo IOR si rifiutò di consegnare quelle azioni, trattenendole a garanzia di ulteriori crediti, con la conseguenza che tutta l'operazione si risolse con una perdita secca di 20 milioni di dollari per il gruppo del Banco Ambrosiano.

 

Le lettere di patronage erano state rilasciate dallo IOR il 1° settembre 1981: si trattava di due lettere di identico contenuto inviate al Banco Ambrosiano Andino e all'Ambrosiano Group Banco Commercial, nelle quali si affermava che lo IOR controllava direttamente o indirettamente le suddette società e si riconosceva di essere a conoscenza del loro indebitamento verso le consociate estere del Banco Ambrosiano e lo IOR si impegnava a non alienare il controllo di tali società senza il consenso delle banche creditrici.

 

Tentativi per convincere lo IOR a rispettare tali impegni furono fatti sia prima che dopo la dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano.

 

Prima aveva tentato Rosone, con la mediazione di Alessandro Mennini, condirettore centrale del servizio esteri del Banco Ambrosiano, ma Marcinkus aveva rifiutato la richiesta, osservando che quelle lettere avevano un carattere del tutto fiduciario, prive di qualsiasi impegno formale, perché dopo il loro rilascio Calvi aveva sottoscritto una dichiarazione ampiamente liberatoria con la quale si riconosceva che nulla era dovuto dallo IOR per effetto della sottoscrizione di quelle lettere.

 

Dopo la dichiarazione d'insolvenza del Banco Ambrosiano ben più pressanti tentativi furono fatti dai commissari liquidatori, con la mediazione della Banca d'Italia e del Ministero del Tesoro e dopo lunghe trattative si pervenne ad un accordo tra il governo italiano ed il Vaticano (c.d. accordo di Ginevra) il 21 dicembre 1982: si costituì una commissione paritetica i cui lavori si conclusero il 25 maggio 1984.

 

Lo IOR, pur escludendo ogni sua responsabilità, diretta o indiretta, nel dissesto del Banco Ambrosiano e delle sue consociate estere, offriva un contributo di 250 milioni di dollari, rinunciando altresì ad ogni pretesa nei confronti della Banca del Gottardo.

 

Nel frattempo, anche le consociate estere, abbandonate dalla capogruppo, furono travolte dal dissesto: il Tribunale di Lussemburgo pose in gestione controllata il Banco Ambrosiano Holding; per il Banco Ambrosiano Andino e per l'Ambrosiano Group Banco Commercial scattò la clausola d'insolvenza e, quanto al Banco Ambrosiano Overseas Limited venne addirittura revocata l'autorizzazione al prosieguo di qualsiasi attività finanziaria.

 

Il procedimento, dopo le preliminari indagini da parte della Procura di Milano, veniva rimesso al giudice istruttore per la formale istruttoria.

 

A tutti coloro che avevano fatto parte del Consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano e del collegio sindacale venivano attribuite tre distinte ipotesi di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale (Capi 1-A - B - C per i componenti del consiglio di amministrazione) e (Capi 2-A - B - C per i componenti del collegio sindacale), in relazione ai depositi diretti, a quelli fiduciari e ai fidi concessi in Italia.

 

Quanto ai depositi diretti, cioè ai finanziamenti concessi direttamente dal Banco Ambrosiano alle consociate estere, l'accusa evidenziava che nel confronti del solo Banco Ambrosiano Andino i finanziamenti diretti, in breve tempo, erano passati da 15 a 250 milioni di dollari, tant'è che il credito del Banco Ambrosiano alla data del 17 giugno 1982 ammontava a 338 milioni di dollari.

 

E l'ultimo aumento del massimale, per altri 50 milioni di dollari, era stato deliberato un mese prima della dichiarazione dello stato d'insolvenza, e cioè il 19 maggio 1982.

 

Quanto al Banco Ambrosiano Overseas Limited già nel 1977 gli era stato concesso un massimale per depositi per 100 milioni di dollari, aumentato poi il 18 maggio 1982 di altri 7 milioni e mezzo di dollari.

 

Dagli accertamenti espletati dal commissari liquidatori emergeva che il ricorso ai depositi diretti era diventato più frequente dopo l'arresto di Calvi, e cioè tra la metà del 1981 ed il 1982, essendosi registrata una flessione nella capacità di raccolta di capitali sul mercato internazionale, con la conseguenza che il patrimonio del Banco Ambrosiano era stato direttamente coinvolto per sostenere le consociate estere, le quali non disponevano di un'autonoma capacità di raccolta di capitali, né di un proprio patrimonio.

 

Inoltre, già nel rapporto Padalino, si era messo in evidenza che il Banco Ambrosiano presentava un'anomalia rispetto a tutto il sistema bancario, nel senso che prevaleva l'intermediazione secondaria, cioè i rapporti interbancari, rispetto a quella primaria, costituita dai rapporti con la clientela ordinaria, e l'incidenza della prima rispetto alla seconda era superiore al doppio dei valori normali: tra il 1979 ed il 1981 la raccolta interbancaria era cresciuta rispetto ai depositi della normale clientela passando dal 58 al 71%.

 

Ma ciò che più connotava negativamente tale situazione era rappresentato dal fatto che gli impieghi dei depositi diretti che il Banco Ambrosiano aveva fatto alle consociate estere erano per la maggior parte riconducibili a finanziamenti erogati a società del gruppo, e, quindi, maggiormente esposti al rischio della dispersione.

 

Nel ritenere fondata tale accusa, entrambi i giudici di merito osservavano, recependo le conclusioni alle quali era pervenuta questa Suprema Corte allorquando aveva respinto i ricorsi proposti avverso la sentenza della Corte d'Appello di Milano che aveva confermato la dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano, che allorquando le consociate estere avevano impiegato il capitale della capogruppo, avevano dimostrato, per ciò solo, di non poter disporre di autonome risorse ed inoltre la loro interposizione non interrompeva il rapporto di causalità che avvinceva la condotta degli amministratori del Banco Ambrosiano che quei finanziamenti avevano deliberato, approvato o comunque avallato, rispetto alla distrazione di quelle somme, posto che la regia di ciascuna operazione, dall'inizio alla fine, era sempre rimasta nelle mani del Banco Ambrosiano, non certamente ignaro né dell'insolvenza delle banche sovvenute, né della definitiva destinazione che quei finanziamenti avrebbero avuto.

 

E che quel depositi diretti alle consociate estere si erano rivelati dannosi per il Banco Ambrosiano era, secondo l'impugnata sentenza, il risultato di una constatazione obbiettiva, in quanto del credito complessivo ceduto, dopo la dichiarazione d'insolvenza, il Nuovo Banco Ambrosiano riuscì a recuperare, e con molte difficoltà, soltanto il 15%.

 

Non meno rilevante, ai fini del dissesto del Banco Ambrosiano, veniva giudicato il ricorso ai depositi indiretti o fiduciari, deciso da Calvi ed eseguito con la compiacente accettazione di quanti avevano condiviso le sue iniziative.

 

Osservava in particolare il Tribunale di Milano e la Corte d'Appello, nell'impugnata sentenza, non perveniva a diversa conclusione, che ai depositi fiduciari aveva già fatto ricorso Michele Sindona nella gestione della Banca Privata Italiana, ma Calvi perfezionò quella strategia, garantendo, ed in modo più efficace, la copertura di ciascuna operazione, presentata formalmente come una normale operazione di finanziamento interbancario.

 

Dopo l'ispezione compiuta dalla Banca d'Italia, Calvi non solo non potè potenziare il sovvenzionamento diretto delle consociate estere, ma neppure può fare a meno di ridurlo: i depositi diretti erano già caduti sotto la preoccupata attenzione dell'organo di vigilanza e le continue richieste di acquisire informazioni rappresentavano una costante e progressiva preoccupazione. Inoltre, le nuove disposizioni valutarie avevano introdotto per quelle operazioni l'obbligo della preventiva autorizzazione dell'Ufficio Italiano dei Cambi, obbligo la cui inosservanza era penalmente sanzionata.

 

Ed allora non restava che ricorrere all'intervento delle banche estere, le quali, una volta ricevuto l'accredito dal Banco Ambrosiano, lo dovevano trasferire ad una delle consociate estere, sui tanti conti che erano stati aperti a favore di società di comodo: ne conseguiva che le banche estere trattenevano un "fhunding", rappresentato dal rimborso delle spese di commissione e dalla differenza tra il tasso attivo e quello passivo, e quindi percepivano un utile, e le consociate estere del Banco Ambrosiano ottenevano i fondi necessari per i finanziamenti da erogare, sicché l'utilizzo del rapporto fiduciario divenne lo strumento di copertura della reale portata dell'operazione.

 

E mentre Sindona, nell'effettuare i depositi fiduciari aveva dato rilievo alla necessità di ottenere formali impegni, tali da scongiurare di inadempienze, Calvi, invece, affidava tutto al solo rapporto fiduciario che precede e condiziona ciascuna operazione di finanziamento, tant'è che in molti casi neppure si fece ricorso alla garanzia fideiussoria da parte del Banco Ambrosiano Holding: la banca depositante, cioè il Banco Ambrosiano, restava il dominus dell'operazione ed assumeva su di sè ogni rischio, sicché si è parlato di depositi "back to back", cioè di depositi nel quali l'obbligo del successivo trasferimento al reale destinatario era la condizione essenziale ed irrinunciabile che, da sola, giustificava il finanziamento alla banca estera, la quale, quindi, riceveva perché doveva dare.

 

Un ulteriore argomento, sintomatico di una raffinata strategia, era rappresentato dal fatto che frequentemente la somma depositata presso la banca estera non veniva da questa trasferita immediatamente al reale destinatario, ma dopo essere rimasta nella sua disponibilità per un certo periodo veniva poi frazionata e accreditata su conti diversi, sicché la copertura dell'operazione era maggiormente garantita attraverso il dissolvimento del rapporto di identità quantitativo tra il ricevuto ed il distribuito.

 

Rilevavano i giudici di merito che tutti i depositi fiduciari furono erogazioni senza ritorno: si fece ad essi ricorso per corrompere compiacenti revisori dei conti nei luoghi di insediamento delle consociate estere, o per finanziare determinati regimi politici, nel Perù e nel Nicaragua, ovvero per distribuire danaro, secondo le volontà di Calvi nell'ambito di un vasto scenario di rapporti intersoggettivi che, proprio tra il 1981 ed il 1982 si era manifestato con progressiva accentuazione anche per effetto dell'appartenenza dei beneficiari alla loggia massonica denominata P2.

 

Molte furono le banche che avevano accettato di offrire la loro collaborazione a Calvi per far pervenire alle consociate estere del Banco Ambrosiano, e soprattutto al Banco Andino - che fu il principale beneficiario dei depositi fiduciari - i relativi finanziamenti, ma quelle alle quali si era fatto più frequente ricorso erano: il Banco de la Nation di Lima, l'Artok Bank di Nassau, l'Arab Bank pur essa di Nassau, il Banco Cafetero di Panama, l'Inter Alpha Asia di Hong-Kong ed il Banco de la Provincia di Buenos Ajres; e circa la metà di tutti i depositi fiduciari erano stati fatti utilizzando il Banco de la Nation a Lima e da questa Banca erano stati tutti trasferiti al Banco Ambrosiano Andino.

 

Utilizzando gli accertamenti espletati dalla Guardia di Finanza, i giudici di merito pervenivano alla conclusione che l'esposizione del Banco Ambrosiano per questi depositi fiduciari superava i 250 miliardi, una somma di poco inferiore a quella impiegata per i depositi diretti.

 

Decisivo rilievo veniva altresì attribuito alle dichiarazioni rese dal dr. Desario Vincenzo, direttore dell'istituto di vigilanza presso la Banca d'Italia, nominato commissario straordinario del Banco Ambrosiano; questi, nel pur breve periodo in cui aveva espletato quelle funzioni, aveva constatato e riferito che il servizio esteri del Banco Ambrosiano, diretto da Costa, Botta e Leoni - imputati tutti che hanno già definito il procedimento a loro carico nelle forme previste dall'art. 599 c.p.p. nuovo - operava in assoluta autonomia, e del suo operato rispondeva soltanto a Calvi e che gli accordi riservati con le banche estere concernenti i depositi fiduciari risultavano da appunti manoscritti su minuscoli fogli di carta inseriti nei fascicoli intestati alle banche depositarie.

 

Le stesse circostanze venivano poi confermate dai commissari liquidatori, i quali inoltre ebbero modo di accertare in relazione ad un deposito di 7 milioni e mezzo meno di dollari fatto a favore del Banco Cafetero di Panama nel maggio 1981 e rinnovato sino al 29 novembre 1982, e trasferito sul Banco Ambrosiano Andino, al funzionario del Banco Ambrosiano che aveva materialmente trasmesso il telex al Banco Cafetero allorquando aveva chiesto spiegazioni sulla destinazione da dare a quella somma, era stato impartito l'ordine di distruggere quella banda del telex dalla quale risultava il contenuto della risposta.

 

E tale episodio, ricostruito nel corso della formale istruttoria, evidenziava, secondo i giudici di merito, con quanta cura veniva tutelata la riservatezza di queste operazioni.

 

Ciononostante, sia il Tribunale che la Corte d'Appello di Milano ritenevano di poter affermare la responsabilità dei componenti del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano e di Mario Davoli, sindaco effettivo presso la stessa banca, perché quelle operazioni, pur se circondate da tanta riservatezza, proprio in quanto inscindibili dal rapporto fiduciario che ne giustificava la stessa esistenza, presentavano aspetti particolari che, se fossero stati vagliati da chi a tale onere era preposto avrebbero dissolto ogni possibile diaframma protettivo: in ciascuna pratica vi erano appunti manoscritti e relazioni dell'ufficio esteri che palesavano il rapporto fiduciario sottostante a ciascun deposito interbancario, e soprattutto non trascurabile era il fatto che tutte quelle operazioni di finanziamento erano per importi rilevanti e destinati ai paesi a basso sviluppo economico e quindi apparivano sproporzionati, e perciò anomali rispetto ai corretti criteri con i quali va esercitato il credito da parte di qualsiasi impresa bancaria. Inoltre sia in relazione al rischio che il Banco Ambrosiano si era già assunto con i suoi finanziamenti diretti alle consociate che con riguardo all'incidenza sproporzionata dell'intermediazione secondaria, erano proprio tutte le operazioni con l'estero quelle che andavano tenute sotto un più attento controllo, in un periodo come quello che va dal 1980 al 1982 durante il quale molti erano stati i segnali dai quali si coglieva che certamente non irreprensibile era stata la gestione di quella banca, specie per quanto concerneva proprio il comparto estero.

 

Quanto poi alle distrazioni conseguenti ai finanziamenti concessi dal Banco Ambrosiano in Italia, la sentenza impugnata dopo aver ricordato che il regolamento interno del Banco Ambrosiano approvato nel 1974 riservava al consiglio di amministrazione l'autorizzazione all'erogazione di finanziamenti per importi superiori a quattro miliardi di lire e poi, nel 1976, a dodici miliardi, osservava che numerosi erano stati i fidi concessi senza che ne ricorressero le condizioni: le garanzie erano perlopiù assolutamente inidonee, o soltanto apparenti; spesso il denaro era stato utilizzato per fini diversi rispetto a quelli dichiarati; ed in numerosi casi i beneficiari erano persone legate a Calvi da particolari rapporti, ed iscritti anch'essi alla P2.

 

Alla data della dichiarazione dello stato di insolvenza del Banco Ambrosiano i fidi concessi in Italia superavano i 291 miliardi di lire ed il credito pur svalutato una volta ceduto al Nuovo Banco Ambrosiano fu solo in parte realizzato. Uno dei più rilevanti finanziamenti, importante secondo i giudici di merito anche per le sintomaticità della sua abnormità era quello a favore della società Voxon di Umberto Ortolani, affiliato anche lui alla P2.

 

La società Voxon che sin dal 1976 aveva una pesante esposizione nel confronti dei Banco Ambrosiano (uno "scoperto" di 20 miliardi sul c/c e di un altro miliardo per lo sconto di portafoglio commerciale), in brevissimo tempo ottenne l'autorizzazione ad un ulteriore sconfinamento di 500 milioni; inoltre il Banco Ambrosiano concedeva una fideiussione di quattro miliardi all'Interbanca in relazione ad un mutuo concesso da quest'ultima alla Voxon.

 

E nel rapporto Padalino oltre ad evidenziarsi come fosse eccessiva quell'esposizione debitoria in relazione alla consistenza economica della società che fruiva di quei generosi finanziamenti, si faceva altresì rilevare che il Banco Ambrosiano aveva accettato in pegno, dalla Voxon merce che non era stata neppure sottoposta a perizia, per verificarne il valore dichiarato dalla società offerente.

 

Ciononostante in epoca successiva venivano approvati dal consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano e con il parere favorevole dei sindaci, altri fidi a favore della stessa società per altri 30 miliardi.

 

La Voxon, rimasta insolvente, nel 1980 veniva sottoposta ad amministrazione controllata e dalla motivazione del provvedimento che aveva accertato l'insolvenza della stessa società emergeva che vi era stata un'enorme sproporzione tra la consistenza patrimoniale della società ed i finanziamenti ottenuti.

 

Un altro abnorme finanziamento veniva individuato dal giudici di merito in quello concesso a Giuseppe Battista, anche lui affiliato alla P2: il Banco Ambrosiano gli aveva concesso una linea di credito nel 1976 sino a 250 milioni, portata poi, alla scadenza, ed una volta rinnovata, a 300 milioni nel 1978 e, nel 1980, a tre miliardi e 750 milioni. Ed a fronte di tali finanziamenti al Banco Ambrosiano erano state date in pegno le azioni della società assicurativa "Il Globo", azioni già pignorate a favore della società Rizzoli, con la conseguenza che una volta intervenuta la dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano, il credito, rimasto insoluto, superava, tra somma capitale e interessi maturati, i sei miliardi di lire.

 

Analoghe operazioni erano avvenute con la società "Fideico" di Giuseppe Ciarrapico, in relazione ad un finanziamento concesso per l'acquisto dell'Ente Fiuggi, nonché con le società denominate "Prato Verde" ed "Etruria 71", riconducibili a Flavio Carboni ed utilizzate per soddisfare esigenze personali dello stesso Carboni, nonché di Roberto Calvi e di coloro che, come Maurizio Mazzotta e Francesco Pazienza, alla realizzazione di tali vicende avevano in vario modo contribuito.

 

In relazione a tali vicende, sia il Tribunale che la Corte di Appello di Milano, riterranno di poter affermare anche la responsabilità dei beneficiari di tali finanziamenti, quali Ciarrapico, Mazzotta, Carboni e Pazienza, nonché degli amministratori delle società del gruppo Carboni, Emilio Pellicani e Gennaro Cassella.

 

Quanto al delitto di cui all'art. 216, primo e secondo comma, e all'art. 219 ultimo comma, della legge fallimentare, contestato al capo 34 della rubrica sia a Ciarrapico che a Mazzotta, la sentenza impugnata ricordava che il tentativo fatto da Ciarrapico di acquistare l'Ente Fiuggi, direttamente, attraverso la Fideico, dopo un aumento di capitale, era fallito e che la prima richiesta fatta al Banco Ambrosiano per utilizzare uno scoperto di conto corrente non aveva avuto successo, ricostruiva analiticamente tutta l'operazione, dando rilevanza al fatto che l'imputato aveva fatto acquistare dall'Ente Fiuggi le azioni della partecipata alla società Fideico cioè quelle della "Freddindustria" ed aveva offerto tali azioni in garanzia al Banco Ambrosiano.

 

Quindi, il 30 dicembre 1981, venne approvato il fido, da utilizzare attraverso uno scoperto di conto corrente per un importo di 4 miliardi e 160 milioni, con scadenza al 30 aprile 1982.

 

Senonché prima della scadenza, e cioè il giorno 11 marzo 1982, la linea di credito venne portata a 39 miliardi e 160 milioni in quanto venne autorizzato, dopo l'intervento di Mazzotta, un ulteriore scoperto di 35 miliardi ed alle seguenti condizioni: lo scoperto di 4 miliardi e 160 milioni doveva essere appianato entro l'originaria scadenza, e cioè entro il 30 aprile 1982; la maggior somma di 356 miliardi doveva essere divisa in due parti e la prima doveva essere rimborsata entro la stessa data, e cioè entro il 30 aprile 1982, mentre la seconda entro il 30 settembre 1992.

 

Senonché a fine marzo il conto Fideico presentava un saldo passivo di oltre 6 miliardi e ne derivò che il 30 aprile 1982 non venne effettuato alcun rimborso, né in relazione al primo affidamento né per quanto riguardava la prima parte del secondo. Bisognerà attendere il 24 giugno 1982 perché la Fideico faccia pervenire al Banco Ambrosiano 4 miliardi e 411 milioni, a titolo di rimborso per il primo affidamento,

 

Comunque, all'atto della liquidazione coatta amministrativa del Banco Ambrosiano, la Fideico era ancora debitrice di 31 miliardi e 168 milioni, e sia il Tribunale che la Corte d'Appello di Milano hanno determinato in tale somma l'oggetto della distrazione attribuita a Ciarrapico e Mazzotta.

 

I commissari liquidatori cederanno il credito verso la Fideico al Nuovo Banco Ambrosiano, svalutandolo del 30%, perché considerato "in sofferenza"".

 

Ed infatti il Nuovo Banco Ambrosiano, dopo vari solleciti, il 17 settembre 1982 riduceva il fido a 20 miliardi, ed il 2 novembre successivo lo revocava.

 

Seguirono lunghe e laboriose trattative che si conclusero con la concessione di una proroga di cinque anni per il rientro dell'affidamento e con l'abbassamento del tasso degli interessi.

 

Rilevavano i giudici di merito nelle loro conformi decisioni che tutta l'operazione era stata abnorme, perché era stata concessa una linea di credito ad una società che non aveva l'intrinseca capacità economica di poter godere di una così generosa fiducia: non vi era stata un'esauriente istruttoria della pratica; erano state offerte in garanzia le azioni dell'Ente Fiuggi, ed inoltre era stata rilasciata una fideiussione da parte dello stesso ente, dopo però che la linea di credito era stata concessa, e nonostante il parere contrario dell'Ufficio legale del Banco Ambrosiano che aveva evidenziato la violazione dell'art. 2358 c.c., posto che tutto l'onere dell'operazione veniva trasferito sull'Ente Fiuggi, e cioè sulla società che doveva essere acquistata dalla Fideico.

 

Essi concludevano, quindi, che quel finanziamento era stato concesso per favorire Ciarrapico, su sollecitazione di Mazzotta: Ciarrapico era stato particolarmente vicino a Calvi quando questi era stato arrestato su ordine di cattura della Procura di Milano per le infrazioni valutarie; lo stesso imputato aveva ammesso di essere a conoscenza di molte vicende che riguardavano il Banco Ambrosiano, allorquando era stato sentito dalla Commissione Parlamentare d'Inchiesta sulla P2, sicché anche sotto il profilo dell'elemento soggettivo del reato, si riteneva ampiamente provata la sua colpevolezza.

 

Analoga conclusione veniva tratta in relazione alla posizione del Mazzotta, posto che l'imputato si era reso promotore di quell'operazione, nella consapevolezza dello stato di dissesto della banca dalla quale veniva distratta una così rilevante somma.

 

Quanto poi a Carboni Flavio, Cassella Gennaro e Pellicani Emilio, l'accusa contestata nei loro confronti ai capi 28, 29, 30, 31 e 32 concerneva entrambe le ipotesi previste dall'art. 216 comma 1, n. 1 e n. 2, della legge fallimentare, per avere in concorso tra loro e con Roberto Calvi, ottenuto due finanziamenti dal Banco Ambrosiano, il primo di 6 miliardi a favore della S.P.A. "Prato Verde", ed il secondo, di un miliardo e 700 milioni a favore della S.p.A. "Etruria 71", denaro che veniva invece destinato ad altri scopi, diversi da quelli dichiarati e che nessuna relazione avevano con le necessità aziendali delle due società, nonché per avere esposto nelle comunicazioni sociali e nel bilanci fatti non rispondenti al vero sulle condizioni economiche della società Prato Verde, dichiarata fallita il 10 maggio 1984, ed infine per aver tenuto la contabilità della stessa società in modo tale da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari.

 

Secondo la conforme ricostruzione dei giudici di merito, Pellicani Emilio era l'amministratore unico della società Etruria 71 e procuratore generale della Prato Verde, mentre Cassella Gennaro risultava essere l'amministratore di altre società che avevano offerto apparenti garanzie per il conseguimento di quei finanziamenti, ottenuti attraverso l'interposizione di quelle due società.

 

Al solo Carboni, altresì, era stata contestata un'autonoma ipotesi di bancarotta per distrazione (capo 27), in relazione all'accreditamento di 19 milioni di dollari che Calvi aveva disposto sul conti dell'imputato e ad opera di due consociate estere del Banco Ambrosiano, il Banco Ambrosiano Overseas Limited e l'Ambrosiano Group Banco Commercial, dal febbraio al giugno 1982.

 

In relazione alla ricostruzione di tutte queste vicende, i giudici di merito davano particolare rilevanza ad un memoriale fatto pervenire da Pellicani e nel quale si riconosceva come i finanziamenti concessi alle due società - la Prato Verde e l'Etruria 71 - fossero finiti nella disponibilità personale di Carboni e dello stesso Calvi.

 

Pellicani poi, instaurato un rapporto di collaborazione con gli inquirenti, aveva loro indicato il luogo in cui era stata nascosta quella parte della contabilità che riguardava, in particolare alcune operazioni distrattive, e cioè un locale di pertinenza dello studio notarile del dr. Lollio, a Roma, dove effettivamente poi quella contabilità fu rinvenuta.

 

Carboni, una volta estradato dalla Svizzera con il suo consenso, spiegava nel corso dell'istruttoria che si era trovato in un momento di gravi difficoltà finanziaria sia per alcune rilevanti spese di carattere voluttuario che per alcune iniziative edilizie che aveva voluto intraprendere ad Olbia ed a Castiglioncello: ad Olbia la società Prato Verde stava costruendo edifici residenziali, mentre a Castiglioncello l'Etruria 71 aveva acquistato dei terreni nella prospettiva di costruire degli immobili. E dal suo abituale finanziatore, Fausto Annibaldi, nel corso di un breve soggiorno in Sardegna, aveva appreso che sarebbe stato possibile ottenere un finanziamento dal Banco Ambrosiano attraverso la Prato Verde; la circostanza gli era stata confermata dallo stesso Pazienza, il quale gli aveva anche riferito che Calvi in quel periodo, e cioè nell'estate 1981, aveva bisogno di disporre di una rilevante somma di denaro in Italia, perché doveva affrontare alcune rilevanti spese, riferibili, in gran parte, alle vicende giudiziarie nelle quali era stato coinvolto, perché Calvi avrebbe garantito la restituzione del denaro che sarebbe stato elargito dalla banca che dirigeva.

 

Dubitando che tutto ciò non fosse vero, si era affrettato a chiedere conferma a Calvi, e ricevuta una risposta rassicurante, si era predisposta nel giro di pochi giorni tutta la documentazione necessaria: Cassella aveva firmato la richiesta nella veste di amministratore della Prato Verde e prima ancora che venissero offerte le garanzie, il finanziamento era stato concesso: l'iscrizione ipotecaria sugli immobili ad Olbia era stata offerta il 4 dicembre 1981, quando si era dovuto ricorrere ad un aumento dello scoperto di conto di cui fruiva la Società presso il Banco Ambrosiano sino a 4 miliardi e mezzo, e quando già il conto della Prato Verde presentava un saldo a debito di oltre un miliardo e mezzo.

 

Calvi autorizzò personalmente tutta l'operazione contro il parere del comitato di direzione che aveva giudicato rischioso il prestito, perché concesso ad una società i cui cantieri risultavano smantellati sin dal maggio 1981.

 

La Prato Verde verrà poi dichiarata fallita nel 1984, con un passivo di oltre venti miliardi e dei sei miliardi concessile dal Banco Ambrosiano solo 136 milioni finirono realmente nelle casse della società.

 

Altrettanto avvenne in relazione al finanziamento concesso all società Etruria 71: secondo le stesse ammissioni di Carboni, 800 milioni furono consegnati a Calvi e 700 milioni furono trattenuti da lui per le sue personali esigenze. La richiesta del finanziamento era stata predisposta e firmata da Emilio Pellicani e fu accolta dalla banca due giorni dopo la sua presentazione.

 

Secondo i giudici di merito, sussistevano quindi sufficienti motivi per affermare la responsabilità di tutti e tre gli imputati: Carboni era stato il beneficiario diretto delle compiute distrazioni, e sia Pellicani che Cassella avevano offerto il loro determinante contributo per la realizzazione di quel fraudolento programma e per l'occultamento dell'effettiva destinazione delle somme riscosse.

 

Quanto a Francesco Pazienza, rimasto latitante sino al 4 marzo 1985, allorquando verrà tratto in arresto negli Stati Uniti per essere poi estradato in Italia per rispondere dei reati di bancarotta fraudolenta per distrazione sia in danno del Banco Ambrosiano che della società "Prato Verde", in relazione al finanziamento di 6 miliardi concesso, con la sua mediazione, a quest'ultima società, non solo entrambe le sentenze dei giudici di merito hanno ritenuto l'imputato colpevole di entrambi tali reati, ma analoga pronuncia è stata assunta in relazione ad altre due analoghe imputazioni, contestate al capi 23 e 24 della rubrica, concernenti le distrazioni di 5 milioni di dollari versati alla società "Andros" di Panama e di altri 8 milioni e 800 mila dollari accreditati sul conto "Realfin".

 

Rilevava la sentenza impugnata che vero era che l'estradizione era stata concessa soltanto per i reati contestati al capi 28 e 29 della rubrica e riguardanti entrambi il finanziamento concesso dal Banco Ambrosiano alla società "Prato Verde", ma ciò non precludeva l'esercizio dell'azione penale per le altre due ipotesi di bancarotta, in quanto il principio di specialità dell'estradizione ha un tale effetto paralizzante solo quando la presenza fisica dell'imputato nel territorio dello Stato sia considerata come condizione di punibilità e che, comunque, l'imputato, interrogato il 4 luglio 1986, aveva espressamente rinunciato ad avvalersi del principio di specialità dell'estradizione.

 

Nel merito, poi, la sentenza impugnata, nel recepire le conclusioni del primo giudice, riteneva, in linea di massima attendibili le rivelazioni di Pazienza sul ruolo da lui avuto per l'operazione "Prato Verde", per la predisposizione di un piano per l'espatrio di Calvi nella repubblica panamense, e per l'acquisizione di rilevanti profitti personali.

 

Quanto all'operazione "Realfin" (capo 24 della rubrica), la sentenza impugnata osservava che trattavasi di un vero e proprio deposito fiduciario: il Banco Ambrosiano aveva fatto un accredito di 5 milioni di dollari ad una finanziaria, la società "Conseil" e questa, attraverso l'Ambrosiano Group Banco Commercial aveva accreditato la somma sul conto della società "Realfin", di pertinenza di Francesco Pazienza: del resto, lo stesso imputato, lungi dal contestare tali modalità esecutive, espressamente riconoscerà che tutta l'operazione era stata preordinata da Calvi e che gran parte di quella somma era stata poi trasferita nella personale disponibilità dello stesso Calvi.

 

Quanto poi al finanziamento "Andros", di cui al capo 23 della rubrica, non dissimile era stata la difesa prospettata dall'imputato: aveva affermato che gran parte di quella somma era servita per ottenere dal Dipartimento per l'Immigrazione di Panama, nell'autunno del 1981, la certificazione attestante che Calvi, per cinque anni, e cioè dal 1978 in poi, aveva dimorato in quel Paese e per le ulteriori spese che aveva dovuto affrontare durante il suo soggiorno a Panama ed a Costarica.

 

Pertanto, in entrambe le ipotesi, venivano ritenuti sussistenti tutti gli elementi costitutivi del reato contestato.

 

Ad analoghe conclusioni la sentenza impugnata perveniva quanto alle altre imputazioni contestate a Mazzotta , in concorso con Pazienza (capi 23 e 24 della rubrica), posto che, secondo la ricostruzione dei giudici di merito, i conti "Realfin" e "Andros" erano nella materiale disponibilità dei due imputati, e, quanto all'accredito, presso una banca di Ginevra, attraverso il Banco Ambrosiano Holding, di altri 3 milioni di dollari (capo 25), lo stesso imputato aveva ammesso che si trattava di un compenso personale elargitogli da Calvi, per l'opera di consulenza da lui offerta al banchiere, in relazione alla cessione del pacchetto azionario della Rizzoli, operazione questa ritenuta dal giudici di merito dannosa per il Banco Ambrosiano, predisposta ed attuata nell'ambito di un disegno che privilegiava agli aspetti economici e finanziari quelli di carattere politico, riconducibili direttamente al programma perseguito dalla P2.

 

Altri beneficiari dei finanziamenti concessi al Banco Ambrosiano, attraverso le consociate estere, e mercè il personale intervento di Roberto Calvi, venivano ritenuti da entrambi i giudici di merito, e con conformi valutazioni, sia Umberto Ortolani che Licio Gelli: le loro posizioni sono state ritenute strettamente connesse, posto che entrambi sono stati ritenuti concorrenti nell'esecuzione dell'operazione distrattiva più rilevante accertata nel corso delle complesse indagini, e cioè quella dalla quale era scaturito un danno per il Banco Ambrosiano di oltre 182 miliardi di lire: trattasi dei reati contestati al capi 10 e 12 della rubrica, concernenti i due finanziamenti pervenuti alla società "Bellatrix", patrocinata dallo IOR e costituita a Panama nel 1979 su istruzioni e per conto del Banco Ambrosiano Overseas Limited.

 

La prima operazione, concernente l'accredito di 46 milioni e 537.683 dollari fu subito trasferito dalla società Bellatrix sul conto della società "Telada Corporation", presso la Rothschild Bank di Zurigo e poi, ripartito in quattro parti, fu distribuito sui conti "Recioto", "Betros", "Antonino 13" e "Crizia 3", tutti conti che erano nella disponibilità di Gelli ed Ortolani.

 

Il conto "Recioto", intestato ad un'omonima società costituita nel 1980 e posta in liquidazione nel 1982, era stato aperto da Ortolani e da Bruno Tassan Din, la cui posizione, separata dal presente procedimento, è stata definita nelle forme di cui all'art. 599 c.p.p.

 

Il conto "Crizia 3" era stato aperto dalla nuora di Ortolani, Mercedes Trujllo.

 

Il secondo finanziamento, avvenuto nell'aprile 1981, a distanza di due mesi dal primo, per il maggior importo di 95 milioni di dollari fu dalla società Bellatrix trasferito sul conto della società "Zirka", costituita a Monrovia nel 1981 ed il cui principale azionista era tale Marco Odermatt, dominus della Rothschild Bank e fiduciario di Umberto Ortolani.

 

La provvista per questo finanziamento, secondo la ricostruzione del primo giudice, recepita dall'impugnata sentenza, era stata fornita al Banco Ambrosiano Andino, dallo stesso Banco Ambrosiano, dal Credito Varesino e dalla Banca Cattolica del Veneto e quando il denaro passa dalla "Bellatrix" alla "Zirka" viene diviso in tre parti ed accreditato su tre conti, presso l'Unione Banche Svizzere di Ginevra (conti Crizia, Mazut 6 e n. 809001), tutti appartenenti ad Ortolani. Sette milioni di dollari il 4 maggio 1981 venivano trasferiti dal conto "Mazut 6" al conto personale di Licio Gelli presso la stessa banca; ed altrettanto accadde il 16 maggio 1981 per l'ulteriore somma di un milione e 500.000 dollari.

 

In relazione ai motivi che avevano indotto il Banco Ambrosiano ad effettuare quei due finanziamenti, entrambi i giudici di merito li individuavano nelle complesse vicende dell'azionariato "Rizzoli": peraltro non lo contestavano gli imputati e risultava da un telex trasmesso il 6 febbraio 1981 dell'Ambrosiano Services di Lussemburgo al Banco Ambrosiano Andino nel quale si affermava esplicitamente che quel primo accredito alla società Bellatrix riguardava l'acquisto di 189 mila azioni Rizzoli circolanti all'estero ed appartenenti alle sorelle di Angelo Rizzoli.

 

Si dava altresì rilievo ad una singolare coincidenza, e cioè al fatto che l'operazione Bellatrix si concluse contemporaneamente all'acquisto, in Italia, da parte della "Centrale" - la finanziaria del Banco Ambrosiano - del 40% del pacchetto azionario della Rizzoli. Infine, una prova decisiva veniva definita la documentazione rinvenuta nella villa di Licio Gelli, in seguito alla perquisizione eseguita dalla Guardia di Finanza il 17 marzo 1981 a Castiglion Fibocchi: Gelli, infatti, conservava alcuni progetti per la ricapitalizzazione della Rizzoli e ciascuno prevedeva un premio per coloro che vi avessero partecipato.

 

Il più rilevante tra questi progetti era quello risalente al 18 settembre 1980, denominato "Pattone" e sottoscritto da Tassan Din, Gelli ed Ortolani: in esso si prendeva atto della situazione dell'azionariato e si prevedeva di conservare ad Angelo Rizzoli il 40% delle azioni per almeno 10 anni, mentre l'altro 60% doveva subire una più articolata distribuzione, in modo da far sì che il 10,2% del pacchetto, in possesso di Tassan Din, fungesse da ago della bilancia nella gestione della Rizzoli e nel conseguente controllo del "Corriere della Sera".

 

Nel "Pattone" si dichiarava altresì che un premio per questa operazione andava riconosciuto "a noi", cioè ai sottoscrittori del documento, e doveva essere di 180 milioni di dollari, così ripartiti: "35 × 3 = 105 più 75 a C:": da tale annotazione i giudici di merito traevano la conclusione che a Calvi dovevano essere attribuiti 75 milioni di dollari e che gli altri artefici dell'operazione che avevano attuato la sostituzione sostanziale della proprietà della Rizzoli, finita praticamente nella disponibilità della P2, e cioè di Gelli, Ortolani e Tassan Din, si sarebbero ripartiti, in parti uguali, gli altri 105 milioni di dollari.

 

Osservava la Corte di Appello di Milano che nell'aprile 1981, quando già nel consiglio di amministrazione della Rizzoli era entrato a far parte l'avv. Giuseppe Prisco, in sostituzione di Tassan Din, Angelo Rizzoli aveva ceduto 1.200.000 azioni alla "Centrale", ma nello stesso giorno ne aveva acquistato il doppio attraverso una fiduciaria con un prestito ottenuto dallo lor.

 

Inoltre, numerosi finanziamenti erano stati fatti al gruppo Rizzoli direttamente dal Banco Ambrosiano, per acquisire il controllo dell'editoriale del "Corriere della Sera": già nel 1974 la società Rizzoli aveva versato 50 miliardi per acquistare i pacchetti azionari delle società che detenevano la proprietà del giornale, utilizzando a tal fine finanziamenti del Banco Ambrosiano.

 

E dal 1974 in poi ci fu un progressivo impegno finanziario della stessa banca, tanto che nel 1980 la linea di credito raggiunse gli ottanta miliardi, nonostante il parere negativo dell'Ufficio Fidi.

 

Analoghi e massicci impegni erano stati assunti dall'Ambrosiano Group Banco Commercial e dal Banco Ambrosiano Overseas Limited.

 

Del resto, interrogato Angelo Rizzoli il 6 agosto 1982, dichiarava che tutto ciò era stato reso possibile per l'intervento di Ortolani, il quale, una volta perfezionata ciascuna operazione di finanziamento, pretendeva ed otteneva rilevanti "tangenti"'e che tutte le decisioni sulla ristrutturazione della società erano state assunte da Ortolani e Calvi, e che Gelli era stato il "braccio destro" di Ortolani in tutta quella vicenda.

 

Sulla base delle dichiarazioni rese da Tassan Din e da Angelo Rizzoli i giudici di merito pervenivano alla conclusione che l'acquisto del "Correre della Sera" si era rivelato un'operazione "disastrosa" per la Rizzoli ed il prestito ottenuto dalla Montedison per tale acquisto era stato rilevato dal Banco Ambrosiano Holding, previa consegna di un terzo delle azioni del Corriere.

 

Infine, con l'aumento di capitale della Rizzoli, operazione pur essa finanziata dal Banco Ambrosiano, Calvi aveva preteso ed ottenuto che due componenti del consiglio di amministrazione da lui designati - l'avv. Giuseppe Prisco e Gianfranco Zampogna - avessero un diritto di veto su qualsiasi deliberazione, tant'è che per esaudire la sua richiesta si dovette modificare lo statuto della società.

 

Pertanto, secondo le concordi conclusioni alle quali sono pervenuti sia il Tribunale che la Corte di Appello di Milano, Calvi, Ortolani e Gelli avevano, di comune accordo, deciso di effettuare quel finanziamenti non già nell'interesse economico finanziario del Banco Ambrosiano, ma soltanto nella prospettiva di un piano strategico polifunzionale: da un lato si ottenevano "tangenti" sul denaro che affluiva alla Rizzoli, accollando a questa società l'onere di operazioni economicamente dannose, ma se ne traeva l'occasione per favorire affiliati alla P2: non era una coincidenza fortuita se Maurizio Costanzo, iscrittosi alla P2, dopo solo sette giorni assumeva - secondo la ricostruzione dei giudici di merito - la carica di direttore della "Domenica del Corriere" e se un'analoga carica assumeva il giornalista Di Bella, pure lui iscritto alla stessa loggia massonica, presso il "Corriere della Sera".

 

A sua volta, Ortolani aveva assunto la vice presidenza della "Rizzoli Internazionale" che aveva sede a Ginevra e Tassan Din diventava il vero protagonista della gestione dell'intero gruppo, una volta confinato Angelo Rizzoli nel ruolo marginale di rappresentante "formale" dell'azienda.

 

Sia Gelli che Ortolani, quindi, venivano ritenuti colpevoli di entrambe le ipotesi previste dagli artt. 216, comma 1, n. 1, e 223 comma 2, n. 2, della legge fallimentare (R.D. n. 267 del 1942), trattandosi di un'operazione dolosa che, attesi sia l'enorme rilevanza della somma impiegata, che il momento in cui ciò avveniva, non si esauriva in una mera condotta distrattiva, ma assurgeva alla rilevanza penale di un'attività illecita che aveva contribuito, in maniera determinante, alla causazione dell'insolvenza del Banco Ambrosiano.

 

Gelli veniva tratto in arresto il 13 settembre 1982, presso l'Unione Banche Svizzere di Ginevra, mentre tentava di liberare le ingenti somme che presso quella banca la polizia elvetica aveva sequestrato in seguito alla denuncia che nell'agosto dello stesso anno, dopo la dichiarazione di insolvenza del Banco Ambrosiano, il Banco Ambrosiano Overseas Limited aveva presentato in relazione alla dissipazione delle sue attività.

 

Presso l'Unione Banche Svizzere Gelli disponeva di un conto intestato a Luciano Gori ed aperto utilizzando un falso passaporto. Presso poi la "società Banche Svizzere" aveva altri due conti, sui quali vi erano fondi per oltre 55 milioni di dollari e presso l'Unione Banche Svizzere disponeva di una cassetta di sicurezza contenete 250 chilogrammi in lingotti d'oro, disponibilità queste che venivano tutte sequestrate.

 

Una volta tratto in arresto e perquisito, verrà trovato in possesso di appunti manoscritti, nel quali, anche in base alle sue esplicite ammissioni, veniva rappresentata la partecipazione azionaria nella società "Rizzoli" di tutti e quattro, e cioè di Calvi, Tassan Din, Ortolani e dello stesso Gelli.

 

Interrogato l'imputato dall'autorità elvetica sulla provenienza di quel denaro e dei lingotti d'oro, dirà che si trattava di disponibilità finanziarie che gestiva per conto di altre persone e delle quali si rifiutava di fornire indicazioni.

 

Quanto poi al versamento di sette milioni di dollari e del successivo accredito di un milione e mezzo di dollari effettuati da Ortolani nel maggio 1981 sul suoi conti personali, Gelli dichiarava trattarsi di compensi per l'opera di mediazione da lui svolta in alcune operazioni.

 

Il Tribunale di Lugano, ritenendo inattendibili tali giustificazioni, disponeva la confisca del denaro e di tutte le altre attività sequestrate: nel corso del procedimento si era accertato, sulla base della documentazione bancaria sequestrata in Svizzera, che numerosi accrediti erano pervenuti a Gelli dal Banco Ambrosiano Overseas Limited, per un importo complessivo di oltre 57 milioni di dollari; presso poi la "Bafisud" di Montevideo, la banca appartenente ad Ortolani disponeva di altri 14 milioni di dollari, trasferiti poi sul conto aperto dallo stesso Gelli presso l'Unione Banche Svizzere.

 

Inoltre, secondo la ricostruzione effettuata dalla Guardia di Finanza e condivisa dai giudici di merito, Gelli, dal 1979 al 1982 aveva fruito di accrediti riferibili al Banco Ambrosiano per oltre 77 milioni di dollari e di questi oltre 32 erano stati effettuati nel 1981.

 

Veniva altresì rilevata una coincidenza temporale tra gli accrediti fatti ad Ortolani e quelli diretti a Gelli, circostanza che non era passata inosservata ai funzionari dell'Unione Banche Svizzere, ed, infine si era accertato che presso la stessa banca anche Calvi disponeva di un suo conto personale che aveva lo stesso numero del conto di cui disponeva Gelli: quello di Gelli veniva individuato con il numero 593.607 e quello di Calvi con il numero 593.608, circostanza che indicava come entrambi quei conti fossero stati aperti contemporaneamente.

 

Il 17 settembre 1982 la Procura di Milano emetteva un ordine di cattura contro Gelli, confermato poi dal Tribunale del riesame.

 

Altro mandato di cattura, concernente la sola distrazione che era stata perpetrata, secondo l'accusa, attraverso l'operazione "Bellatrix" veniva emesso dal G.I. il 1° giugno 1983, ed anch'esso veniva confermato in sede di riesame.

 

I ricorsi per Cassazione proposti dall'imputato avverso le due ordinanze del Tribunale di Milano venivano respinti da questa Corte il 7 aprile 1983 ed il 14 aprile 1987.

 

Successivamente all'evasione di Gelli dal carcere di Champ Dallon, la Corte elvetica il 19 agosto 1983 respingeva l'opposizione che l'imputato aveva presentato avverso la richiesta di estradizione inoltrata dal governo italiano; quindi, dopo quattro anni di latitanza, l'imputato nel settembre 1987 si costituiva in Svizzera ed, estradato in Italia nel dicembre 1987, veniva giudicato colpevole di tutte e tre i reati a lui ascritti, e cioè sia della bancarotta per distrazione conseguente alle due operazioni nelle quali era stata utilizzata la società "Bellatrix" (capi 10 e 12), che dell'analoga imputazione (capo 16) conseguente al concorso con Calvi nella distrazione di oltre 82 milioni di dollari e di due milioni e mezzo di franchi svizzeri, somme che, come già si è precisato, erano state a lui accreditate presso l'Unione Banche Svizzere di Ginevra dal Banco Ambrosiano Overseas Limited e da Bafisud, a sua volta finanziata dalle consociate estere del Banco Ambrosiano.

 

Ortolani, a sua volta, veniva ritenuto colpevole anche della distrazione della somma complessiva di 103 milioni di dollari e di 15 milioni di franchi svizzeri (capo 17 della rubrica) somme che, attraverso complesse operazioni finanziarie, erano finite sui suoi conti personali.

 

I primi due accrediti ricevuti dall'imputato sui suoi conti svizzeri - 750 mila dollari il 7 agosto 1975 e 534 mila dollari il 10 ottobre 1975 - passarono entrambi attraverso la società "Fineco" e la giustificazione fornita fu quella secondo la quale trattavasi in entrambi i casi del compenso corrispostogli da Calvi per l'attività di intermediazione da lui svolta per indurre Sindona a cedere a Calvi quella società, sicché quegli accrediti dovevano ritenersi comprensivi anche del prezzo versato da Calvi a Sindona per tale operazione.

 

Tale giustificazione veniva disattesa dal giudici di merito, non solo perché non provato era che la società "Fineco" fosse appartenuta a Sindona, ma era addirittura emerso che dopo quegli accrediti Ortolani era diventato il presidente del consiglio di amministrazione della società, il cui pacchetto azionario era riferibile all'ANSA e poi acquistato, attraverso un finanziamento del Banco Ambrosiano, da un consigliere della stessa Ansa, Giuliano Salvatori.

 

Quindi, secondo la sentenza impugnata, si era comunque trattato di un'operazione estranea agli interessi del Banco Ambrosiano, perché si sarebbero acquisite, pur dando per scontato che fosse vero quanto affermato da Ortolani, partecipazioni in una società panamense che nulla aveva a che vedere con le prospettive finanziane della banca erogatrice di quelle somme, il cui importo era anche sproporzionato, considerato che quella società, pur dopo l'avvenuto aumento del suo capitale, nel 1980 fu ceduta per complessivi 725 mila dollari.

 

Un altro accredito di un milione e duecentomila dollari Ortolani otteneva il 3 marzo 1977 presso l'Unione Banche Svizzere, per poi trasferirne 500 mila sui conti di Licio Gelli.

 

Secondo l'imputato anche tale accredito concerneva il compenso riconosciutogli da Calvi per l'opera di mediazione da lui espletata in relazione alla cessione della società "Capitalfin" dalla Banca del Lavoro al gruppo Ambrosiano.

 

Ma dalle indagini espletate emergeva, secondo i giudici di merito, che quella somma accreditata sui conti di Ortolani faceva parte dei 6 milioni e 270 mila dollari utilizzati dall'Ambrosiano Group Promotion per l'acquisto delle azioni della "Capitalfin", ma soltanto 3 milioni e 900 mila dollari erano stati effettivamente impiegati per tale scopo, perché la somma residua, pari a 2 milioni e 340 mila dollari il giorno 11 febbraio 1977 era finita sul conti della società "Manic", e fu da questa tranche che furono prelevati un milione e 200 mila dollari accreditati ad Ortolani. Inoltre si accertava che nel novembre del 1977, utilizzando un finanziamento di 25 milioni di dollari da parte dell'Ambrosiano Group Promotion, la società panamense "Belrosa" acquistava le azioni della "Capitalfin" dal Banco Ambrosiano Overseas Limited e dallo stesso Ambrosiano Group Promotion; successivamente, ed esattamente il 30 giugno 1978, la stessa società Belrosa acquisterà, con un finanziamento della "Nordeurope", un credito che aveva la società "Capitalfin"; il 10 luglio successivo Nordeurope accorderà un altro finanziamento a Belrosa, utilizzando somme accreditate dall'Ambrosiano Group Banco Commercial e Belrosa trasferirà il finanziamento alla Capitalfin: quindi, BeIrosa, debitrice di Nordeurope, estinguerà il debito con un finanziamento dell'Ambrosiano Group Banco Commercial, e, comprando azioni della Capitalfin, ingoierà una passività consistente. Pertanto, secondo la sentenza impugnata, tutta l'operazione si era rivolta a danno del Banco Ambrosiano, perché tutte le passività confluirono nella società "Belrosa" che era gestita dal Banco Ambrosiano Overseas Limited.

 

Quindi la somma percepita da Ortolani rappresentava un danno aggiuntivo e, per essere uguale ad un terzo del prezzo di acquisto delle azioni della Capitalfin, era anche oggettivamente sproporzionata rispetto alla dedotta attività di mediazione.

 

Altri 15 milioni e 780 mila dollari erano stati accreditati il 2 marzo 1979 dall'Ambrosiano Group Banco Commercial al Banco Financiero, a Montevideo, appartenente ad Ortolani.

 

Spiegherà l'imputato in un suo memoriale che la somma era stata impiegata perché la società "Montreal" acquistasse un immobile a Buenos Aires che Calvi voleva adibire a sede per una filiale del Banco Ambrosiano: senonché si accertava che per tale acquisto erano stati impiegati meno di 7 milioni di dollari e la somma residua era stata poi trasferita presso l'Unione Banche Svizzere, sui conti personali dello stesso Ortolani, ed 1 milione e 600 mila dollari, sul conto di Licio Gelli.

 

Infine, nel settembre del 1978, una finanziaria della banca di Ortolani, a Montevideo, acquistava le azioni del Credito Varesino che erano possedute dal Banco Ambrosiano attraverso la Centrale, utilizzando però un finanziamento di 37 milioni di dollari dall'Ambrosiano Group Banco Commercial, e così La Centrale potè chiudere l'esercizio in attivo. Ma secondo le valutazioni espresse dai giudici di merito sulla base degli accertamenti espletati dalla Guardia di Finanza, quelle azioni erano state pagate 33 milioni di dollari, e cioè esattamente il doppio rispetto alla loro quotazione in borsa e l'onere per tale acquisto fu accollato al Banco Ambrosiano attraverso l'utilizzazione di cospicui prestiti, mai più restituiti da chi li aveva ricevuti.

 

L'imputato Ortolani è stato anche ritenuto colpevole della distrazione di 21 milioni di dollari in relazione al finanziamento ottenuto a favore della società "Sudan" (capo 19 della rubrica).

 

Questa società, secondo la ricostruzione dei giudici di merito, era stata costituita a Panama nel 1978, d'intesa tra Calvi ed Ortolani e nel 1980 ottenne un finanziamento dal Banco ambrosiano Overseas Limited per l'ammontare di 21 milioni di dollari; alla scadenza il prestito venne rinnovato e diviso in due parti: una, di 6 milioni di dollari, regolarmente poi restituita alla banca creditrice; l'altra, di 15 milioni di dollari, subì una ben diversa sorte.

 

Il credito che aveva verso la Sudan la banca finanziatrice fu da questa ceduto all'Ambrosiano Group Banco Commercial, utilizzato, di solito, come il ricettore dei crediti irrecuperabili. Tutta l'operazione di cessione fu finanziata dal Banco Ambrosiano, ma non venne registrata nei libri contabili.

 

Spiegherà Ortolani che tutta l'operazione era stata escogitata per due finalità: Calvi, preoccupato per l'esposizione debitoria della società Voxon, appartenente alla famiglia Ortolani, non potè fare a meno di finanziarla, e pertanto dei 21 milioni di dollari accreditati alla Sudan, 6 erano finiti alla Voxon e 15 furono restituiti allo stesso Calvi, interessato ad un investimento immobiliare nel Sud America.

 

Nelle conformi sentenze dei giudici di merito si perveniva alla conclusione che, pur prestando fede alle giustificazioni offerte dall'imputato, tutta l'operazione aveva i connotati tipici di un'attività distrattiva, in quanto il finanziamento concesso sarebbe stato utilizzato a favore di una società, la Voxon, già fortemente indebitata verso il Banco Ambrosiano, e per interessi che nulla avevano a che vedere con le necessità operative della banca finanziatrice, bensì per appagare esigenze personali di Calvi e dello stesso Ortolani.

 

Concludendo, quindi, risultava dalla documentazione acquisita in Svizzera dall'avv.to Fulvio Pelli, che tutelava, in quel Paese, gli interessi dei commissari liquidatori, che Ortolani, pur prescindendo dalle operazioni "Sudan" e "Bellatrix", aveva ricevuto, dal Banco Ambrosiano, direttamente o indirettamente, dal 1975 al 1981, oltre 1000 milioni di dollari e 15 milioni di franchi svizzeri e di questi, la maggior parte proprio nel 1981, quando cioè il dissesto del Banco Ambrosiano si era consolidato.

 

Rilevava altresì la sentenza pronunciata dalla Corte di Appello di Milano che allorquando Calvi era stato arrestato per infrazioni valutarie, era stato anche interrogato sul rapporti con Ortolani e Gelli ed aveva in quella sede affermato che era stato Ortolani a presentargli Gelli, a convincerlo perché finanziasse il gruppo Rizzoli e perché aprisse una linea di credito con la società "Sudari", operazione quest'ultima definita dallo stesso imputato come del tutto "anomala", perché compiuta senza la previsione di alcuna garanzia e senza neppure conoscere la definitiva destinazione da dare a quella così rilevante somma.

 

Nella stessa sentenza si dà atto che nel corso dell'istruttoria si era accertato che Ortolani era rimasto in Italia sino alla fine del marzo 1981: a Roma disponeva di un ufficio legale, di una segretaria e di un autista; nel 1978, a sua richiesta, gli era stato rilasciato il passaporto, rinnovato poi il 23 marzo 1981, subito dopo la perquisizione subita da Licio Gelli, a Castiglione Fibocchi. Era poi partito da Roma alla volta di Montevideo e d'allora non aveva più fatto ritorno in Italia, sino al 20 giugno 1989, giorno in cui si costituiva.

 

Il 21 ottobre 1985, a conclusione di una rogatoria internazionale, era stato interrogato in Brasile, ma si era avvalso della facoltà di non rispondere, consegnando agli inquirenti una memoria. che riguardava l'operazione Rizzoli.

 

L'11 gennaio 1989, invece, faceva pervenire un'ampia memoria illustrativa di tutte le operazioni alle quali, secondo la prospettazione accusatoria, egli aveva partecipato.

 

Sulla base di tali risultanze, sinteticamente esposte in questa sede nella prospettiva funzionale all'esame dei numerosi motivi di ricorso proposti alla valutazione del Collegio, entrambi i giudici di merito ritenevano di poter affermare la responsabilità non solo dei beneficiari dei finanziamenti erogati dal Banco Ambrosiano e dalle varie consociate estere, bensì anche di coloro che avevano fatto parte del consiglio di amministrazione, del collegio sindacale e dell'ufficio esteri del Banco Ambrosiano: si tratta dei ricorrenti Bagnasco Orazio, Prisco Giuseppe, Valeri Manera Mario, Von Castelberg Carlo, Di Mase Giacomo, Davoli Mario, Bianchi Adriano e Mennini Alessandro.

 

Ai componenti del consiglio di amministrazione, e quindi ai ricorrenti Bagnasco, Prisco, Valeri Manera, Von Castelberg e Di Mase, sia il Tribunale che la Corte di Appello di Milano hanno attribuito, a titolo di dolo eventuale, una responsabilità diretta nelle distrazioni conseguenti a tutte e tre le forme di deposito contestate dall'accusa, e cioè i depositi diretti a favore di società estere, possedute attraverso le consociate estere (capo 1-A), quelli fiduciari, effettuati attraverso altre banche estere (capo 1-B) ed i fidi concessi in Italia a vani beneficiari (capo 1-C).

 

Gli stessi imputati erano stati ritenuti colpevoli anche del reato previsto dall'art. 216 comma 1, n. 2, della legge fallimentare, per aver esposto nelle relazioni, nei bilanci e nel rendiconto presentato ai commissari liquidatori il 20 luglio 1982 fatti non rispondenti al vero in ordine alle effettive condizioni dell'azienda (capo 1-D).

 

In entrambe le sentenze dei giudici di merito si è affermato il principio che costituisce distrazione la destinazione dei beni di un'impresa a finalità diverse rispetto a quelle compatibili con l'oggetto sociale allorquando vi è l'accettazione preventiva, esplicita o implicita, del risultato negativo di una determinata operazione.

 

E pur riconoscendo l'autonomia giuridica delle consociate estere del Banco Ambrosiano, in entrambe le decisioni dei giudici di merito si è sostenuto che lo storno dei fondi dal patrimonio delle stesse consociate estere aveva inciso direttamente e negativamente sulla consistenza patrimoniale del Banco Ambrosiano, sicché, una volta distratti, il credito verso le consociate estere era irrecuperabile, e poi perché il dissesto delle stesse consociate comportava, come conseguenza diretta, la diminuzione del valore delle partecipazioni azionarie che il Banco Ambrosiano disponeva.

 

Quanto poi all'elemento psicologico del reato, i giudici di merito affermavano che ai fini della configurabilità del reato di bancarotta per distrazione è sufficiente il dolo generico, insito nella consapevole volontà del fatto distrattivo, implicante l'accettazione delle conseguenze della condotta: quindi, si riteneva dimostrata, per ciascuno degli imputati, la sussistenza del dolo eventuale, perché essi, accettando passivamente e sistematicamente tutte le iniziative assunte da Roberto Calvi, avevano offerto un determinante contributo al dissesto del Banco Ambrosiano, approvando operazioni senza un'adeguata istruttoria, senza assicurarsi della congruità delle garanzie, né della solubilità dei debitori, ma soprattutto avevano avallato operazioni non compatibili con gli interessi della banca, accettando il rischio della perdita patrimoniale come conseguenza della loro condotta che si era realizzata in aperta violazione dei loro doveri d'ufficio.

 

Analoga conclusione è stata assunta nel confronti di Davoli Mario, componente del collegio sindacale, osservandosi che il controllo dei sindaci, così come delineato nell'art. 2403 c.c., non è esauribile in una mera verifica formale, ma investe il riscontro effettivo tra la realtà e la sua apparente rappresentazione, senza sconfinare nelle libere scelte imprenditoriali.

 

In entrambe le sentenze si è altresì osservato che per dimostrare il dolo eventuale degli amministratori in relazione alle contestate distrazioni sussistevano numerosi elementi sintomatici della percepita consapevolezza della loro illiceità, elementi definiti "segnali di allarme", i quali andavano valutati nella loro convergente rilevanza probatoria, pur se incidenti, in varia misura, in relazione alle diverse posizioni dei singoli imputati.

 

Tra tali "segnali d'allarme" un posto di primaria importanza è stato attribuito all'ispezione della Banca d'Italia, conclusasi con il rapporto del dr. Padalino, ed ai successivi e reiterati inviti a fare chiarezza sulle esposizioni debitorie delle consociate estere e sulle loro cause.

 

Si erano poi susseguiti, ed in rapida successione:

 

1) l'arresto di Calvi per le gravi infrazioni valutarie connesse alla gestione della finanziaria del Banco Ambrosiano, e cioè della società "La Centrale";

 

2) la pubblicazione, sulla stampa, degli elenchi degli affiliati alla P2, dai quali si desumeva non solo che molti destinatari di finanziamenti erano a quella loggia iscritti, ma che personaggi autorevoli di quella organizzazione frequentavano Calvi con particolare assiduità proprio nell'ultimo periodo, e cioè tra la fine del 1981 ed il 1982;

 

3) le dimissioni di Carlo De Benedetti, motivate attraverso l'esplicito riferimento alla materiale impossibilità di svolgere le sue funzioni;

 

4) le dimissioni di Leoni, Botta e Costa dal consigli di amministrazione delle consociate;

 

5) numerosi e reiterati rilievi critici erano apparsi sulla stampa, sia prima che dopo le dimissioni di De Benedetti, che ponevano in discussione i criteri di gestione dell'azienda, già negativamente caratterizzata dall'elevata incidenza dell'intermediazione secondaria.

 

Inoltre la Corte di Appello di Milano, disattendendo alcuni rilievi critici prospettati nei motivi di appello, dalla difesa degli imputati, escludeva che potesse avere efficacia esimente la delega che, di fatto, era stata concessa a Calvi nella gestione della banca, posto che sui componenti del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale incombeva, comunque, l'obbligo di vigilare su quella gestione, e tale obbligo non era certo delegabile.

 

Quanto poi alla bancarotta documentale (Capo 1-D), la sentenza della Corte di Appello, richiamandosi ad una giurisprudenza di questa Suprema Corte, osservava che le regole desumibili dagli artt. 2423 c.c. e segg., regole che sono alla base della disciplina del bilancio di una società per azioni, si riflettono essenzialmente sul "principio di verità" ed il limite alla discrezionalità tecnica nell'esposizione delle varie poste risiede nella fedeltà dell'informazione, con la conseguenza che l'ipotesi contestata agli imputati era pienamente configurabile, una volta accertatosi che il pareggio del conto profitti e perdite era avvenuto attraverso l'utilizzazione di un espediente che alterava la realtà, e cioè attraverso un'eccessiva rivalutazione del patrimonio; inoltre, la stessa appostazione riguardante le partecipazioni azionarie era stata fatta tenendo conto solo del costo storico delle azioni e non della loro mutata quotazione sul mercato.

 

Quanto poi alla ricerca e valutazione dell'elemento psicologico di tale reato, la stessa sentenza evidenziava che il dolo degli imputati si identificava nella volontà di determinare un erroneo convincimento presso gli azionisti e presso i terzi sull'effettiva situazione in cui versava il Banco Ambrosiano, volontà che non era stata disgiunta, almeno per i beneficiari di alcuni finanziamenti senza possibilità di restituzione, dal proposito di acquisire rilevanti profitti.

 

Irrilevanti, anche sotto il profilo della valutazione dell'elemento psicologico del reato, veniva giudicato il fatto che qualche componente del consiglio di amministrazione avesse fatto esaminare le bozze dei bilanci, prima della loro approvazione, ad alcune società di revisione, posto che gli "indici di allarme" che gli imputati avevano percepito dovevano imporre ben più specifici accertamenti, che non si esaurissero nella verifica formale delle apparenze contabili.

 

Quanto al bilancio del 1981, entrambe le sentenze dei giudici di merito davano atto che si erano registrate previsioni di perdite solo con riferimento alle posizioni di sofferenza, che ammontavano a 66 miliardi di lire, ma non si erano considerati i crediti per gli interessi di mora.

 

Quanto ai "crediti incagliati", cioè di difficile esigibilità, pari a 216 miliardi, si era previsto un fondo rischi per soli 81 miliardi, senza neppure considerare che quel crediti, più che di difficile esigibilità, erano ormai irrecuperabili. Inoltre il valore della partecipazione nella holding era stato determinato solo sulla base del bilancio, senza tener conto dei crediti immobilizzati dal Banco Ambrosiano Holding nei confronti delle altre consociate estere, e non si era registrata la passività potenziale di 54 miliardi, conseguente alla notificazione della citazione da parte della Procura Generale della Corte dei Conti che aveva chiesto il risarcimento dei danni, quantificandolo in tale cifra, in seguito alle infrazioni valutarie commesse da Calvi nella gestione della società "La Centrale".

 

Falsi venivano ritenuti anche i bilanci precedenti all'esercizio 1981, a partire da quello del 1978, perché i crediti verso le banche estere che si erano prestate a fare da intermediarie nello smistamento dei fondi erano dei veri e propri immobilizzi, ed il fondo rischi era sempre rimasto immutato: non si era tenuto conto della progressiva svalutazione delle partecipazioni, ma queste erano state rivalutate sulla base della modifica del cambio.

 

In appello veniva altresì confermata per gli stessi imputati, tranne che nei riguardi di Orazio Bagnasco, assolto da tale accusa per non aver commesso il fatto, la condanna per le false indicazioni contenute nel "rendiconto" che, ai sensi dell'art. 60 della legge bancaria, era stato presentato ai commissari liquidatori: in quel documento contabile, che aveva la peculiare funzione di rappresentare la reale situazione economica della società in quel momento, non si era fatto riferimento all'esposizione debitoria verso le consociate estere e tutti i crediti erano stati indicati al valore nominale, senza avere riguardo al fatto che molti erano inesigibili.

 

Si era poi fatta apparire una differenza attiva di 28 miliardi, senza conteggiare le minusvalenze, gli accantonamenti.

 

Sugli ammortamenti e sul debito complessivo delle consociate, che superava i 512 miliardi, non si era fatta alcuna valutazione, anzi si erano calcolati gli interessi, dando con ciò per scontato che tutti i crediti erano recuperabili.

 

Per quanto, invece, riguarda l'altra, autonoma ipotesi di bancarotta contestata agli stessi imputati al capo 1-E e, per il solo Davoli, al capo 2-E, sotto il profilo della violazione dell'art. 223 dlla legge fallimentare in relazione ai reiterati finanziamenti fatti dal Banco Ambrosiano alla società "Suprafin", costituita nel 1971 per il controllo costante delle azioni del Banco Ambrosiano, la Corte di Appello di Milano, in parziale riforma della sentenza del primo giudice, confermava la condanna solo nei confronti dell'imputato Mario Valeri Manera, perché soltanto costui, per aver ricoperto ininterrottamente la carica di componente del consiglio di amministrazione dal 1973 al 17 giugno 1982, aveva partecipato alle riunioni nelle quali si era deliberata la costituzione e l'ampliamento della linea di credito che era stata aperta nel confronti di tale società, e che aveva comportato l'assunzione di un impegno finanziario per oltre 65 miliardi, per la negoziazione di azioni proprie.

 

Viceversa, era confermata la condanna per i due funzionari dell'ufficio esteri del Banco Ambrosiano, Bianchi Adriano e Mennini Alessandro, ritenuti entrambi responsabili di due distinte ipotesi di bancarotta fraudolenta per distrazione (capi 3-A e 3-B) in relazione alla concessione di fidi e depositi a favore delle consociate estere del Banco Ambrosiano e delle società da queste possedute o controllate, nonché a favore delle banche estere che avevano offerto la loro collaborazione per i numerosi depositi fiduciari.

 

Entrambi gli imputati facevano parte del "comitato di credito" presso il Banco Ambrosiano ed avevano lo specifico compito di predisporre le "schede informative" in relazione a ciascuna operazione che avesse comportato la concessione di finanziamenti, e pur essendo gerarchicamente sottoposti a Leoni, Botta e Costa, non avevano mansioni meramente esecutive, ma anch'essi godevano della piena fiducia di Calvi.

 

Entrambi, inoltre, avevano fatto parte del consiglio di amministrazione dell'Artok Bank di Nassau; ed un analogo incarico aveva rivestito Mennini presso l'Inter Alpha, una holding lussemburghese della quale faceva parte anche il Banco Ambrosiano Overseas Limited, incarichi che, da un lato, esaltavano la competenza tecnica di chi li ricopriva e, dall'altro, deponevano, secondo le concordi valutazioni formulate dal Tribunale e dalla Corte di Appello di Milano, per la loro responsabile adesione alla strategia di Calvi, posto che l'osservatorio privilegiato di cui disponevano non consentiva di ignorare né l'esistenza dei depositi fiduciari, né i finanziamenti senza possibilità di ritorno alle consociate estere ed alle società che a quelle consociate erano collegate.

 

Del tutto autonoma, rispetto alla posizione degli altri componenti del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, è quella di Carlo De Benedetti, al quale è stato contestato il reato previsto dagli artt. 216, primo comma, n. 1, e 219, primo comma, della Legge Fallimentare (capo 33 della rubrica), perché quale Vice presidente del Banco Ambrosiano, in concorso con Roberto Calvi, poneva in essere un accordo per definire la sua uscita dal Banco Ambrosiano, mediante il quale le azioni acquistate da due sue società., la "Clr" e la "Finco", venivano cedute al prezzo fissato nel momento in cui l'imputato era entrato a far parte del Banco Ambrosiano, oltre agli interessi ed alle spese, e, contemporaneamente, le società "CIR" e "Temsa" venivano liberate dall'obbligo dell'acquisto delle emittende azioni Briaschi, del valore di 32 miliardi di lire, attraverso l'assunzione di un uguale impegno da parte della società finanziaria del Banco Ambrosiano, "La Centrale", che versava all'imputato, utilizzando finanziamenti del Banco Ambrosiano, 27 miliardi di lire.

 

Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano il 24 settembre 1982 notificava a De Benedetti una comunicazione giudiziaria nella quale faceva riferimento alle indagini che si stavano svolgendo dopo la dichiarazione d'insolvenza del Banco Ambrosiano, indagini che avrebbero potuto condurre alla configurazione, nei suoi confronti, quale componente del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, dei reati previsti dagli artt. 216, primo comma, n. 1 e n. 2, 223, primo e secondo comma, e art. 219 della legge fallimentare e art. 2621 c.c.

 

L'imputato, presentatosi al pubblico ministero, il 6 giugno 1983 veniva interrogato: in quella sede, dopo aver escluso di aver potuto in qualche modo partecipare all'amministrazione del Banco Ambrosiano, spiegava al pubblico ministero che vani erano stati tutti i tentativi da lui fatti per una riorganizzazione dell'azienda e, quindi, manifestati il suo dissenso e la sua protesta, era stato invitato da Calvi, attraverso l'avv.to Luigi Chiaraviglio, ad abbandonare senza indugio il Banco Ambrosiano; aveva quindi dovuto subire tale perentorio invito e poiché per entrare nel Banco Ambrosiano aveva acquistato un milione di azioni, allorquando si era dimesso aveva ottenuto il rimborso di quanto aveva speso, somma alla quale erano stati aggiunti gli interessi e le spese.

 

L'istruttoria veniva formalizzata e dopo l'acquisizione di alcune testimonianze, nonché di altri interrogatori dell'imputato da parte del giudice istruttore e di alcune memorie della difesa che si soffermavano sull'analisi delle modalità con le quali, contestualmente alle dimissioni, si erano regolati i rapporti patrimoniali tra le parti, gli atti venivano dal giudice istruttore restituiti al pubblico ministero perché "formulasse le sue richieste in ordine alle contestazioni".

 

Ed il pubblico ministero il 31 marzo 1987 chiedeva che venisse contestato a De Benedetti, con mandato di comparizione, il reato previsto dall'art. 629 c.p., perché nel contesto di una sua decisa contrapposizione a Roberto Calvi, circa i criteri di gestione della banca, aveva imposto, come condizione essenziale per dimettersi dall'azienda, ed aveva ottenuto, il rilevamento delle azioni acquistate con il prezzo versato all'atto dell'acquisto, maggiorato degli interessi e delle spese, nonché l'esonero dall'onere di acquistare le emittende azioni Brioschi, procurandosi in tal modo un ingiusto profitto ed avvalendosi dell'intimidazione da lui esercitata su Calvi attraverso la prospettava che un'ulteriore sua permanenza nel Consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, per i contrasti che si erano già manifestati, con particolare riferimento alla situazione estera, avrebbero comportato la scoperta dell'occulto meccanismo e del Dissesto del Banco, fatti che Calvi aveva interesse a nascondere.

 

Nella stessa richiesta del 31 marzo 1987 il pubblico ministero, nel chiedere la contestazione di tale reato, aveva altresì chiesto l'audizione di tutti coloro che avevano partecipato alle trattative conseguenti alla richiesta di dimissioni, "al fine di accertare se De Benedetti fosse stato consapevole della provenienza dal Banco Ambrosiano del denaro versatogli per l'acquisto delle azioni del Banco Ambrosiano e per il pagamento delle azioni Brioschi" giacché, in caso affermativo, "si sarebbero profilati ulteriori aspetti suscettibili di apprezzamento penale".

 

Il giudice istruttore, riottenuta la disponibilità degli atti, il 4 maggio 1987 inviava una nuova comunicazione giudiziaria a De Benedetti, informandolo che si procedeva nel suoi confronti anche per il delitto di estorsione.

 

L'imputato, presentatosi al giudice istruttore il 1° giugno 1987, escludeva di avere usato intimidazioni o pressioni di alcun genere per ottenere quello che gli era stato riconosciuto e ribadiva che tutta l'operazione si era conclusa in pochi giorni, per volontà di Calvi, e con il conseguimento di quanto da lui speso per entrare a far parte del Banco Ambrosiano.

 

Restituiti gli atti al pubblico ministero per le sue determinazioni, questi in data 8 novembre 1987 insisteva per l'emissione del mandato di comparizione per il delitto di estorsione, e, preso atto che il supplemento di istruttoria era stato espletato, così come richiesto, osservava che "l'ulteriore sviluppo istruttorio aveva evidenziato che non esistevano ragioni atte ad inficiare le argomentazioni poste a fondamento dell'originaria richiesta del 31 marzo 1987", concernenti la contestazione del reato di estorsione.

 

La fase istruttoria si concludeva dinanzi al giudice istruttore il 7 aprile 1989 con un provvedimento complesso: l'imputato veniva prosciolto dal delitto di estorsione, perché il fatto non sussiste e, con la stessa sentenza, si dichiarava I'improbabilità dell'azione penale in relazione al reato di bancarotta.

 

Avverso tale sentenza proponeva appello il pubblico ministero, ma soltanto in relazione al proscioglimento del delitto di estorsione.

 

Nelle more del procedimento entrava in vigore il nuovo codice di procedura penale, ed, al sensi dell'art. 25 delle Norme Transitorie, una volta trasferite le funzioni della Sezione Istruttoria alla Corte di Appello, il procedimento veniva assegnato ad una sezione a tale scopo predisposta e questa il 21 febbraio 1990 conferiva al suo presidente il compito di emettere a carico di De Benedetti un mandato di comparizione per il reato di cui agli artt. 110 e 203, primo comma, c.p., e all'art. 216, primo comma, n. 1, della legge fallimentare, nel termini indicati al capo 33 della rubrica, mandato che veniva emesso il 5 marzo 1990.

 

La difesa dell'imputato proponeva immediato ricorso per cassazione, ritenendolo un provvedimento "abnorme", ma il ricorso, deciso da questa Sezione il 26 agosto 1990, veniva respinto, escludendosi che quel mandato potesse essere ricompreso nella categoria degli "atti abnormi".

 

Quindi l'istruttoria formale, su difforme parere del pubblico ministero, si concludeva con il rinvio a giudizio dell'imputato per il reato di bancarotta e con la conferma del proscioglimento per il reato di estorsione.

 

Ed il procedimento che era stato superato da quello principale, per la sua particolare complessità, alla quale non erano state estranee le vicende istruttorie, il 30 aprile 1991 veniva riunito presso il Tribunale di Milano, nel corso della istruttoria dibattimentale e si concludeva con la condanna dell'imputato ad anni sei e mesi quattro di reclusione; in appello la condanna era confermata, ma all'imputato venivano concesse le attenuanti generiche, giudicate equivalenti all'aggravante di cui all'art. 219, primo comma, della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267) e la pena era ridotta ad anni quattro e mesi sei di reclusione.

 

Quanto al rilievi prospettati dalla difesa in relazione all'ordinanza del Tribunale del 30 aprile 1991 e con la quale era stata disposta la riunione dei procedimenti, la Corte di Appello di Milano osservava ch'essi erano infondati, in quanto la riunione si era resa necessaria ed era stata disposta con tempestività, perché numerosi imputati del procedimento principale si erano riferiti proprio a De Benedetti nel contestare le accuse nelle quali erano coinvolti.

 

Rilevava altresì la Corte che anche in relazione alla posizione di De Benedetti andava applicata la disciplina del codice di procedura penale del 1930, non essendo il mandato di comparizione compreso tra gli atti idonei a giustificare l'immediata applicazione delle nuove disposizioni.

 

Quanto, invece, alle censure dedotte dalla difesa in ordine all'esercizio dell'azione penale, osservava la Corte di Appello di Milano, riproponendo sostanzialmente le stesse argomentazioni del primo giudice, che non solo l'appello istruttorio è sottratto ai limiti conseguenti al rispetto del principio devolutivo dell'appello, e del divieto della "reformatio in peius", ma che si era anche in presenza di un'ipotesi in cui il "fatto" contestato era rimasto immutato nel suo nucleo essenziale, e cioè la sottrazione di attività in danno del Banco Ambrosiano, e che, comunque, vi era un rapporto di vera e propria identità tra il delitto di estorsione e quello di bancarotta fraudolenta per distrazione, in quanto le "varianti" erano rappresentate solo da modalità marginali ed esecutive della condotta, non certo idonee a precludere la possibilità di attribuire al fatto contestato, nella sua completezza, quella diversa qualificazione giuridica.

 

Nel merito, infondate venivano giudicate le osservazioni critiche formulate dalla difesa in ordine alla motivazione della sentenza del Tribunale.

 

Osservava in particolare la Corte di Appello di Milano che De Benedetti, nominato su proposta di Calvi, il 18 novembre 1981, membro del consiglio di amministrazione e vice presidente del Banco Ambrosiano, si era poi dimesso il 22 gennaio 1982; ma già in data 12 gennaio 1982, nel corso di una riunione presso il "Comitato di Finanza" della banca, organo del quale egli faceva parte, aveva preteso che fosse dato atto, a verbale, che nonostante le sue insistenti e numerose richieste, non era stato informato del reparto estero, né delle cause che potevano giustificare il disastro.

 

E subito dopo quella riunione, quella stessa sera, Calvi aveva dato un ampio mandato all'avvocato Chiaraviglio perché inducesse De Benedetti a lasciare il Banco Ambrosiano, prospettandogli che nel caso avesse rifiutato, egli sarebbe riuscito nella ormai prossima riunione del consiglio di amministrazione a fargli revocare ogni incarico.

 

Le trattative per convincere De Benedetti si conclusero in cinque giorni, in quanto il 17 dicembre 1981 egli sottoscrisse, alla presenza dell'avvocato Chiaraviglio la lettera di dimissioni.

 

Ma siccome per entrare a far parte del Banco Ambrosiano De Benedetti aveva dovuto acquistare un milione di azioni della stessa banca, intestandole a due società del suo gruppo, la "CIR" e la "Finco" per l'importo di 51.992.250.000 lire, non disponendo di tale ingente somma in contanti, aveva provveduto, secondo la ricostruzione dei giudici di merito, in questo modo: 24 miliardi li aveva versati cedendo obbligazioni convertibili, e 27 miliardi, in contanti, attraverso lo sconto concessogli dal Credito Commerciale di alcune cambiali - tratte, accettate dalla società "Sogea" del gruppo Giorgio Cabassi, cambiali che erano finite in possesso dell'imputato allorquando due sue società, la "CIR" e la "Temsa" avevano ceduto alla "Sogea" la totalità delle azioni di altre due società, la "Sella" e la "Fusac" che più non interessavano alla strategia imprenditoriale perseguita da De Benedetti.

 

La vendita di tali azioni era stata fissata in 20 miliardi, ma a questa somma andavano aggiunti altri 12 miliardi per i crediti che la CIR vantava nei confronti della Sella e della Fusac.

 

A sua volta la società Sogea, acquirente di quelle azioni, non disponendo dell'intera somma di 32 miliardi, rilasciava quelle tratte, scadenti il 30 novembre 1982, con l'impegno da parte di De Benedetti che si sarebbero dovute convertire nell'acquisto di azioni della società Brioschi, di prossima emissione, impegno che De Benedetti aveva trasferito alla finanziaria del Banco Ambrosiano, e cioè alla Centrale, allorquando aveva deciso di far parte di quell'istituto bancario.

 

Quando poi, due mesi dopo, a De Benedetti viene comunicato che doveva abbandonare il Banco Ambrosiano, l'avvocato Chiaraviglio lo rese partecipe del fatto che Calvi era disponibile ad acquistare le azioni del Banco Ambrosiano di cui De Benedetti era in possesso, pagandogli immediatamente 51.315.219.826 lire, e cioè la somma versata per quell'acquisto, maggiorata degli interessi e delle spese, e quanto all'impegno per le emittende azioni Brioschi, esso sarebbe rimasto a carico della Centrale.

 

Senonché De Benedetti, non riponendo più alcuna fiducia in Calvi e nelle società che, come la Centrale erano da lui dirette, chiese ed ottenne che quest'ultima società si sostituisse alla CIR dando immediata esecuzione all'impegno assunto con la Sogea: quindi la Centrale versava 27 miliardi, ottenendo in compenso le tratte Sogea che scadevano nel novembre 1982, e quanto all'acquisto delle azioni del Banco Ambrosiano, provvedeva un'altra società fiduciaria, la Cofircont, la quale poi nello stesso giorno e cioè il 22 gennaio 1982 le cedeva allo stesso prezzo ad una società di Pesenti Carlo, l'"Italmobiliare": dalle indagini espletate era emerso che il 22 gennaio 1982 il Banco Ambrosiano aveva fatto un bonifico al Credito Commerciale di 81.479.898.000, ed a favore della società Cofircont, la quale, a sua volta, faceva accreditare 54.479.890.000 sul conti delle società CIR e Finco ed altri 27 miliardi sul conti della sola CIR, in relazione al ritiro delle tratte Sogea e la Centrale si impegnava all'acquisto delle azioni Brioschi al prezzo originariamente pattuito, e cioè per 32 miliardi.

 

Secondo le concordi conclusioni dei giudici di merito, tutta l'operazione aveva avuto una connotazione "ripristinatoria" della situazione preesistente all'ingresso di De Benedetti nel Banco Ambrosiano, ma ciò nonostante essa si era risolta a danno di quest'ultimo: le azioni non erano state cedute al prezzo di mercato, bensì a quello versato all'atto di acquisto e con una maggiorazione di circa due miliardi e mezzo, sia pure a titolo di interessi e di rimborso spese e soprattutto De Benedetti aveva ottenuto, immediatamente, ed in contanti, la somma di 27 miliardi a fronte di tratte che, sia pure per il maggior importo di 32 miliardi, sarebbero scadute soltanto il 30 novembre 1982, e tutto ciò non era certo nell'interesse del Banco Ambrosiano, ma unicamente perché l'imputato abbandonasse la gestione di quell'azienda, ed in aperta violazione dell'art. 38 della legge bancaria all'epoca vigente, posto che ogni accordo era stato raggiunto quando ancora l'imputato faceva parte del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano.

 

Riproponendo le argomentazioni del primo giudice, osservava altresì la Corte di Appello di Milano che allorquando De Benedetti era entrato a far parte del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, non solo Calvi era già stato arrestato perché accusato di gravi infrazioni valutarie, ma era stato già pubblicato l'elenco degli affiliati alla P2. Ed il nome di Calvi, accomunato a quelli di Sindona, Rizzoli, Tassan Din, Gelli e Pazienza, tutti iscritti alla stessa loggia massonica, era apparso su quotidiani di notevole diffusione.

 

La Corte di Appello di Milano dava atto che De Benedetti era entrato a far parte del Banco Ambrosiano perseguendo l'ambita prospettiva di assumere la presidenza, come peraltro gli era stato lasciato intravedere dallo stesso Calvi, né poneva in dubbio il fatto che De Benedetti fosse animato dal proposito di riorganizzare quell'azienda secondo innovati criteri di efficienza e di trasparenza, come era stato preannunciato dall'imputato nel corso di un'intervista rilasciata il 19 novembre 1981 al quotidiano La Repubblica.

 

La stessa Corte ricordava altresì che vani erano risultati tutti i tentativi fatti da De Benedetti per realizzare il suo ambizioso programma, ma soprattutto deludenti erano state le pur legittime aspettative di acquisire immediate ed esaurienti informazioni sull'esposizione debitoria e sulle cause che l'avevano determinata.

 

Ricordavano altresì entrambi i giudici di merito che il 27 novembre 1981 De Benedetti aveva ricevuto una lettera anonima dalla Svizzera contenente generiche minacce; il 4 dicembre 1981 lo stesso Calvi, che già lo aveva emarginato, gli aveva raccomandato "particolare attenzione", asserendo che a Roma stavano preparando su di lui un dossier che sarebbe apparso sulla stampa in relazione alla P2; l'8 dicembre successivo, apparsa la notizia di un nuovo mandato di comparizione per Calvi, De Benedetti, preoccupatosi, decide di scrivergli una lettera, chiedendo espressamente di essere messo al corrente della situazione italiana ed estera del gruppo ed invoca una risposta scritta su tutti i quesiti proposti; ma Calvi non solo non risponde, ma il 21 dicembre, alla presenza di Rosone e Micheli, lo invita a non insistere con quelle richieste, perché mai avrebbe da lui ricevuto risposta alcuna, ed anzi gli propone di apporre la sua sigla ai margini di ogni quesito indicato sull'originale della lettera pervenuta il 13 dicembre, sì da far apparire, contrariamente al vero, che tutte le domande poste avevano ottenuto adeguate risposte; ma De Benedetti aveva rifiutato energicamente tale proposta ed aveva inviato a Calvi un'altra lettera con la quale, dopo aver dato atto che nessuna risposta ai vari quesiti aveva ottenuto, chiedeva che gli venissero posti a disposizione il rapporto ispettivo della Banca d'Italia, sottoscritto dal dr. Padalino e le controdeduzioni presentate dal Banco Ambrosiano; il 19 dicembre solleciterà invano la risposta, sinché, il 12 gennaio 1992, riunitasi per la terza volta, la Commissione Finanza, nella quale De Benedetti rivestiva la carica di vice presidente, lo stesso imputato ebbe modo di dare pubblicamente atto che, sostanzialmente, non era stato posto in grado di esercitare le sue funzioni: egli non si limitò, in quella sede, a manifestare genericamente il suo dissenso sul funzionamento della stessa commissione, ma precisò che gli argomenti venivano posti all'ordine del giorno senza alcuna preventiva informazione, sicché non era possibile dare un motivato giudizio, per la "totale disinformazione" delle materie sottoposte all'esame.

 

Osservava infine la Corte di Appello di Milano che, nonostante i pressanti e reiterati tentativi fatti dall'avvocato Chiaraviglio, portavoce di Calvi nelle trattative per indurre De Benedetti a lasciare il Banco Ambrosiano, e pur dopo l'intervento dell'avvocato Prisco, sempre dimostratosi solidale con Calvi, De Benedetti non aveva voluto modificare la motivazione della lettera di dimissioni da lui sottoscritta, motivazione che riproduceva una sua conclusiva constatazione, e cioè l'essere posto nella condizione di non poter esercitare le sue funzioni.

 

Ciononostante la Corte rilevava che sussistevano motivi sufficienti per confermare la decisione del primo giudice, in quanto dalle su esposte circostanze emergeva che l'imputato era a conoscenza delle difficoltà economiche del Banco Ambrosiano: egli, non sapeva solo delle vicende personali di Calvi, coinvolto nel processo per infrazioni valutarie, ma ampi squarci sul rapporto Padalino erano stati aperti dalla stampa, e, soprattutto, De Benedetti, dopo aver fatto esaminare i bilanci da un consulente di sua fiducia, cioè dal prof. Vitali, sapeva che soltanto nell'arco di pochi mesi erano affluiti al Banco Ambrosiano Andino, ed in un Paese che non poteva assorbire investimenti imponenti, ben 700 milioni di dollari; sapeva quale contributo aveva offerto lo IOR a Calvi nelle vane operazioni distrattive, com'era dimostrato - secondo la Corte - dal fatto che De Benedetti nel corso di un colloquio, al Vaticano, con il cardinale Silvestrini, non aveva esitato a definire "ladro" monsignor Marcinkus; ed infine, dopo averne parlato con il Ministro del Tesoro, una volta dimessosi, si era rivolto a Luigi Lucchini, raccomandandogli di disfarsi presto delle azioni del Banco Ambrosiano.

 

Pertanto, quando si era dimesso ed aveva definito ogni rapporto economico con il Banco Ambrosiano, l'imputato, secondo la concorde valutazione dei giudici di merito, non solo conosceva in quali condizioni quella banca versava, ma aveva approfittato di una posizione di forza all'interno della compagine del Banco Ambrosiano, posizione derivante dal fatto che la sua presenza, a causa delle pressanti richieste di conoscere la genesi e l'ammontare delle esposizioni estere ed in Italia, rappresentava un grosso rischio per Calvi che temeva il pericolo della scoperta dell'architettura del suo sistema, per ottenere non solo quello che aveva versato per entrare a far parte del Banco Ambrosiano, ma anche ulteriori benefici di carattere economico, a danno della stessa banca.

 

Il fatto poi che i finanziamenti concessi dal Banco Ambrosiano all`"Italmobiliare" di Pesenti fossero stati tutti rimborsati non escludeva, a parere della Corte, il reato, posto che il rimborso era avvenuto in epoca successiva e, comunque, esso concerneva un debito che non era stato assunto nell'interesse della banca finanziatrice.

 

Né De Benedetti, a giudizio della Corte di Appello di Milano, poteva ignorare che il sostegno finanziario a tutta l'operazione era fornito dal Banco Ambrosiano: la rapidità dell'operazione, il fatto poi che si fosse fatta intervenire una fiduciaria, la società "Cofircont", i rapporti che legavano Pesenti a Calvi, erano tutte circostanze che deponevano secondo l'impugnata sentenza per il fatto che l'artefice di tutta l'operazione era Calvi e che questi agiva quale dominus del Banco Ambrosiano, tanto più che la Centrale altro non era che la finanziaria della stessa banca.

 

Quanto agli altri imputati la sentenza della Corte di Appello pronunciata il 16 giugno 1996, confermava altresì il giudizio di equivalenza tra le già concesse attenuanti generiche e le ravvisate aggravanti nei confronti di Pellicani Emilio, Cassella Gennaro, e riduceva le pene, determinandole, per Pellicani, in anni 4 e mesi 6 di reclusione, per Cassella in anni 4 e mesi 10 di reclusione; concedeva altresì le attenuanti generiche che erano state negate dal primo giudice a Bianchi Adriano, Di Mase Giacomo, Von Castelberg Carlo, Prisco Giuseppe, Davoli Mario, Carboni Flavio, Bagnasco Orazio, che giudicava equivalenti alle circostanze aggravanti, e riduceva per tutti le pene, cosi determinandole:

 

- anni 4 e mesi 6 di reclusione per Bianchi, Von Castelberg, Ciarrapico, Davoli e Pellicani;

 

- in anni 4 e mesi 2 di reclusione per Bagnasco;

 

- in anni 4 e mesi 10 di reclusione per Di Mase e Cassella;

 

- in anni 5 e mesi 3 di reclusione per Mennini;

 

- in anni 5 e mesi 4 di reclusione per Prisco;

 

- in anni 5 e mesi 7 di reclusione per Valeni Manera;

 

- in anni 8 di reclusione per Mazzotta e per Pazienza;

 

- in anni 8 e mesi 6 di reclusione per Carboni;

 

- in anni 12 di reclusione per Gelli ed Ortolani.

 

Con la stessa sentenza venivano altresì confermate le statuizioni civili del primo giudice e veniva disposta la condanna al pagamento delle spese ed onorari in favore delle parti civili che erano intervenute nel giudizio di appello.

 

Avverso tale sentenza hanno proposto tempestivo ricorso per cassazione sia gli imputati che il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Milano.

 

Il Procuratore Generale ha denunciato, con il primo motivo, la violazione dell'art. 2358 c.c. in relazione all'art. 2630, comma 1, c.c., nei confronti di Bagnasco Orazio, Davoli Mano, Di Mase Giacomo, Prisco Giuseppe, Von Castelberg Carlo, in relazione al capo della sentenza impugnata e con la quale tali imputati erano stati assolti dal reato previsto dall'art. 223, n. 1, della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), sostenendo che la Corte di Appello aveva fornito un'interpretazione riduttiva del contenuto precettivo degli artt. 2630, primo comma, e 2358 c.c., non considerando che la società Suprafin rappresentava una struttura permanente disponibile, nella strategia di Calvi, al controllo della circolazione del titolo del Banco Ambrosiano, tant'è vero che tra il 1975 ed il 1979 erano stati disposti tre aumenti di capitale, ed ancora, sia nel 1981 che nel 1982 erano state cedute azioni che erano state poi collocate sul mercato, sicché il sostegno finanziario da parte del Banco Ambrosiano era stato costante e si era realizzato con il continuo avallo del Consiglio di amministrazione e del collegio sindacale.

 

Con gli altri due motivi il Procuratore Generale denunciava l'errata applicazione degli artt. 133 e 62-bis c.p., censurando, anche sotto il profilo della completezza della motivazione, la decisone con la quale erano state concesse le attenuanti generiche a Carboni Flavio, ed i criteri utilizzati dall'impugnata sentenza ai fini della determinazione della pena nel confronti dello stesso imputato, nonché nei confronti di Mazzotta Maurizio e Pazienza Francesco.

 

Gli imputati Davoli, Bagnasco, Valeri Manera, Gelli ed Ortolani, oltre ad aver impugnato, come gli altri, la suddetta sentenza, hanno anche proposto ricorso per cassazione avverso tutte le ordinanze pronunciate dalla Corte di Appello di Milano nel corso del giudizio di appello, ma nei motivi hanno specificato che rilievi critici riguardavano, in modo particolare, le due ordinanze pronunciate, rispettivamente all'udienza del 21 marzo 1996 ed a quella successiva del 5 giugno 1996.

 

Con la prima la Corte di Appello aveva respinto, giudicandole infondate, le eccezioni sollevate dalla difesa di Ortolani Umberto sulla ritualità del giudizio, eccezioni che l'imputato riproporrà nei motivi di ricorso depositati dal suo difensore; ed analoga decisione aveva assunto in relazione alla richiesta presentata dalla difesa di Bagnasco Orazio tendente ad ottenere la rinnovazione parziale del dibattimento al fine di poter interrogare Paul Marcinkus e Luigi Mennini, preposti alla direzione dello lor, sul ruolo da entrambi svolto in questa complessa vicenda.

 

Con la stessa ordinanza veniva invece accolta la richiesta delle parti civili, concernente l'acquisizione della documentazione che riguardava le decisioni assunte dall'autorità elvetica nel confronti di Licio Gelli ed era dichiarata la manifesta infondatezza dell'eccezione d'illegittimità costituzionale proposta in relazione agli artt. 41-bis, 44 e 348 terzo comma, c.p.p. 1930.

 

Con la successiva ordinanza del 5 giugno 1996 la Corte di Appello di Milano respingeva un'ulteriore richiesta di rinnovazione parziale del dibattimento proposta nell'interesse di Bagnasco Orazio, e diretta ad ottenere l'espletamento di una perizia contabile.

 

Un'analoga richiesta era già stata respinta dal Tribunale il 4 marzo 1991, in quanto si era ritenuto che l'accertamento della situazione patrimoniale del Banco Ambrosiano doveva ritenersi definitivamente acquisita alla data del 6 agosto 1982, giorno in cui era intervenuto il decreto del Ministro del Tesoro che aveva disposto la revoca dell'autorizzazione all'esercizio del credito e la liquidazione coatta amministrativa.

 

Sia il Tribunale che la Corte di Appello di Milano giudicavano superfluo qualsiasi accertamento tecnico, ritenendo esaurienti ed affidabili le relazioni tecniche dei commissari liquidatori, tanto più che le loro conclusioni erano state confermate da specifiche indagini espletate dalla Guardia di Finanza nonché dai risultati dell'espletata istruttoria.

 

Quanto all'enunciazione dei numerosi motivi di ricorso, sia principali che aggiuntivi, e quasi tutti illustrati da analitiche memorie, il Collegio ne riserva l'esposizione all'atto della valutazione del loro contenuto e della loro rilevanza processuale, nel tentativo di offrire una più organica trattazione, imposta più che dalla pluralità e complessità delle problematiche illustrate, dalla necessità di correlare i rilievi critici prospettati dalle difese dei ricorrenti alla specificità delle singole posizioni.

 

 

Motivi della decisione

 

Osserva la Corte che preliminare rispetto ad ogni altra questione sollevata dai ricorrenti è quella prospettata dalla difesa degli imputati De Benedetti Carlo e Ciarrapico Giuseppe in relazione alla disciplina normativa applicabile nei procedimenti instaurati nei loro confronti.

 

Entrambi hanno sostenuto nei motivi di ricorso - ed il problema è stato riproposto all'attenzione della Corte anche nel corso della discussione - che nei loro confronti si sarebbero dovute applicare le norme del nuovo codice di procedura penale, in quanto ricorrevano entrambe le condizioni previste dall'art. 242, lett. a) e c), disp.att. c.p.p. approvate con decreto legislativo 28 luglio 1989 n. 271: il reato ad essi ascritto era stato contestato in epoca successiva al 24 ottobre 1989, ed altrettanto era avvenuto per la riunione dei procedimenti riguardanti ciascuno dei due ricorrenti.

 

Osserva il Collegio che il rilievo dedotto nell'interesse dei due imputati è infondato.

 

Risulta dagli atti - e di ciò hanno dato atto entrambe le sentenze dei giudici di merito - che l'imputato De Benedetti era stato ripetutamente interrogato dal giudice istruttore sul fatto reato che costituirà poi oggetto di formale contestazione allorquando la Corte di Appello di Milano, sostituitasi alla soppressa sezione istruttoria, il 5 marzo 1990 emetterà nei suoi confronti il mandato di comparizione.

 

Del resto, non va dimenticato che ancor prima che si concludesse l'istruttoria, il pubblico ministero sin dal 31 marzo 1987, pur dopo aver ravvisato nella condotta di De Benedetti il reato di estorsione, aveva espressamente chiesto un supplemento di istruttoria e proprio al fine di stabilire se poteva concorrere un'ipotesi di bancarotta fraudolenta per distrazione, tant'è vero che aveva chiesto di accertare, in modo specifico, se l'imputato fosse stato colpevole dell'effettiva provenienza dal Banco Ambrosiano delle somme che alle sue richieste erano state corrisposte.

 

Ed il giudice istruttore, conclusa l'istruttoria, non a caso avvertì la necessità di manifestare le sue decisioni in relazione anche a quell'accusa.

 

Quanto all'imputato Ciarrapico bisogna considerare che in data 23 marzo 1988 era stato eseguito, su delega del giudice istruttore, il sequestro della documentazione bancaria che concerneva l'operazione finanziaria in relazione alla quale era stata ipotizzata la sua partecipazione al reato di bancarotta fraudolenta, sequestro il cui verbale andava depositato, com'è realmente avvenuto.

 

Inoltre, il coimputato dello stesso reato ascritto a Ciarrapico, Mazzotta Maurizio, e la sua posizione non è stata separata da quella di Ciarrapico, oltre ad essere stato destinatario di due mandati di cattura, uno emesso il 18 aprile 1983 ed i secondo il 19 giugno 1983, non eseguiti a causa della sua protratta latitanza, una volta costituitosi, era stato interrogato dal giudice istruttore il 27 ed il 28 giugno 1988 anche in relazione a quella specifica accusa che coinvolgeva sia lui che il coimputato Ciarrapico.

 

Ed in base a quanto disposto dall'art. 242, lett. a), disp.att. c.p.p., perché un procedimento in corso alla data di entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale prosegua con l'applicazione delle norme anteriormente vigenti, sono sufficienti due condizioni, e cioè che sia stato compiuto un atto di istruzione del quale sia previsto il deposito e che il fatto sia stato contestato all'imputato o sia stato enunciato in un mandato ovvero in un ordine rimasto senza effetto.

 

E non può certamente contestarsi che l'interrogatorio risponda ad entrambi i requisiti: esso non solo è un mezzo con il quale il giudice procede alla contestazione del fatto reato, ma il processo verbale nel quale è contenuto deve formare oggetto di deposito, al pari di quanto è prescritto per qualsiasi provvedimento di sequestro penale.

 

Del tutto irrilevante deve ritenersi il fatto che i mandati di comparizione siano stati emessi per De Benedetti il 5 marzo 1990 e per Ciarrapico il 10 ottobre dello stesso anno, e cioè successivamente all'entrata in vigore del nuovo codice, posto che per entrambi i procedimenti si era già consolidata una situazione processuale che rendeva obbligatoria l'osservanza del codice del 1930.

 

Né a diversa conclusione può pervenirsi sulla base del fatto che la riunificazione dei due procedimenti, riguardanti i due imputati ricorrenti, sia avvenuta, con il procedimento cumulativo dal quale erano stati separati, quando già era entrato in vigore il nuovo codice, perché la riunione aveva ad oggetto procedimenti che erano tutti sottoposti alla medesima disciplina normativa, e cioè a quella del codice del 1930, e quindi non ricorrevano i presupposti per l'applicazione dell'art. 242, lett. c), disp.att. c.p.p.

 

Ne consegue che neppure si profilava l'ammissibilità di un intervento della Corte Costituzionale, sollecitato dalla difesa di Ciarrapico con il secondo motivo di ricorso, in relazione alla mancata previsione di una sanzione di nullità per la violazione dell'art. 242 disp.att. c.p.p., una volta accertatosi, sulla base delle considerazioni su esposte, che nessuna delle disposizioni contenute in quella nonna risulta essere stata violata.

 

Non può neppure essere condiviso il rilievo formulato dalla difesa del ricorrente Ciarrapico Giuseppe con l'istanza presentata il 30 marzo 1998 e riproposto nel corso della discussione, in relazione alla mancata applicazione dell'art. 513 del codice di procedura penale nuovo.

 

È doveroso dare atto che la stessa difesa aveva fatto discendere l'onere dell'immediata applicazione di quella norma, nella sua nuova formulazione, dal fatto che il procedimento dovesse essere sottoposto alla disciplina normativa del nuovo codice, presupposto rivelatosi inesistente.

 

Comunque, questa Corte non può esimersi dall'osservare che, pur dopo la pronuncia delle Sezioni Unite del 25 febbraio 1998 (ric. Gerina) che ha ritenuto applicabile in cassazione, nel silenzio della legge, la disciplina transitoria contenuta nell'art. 6 della legge 7 agosto 1997, n. 267, la questione non è proponibile nel procedimento in esame.

 

E ciò non perché il problema - come pur sarebbe agevole osservare - non era stato ritualmente proposto all'attenzione del Collegio attraverso una specifica censura dedotta tempestivamente con i motivi di ricorso: riesce difficile, infatti, conciliare lo "ius superveniens" con gli effetti preclusivi alla sua applicazione, conseguenti al mancato rispetto della tempestiva deduzione della sua violazione, se la deducibilità si dissocia dalla concreta operatività della normativa sopravvenuta.

 

Vero è, invece, che non è questa sede nella quale è possibile applicare sopravvenuti divieti di utilizzazione della prova.

 

Nel codice del 1930 non operava il principio della separazione delle fasi che, recepito nel nuovo codice, è il presupposto dal quale discendono i limiti di utilizzabilità, nel dibattimento, degli atti assunti nella fase delle indagini preliminari; così come non esisteva una sanzione generale di inutilizzabilità per le prove acquisite in violazione dei divieti stabiliti dalla legge, e rilevabile in ogni stato e grado del procedimento.

 

Né a diversa conclusione può pervenirsi per effetto dell'immediata applicabilità dell'art. 192 c.p.p. nuovo anche di procedimenti sottoposti alla precedente normativa, posto che questa norma, come più volte è stato osservato sia da larga parte della dottrina che dalla giurisprudenza di questa Corte, disciplina soltanto i criteri di valutazione della prova, ma non riguarda certamente né la sua acquisizione né la sua legittima e possibile utilizzazione processuale.

 

Pertanto, legittimamente i giudice del merito hanno utilizzato, nella valutazione della prova, anche le dichiarazioni che aveva reso Mazzotta Maurizio in relazione all'operazione finanziaria che aveva rappresentato la causa del suo coinvolgimento, insieme a Ciarrapico, nell'accusa di aver distratto al Banco Ambrosiano 31 miliardi e 168 milioni di lire, essendo esse state assunte nel rispetto della legge vigente che limiti formali non poneva alla loro utilizzazione processuale.

 

Improponibile è anche la censura dedotta dal ricorrente De Benedetti in relazione alla riunione del procedimento a suo carico ed agli effetti che ne sarebbero scaturiti.

 

L'imputato ha dedotto nei motivi di ricorso che la riunione era stata disposta dal Tribunale di Milano soltanto all'udienza del 30 aprile 1991, quando ormai l'istruttoria dibattimentale volgeva al termine, sicché l'esercizio del diritto di difesa era stato da tale provvedimento compromesso.

 

Orbene, è doveroso ricordare che, come più volte questa Corte aveva avuto modo di ribadire (cfr. Sez. V, 27 maggio 1969 ric. Spanò; Sez. III, 1 ottobre 1980 ric. Pievani), tutti i provvedimenti che dispongono la riunione dei giudizi hanno natura meramente ordinatoria e sono diretta espressione del potere discrezionale del giudice, tant'è vero che non è dalla legge neppure prevista la loro impugnabilità.

 

Né tale inoppugnabilità può essere recuperata attraverso l'impugnazione della sentenza conclusiva del giudizio, posto che il controllo di legittimità preclude, per i limiti intrinseci del suo contenuto, la ricognizione e la verifica dei motivi di economia processuale che quel provvedimento avevano giustificato.

 

Infine, la dedotta censura neppure può avere ingresso sotto il profilo dell'asserita violazione del diritto della difesa: la genericità del rilievo è rappresentata dalla sua palese infondatezza, posto che la riunione dei procedimenti, come dà atto lo stesso ricorrente, era stata disposta nel corso dell'istruttoria dibattimentale, e ciò non poteva in alcun modo precludere all'imputato non solo la verifica formale della legittima acquisizione della prova, ma anche interventi integrativi di una prova acquisita anteriormente alla riunione, e dagli atti non risulta che l'esercizio di tale facoltà sia stata preclusa all'imputato ricorrente.

 

Numerosi sono altresì i rilievi che la difesa di De Benedetti ha prospettato sotto il profilo dell'irrituale esercizio dell'azione penale.

 

Con il primo dei motivi principali si è denunciata la violazione dell'art. 185, n. 2, c.p.p., sostenendosi che il mandato di comparizione era stato emesso il 5 marzo 1990, d'ufficio, dal presidente della sezione dei procedimenti speciali presso la Corte di Appello di Milano, senza che l'organo dell'accusa, titolare dell'azione penale, avesse assunto alcuna iniziativa a tal fine.

 

Con il secondo e terzo motivo si è denunciata la violazione dell'art. 299 c.p.p., secondo comma, e dell'art. 211 del codice di procedura penale del 1930, sostenendosi che non solo la Corte di Appello di Milano aveva emesso quel mandato benché nessuna richiesta in tal senso fosse stata fatta dal pubblico ministero, ma aveva giudicato, in appello, di un reato che non aveva formato oggetto del giudizio di primo grado.

 

Con il quarto motivo il ricorrente ha dedotto la violazione dell'art. 477 c.p.p., sostenendo che la sentenza impugnata aveva ritenuto sussistente un rapporto di continenza tra l'estorsione e la bancarotta fraudolenta per distrazione, benché tra i due fatti esistesse, invece, un rapporto di evidente eterogeneità.

 

Nei motivi aggiunti e nella memoria depositata il 23 marzo 1998 la difesa ha altresì evidenziato che il mandato di comparizione era stato emesso dalla Corte di Appello di Milano, sostituitasi alla sezione istruttoria, benché l'appello avverso la sentenza istruttoria, proposto dal pubblico ministero, avesse avuto ad oggetto un reato diverso, e cioè quello di estorsione.

 

Osserva la Corte che, innanzitutto, non sono in alcun modo condivisibili i numerosi rilievi dedotti dal ricorrente in ordine al mancato promovimento dell'azione penale per il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, reato che ha formato oggetto della pronuncia di condanna da parte del Tribunale di Milano, confermata in appello.

 

A tal fine è doveroso ricordare che la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano il 24 settembre 1982 - e la circostanza non è contestata dal ricorrente - aveva inviato a De Benedetti, così come a tutti gli altri componenti del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, una comunicazione giudiziaria nella quale si faceva riferimento alle indagini che quell'ufficio stava svolgendo, dopo la dichiarazione d'insolvenza della banca, indagini che avrebbero potuto condurre alla configurazione dei reati previsti dagli artt. 216, primo comma, n. 1 e n. 2, 223 e 219 della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267) e dall'art. 2621 c.c.

 

Ma se tale comunicazione giudiziaria faceva esplicito riferimento alla partecipazione di De Benedetti alla gestione del Banco Ambrosiano, è altrettanto certo che sin dal suo primo interrogatorio, risalente al 6 giugno 1983, la contestazione aveva subito un ridimensionamento ed una specificazione che rimanevano definitivi nel procedimento: rimossa, perché rivelatasi insussistente sul piano storico, l'ipotesi di una partecipazione di De Benedetti alla gestione del Banco Ambrosiano, residuava l'ipotesi che egli avesse tratto occasione dalla richiesta di dimissioni, fattagli da Calvi, per ottenere ingiustificati profitti, e nel momento in cui l'azienda versava già in condizioni di irreversibile dissesto.

 

Pertanto, allorquando il procedimento, superata la fase delle indagini preliminari, fu dal pubblico ministero trasmesso al giudice istruttore affinché l'istruttoria proseguisse con il rito formale, il contenuto dell'accusa nel confronti di De Benedetti si era già in quel termini delineato, tant'è vero che quando ancora l'istruttoria non si era conclusa ed il pubblico ministero aveva chiesto l'emissione del mandato di comparizione per il delitto di estorsione, aveva precisato che il profitto di tale reato andava individuato nelle somme percepite dal ricorrente nel momento in cui aveva rassegnato le dimissioni dalle cariche che aveva ricoperto, per pochi giorni, presso il Banco Ambrosiano, ipotizzando che tale profitto fosse stato conseguito attraverso la rappresentazione di una grave minaccia, quale quella di rivelare alla Banca d'Italia, direttamente, o a mezzo della stampa, le reali e disastrose condizioni della banca.

 

Inoltre il pubblico ministero con la stessa richiesta sollecitava il giudice istruttore ad accertare, attraverso un'appropriata e mirata istruttoria, se l'imputato fosse stato anche consapevole che il denaro pervenuto, attraverso la società Cofircont, alle società CIR e Finco, a lui appartenenti, proveniva dal Banco Ambrosiano, perché se tale accertamento avesse avuto esito positivo, si "sarebbero profilati ulteriori aspetti suscettibili di apprezzamento penale" (cfr. richiesta del P.M. del 31 marzo 1987).

 

Ed è evidente che tale possibilità non poteva che evocare una concorrente ipotesi di bancarotta fraudolenta per distrazione, posto che lo stato di dissesto del Banco Ambrosiano, nella sua oggettiva consistenza, era stato dal pubblico ministero già enucleato nella formulazione dell'accusa di estorsione.

 

Ed il giudice istruttore, aderendo alla richiesta del pubblico ministero, non solo completerà l'istruttoria secondo le prospettive indicategli, ma riterrà addirittura necessario procedere ad un nuovo interrogatorio dell'imputato il 1° giugno 1987: e dal contenuto complessivo dell'atto risulta che sia le contestazioni che le relative difese si svilupparono lungo due, paralleli binari, pur se entrambi nel circoscritto ambito delle operazioni finanziarie concluse tra De Benedetti e Calvi, con la mediazione dell'avvocato Chiaraviglio, allorquando l'imputato era stato indotto ad abbandonare il Banco Ambrosiano: da un lato, infatti, si contestava più che la paternità dell'iniziativa, l'uso di appropriate forme di intimidazione a danno di Calvi, che traevano, secondo l'accusa, il loro contenuto di insidiosa concretezza dalla posizione privilegiata assunta dall'imputato attraverso l'acquisita conoscenza dei criteri con i quali quella banca era stata gestita, e, dall'altro, si ipotizzava che quanto ottenuto da De Benedetti non fosse a lui dovuto, e rappresentava una disponibilità finanziaria che era quindi stata trasferita, in assenza di una giusta causa, da un'azienda in crisi.

 

Completata poi l'istruttoria e restituiti gli atti al pubblico ministero, è pur vero che questi insistette ancora per l'emissione di un mandato di comparizione per il solo reato di estorsione, ma contestualmente, il giorno 8 novembre 1987 rilevò testualmente che l'"intero sviluppo istruttorio aveva evidenziato che non esistevano ragioni atte ad inficiare le argomentazioni poste a fondamento dell'originaria richiesta del 31 marzo 1987", con ciò esprimendo la propria convinzione che giustificato era un rinvio a giudizio per il reato di estorsione, ma che altrettanto non era per l'altra, supposta ipotesi accusatoria, e cioè per il concorso di De Benedetti nel reato di bancarotta fraudolenta.

 

Ed infatti il giudice istruttore, resosi conto che l'istruttoria si era espletata anche in relazione a quest'ultima ipotesi, oltre che per il reato di estorsione, non a caso assunse un provvedimento complesso che ad entrambi quel reati faceva espresso riferimento: con la sentenza del 7 aprile 1979 il giudice istruttore proscioglieva De Benedetti dal reato di estorsione, e, quanto al reato di bancarotta, dichiarava l'impromovibilità dell'azione penale, osservando però nella motivazione del provvedimento, che non solo non era dimostrato, attraverso l'espletata istruttoria, che nessuna intimidazione era stata usata dall'imputato nei confronti di Calvi, ma che neppure in termini oggettivi poteva ravvisarsi un'ipotesi di responsabilità per il reato di bancarotta fraudolenta, perché ciò che De Benedetti aveva percepito allorquando aveva rassegnato le dimissioni altro non rappresentato che la restituzione di quanto aveva dovuto spendere per l'acquisto delle azioni del Banco Ambrosiano.

 

Da tale analitica ma necessaria disamina si evince che anche in relazione al reato di bancarotta, avente ad oggetto la distrazione delle somme versate alle società CIR e Finco, era stata promossa l'azione penale, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente.

 

La stessa richiesta di formale istruttoria, pur genericamente formulata dal pubblico ministero, non solo non poteva prescindere dal contenuto della prima comunicazione giudiziaria del 24 settembre 1982, ma neppure dalla successiva specificazione di quella generica accusa.

 

Né va dimenticato che l'inizio dell'azione penale, nel codice del 1930, non solo non era subordinato all'utilizzazione di sistemi precostituiti, ma neppure all'uso di formule specifiche o al solo compimento di determinati atti processuali, ma aveva un'ampia possibilità atipica di estrinsecazione, che comprendeva quella concretamente verificatasi nel caso in esame, e cioè la trasmissione degli atti al giudice istruttore con una pur generica richiesta di istruzione formale, istruzione, che, una volta delineati con maggiore specificità tutti gli aspetti del fatto avente rilevanza penale, aveva avuto ad oggetto, come già si è notato, sia l'accusa di estorsione che quella di bancarotta.

 

Ne consegue che, una volta chiesta ed esercitata l'istruttoria formale, era assolutamente preclusa l'archiviazione della notitia criminis: il provvedimento di archiviazione costituiva, secondo la consolidata elaborazione dottrinale e giurisprudenziale manifestatasi nel periodo in cui vigeva il codice del 1930, l'atto terminale della fase pre istruttoria, perché si risolveva nella ricognizione negativa dei presupposti idonei a giustificare la protrazione delle indagini.

 

Pertanto, qualora, come nel caso in esame, il pubblico ministero avesse dato inizio all'azione penale trasmettendo gli atti al giudice istruttore affinché procedesse all'istruttoria formale, non era più possibile far rivivere la possibilità dell'archiviazione non foss'altro perché ciò avrebbe determinato un'arbitraria regressione del procedimento ad una fase ormai superata proprio per effetto della richiesta della formale istruttoria: affermare il contrario significherebbe legittimare la possibilità di una revoca implicita o esplicita di quella richiesta, il che comporterebbe l'aberrante conseguenza di rendere revocabile l'inizio dell'azione penale, in palese violazione dello stesso principio dell'irretrattabilità dell'azione penale, già sancito nell'art. 75 del codice del 1930.

 

Ed allora, se incontestabile è che una volta promossa l'azione penale, e, superata la fase delle preliminari indagini, l'istruttoria non poteva che concludersi o con un'ordinanza di rinvio a giudizio, ovvero con una sentenza di proscioglimento che desse atto non già dell'inesistenza di un evento già completamente realizzatosi - quale il promovimento dell'azione penale -, bensì dell'insussistenza del fatto, ovvero dell'impossibilità di assumere questo in una determinata fattispecie penale, oppure dell'impossibilità di attribuirlo ad un determinato soggetto, secondo l'articolata e specifica previsione dell'art. 378 del vecchio codice, non può che concludersi che la sentenza pronunciata dal giudice istruttore di Milano il 7 aprile 1979 nei confronti di De Benedetti, pur contenendo, apparentemente, per un capo, e cioè per il delitto di estorsione, una pronuncia di proscioglimento, e, per l'altro capo, e cioè per il reato di bancarotta, un provvedimento di archiviazione, in realtà è, per entrambe quelle imputazioni, una sentenza di proscioglimento la cui formula terminale, l'insussistenza del fatto, abbraccia entrambe le ipotesi.

 

Del resto, se è vero che è compito indeclinabile del giudice individuare la natura giuridico processuale di un provvedimento giurisdizionale attraverso il suo procedimento genetico e, soprattutto, attraverso il suo contenuto, non dissociato dai presupposti che ne hanno consentito e giustificato l'assunzione, e se è altrettanto incontestabile che la conclusione di una istruttoria formale non è in alcun modo compatibile con l'adozione di un decreto di archiviazione, non può che concludersi nel senso che la stessa ricognizione negativa compiuta dal giudice istruttore di Milano sulla sussistenza dei presupposti idonei a giustificare l'ulteriore corso del procedimento per il reato di bancarotta fraudolenta, altro non esprimeva che il riconoscimento dell'infondatezza sostanziale dell'accusa in relazione alle acquisite risultanze istruttorie.

 

Ed un'appagante conferma a tale conclusione si trae dal contenuto di quella sentenza, perché nell'escludere ogni possibile coinvolgimento dell'imputato nel reato di bancarotta, non solo il giudice istruttore dava atto che "non risultava" essere stato violato "alcuno degli obblighi imposti dalla legge agli amministratori di società", ma anche si affermava che quanto percepito da De Benedetti costituiva "una legittima e giustificata richiesta", che, come tale, non poteva rivestire alcun carattere distrattivo.

 

E coerente con tale conclusione fu anche la scelta processuale effettuata dalla Procura di Milano, posto che questa, come già si è notato, impugnò presso la sezione istruttoria il proscioglimento di De Benedetti dal reato di estorsione, e, quanto al reato di bancarotta, non solo manifestò adesione alla decisione del giudice istruttore ed alla motivazione che era stata enunciata, ma neppure in epoca successiva assunse qualsiasi iniziativa per porre nel nulla quel provvedimento che, se fosse stato realmente assumibile nell'ambito di un decreto di archiviazione, non sarebbe stato preclusivo al promovimento dell'azione penale per lo stesso fatto.

 

Viceversa, anche la Procura di Milano interpretò quel provvedimento nell'unico modo che era consentito dalla sua genesi e dal suo contenuto, e cioè come la naturale conclusione dell'espletata istruttoria formale: una sentenza di proscioglimento che aveva ad oggetto due distinti reati, a nulla rilevando che fossero stati ipotizzati dall'accusa in forma alternativa, ovvero, come autorizza a ritenere più plausibile il contenuto della richiesta del 3 luglio 1987, come potenzialmente concorrenti.

 

Ma quand'anche si volesse dissentire da tale conclusione, non ritenendosi un criterio certo quello che affida all'esame del contenuto del provvedimento del giudice il mezzo per individuare la sua esatta qualificazione giuridica e si preferisse un criterio formale e, quindi, meno esposto al rischio di possibili contrastanti soluzioni, non diversa sarebbe la conclusione: il criterio formale, assolutamente certo, per individuare se un decreto di archiviazione sia stato emesso effettivamente nel limiti imposti dall'art. 74 del codice del 1930, e non sia, invece, una sentenza di proscioglimento, era stato individuato dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Sez. I, 30 aprile 1975, ric. Gori) nell'obbligo di accertare se da parte del pubblico ministero fosse stata promossa l'azione penale nei confronti di un determinato soggetto, giacché solo se tale accertamento avesse avuto esito negativo si sarebbe potuto parlare di un decreto di archiviazione che avesse dato atto della improponibilità dell'azione penale.

 

Ma, nel caso in esame, già si è avuto modo di verificare che, anche applicando tale criterio formale, il provvedimento del giudice istruttore di Milano non poteva essere qualificato come "decreto di archiviazione", per la semplice ragione che l'azione penale era stata promossa.

 

Dalle su esposte premesse discende, come conseguenza inevitabile, che avendo il pubblico ministero impugnato quella sentenza di proscioglimento solo in relazione al reato di estorsione, precluso era ormai l'ulteriore esercizio dell'azione penale per il reato di bancarotta.

 

Vero è che la disciplina normativa delle impugnazioni istruttorie, secondo le pressoché unanimi conclusioni alle quali erano pervenute sia la dottrina che la giurisprudenza, presentava aspetti di indubbia autonomia rispetto a quella, ben più rigorosa, prevista per il giudizio e che le limitazioni derivanti dall'effetto devolutivo dell'appello e lo stesso divieto della "reformatio in peius" subivano un notevole ridimensionamento, giustificato dall'avvertita necessità di adeguare quel principi generali alle particolari esigenze di una specifica fase processuale nella quale al giudice istruttore subentrava, sia pure quale giudice dell'impugnazione, la sezione istruttoria; ed è pur vero che la sezione istruttoria non poteva essere preposta al solo riesame critico della decisione impugnata, ma doveva poter provvedere, con una certa autonomia, all'integrazione dell'acquisizione probatoria e, quindi, alla rivalutazione complessiva delle risultanze istruttorie, quali che fossero state le richieste delle parti interessate.

 

Ma è altrettanto certo che in caso di sentenza plurima, e cioè con pluralità di imputazioni e quindi di decisioni la sezione istruttoria non poteva prendere in esame quei capi della sentenza del giudice istruttore che o non erano impugnabili, ovvero non erano stati impugnati dai soggetti che ne erano legittimati e nelle forme consentite dalla legge: una cosa è infatti l'oggetto del giudizio che viene devoluto con l'impugnazione, ed una altra cosa, ben diversa, è l'ampiezza dei poteri di cognizione e di decisione nell'ambito del primo.

 

Ciò che sfugge all'effetto devolutivo dell'appello istruttorio non è certo l'oggetto del giudizio, tant'è vero che non era la legge né precisato né consentito alla sezione istruttoria di sostituirsi al giudice istruttore di ufficio, ma sempre e soltanto sulla base di una rituale impugnazione, e cioè di una specifica iniziativa processuale delle parti; all'effetto devolutivo si sottraeva soltanto tutto ciò che era strettamente subordinato all'esercizio di una funzione di riesame che poteva arricchirsi del contributo positivo di una più completa indagine istruttoria, ma pur sempre correlata all'oggetto del giudizio rimesso in discussione dall'impugnazione.

 

La difesa del ricorrente ha correttamente evidenziato come non fosse neppure ravvisabile alcun rapporto di identità tra il fatto contestato a titolo di estorsione rispetto a quello ravvisato, nel corso dell'appello istruttorio, sotto il ben diverso profilo della bancarotta fraudolenta per distrazione: contrariamente a quanto si è affermato in entrambe le sentenze dei giudici di merito, è agevole osservare che non si è in presenza di una diversità che si riflette soltanto sul piano della qualificazione giuridica, ma incide, direttamente e profondamente, sugli elementi essenziali del "fatto", nella sua oggettiva complessività, oltre che nel particolare rapporto intersoggettivo che lo lega al suo supposto autore.

 

La diversità prima di proiettarsi nella descrizione della normativa di ciascuna delle due fattispecie penali, si pone negli elementi essenziali della condotta, cioè sia nell'azione che nell'evento, per coinvolgere, infine, l'oggetto giuridico della tutela penale: è doveroso ricordare che in relazione alla contestata estorsione l'accusa aveva ipotizzato - e su tale piano la difesa si era con l'accusa misurata - che De Benedetti, attraverso palesi e reticenti minacce, aveva arrecato offesa alla libera determinazione di Roberto Calvi, costringendo quest'ultimo a corrispondergli somme non dovute, ed in tal modo, quindi, aveva conseguito ingiusti e rilevanti profitti. Viceversa, nel mandato di comparizione emesso il 5 marzo 1990 - ed il cui contenuto è stato poi integralmente e fedelmente riproposto come oggetto del giudizio devoluto alla cognizione del Tribunale di Milano e, conseguentemente, alla cognizione del giudice d'appello, si era ipotizzato che De Benedetti, d'intesa con Calvi, e, quindi, concorrendo sia sul piano materiale che su quello morale, aveva distratto danaro alla società finanziaria "La Centrale", appartenente al Banco Ambrosiano, distrazione realizzatasi attraverso il rimborso del prezzo d'acquisto delle azioni, maggiorato degli interessi e delle spese, e, quindi, attraverso il riconoscimento di una pretesa che non era certamente priva di ogni possibilità di tutela giuridica, nonché mediante il trasferimento dell'onere di acquisto delle emittende azioni Brioschi alla società La Centrale, che già quell'onere aveva assunto allorquando De Benedetti era entrato a far parte del Banco Ambrosiano, società che veniva indotta ad erogare 27 miliardi, immediatamente, a fronte di cambiali tratte per il maggior importo di 32 miliardi che scadevano alcuni mesi dopo.

 

L'eterogeneità dei due "fatti reato" non consente, a parere del Collegio, neppure di ipotizzare, come invece ha prospettato l'impugnata sentenza, l'esistenza di un rapporto di "continenza", supponendo che il fatto contestato a titolo di estorsione contenesse, nella sua più vasta estensione, quello nel quale si era identificata l'ipotesi di bancarotta.

 

Il rapporto di continenza presuppone, com'è noto, la possibilità di individuare come "Identici" e, quindi, sovrapponibili, alcuni elementi del fatto ritualmente contestato, idonei e sufficienti, ad un tempo, ad integrare una diversa ed autonoma ipotesi delittuosa.

 

Viceversa, nel caso in esame, il rapporto tra le due ipotesi ancor più se posto in relazione, com'è doveroso fare, al contenuto concreto delle stesse ipotesi, si presenta con una così diffusa eterogeneità da rifiutare qualsiasi sovrapposizione, e non foss'altro perché nel passaggio dall'estorsione alla bancarotta non si modificano le sole modalità esecutive del fatto, ma si trasforma in complice chi era vittima del reato, e quindi si modifica l'individuazione del soggetto passivo e, con esso, il destinatario del pregiudizio economico, e si attribuisce al colpevole una ben diversa finalità, giacché una cosa è arrecare offesa all'altrui patrimonio ed all'altrui libera determinazione volitiva, ed altra cosa, ben diversa, è recare offesa alla garanzia dei creditori di una società che versava in stato di dissesto attraverso la fraudolenta collaborazione di chi era preposto alla sua gestione.

 

E che la diversità tra le due ipotesi esorbitasse dal confini della sola qualificazione giuridica era stato avvertito dalla stessa Corte di Appello di Milano nel momento stesso in cui aveva ravvisato la necessità di procedere alla contestazione del reato diverso da quello per il quale, in sede di istruttoria, era stato chiesto il suo intervento.

 

Pertanto, non è possibile recuperare la legittimità di quella nuova contestazione e del conseguente rinvio a giudizio neppure utilizzando il residuale criterio che fa appello al rapporto di continenza tra i due reati, ed alla Corte non resta che dover prendere atto che a De Benedetti il reato di bancarotta fu contestato nel corso dell'appello istruttorio, appello che era stato proposto dal pubblico ministero soltanto avverso il proscioglimento dal delitto di estorsione, quando ormai si era, quindi, consolidata una situazione processuale che precludeva di prendere in esame la posizione dello stesso imputato in relazione all'accusa di partecipazione alla bancarotta per distrazione, accusa in relazione alla quale l'istruttoria formale si era già conclusa con una vera e propria sentenza di proscioglimento.

 

Né a diversa conclusione può pervenirsi sol perché questa Corte con sentenza del 26 giugno 1990 aveva rigettato il ricorso che De Benedetti aveva proposto avverso il mandato di comparizione emesso il 5 marzo 1990, perché con quella decisione questa stessa sezione si limitò ad escludere l'abnormità dell'iniziativa processuale assunta dalla Corte di Appello di Milano, una volta che questa legittimamente esercitava, ai sensi dell'art. 253 disp. att. c.p.p., le funzioni che il codice del 1930 attribuiva alla sezione istruttoria, e riservò, invece, espressamente, ogni decisione sull'intrinseca validità di quel mandato e degli atti ad esso seguenti al controllo naturale del dibattimento.

 

Pertanto nessuna preclusione endo processuale può discendere da quella sentenza in relazione alla ricognizione della legittimità di quell'atto e degli effetti ad esso riconducibili ed i rilievi tempestivamente dedotti dal ricorrente sia dinanzi al Tribunale, nel corso del giudizio di primo grado, che nei motivi di appello, ed ora riproposti in questa sede con i motivi di ricorso, impongono al Collegio di trarre le conseguenti decisioni.

 

Debbono, quindi, essere annullate senza rinvio non solo la sentenza impugnata, ma anche quella del Tribunale del 16 aprile 1992, nonché quella della Corte di Appello di Milano del 27 novembre 1990 e con la quale era stato ordinato il rinvio a giudizio dell'imputato per il reato di bancarotta fraudolenta.

 

Tale conclusione preclude l'esame degli altri motivi di ricorso nell'interesse dello stesso imputato.

 

 

Bagnasco Orazio

 

Non meno complessa è la posizione del ricorrente Bagnasco Orazio, la cui difesa, nell'impugnare sia la sentenza della Corte di Appello di Milano che tutte le ordinanze dalla stessa pronunciate nel corso del dibattimento, ha affidato a otto motivi la prospettazione dei numerosi rilievi .

 

Con il primo motivo di ricorso si è dedotta l'immotivata reiezione della richiesta di una perizia contabile e della rinnovazione del dibattimento che era stata sollecitata, nei motivi di appello, per consentire l'audizione di Paul Marcinkus, Luigi Mennini, e degli altri dirigenti dello IOR.

 

Ma la censura è infondata.

 

La Corte di Appello di Milano con ordinanze del 21 marzo 1996 e del 5 giugno 1996 aveva respinto entrambe le richieste, e nella sentenza conclusiva del giudizio d'appello, nel riproporre i motivi che furono posti a fondamento delle due ordinanze, ha analiticamente spiegato le ragioni per le quali appariva del tutto superflua una perizia sulle cause e sull'entità del dissesto del Banco Ambrosiano: le prime erano affidate alla ricostruzione storica di alcuni eventi, la cui analisi non poteva essere sottratta alla valutazione del giudice competente, e, del resto, esse erano state tutte analiticamente indicate ed esaminate, anche nei loro concreti e diffusi effetti, ancor prima che dal Tribunale di Milano e nel procedimento penale nel quale era stato coinvolto anche l'imputato ricorrente, in quello che, in sede civile, era stato instaurato e si era concluso con la dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano.

 

Quanto, invece, alla richiesta di esaminare, in sede di rinnovazione parziale del dibattimento, coloro che, insieme a Paul Marcinkus, avevano rivestito un ruolo importante nella gestione dello lor, la Corte di Appello di Milano ha, da un lato, ricordato come il difetto della giurisdizione italiana sull'individuazione e sull'accertamento di personali responsabilità nelle scelte operative di quell'ente centrale dello Stato del Vaticano precludeva l'assunzione di qualsiasi iniziativa processuale che potesse confliggere, direttamente od indirettamente, con l'incontestabile difetto di giurisdizione, e, dall'altro lato, non ha neppure omesso di giustificare l'assoluta superfluità dell'invocata integrazione probatoria, posto che le risultanze acquisite non escludevano, ma, semmai, confortavano la stessa prospettazione accusatoria, e cioè che lo lor, attraverso Marcinkus, aveva offerto a Calvi un duplice contributo, e cioè sia quello necessario al fini della realizzazione di alcune operazioni distrattive, che quello volto ad occultare tale negativa connotazione.

 

E tale duplice ordine di motivi, concorrenti nella giustificazione di quel diniego, perché fondati su premesse giuridicamente corrette, si sottraggono ai rilievi critici formulati dal ricorrente.

 

Meritano, invece, accoglimento i motivi del ricorso di Bagnasco e con i quali la difesa ha censurato sotto il profilo del difetto e della contraddittorietà della motivazione l'impugnata sentenza sia in relazione alla valutazione del ruolo assunto dall'imputato nella partecipazione alla gestione del Banco Ambrosiano che sotto il profilo dell'accertamento dell'elemento psicologico dei reati di bancarotta fraudolenta per i quali vi era stata la conferma della condanna del primo giudice.

 

Orbene, secondo la concorde ricostruzione dei giudici di merito, Bagnasco era entrato a far parte del consiglio di amministrazione il 26 gennaio 1982, dopo aver acquistato 550.000 azioni del Banco Ambrosiano, per un importo di 28 miliardi, erogati da una società a lui riconducibile, la "Interpart", la quale, per sopportare tale rilevante onere finanziario, non aveva fatto ricorso ad alcun finanziamento da parte dello stesso Banco Ambrosiano: è quindi pacifico che quell'impegno finanziario era stato assunto nell'ambito di un programma di investimento che, almeno secondo le regole del buon senso, non si poteva conciliare con l'ipotesi riduttiva di una scelta funzionale alla sola sostituzione di Calvi alla direzione della banca, se dissociata dalla previsione di un investimento destinato, a tempi brevi, alla realizzazione di positivi risultati.

 

A tale legittima aspettativa che, sul piano logico, si armonizzava con l'indubbia rilevanza oggettiva dell'impegno finanziario assunto, i giudici di merito non hanno dato rilevanza alcuna, ed hanno focalizzato la loro attenzione su due, pur essi fondamentali aspetti, della vicenda: e cioè la consapevolezza, da parte di Bagnasco, dello stato di dissesto in cui nel gennaio del 1982 versava il Banco Ambrosiano, ed il suo effettivo ed efficace contributo offerto a Calvi nella gestione della banca, protrattasi con criteri che consentirono un ulteriore deterioramento di quella disastrosa condizione.

 

Orbene, che il ricorrente Bagnasco fosse a conoscenza, come del resto lo era la Banca d'Italia, che un velo protettivo di silenzio era stato, da tempo, eretto sulla situazione economico finanziaria delle partecipate estere del Banco Ambrosiano, così come più volte ricordato nell'impugnata sentenza, è un fatto incontestabile: l'imputato non ignorava certamente, come si è dato atto nelle sentenze dei giudici di merito, né le dimissioni rassegnate poco prima del 26 gennaio 1982 da De Benedetti, né i motivi che le avevano determinate; ed in queste si era espressa, in maniera evidente, l'impossibilità di realizzare una gestione del Banco Ambrosiano secondo auspicabili criteri di correttezza e di trasparenza.

 

Risultava altresì che prima che Bagnasco offrisse a Calvi la sua adesione per l'ingresso nel consiglio di amministrazione, aveva avuto contatti con Luigi Lucchini, cioè con chi oltre ad essere uno dei maggiori azionisti del Banco Ambrosiano, rivestiva anche la carica di componente del consiglio di amministrazione della finanziaria della stessa banca, cioè la società "La Centrale" e che a Lucchini si era rivolto De Benedetti, subito dopo che questi aveva rassegnato le sue dimissioni, per confermargli che, a suo giudizio, l'azienda versava in precarie condizioni, sicché opportuno era disfarsi delle azioni al più presto possibile.

 

Né arbitraria è la conclusione che ne trae la Corte di Appello di Milano allorquando trasferisce la conoscenza di quella situazione da Lucchini a Bagnasco, posto che allorquando Lucchini fu interrogato in relazione al contenuto del colloquio avuto con De Benedetti, ammise di averne reso partecipe del contenuto l'amico Bagnasco, prima del 26 gennaio 1982, e quindi prima che questi facesse la sua scelta definitiva.

 

D'altronde che l'imputato avesse avuto la percezione della cattiva gestione del Banco Ambrosiano emergeva, oltre che da tutti i segnali d'allarme che già si erano manifestati, dallo stesso contenuto di una sua intervista rilasciata a "Panorama", intervista nel corso della quale egli auspicava che quella banca, una volta "spersonalizzata" la sua gestione, potesse tornare ad essere la "banca degli industriali", aperta allo sviluppo economico del Paese. Pertanto, anche tale circostanza, evidenziata dai giudici di merito, poteva essere sintomatica di una convinta consapevolezza, e cioè che la gestione del Banco Ambrosiano andava cambiata ma che ciò era possibile ad una condizione, e cioè che Roberto Calvi fosse stato sostituito.

 

Ma la sentenza impugnata, con un salto logico, e senza un'adeguata motivazione, ha assimilato la convinzione di tale necessità con la piena e completa consapevolezza, da parte di Bagnasco, e prima ancora che entrasse a far parte di quel consiglio di amministrazione, dello stato di irreversibile dissesto nel quale versava il Banco Ambrosiano, omettendo di spiegare come siffatta consapevolezza poteva essere conciliata con un impegno finanziario così rilevante e con la stessa ambizione di assumere la direzione di un'azienda nella certa previsione che questa era destinata inesorabilmente al consolidamento definitivo della sua grave insolvenza.

 

Indubbiamente, sulla base di una corretta analisi delle risultanze acquisite, la sentenza impugnata si sottrae a qualsiasi censura nella parte in cui afferma che Bagnasco, al pari di De Benedetti, ambisse a sostituire Roberto Calvi: quella prospettiva non fu negata da De Benedetti, come non era stata celata da Bagnasco; e del resto che la sostituzione di Calvi alla guida del Banco Ambrosiano non fosse un desiderio di chi a rivestire quel ruolo ambiva, ma una improrogabile necessità, era stato percepito dal diretto interessato, cioè dallo stesso Calvi, autore della proposta di successione fatta sia a De Benedetti che a Bagnasco, ed era una decisone condivisa da alcuni componenti del consiglio di amministrazione, ma soprattutto caldeggiata dalla Banca d'Italia, specie dopo le vicende giudiziarie nelle quali Calvi era stato direttamente coinvolto.

 

E, nell'accreditare tale realtà, la stessa sentenza ha correttamente ricordato che di quella concreta prospettiva aveva parlato Ciarrapico, nel corso di uno degli interrogatori, allorquando aveva confermato che Calvi, in un primo momento, tra i due imprenditori, cioè tra Bagnasco e De Benedetti, aveva preferito quest'ultimo e quando De Benedetti aveva abbandonato il Banco Ambrosiano, aveva dovuto scegliere, come suo successore, Bagnasco.

 

Ma la sentenza impugnata, pur avendo dato atto del disegno perseguito da Bagnasco, ha poi finito per dare ad esso un riduttivo contenuto, dissociando, attraverso una mera congettura, la sostituzione di Calvi dai criteri della sua gestione, ed omettendo di considerare che proprio in quell'intervista a "Panorarna" Bagnasco non aveva esitato ad invocare, per il futuro, una "dissociazione" della gestione della Banca dalle imposizioni personali di Calvi.

 

Altrettanto riduttiva, rispetto alle acquisite risultanze processuali, dev'essere giudicata la conclusione alla quale è pervenuta la sentenza impugnata in relazione alla ricostruzione ed alla conseguente valutazione del ruolo assunto da Bagnasco nei pochi mesi nei quali aveva potuto esercitare le sue funzioni.

 

Non potendo negarsi, di fronte alle testimonianze del dr. Alfio Noto e del dr. Lamberto Dini, direttore, il primo, della sede milanese, e direttore generale, il secondo, della Banca d'Italia, dei numerosi incontri avuti da entrambi con l'imputato, e nel corso dei quali era emersa, a giudizio di tutti gli interlocutori, che Bagnasco voleva non solo notizie precise sulle esposizioni estere del Banco Ambrosiano, ma manifestava propositi di ampia collaborazione con l'organo di vigilanza, la Corte di Appello di Milano, aderendo alle conclusioni alle quali era già pervenuto il primo giudice, ha finito per supporre - e su tale supposizione ha elaborato il proprio convincimento - che Bagnasco quando interpellava la Banca d'Italia conosceva le esposizioni debitorie del Banco Ambrosiano e quindi sapeva che il dissesto aveva raggiunto proporzioni così vaste da essere irreversibili.

 

Ma la sentenza impugnata non solo non ha indicato le fonti probatorie utilizzate per giustificare siffatta conclusione, ma neppure ha precisato se quella maggiore conoscenza delle condizioni economico finanziarie del Banco Ambrosiano avesse raggiunto un tale ventaglio di notizie affidabili da far ragionevolmente prevedere che non di crisi temporanea si trattava, ma di uno stato di irreversibile decozione, sicché l'unico interesse perseguito era quello di occultare tale realtà per procrastinare una conclusione che comunque era inevitabile.

 

Nel tentativo di offrire una plausibile giustificazione a tale conclusione, costruita, come si è detto, su di un presupposto non dimostrato dai giudici di merito, si è fatto espresso e specifico riferimento al fatto che Bagnasco, nel corso di tutte le riunioni del consiglio di amministrazione, aveva sempre offerto a Calvi la sua incondizionata fiducia, approvando ogni sua proposta.

 

La sentenza impugnata ha omesso di tener conto che Bagnasco in tanto poteva ottenere dal consiglio di amministrazione una collaborazione per la realizzazione di un rinnovato programma di gestione della banca, in quanto Calvi fosse stato estromesso da ogni incarico: la sostituzione di Calvi, per Bagnasco, come prima per De Benedetti, era funzionale e necessaria alla realizzazione, se non altro, di una maggiore trasparenza e questa comportava il necessario ripudio di operazioni illegittime ed arbitrarie.

 

Vero è che, come ha dato atto l'impugnata sentenza, nei pur pochi mesi in cui l'imputato ricorrente aveva potuto esercitare le funzioni di componente del consiglio di amministrazione, in numerose occasioni aveva assecondato le decisioni di Calvi: non si era dissociato il 17 febbraio 1982 dalla vibrata protesta che, su iniziativa dell'avvocato Giuseppe Prisco, era stata manifestata alla Banca d'Italia allorquando questa aveva posto in dubbio la capacità e la possibilità di ciascun componente del consiglio di amministrazione di esprimere le proprie auto determinazioni senza il preventivo assenso di Calvi; né può fondatamente contestarsi che Bagnasco faceva parte del consiglio di amministrazione e non manifestò né dissenso né perplessità quando, nel marzo 1982, fu deliberato il rinnovo dei depositi a favore del "Banco de la Nation" di Lima per oltre 114 milioni di dollari, e furono rinnovati altri due depositi al "Banco del Commercio e Industria" di San Paolo, che poi furono trasferiti, come quasi tutti i depositi fiduciari, cioè realizzati attraverso la disponibilità di alcune banche estere, al Banco Ambrosiano Andino; che altrettanto era avvenuto per i quattro depositi effettuati dal Banco Ambrosiano per l'"Artok Bank" di Nassau, per un deposito a favore del "Bank of Credit" di Manila, per quelli erogati al "Banco della Provincia" di Buenos Ajres ed al "Banco Cafetero" di Panama, e per i due depositi presso la "Banca Williams" di Londra, danaro che poi era finito nelle casse del Banco Ambrosiano Andino e da questo destinato a società fittizie e compiacenti che tutto potevano assicurare tranne la restituzione di quanto era stato loro erogato; che anche con il suo voto favorevole furono approvati, in consiglio, altri tre depositi fiduciari, due presso l'"Al Saude Banque" di Parigi, ed il terzo a favore della "Banca Limited" di Londra, tutti poi trasferiti, con il consueto sistema dei depositi fiduciari, sul Banco Ambrosiano Overseas Limited.

 

Non può neppure essere taciuto o sottovalutato il fatto che la maggior parte di queste operazioni erano state deliberate dal consiglio di amministrazione dopo che la Banca d'Italia aveva avuto modo di esprimere, in maniera esplicita, le sue perplessità sul progressivo aumento delle esposizioni estere, allorquando con le lettere del 12 e del 16 febbraio 1982 aveva sollecitato il riassetto delle partecipazioni ed un aggiornamento della valutazione della partecipazione riguardante il Banco Ambrosiano Holding, e quando, nel mese successivo, l'11 ed il 31 marzo 1982, aveva espresso le sue rimostranze per la mancata trasmissione delle informazioni richieste.

 

Ma in tanto il comportamento adesivo di Bagnasco a quelle iniziative poteva essere univocamente sintomatico della sua compiaciuta disponibilità alla realizzazione di operazioni distrattive in quanto si fosse dimostrato, ma a tale onere la sentenza impugnata si è sottratta, ch'egli avesse percepito che tutte quelle operazioni finanziarie si collocavano nell'area dei depositi fiduciari e quindi erano elargizioni a fondo perduto.

 

La sentenza impugnata ha trascurato di considerare che la maggior parte di quelle operazioni erano, in realtà, rinnovi di preesistenti linee di credito che già erano passate al vaglio del consiglio di amministrazione quando Bagnasco di quest'organo non ancora faceva parte, e che comunque se dubbi e perplessità sull'effettiva destinazione di quelle somme erano sorti, questi potevano essere dissipati solo attraverso un controllo esterno alle strutture amministrative del Banco Ambrosiano, posto che la sua esperienza, maturata nella sua breve permanenza nel consiglio di amministrazione, aveva dovuto riconoscere che le critiche di una gestione personalizzata che già negli ambienti bancari e finanziari italiani era stata pubblicamente diffusa e da lui stesso condivisa, era la rappresentazione di una ben consolidata realtà che altre alternative non poneva al di fuori della radicale estromissione di chi, come Calvi, quell'egemonia aveva costruito e fortemente difendeva da qualsiasi tentativo di limitarne l'efficienza.

 

Altrettanto meritevole di un ulteriore approfondimento è il capitolo concernente sia i fidi diretti alle consociate estere che i finanziamenti erogati in Italia dal Banco Ambrosiano con l'approvazione dell'imputato ricorrente: anche in relazione a tali operazioni la sentenza impugnata ha trascurato di considerare che perlopiù trattavasi di rinnovi di precedenti impegni, ovvero di lievi incrementi nelle linee di credito: in particolare, il massimale per l'Ambrosiano Group Banco Commercial era stato portato da 75 a 82 milioni e 500 mila dollari, ed altrettanto era avvenuto per il Banco Ambrosiano Andino, la cui potenziale esposizione era passata da 200 a 250 milioni di dollari; ma si è omesso di esaminare se tali incrementi furono tutti realmente utilizzati, così come si è omesso di verificare se e in quale misura le nuove autorizzazioni concesse, con il voto favorevole dell'imputato, all'elargizione di altrettanti fidi sul territorio nazionale, implicassero la rappresentazione certa del rischio del non ritorno delle somme elargite e la sua cosciente e responsabile accettazione da parte di Bagnasco.

 

Né a diversa conclusione può pervenirsi in ordine alla condanna per il reato di bancarotta documentale.

 

Vero è che Bagnasco aveva espresso il suo voto favorevole all'approvazione del bilancio del 1981, come ha rilevato la sentenza impugnata, ma si e omesso di considerare che in quell'anno l'imputato non aveva fatto parte dell'amministrazione del Banco Ambrosiano, sicché, per verificare la fedeltà delle esposizioni, non poteva utilizzare fonti comparative diverse da quelle predisposte da coloro che avevano interesse ad occultare la realtà.

 

Le perplessità espresse a Bagnasco dal suo consulente, Boatti, concernenti le esposizioni debitorie del Banco Andino in un paese a basso sviluppo economico, erano le perplessità della Banca d'Italia, e ad esse non potevano sostituirsi le certezze, in assenza di altri, concreti elementi.

 

I numerosi contati avuti da Bagnasco con chi era preposto alla direzione della Banca d'Italia, a Milano ed a Roma, se, in astratto, potevano essere compatibili anche con quel pallido disegno al quale hanno fatto riferimento i giudici di merito, andava verificato, in concreto, sia in relazione alla sua compatibilità con il rilevante impegno finanziario che l'imputato, con l'acquisto e la conservazione di quelle azioni, aveva assunto, che con riferimento al comportamento globale dell'imputato dopo il suo ingresso nel Banco Ambrosiano, posto che nulla autorizzava, se non una precostituita supposizione, a dissociare da quel comportamento sia la disponibilità di Bagnasco alla collaborazione con la Banca d'Italia che la sua legittima aspettativa di ottenere da questa informazioni che all'interno della compagine amministrativa del Banco Ambrosiano egli non era riuscito ad acquisire.

 

La condotta ambigua, all'insegna del compromesso, per accreditarsi come futuro e potenziale restauratore di quell'azienda, che pur poteva trovare elementi sintomatici della sua esistenza nelle manifestazioni di consenso alle proposte di Calvi in relazione a quei depositi interbancari ai quali si è fatto riferimento nella sentenza impugnata, andava rivisitata anche alla luce di quanto Bagnasco aveva saputo dalla Banca d'Italia prima dell'approvazione di quelle operazioni finanziarie, approvazione successiva alla constatazione che l'auspicato aumento di capitale si era concluso e che le azioni del Banco Ambrosiano erano state quotate in borsa: due eventi che se non potevano dissipare dubbi e perplessità sulle esposizioni estere, neppure accreditavano opposte certezze che implicavano una possibilità materiale di acquisire informazioni all'interno della stessa struttura, nella quale regnava, come ripetutamente e fondatamente riconosciuto dalla stessa sentenza impugnata, la consegna della fedeltà a Calvi e della cieca osservanza delle sue scelte operative, cementata da una solida volontà.

 

La sentenza impugnata ha poi dovuto riconoscere che Bagnasco fu il promotore della deliberazione assunta dal consiglio di amministrazione del banco Ambrosiano il 7 giugno 1982, quando, cioè, per la prima volta, di fronte all'evidenza, crollò il muro di solidarietà che si era eretto a protezione di Calvi, e si deliberò, a maggioranza, che ciascun componente del consiglio aveva la facoltà di esaminare, direttamente, qualsiasi pratica relativa ad operazioni con l'estero, anche al di fuori dell'azienda; e ciò equivaleva affermare che più ormai non ci si fidava delle assicurazioni di Calvi e dei funzionari dell'ufficio esteri della stessa banca, ma si preferiva far ricorso all'ausilio di tecnici esterni all'azienda, per verificare la correttezza formale e la convenienza sostanziale delle singole operazioni di finanziamento.

 

Affermare, come si è fatto nell'impugnata sentenza, che l'iniziativa assunta da Bagnasco nella riunione del consiglio di amministrazione del 7 giugno 1982 fu determinata soltanto dalla percepita consapevolezza della sua inevitabilità non equivale a dimostrare che soltanto in quel momento l'imputato abbia voluto manifestare, ed in maniera così clamorosa, il suo dissenso dai criteri con i quali Calvi aveva gestito il Banco Ambrosiano, in un disperato tentativo di dissociare le proprie responsabilità.

 

Quell'iniziativa andava analizzata e valutata nella sua genesi, prima che nei suoi effetti, e, soprattutto, non poteva essere dissociata dai presupposti che l'avevano determinata, né dalla condotta successiva manifestata dallo stesso imputato: in tale prospettiva sono stati immotivatamente ridimensionati i rapporti di collaborazione che, sin dall'inizio dell'ingresso nella compagine del Banco Ambrosiano, Bagnasco aveva avuto con la Banca d'Italia, e si è trascurato di tenere conto che successivamente a quella decisione lo stesso consiglio di amministrazione aveva designato Bagnasco quale legittimo rappresentante della banca ai fini di trattenere con la Banca d'Italia, dopo la constatazione dell'immotivata e protratta assenza di Calvi, una costante relazione, finalizzata alla doverosa e reciproca trasmissione di ogni possibile informazione ed alle conseguenti determinazioni, e tale designazione, più che casuale, era o poteva essere sintomatica dei pregressi rapporti privilegiati instaurati da Bagnasco con la Banca d'Italia.

 

Ed è stata altresì sottratta alla valutazione dei giudici di merito la condotta successiva manifestata da Bagnasco il 17 giugno 1982, allorquando l'imputato non si associò alla proposta formulata dal vice presidente del Banco Ambrosiano, Renato Rosone, concernente la richiesta di scioglimento degli organi amministrativi e la nomina di un commissario, benché la motivazione della sua astensione evidenziasse, ancora una volta, l'insoddisfazione dell'imputato per i chiarimenti richiesti e forniti in quella sede sulle reali dimensioni delle esposizioni debitorie del reparto estero, e, ancor di più, sulle cause che le avevano determinate.

 

Pertanto, per tutte le considerazioni su esposte, l'impugnata sentenza dev'essere annullata ed il giudice di rinvio, altra sezione della Corte di Appello di Milano, dovrà procedere ad una rinnovata analisi delle risultanze probatorie, sulla base delle indicazioni su esposte e trarre dalla stessa le conseguenti determinazioni.

 

Ne consegue, pertanto, la superfluità dell'esame degli altri motivi di ricorso dedotti nell'interesse dello stesso imputato, riguardando essi il giudizio di comparizione tra le concesse attenuanti generiche e le ravvisate aggravanti ed i criteri utilizzati ai fini della concreta determinazione della pena.

 

 

Di Mase Giacomo

 

A ben diverse conclusioni la Corte ritiene di poter pervenire in relazione ai ricorsi proposti dagli altri componenti del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, cioè da Di Mase Giacomo, Prisco Giuseppe, Valeri Manera Mario e Von Castelberg Carlo.

 

Quanto a Di Mase, condannato, con il concorso delle attenuanti generiche ritenute equivalenti alle contestate aggravanti, ad anni quattro e mesi dieci di reclusione, dodici sono i motivi dedotti dalla difesa per censurare l'impugnata sentenza, ma nessuno di essi può essere accolto.

 

Con il primo motivo si è determinata la nullità della sentenza pronunciata dalla Corte di Appello di Milano, sostenendosi che non si era tenuto conto, ai fini della decisione, che la mancata partecipazione dell'imputato a numerose riunioni del consiglio di amministrazione era pienamente giustificata dalla grave malattia cardiovascolare dalla quale era stato colpito, sicché quelle sue frequenti assenze non potevano essere interpretate come sintomatiche di un preventivo e generalizzato assenso alle iniziative assunte e perseguite da Roberto Calvi.

 

Osserva la Corte che il rilievo è infondato.

 

La sentenza impugnata non ha in alcun modo affermato che la mancata partecipazione dell'imputato ad alcune riunioni del consiglio di amministrazione non fosse giustificata dalle condizioni di salute indicate dal ricorrente, ma ha considerato che quelle così frequenti assenze, associate alla mancanza di qualsiasi rilievo da parte di Di Mase in relazione a tutte le operazioni finanziarie proposte da Calvi ed approvate dal consiglio, erano suscettibili di essere valutate come espressione esplicita di un'ampia ed illimitata delega a chi quelle operazioni intendeva proporre e realizzare, quali che fossero gli effetti che ne sarebbero scaturiti.

 

E tale valutazione, armonizzandosi con le risultanze acquisite, si sottrae al sindacato di questa Corte.

 

La Corte di Appello di Milano, pur dopo aver riconosciuto che l'imputato aveva partecipato soltanto a tre riunioni del consiglio di amministrazione nel 1980, ad altrettante nel 1982, e ad otto nel 1981, ha poi analiticamente esaminato il contenuto delle deliberazioni approvate anche con il voto di Di Mase, ed ha evidenziato che non solo si trattava di decisioni rilevanti, ma tutte erano indicative di una completa accettazione delle proposte formulate da Calvi.

 

Di Mase, infatti, aveva partecipato alla riunione del 28 luglio 1981 e si era associato nell'esprimere solidarietà a Calvi dopo che questi era stato tratto in arresto, perché coinvolto nelle note vicende che avevano riguardato gli amministratori della società finanziaria del Banco Ambrosiano, "La Centrale".

 

Inoltre, Di Mase aveva partecipato alla deliberazione assunta il 19 marzo 1982, ed aveva espresso il suo voto favorevole all'aumento dei massimali in relazione alle linee di credito dell'Ambrosiano Group Banco Commercial e del Banco Ambrosiano Andino, ed infine un mese prima di assumere questa decisione, anche lui, partecipando alla riunione del consiglio di amministrazione del 17 febbraio, si era associato all'indignazione espressa dall'avvocato Giuseppe Prisco allorquando la Banca d'Italia si era permessa di porre in dubbio la capacità di autodeterminazione di ciascun componente di quel consiglio.

 

Ma se in relazione a tali episodi, la posizione di Di Mase non appare dissimile da quella di Bagnasco, ben diversa è la conclusione che se ne deve trarre allorquando si ha riguardo a due circostanze specifiche, rivelatrici di un'ampia intesa tra Calvi e l'imputato ricorrente, circostanze entrambe analizzate dai giudici di merito.

 

La prima di esse è rappresentata dal fatto che Di Mase era un esperto banchiere che operava e risiedeva stabilmente nell'America centrale, dove operavano le consociate estere del Banco Ambrosiano e dove avevano sede quasi tutte le società fiduciarie delle quali Calvi si serviva per numerose operazioni di finanziamento.

 

La seconda circostanza è costituita dal fatto che era stato proprio Calvi a proporre Di Mase, da lui conosciuto a Caracas, nel 1979, come componente del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano al fine di trattenere pubbliche relazioni con gli ambienti economici e politici in Venezuela ed a Panama: e dall'intreccio di tali rapporti di proficua collaborazione Di Mase, secondo quanto emergeva dalle risultanze acquisite, aveva tratto rilevanti profitti. I suoi figli, già nel 1989, avevano avuto un finanziamento dal Banco Ambrosiano Overseas Limited per otto milioni e 500 mila dollari, oltre ad una garanzia fideiussoria per dodici milioni di dollari; e la stessa banca, poco dopo, finanziava una società alla cui gestione era interessata la famiglia dell'imputato, con un'altra prodiga elargizione di cinque milioni di dollari.

 

E che tale particolare rapporto di collaborazione e di fiducia si fosse instaurato tra Calvi e Di Mase, secondo la corretta ricostruzione dei giudici di merito, era confermata dal fatto che Tommaso Pazienza aveva rivelato, nel corso di uno dei suoi interrogatori, che la collaborazione offerta da Di Mase a Calvi era stata così intensa, da indurre Di Mase, nel 1982, a proporre a Calvi addirittura di aprire una filiale del Banco Ambrosiano nel paese in cui lui risiedeva.

 

E che questo non fosse un mero desiderio di Di Mase, ma una concreta prospettiva emergeva, secondo l'impugnata sentenza, da un'incontestabile circostanza, e cioè dal fatto che nel corso di una riunione del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano Holding, risalente al 14 ottobre 1980, e cioè appena sei mesi dopo l'ingresso di Di Mase nel Banco Ambrosiano, si era dato atto che vi erano concrete possibilità per partecipare insieme al "Banco de la Costruction", di cui era presidente proprio l'imputato, alla creazione di un'altra consociata a Panama.

 

Da tali risultanze, i giudici di merito, e con concordi valutazioni, traevano il convincimento che la mancata partecipazione di Di Mase alle riunioni del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano non disperdeva l'univoca rilevanza probatoria delle risultanze acquisite, tutte sintomatiche di un'incontestabile realtà, e cioè che i rapporti instauratisi tra i due banchieri, Calvi e Di Mase, erano di tale reciproca fiducia da non poter dissolvere una convergenza di interessi speculativi, affidati alla realizzazione della stessa strategia operativa; ma, semmai, quell'assenza, quali che fossero i motivi posti a sua formale giustificazione, era essa stessa sintomatica di un'incondizionata adesione al programma di Calvi ed al modi da questi escogitati per la sua realizzazione.

 

E d'altronde, che Di Mase da esperto banchiere che operava in Venezuela ed a Panama, godesse di una posizione privilegiata per conoscere, nei dettagli, quel programma e la strategia per la sua concreta attuazione, lungi dall'essere il risultato di una mera congettura, era conseguente alla puntuale ricostruzione della genesi e dello sviluppo dei rapporti intercorsi con Calvi, rapporti che avevano trovato riscontri obbiettivi nelle rilevanti elargizioni di denaro che il Banco Ambrosiano, attraverso una sua consociata estera, aveva così generosamente fatto alla famiglia Di Mase, assecondando ogni velleitario programma d'investimenti, e soprattutto si armonizzava, anche sul piano logico, con la stessa attività professionale esercitata dall'imputato nei paesi del centro America.

 

Ne consegue che la condanna di Di Mase per i reati a lui ascritti ai capi 1-A - B - C - D della rubrica, più che essere fondata sulla convergente rilevanza probatoria dei cosiddetti "segnali d'allarme", indicati con analitica precisione, dalla sentenza impugnata, è stata congruamente motivata sulla base delle su indicate circostanze che, nella loro univoca convergenza probatoria, si associavano a tutti gli altri indici rivelatori della stessa realtà, accrescendone il tasso della loro potenziale e concreta sintomaticità.

 

Pertanto, anche in ordine alla ricerca ed alla valutazione dell'elemento psicologico dei reati attribuiti al ricorrente la sentenza impugnata si sottrae ai rilievi dedotti, con il secondo motivo di ricorso, perché tali rilievi fanno riferimento esclusivo alla materiale possibilità di percepire la sintomaticità dei "segnali di allarme": la censura prospettata dal ricorrente, oltre ad essere connotata negativamente dall'utilizzazione di un criterio di valutazione che privilegia l'atomizzazione di quegli indici rivelatori della cattiva gestione del Banco Ambrosiano, rispetto ad una doverosa valorizzazione organica della loro intrinseca capacità rappresentativa di quella realtà, ha anche dissociato la rilevanza probatoria riconducibile a quei "segnali d'allarme" dalle prove esaminate in relazione ai rapporti intersoggettivi tra il ricorrente e Calvi dal 1979 al 17 giugno 1982 e tutto ciò benché tali prove da quei "segnali d'allarme" prescindevano, a causa del loro specifico contenuto e della loro stessa genesi, senza con ciò, intaccarne l'efficacia.

 

D'altronde, se vero è che, per le considerazioni già svolte, l'accordo instaurato, nell'ambito di quei rapporti intersoggettivi, tra Calvi e Di Mase, abbracciava l'esplicazione delle modalità con le quali le singole operazioni deliberate con il voto favorevole dell'imputato, ovvero in sua assenza, ma con il suo tacito consenso, che era reso manifesto dall'assenza di qualsiasi rilievo preventivo o successivo a ciascuna deliberazione, ne discende la stessa superfluità della prova che Di Mase, assente dall'Italia per lunghi periodi, avesse percepito, ed in tutta l'ampiezza possibile, tutti o soltanto alcuni dei "segnali d'allarme" che si erano progressivamente manifestati.

 

Non può trovare accoglimento neppure il terzo motivo di ricorso e con il quale la difesa di Di Mase ha denunciato la mancata applicazione dell'art. 217, cpv., della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), sostenendo che dalla stessa motivazione dell'impugnata sentenza emergeva un'inerzia "colpevole" dell'imputato, sicché arbitraria era stata l'equiparazione di tale inerzia al dolo eventuale.

 

Osserva il Collegio che il rilievo è fondato su di un'erronea premessa, e cioè quella secondo la quale la sentenza della Corte di Appello di Milano avrebbe fatto carico a Di Mase soltanto il fatto di non aver diligentemente esercitato le funzioni alle quali era preposto: vero è esattamente il contrario, posto che la condotta omissiva, astrattamente sussumibile nei confini della colpa, è stata valutata e valorizzata, invece, come sintomatica, essa stessa, di una piena solidarietà che non poteva prescindere, attese le favorevoli condizioni in cui si trovava il ricorrente, dalla conoscenza delle modalità esecutive di numerose operazioni distrattive, e del loro previsto ed accettato risultato.

 

Né, sotto tale profilo, la motivazione dell'impugnata sentenza appare censurabile, perché la conclusione alla quale è pervenuta è fondata su presupposti di fatto analizzati nei loro aspetti essenziali sulla base delle acquisite risultanze probatorie, oltre che essere del tutto conseguente, sul piano logico, alla ricostruzione dell'intera vicenda.

 

Le stesse considerazioni valgono per i motivi indicati ai numeri 8-9 e 10 del ricorso, e con i quali Di Mase ha censurato l'impugnata sentenza in relazione alla valutazione dell'elemento psicologico dei reati a lui ascritti ai capi I A-B e C della rubrica, e cioè sia per quanto concerne gli accreditamenti diretti del Banco Ambrosiano alle consociate estere, che i fidi concessi in Italia ed i cosiddetti "depositi fiduciari".

 

Si tratta, infatti, di rilievi che ripropongono la stessa problematica, e cioè quella della valutazione della condotta dell'imputato in relazione a quelle operazioni, condotta che, come già si è detto, è stata ricostruita nelle conformi sentenze dei giudici di merito come un efficace contributo positivo offerto da Di Mase a tutte le iniziative assunte da Calvi dopo il 12 aprile 1980, cioè dopo l'ingresso dell'imputato nel consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano.

 

Affermare, pertanto, come ha fatto il ricorrente nel suddetti tre motivi di ricorso che la sentenza impugnata avrebbe trascurato di considerare che, non facendo egli parte degli organi preposti alla direzione ed all'amministrazione delle consociate estere del Banco Ambrosiano, non poteva conoscere ed apprezzare nelle sue reali dimensioni il rischio delle esposizioni debitorie, né l'effettiva destinazione del denaro e che, quanto ai fidi concessi ad imprese operanti in Italia, il suo bagaglio di conoscenza era inesistente, altro non significa che riproporre alla Corte una rivalutazione complessiva della prova che rimetta in discussione il contributo collaborativo offerto a Calvi nella gestione del Banco Ambrosiano e, quindi, nella materiale esecuzione di tutte quelle diverse operazioni finanziarie.

 

Ma tale compito è precluso a questa Corte dai limiti intrinseci al sindacato di legittimità e già previsti nel codice del 1930.

 

A ciò si aggiunga che nessuna delle circostanze dedotte dal ricorrente è stata sottratta all'analisi dell'impugnata sentenza, posto che, come già si è visto, quanto a tutte le operazioni estere, si è dato preminente rilevanza al fatto che Di Mase, proprio perché dirigeva una sua banca che operava nel paesi in cui avevano sede quasi tutte le consociate estere del Banco Ambrosiano e le società attraverso le quali venivano distratte le somme erogate nella forma di normali operazioni di finanziamento, era consapevole di tale realtà; e da esperto banchiere non poteva non sapere che qualsiasi operazione di finanziamento richiedeva un'indagine preventiva sulla consistenza economica dell'impresa finanziata, sulla realizzabilità concreta del programma d'investimento, sulla congruità oggettiva delle garanzie oltre che sull'affidamento soggettivo di chi si faceva promotore dell'iniziativa.

 

Analoga decisione dev'essere assunta in relazione al quarto, quinto e sesto motivo di ricorso che investono la condanna per il reato di bancarotta fraudolenta documentale.

 

L'imputato ha denunciato, innanzi tutto, la violazione dell'art. 477 del c.p.p. del 1930, sostenendo che mentre la contestazione gli faceva carico di avere esposto fatti non rispondenti al vero nel bilanci approvati con il suo voto, poi, la condanna aveva avuto ad oggetto un fatto diverso, e cioè l'aver consentito tali falsificazioni.

 

Il rilievo non ha alcun pregio.

 

È doveroso ricordare, innanzi tutto, che giammai si può profilare un difetto di correlazione tra accusa e sentenza, nel limiti previsti dall'art. 477 del codice del 1930 (limiti peraltro recepiti nel nuovo codice nell'art. 521 c.p.p.), quando il contributo alla consumazione del reato da un'ampia descrizione si riduce in un ambito più circoscritto, che sottrae, ma non aggiunge spazio all'accusa, né questa innova nelle sue essenziali componenti.

 

Nella sentenza impugnata si è dato atto che non era stato Di Mase l'autore del falso in bilancio, ma si era considerato determinante il tacito assenso alla sua approvazione, perché lo si è ricollegato non già ad un colpevole comportamento omissivo, ma ad una volontaria, predeterminata scelta che era e rimase sempre costante, cioè quella di non dissentire dalle decisioni di Calvi, e queste decisioni comprendevano tutti gli atti funzionali alla loro attuazione; e tra questi era compreso l'occultamento, nei bilanci e nelle comunicazioni sociali, delle reali esposizioni debitorie del Banco Ambrosiano e delle consociate estere, attraverso la falsa rappresentazione del valore intrinseco della partecipazioni e delle reali dimensioni di rilevanti esposizioni finanziarie.

 

E, non risulta affatto che da tale specifica accusa, enucleabile nell'ambito della più vasta indicazione contenuta nel capo 1-D della rubrica, l'imputato non si sia difeso, posto che tutte le sue articolate difese si sono sempre focalizzate nella giustificazione del comportamento omissivo a lui attribuito, sia nel corso dell'istruttoria che durante il giudizio di primo grado.

 

Ed il principio della correlazione tra accusa e sentenza, come più volte questa Corte ha avuto modo di affermare (cfr. Sez. V, 11 novembre 1988, ric. Mantelli, e 21 maggio 1992, ric. Chirico, etc.), non va inteso in senso formale, ma sempre in funzione della finalità cui si è ispirato, finalità che è costituita dalla legittima tutela del diritto di difesa.

 

Ne consegue, pertanto, che legittimamente i giudici di merito hanno escluso che potesse avere rilevanza, ai fini dell'esclusione della responsabilità del ricorrente il fatto ch'egli non avesse firmato il bilancio del 1980 né predisposto quello del 1981, né sottoscritto il rendiconto presentato ai commissari liquidatori il 20 luglio 1982, giacché quei comportamenti omissivi non sono stati attribuiti a mera negligenza, né tantomeno ad una tacita dissociazione rispetto a chi quell'iniziativa aveva assunto ed approvato, bensì ad una scelta che esprimeva la solidale volontà con i protagonisti principali dell'intera vicenda e tale conclusione, conseguente ad un'esauriente e corretta valutazione delle risultanze acquisite, non è più censurabile in questa sede.

 

Risulta anche non meritevole di accoglimento il settimo motivo di ricorso, con il quale si è denunciata la violazione dell'art. 2, comma 2, c.p. in riferimento all'applicazione dell'art. 60 della legge bancaria all'epoca vigente: ha sostenuto il ricorrente che la sopravvenuta normativa, introdotta dal decreto legislativo 1 settembre 1993, n. 385, non poneva più a carico degli amministratori di una banca, sottoposta ad amministrazione straordinaria, l'onere della redazione e della sottoscrizione di un rendiconto e quindi della presentazione del rendiconto, con la conseguenza che inapplicabile era la sanzione penale che presupponeva l'esistenza di quell'obbligo.

 

Osserva il Collegio che il rilievo dedotto dal ricorrente è privo di fondamento.

 

È opportuno precisare che l'art. 73 del Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, approvato con decreto legislativo del 1° settembre 1993, n. 385, modificato dai successivi decreti del 23 luglio e del 4 dicembre 1996, stabilisce che i commissari straordinari, una volta insediatisi e presa in consegna l'azienda dagli organi amministrativi disciolti, "acquisiscono una situazione dei conti" allo scopo di poter efficacemente gestire la banca sottoposta ad amministrazione straordinaria.

 

È quindi indubbiamente esatto affermare che non è più onere degli amministratori predisporre la situazione contabile dell'azienda, perché tale onere si è trasferito, e con opportuna coerenza, su chi si è sostituito nella gestione, ma è altrettanto evidente che in tanto i commissari straordinari possono predisporre una situazione contabile dell'azienda che rispecchi fedelmente quali sono le esposizioni debitorie, dirette ed indirette, e quali le risorse per fronteggiarle, in quanto dagli amministratori abbiano potuto ottenere congrue informazioni, idonee a fotografare, dopo la chiusura dell'ultimo esercizio e sino al momento del passaggio delle consegne, la situazione dell'attività finanziaria, dell'attività d'investimento, nonché delle possibili variazioni nella realtà patrimoniale finanziaria dell'azienda e delle stesse correlazioni esistenti tra fonti di finanziamento ed investimenti attuati o in corso di attuazione.

 

Con ciò non si vuole affatto negare che una cosa è il "rendiconto", inteso come atto complesso, comprensivo della rappresentazione oggettiva della situazione finanziaria in un determinato momento e della previsione concreta del suo futuro sviluppo, ed altra cosa, ben diversa, è la "situazione dei conti", la quale altro non deve contenere se non il prospetto delle variazioni avvenute nella realtà patrimoniale e finanziaria della banca in crisi, dopo l'ultimo esercizio; ma sia il rendiconto che la situazione contabile assolvono la stessa identica funzione, che è quella di informare chi si sostituisce nella gestione dell'azienda sulle effettive sue condizioni in un determinato momento che può non coincidere con la chiusura dell'ultimo esercizio e della quale fa fede l'ultimo bilancio.

 

Ed infatti nella relazione definitiva al nuovo testo dell'art. 73 del D.Lgs. n. 385 del 1993, si ribadisce, in una maniera quanto mai esplicita, che solo dopo la redazione del processo verbale nel quale si sia dato atto dell'insediamento dei commissari straordinari, questi "procedono ad acquisire una situazione contabile aggiornata, che consenta di ottenere una prima evidenza della situazione aziendale": e per acquisire la rappresentazione contabile di un'azienda, non si può prescindere dall'utilizzazione del contributo informativo che verrà fornito, direttamente, da chi all'amministrazione della stessa azienda ha provveduto, contributo che non può esaurirsi nella messa a disposizione, pura e semplice, delle scritture contabili.

 

E nell'ampia categoria delle comunicazioni sociali rientrano, a pieno titolo, tutte quelle compiute, in forma scritta o orale, dai singoli soggetti qualificati della società, nell'esercizio delle funzioni ad essi attribuite, sia che esse abbiano un'efficacia meramente interna, o che rivestano, invece, una rilevanza all'esterno della compagine sociale, in quanto la tutela ad esse accordata dall'ordinamento positivo non abbraccia solo gli interessi della società e dei soci, ma anche quelli dei creditori e di qualunque altro soggetto estraneo alla società, che sia portatore di un autonomo interesse per pretendere la fedele rappresentazione della situazione economica di una determinata impresa.

 

A ciò si aggiunga che allorquando si è in presenza, come nel caso in esame, di un'azienda bancaria in crisi, alla tutela degli interessi privati si sovrappone la prioritaria tutela di un evidente interesse pubblico che non è soltanto correlato all'economia collettiva, ma affonda le sue radici nella stessa rilevanza costituzionale di altri, essenziali interessi, quali quelli della tutela del risparmio e del corretto esercizio del credito.

 

L'antigiuridicità penale del fatto attribuito a Di Mase, come a tutti i componenti del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano che, con il loro comportamento, in vari modi, contribuirono ad avvallare la rappresentazione di una falsa realtà, non si esauriva nella materiale predisposizione del rendiconto, ma investiva il contenuto del documento, la sua origine ed i suoi effetti potenziali, e del resto la stessa sanzione penale era correlata non ad un adempimento formale, bensì all'obbligo di non esporre una falsa ed ingannevole situazione economico-finanziaria del Banco Ambrosiano.

 

E tale obbligo la sopravvenuta normativa non ha abolito, ma semmai ha potenziato nell'ottica di assicurare, in maniera più efficace possibile, il raggiungimento di un'appropriata tutela dei convergenti interessi su esposti, da un lato semplificando la ricognizione immediata della situazione economica di una banca in crisi, precisando che era sufficiente l'acquisizione di un rendiconto finanziario, quale è la situazione contabile, e dall'altro lato nel responsabilizzare, quanto alla sua acquisizione, chi si era insediato nella gestione, ha recuperato, attraverso l'utilizzazione della doverosa collaborazione informativa, nell'area della rilevanza penale, il contributo degli organi sostituiti, perché depositari della concreta possibilità di fornire in breve tempo tutte le possibili notizie su quanto era effettivamente avvenuto sotto la loro diretta osservazione.

 

Ne consegue che, sulla base delle considerazioni su esposte, la norma penale nella quale è stata sussunta la condotta attribuita all'imputato Di Mase, non è stata abrogata, ma nel correlarsi al rinnovato contenuto precettivo dell'art. 73 del Testo Unico n. 385 del 1993, così come modificato dai successivi interventi del legislatore, ha lasciato agli amministratori, sostituiti dal commissari, l'onere di una fedele rappresentazione della situazione dell'azienda, giacché è soltanto con le loro informazioni che i commissari straordinari potranno "procurarsi" una completa situazione contabile che possa essere una valida ed efficace premessa nella prospettiva di un recupero potenziale della stessa azienda.

 

Ed a tale onere l'imputato si è volontariamente sottratto, manifestando sino all'ultimo una costante adesione a tutti i criteri con i quali Calvi, con la compiacente disponibilità dei componenti del consiglio di amministrazione, aveva via via ridotto ogni possibilità di ripresa economica dell'azienda, sino a consumarne l'intero patrimonio; e tale risultato era stato fraudolentemente occultato con opportuni accorgimenti contabili, che, secondo le concordi valutazioni dei giudici di merito, non potevano certo sfuggire all'attenzione di un esperto banchiere che operava in quella stessa area di mercato. E risulta dalla sentenza impugnata - né il fatto è contestato dal ricorrente - che falsa era la rappresentazione della situazione finanziaria del Banco Ambrosiano, perché in essa erano state riprodotte, e con ostinata pervicacia, gran parte delle false indicazioni già contenute nel bilanci precedenti, sicché correttamente la sentenza impugnata non ha attribuito rilevanza esimente al fatto che Di Mase non abbia materialmente predisposto e sottoscritto quel rendiconto, una volta stabilito che ne ha condiviso i criteri per la sua redazione, il suo contenuto e le sue finalità, così come legittimamente si è esclusa l'applicabilità dell'art. 2 c.p.

 

Non meritevoli di accoglimento sono infine gli ultimi due motivi di ricorso con i quali Di Mase ha denunciato l'errata applicazione degli artt. 62-bis e 69 c.p. ed il difetto di motivazione dell'impugnata sentenza in ordine al giudizio di comparazione ed alla determinazione della pena.

 

L'equivalenza tra le ravvisate aggravanti e le concesse attenuanti generiche è stata congruamente motivata nell'impugnata sentenza attraverso l'esplicito riferimento alla gravità dei fatti accertati e quanto alla determinazione concreta della pena il contributo offerto dall'imputato alla realizzazione del programma delittuoso perseguito da Calvi, altrettanto motivatamente è stato definito non marginale né tantomeno improduttivo di effetti pregiudizievoli: ciò si è affermato non sulla base di astratte congetture ma in conseguenza di un'attenta disamina delle risultanze acquisite.

 

E queste, se consentivano di affermare, come ha fatto l'impugnata sentenza, che il dissesto del Banco Ambrosiano si era già manifestato nel 1980, neppure escludevano che la successiva condotta degli amministratori quell'incipiente dissesto avesse aggravato con decisioni che a tutto erano ispirate tranne che alla logica del risanamento.

 

E tale conclusione, per la sua intrinseca razionalità, e per la completezza dell'analisi dei presupposti sui quali è fondata, si sottrae a tutte le censure del ricorrente.

 

 

Prisco Giuseppe

 

In relazione alla posizione dell'imputato Prisco Giuseppe sia il Tribunale che la Corte d'Appello di Milano hanno dato particolare rilievo al fatto che l'imputato oltre ad avere assunto l'incarico di componente del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, analoghe funzioni aveva svolto dal luglio 1977 presso la società "Rizzoli Editore", perché ritenevano che tale duplice incarico aveva finito per porlo in una situazione privilegiata al fine di percepire le reali e progressive dimensioni del dissesto e le cause che lo avevano determinato.

 

Inoltre, la solidarietà manifestata dall'imputato nel confronti di Roberto Calvi ed in tutte le iniziative da questi assunte, solidarietà protrattasi anche dopo l'improvvisa scomparsa di quest'ultimo, è stata interpretata nelle conformi sentenze dei giudici di mento come sintomatica della complicità, indissociabile dal rapporto di intensa collaborazione che si era instaurato tra i due soggetti.

 

Secondo la ricostruzione dei giudici di mento, Prisco era entrato a far parte del consiglio di amministrazione della società Rizzoli come un uomo di assoluta fiducia di Calvi, e si era reso parte diligente per la nomina di Bruno Tassan Din a direttore generale di quella società, nel momento in cui Calvi, con la complicità di Gelli ed Ortolani, ne acquisiva il pieno controllo.

 

Nessuna iniziativa aveva assunto neppure quando la stampa aveva diffuso gli elenchi degli affiliati alla loggia massonica denominata "P2", e cioè quando aveva saputo che tutti i protagonisti di quell'operazione, effettuata attraverso cospicui finanziamenti da parte del Banco Ambrosiano, a quella loggia appartenevano.

 

Era altresì emerso che l'imputato non aveva esitato a solidarizzare con Calvi sia durante la detenzione che dopo la scarcerazione: durante la detenzione di Calvi, pur preoccupato di fronte alla necessità di sostituire questi alla guida della banca, non aveva assecondato il proposito di chi quella sostituzione voleva attuare, tant'è che, appena Calvi fu rimesso in libertà, fu proprio Prisco ad assumere l'iniziativa per dissuadere Mozzana da ogni diversa decisione, prospettando a chi non condivideva la sua opinione, che sostituire Calvi in quel momento poteva servire solo a voler significare che fondate erano le accuse che in quel procedimento la Procura di Milano aveva formulato.

 

Nella sentenza impugnata si evidenziava altresì che Prisco, in quel procedimento penale nel quale era stato direttamente coinvolto Calvi, aveva assunto la difesa del coimputato Valeri Manera, ed in tale veste, non aveva certo potuto ignorare la genesi del processo, le prove acquisite dall'accusa, le giustificazioni offerte dagli imputati, e, soprattutto, era stato informato del contenuto complessivo del rapporto del dr. Padalino, e, quindi, anche della parte che sino a quel momento era rimasta riservata, e nella quale si sottolineavano le preoccupazioni dell'ufficio ispettivo della Banca d'Italia sulle esposizioni debitorie del Banco Ambrosiano e si invocava una permanente e diffusa attività di efficace vigilanza, la cui necessità era resa evidente dalla scarsa collaborazione che era stata offerta, nella ricostruzione delle più rilevanti operazioni finanziarie.

 

L'imputato, inoltre, non aveva esitato nel solidarizzare con Calvi anche in occasione della vicenda conclusasi con le clamorose dimissioni di Carlo De Benedetti, allorquando, con la mediazione dell'avvocato Chiaraviglio, si tentò ma senza alcun apprezzabile successo, di convincere De Benedetti a motivare le sue dimissioni in modo diverso, sì da occultare, ancora una volta, con quali criteri la banca veniva gestita; ed era stato ancora Prisco il promotore del comunicato diffuso al termine della riunione del consiglio di amministrazione del 17 febbraio 1982, quando in risposta al dubbi espressi dalla Banca d'Italia, dopo le dimissioni di De Benedetti, sulla capacità degli organi collegiali preposti all'amministrazione del Banco Ambrosiano di assumere, responsabilmente, autonome determinazioni, si manifestò stupore ed indignazione, quasi che i presupposti di fatto che quell'interrogativo giustificavano fossero stati artificiosamente creati per rappresentare una diversa realtà; e pur dopo la scomparsa di Calvi, quando già si profilava, in termini concreti la possibilità dell'amministrazione straordinaria, era stato Prisco nel corso di un incontro con il dr. Noto della sede milanese della Banca d'Italia a sconsigliare quella possibilità e, nel contempo, a manifestare il suo dissenso anche all'opzione alternativa, e cioè a quella di sostituire a Calvi Bagnasco.

 

Pertanto, sulla base di tali elementi, la Corte di Appello di Milano confermava la condanna dell'imputato per i reati a lui ascritti ai capi 1-A - B - C - D e, in considerazione dell'avvenuta transazione con le parti civili, concedeva le attenuanti generiche che valutava equivalenti alle contestate aggravanti e riduceva la pena ad anni cinque e mesi quattro di reclusione.

 

Quanto alla distrazione conseguente all'acquisto di azioni attraverso la società "Suprafin" (capo 1-E), si escludeva la partecipazione dell'imputato, essendo i finanziamenti avvenuti in epoca precedente al suo ingresso nel consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano.

 

La sintetica esposizione dei motivi sui quali è fondata la conferma della condanna del primo giudice si è resa necessaria al fini dell'analisi dei numerosi rilievi prospettati dalla difesa del ricorrente, ed affidati ai motivi principali, a quelli aggiunti e ad un'analitica e diffusa memoria.

 

L'imputato ha, innanzi tutto, denunciato l'errata applicazione dell'art. 216, comma 1, n. 1, della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), sostenendo che la sentenza impugnata era pervenuta a quelle conclusioni unicamente perché aveva ritenuto configurabile il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione allorquando l'atto dispositivo non rientra nell'oggetto sociale e si rivela pregiudizievole per gli interessi economici dell'impresa e non aveva dato, invece, alcuna rilevanza al fatto che le operazioni finanziarie approvate dal consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano erano state deliberate quando lo stato d'insolvenza non ancora esisteva o, comunque, non si era manifestato.

 

Ed attraverso tale lacunosa indagine, secondo il ricorrente, la sentenza impugnata aveva finito per dissociare il dolo della bancarotta da un suo essenziale presupposto, e cioè la preventiva conoscenza dell'insolvenza dell'azienda.

 

Osserva la Corte che il rilievo, riproponendo all'attenzione del Collegio una problematica che ha remote origini e che in dottrina ha suscitato controverse soluzioni, non è in alcun modo condivisibile: ai fini della sua stessa prospettazione sono carenti i presupposti di fatto sul quali quel rilievo è fondato, posto che, come già si è osservato, la solidarietà manifestata dall'imputato a Calvi ed ai criteri da questi seguiti nella gestione della banca è stata espressa, con indubbia continuità, sino al 13 giugno 1982, quando ormai la prospettiva dello scioglimento degli organi amministrativi era divenuta una concreta realtà e quando le cause che quell'evento preannunciavano erano evidenti.

 

Sarebbe, quindi, arbitrario ridurre il contributo offerto dall'imputato nell'amministrazione del Banco Ambrosiano ad episodi precedenti al 1980, e cioè ad un periodo che precede la manifestazione dello stato d'insolvenza, quando, invece, è dimostrato, e d'altronde neppure l'imputato lo ha mai contestato, che la sua permanenza nel consiglio di amministrazione è cessata soltanto quando il Banco Ambrosiano fu sottoposto ad amministrazione straordinaria.

 

Inoltre, il rilievo dedotto dal ricorrente finisce per attribuire rilevanza penale all'atto dispositivo compiuto dall'imprenditore commerciale solo allorquando l'insolvenza si è oggettivamente manifestata nelle sue reali dimensioni ed è stata percepita.

 

Ma la giurisprudenza di questa Corte, formatasi sulla base di un'attenta interpretazione della norma incriminatrice, si è da tempo orientata, ed in maniera sempre più costante, nell'affermare che tutte le ipotesi alternative previste nell'art. 216, comma 1, n. 1, del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, si realizzano mediante condotte che determinano una diminuzione del patrimonio, diminuzione pregiudizievole per i creditori: per nessuna di quelle ipotesi la legge richiede un nesso causale tra la condotta dell'autore ed il dissesto dell'impresa, sicché né la previsione dell'insolvenza come effetto necessario, possibile o probabile, dell'atto dispositivo, né la percezione della sua stessa preesistenza nel momento del compimento dell'atto, possono essere condizioni essenziali ai fini dell'antigiuridicità penale della condotta.

 

Non va dimenticato che il fallimento, al quale va equiparata la liquidazione coatta amministrativa, non costituisce affatto l'evento del reato di bancarotta, sicché arbitrario sarebbe pretendere un nesso eziologico tra la condotta, realizzatasi con l'attuazione di un atto dispositivo che incide sulla consistenza patrimoniale di un'impresa commerciale, ed il fallimento.

 

E del resto, quando il legislatore ha ritenuto necessaria l'esistenza di siffatto rapporto, lo ha previsto espressamente, non sottraendosi all'onere di indicare entro quali limiti temporali la condotta può assumere rilievo penale: basti pensare alla bancarotta semplice documentale (art. 217 comma 2, della legge fallimentare), ipotesi in cui è il triennio precedente alla dichiarazione di fallimento il perimetro entro il quale può trovare legittimo spazio l'indagine conoscitiva del giudice penale.

 

D'altronde, come più volte questa Corte ha ribadito (cfr. Sez. V, 26 giugno 1990 ric.. Berdoni, etc.), se si accettasse una diversa soluzione, verrebbe compromesso l'ineludibile principio del rispetto della tassatività della fattispecie penale, giacché nella stessa avrebbe rilevanza una condizione che, se pur proiettata verso un evento certo, quale la dichiarazione di fallimento, utilizzerebbe un elemento del tutto arbitrario, affidato ad una soggettiva valutazione, quale l'individuazione del periodo "prossimo" alla dichiarazione di fallimento.

 

Né, per giustificare una diversa conclusione, può essere utile o determinante obiettare che, l'imprenditore, al pari di ogni altro soggetto, conserva la libera disponibilità dei beni almeno sino all'insorgenza dello stato d'insolvenza: la previsione normativa del reato di bancarotta fraudolenta non disconosce quel diritto, né, tantomeno, il suo legittimo esercizio, funzionale alla realizzazione delle scelte imprenditoriali: ciò che l'ordinamento vuol salvaguardare è soltanto che l'esercizio di quel diritto sia correlato agli interessi economici dell'impresa.

 

Quando da tali interessi si prescinde, per perseguire finalità che nulla hanno a che vedere con l'oggetto sociale, e nel contempo le scelte effettuate determinano o aggravano una diminuzione delle risorse patrimoniali, ci si pone nell'area di una potenziale illegittimità penale, perché già si compromettono le legittime aspettative dei creditori e si espone a rischio la stessa sopravvivenza dell'impresa.

 

E quando sopraggiunge l'accertamento giudiziale dell'insolvenza, l'atto dispositivo si identifica in una distrazione di attività, perché quell'accertamento, lungi dal costituire l'evento del reato, cristallizza gli effetti patrimoniali negativi che ne sono conseguiti, quale che sia l'epoca in cui quella scelta è stata compiuta.

 

E non sussistendo apprezzabili motivi per dissentire da tale conclusione che rappresenta, come già si è rilevato, il risultato di una costante elaborazione giurisprudenziale, essa va in questa sede riaffermata e del tutto superfluo appare rimettere la decisone del problema prospettato dal ricorrente al vaglio delle Sezioni Unite, così come da lui richiesto.

 

Neppure meritevole di accoglimento è il secondo motivo di ricorso e con il quale la difesa dell'imputato ha denunciato l'erronea applicazione dell'art. 314 c.p.p., in relazione al diniego di una consulenza tecnica.

 

Come già si è avuto modo di precisare, la Corte di Appello di Milano, sia nella sentenza del 10 giugno 1996. che nell'ordinanza del 5 giugno 1996 - entrambe impugnate dall'imputato - aveva ritenuto superfluo un accertamento tecnico sullo stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano e sulla ricognizione delle cause che lo avevano determinato, osservando che le risultanze acquisite non proponevano, a tal riguardo, elementi di incertezza: la ricostruzione delle operazioni finanziarie che quel dissesto avevano provocato o aggravato era stata compiuta da un organo tecnicamente qualificato, quale il collegio dei commissari liquidatori e la documentazione acquisita anche dalle consociate estere del Banco Ambrosiano suffragava quelle conclusive indicazioni.

 

Pertanto, la superfluità di un accertamento tecnico è stata congruamente motivata anche alla luce della rinnovata formulazione dell'originario contenuto dell'art. 314 c.p.p., e, come tale, si sottrae al sindacato di questa Corte, in quanto l'obbligo di provvedere ad un accertamento tecnico, nel giudizio, è sempre subordinato alla ravvisata necessità di un'indagine che richieda particolari cognizioni.

 

Con il terzo motivo di ricorso l'imputato ha dedotto l'omessa e la contraddittorietà di motivazione dell'impugnata sentenza, sostenendo, e con articolate argomentazioni, illustrate anche nella successiva memoria, che si era omesso di considerare che la condotta realizzata era il risultato di un inganno, in quanto la patologia dei finanziamenti era costituita dal fatto che essi avevano una destinazione diversa rispetto a quella dichiarata e, quindi, nota al consiglio di amministrazione, e che tutto l'apparato estero del Banco Ambrosiano era stato organizzato in modo da operare nella maggiore segretezza possibile.

 

Ha inoltre osservato il ricorrente che tutte le pratiche venivano istruite dall'organo tecnico ed erano corredate dal relativi pareri favorevoli e che, comunque, durante la sua permanenza nel consiglio di amministrazione, non tutti i finanziamenti erano passati al vaglio di tale organo, ma soltanto quelli per importi superiori ai diciotto miliardi. Infine, quanto alla condanna per il reato di bancarotta documentale, l'imputato ha osservato che la sentenza impugnata aveva omesso di considerare che i bilanci e le relazioni venivano predisposti sempre da organi tecnici e che, quanto al rendiconto, nella lettera del giorno 8 luglio 1982 si era segnalata l'impossibilità di una completa ricostruzione, sicché carente era stata l'indagine sia in relazione alla ricostruzione oggettiva dei fatti, che in merito alla ricerca e valutazione dell'elemento psicologico del reato.

 

Osserva la Corte che nessuno dei rilievi su esposti è condivisibile.

 

Le circostanze indicate dal ricorrente non sono state trascurate dai giudici di merito, ma sono state ritenute ininfluenti ai fini dell'accertamento delle responsabilità penali dell'imputato in relazione alle varie ipotesi contestate, perché si è considerato che la condotta manifestata dell'imputato sia nel corso del biennio in cui aveva rivestito l'incarico di componente del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, e cioè dal 12 aprile 1980 al 17 giugno 1982, che nel precedente e maggior periodo in cui analogo incarico, per volontà di Calvi, aveva ricoperto presso la società Rizzoli Editrice, vi era stata sempre un'incondizionata accettazione delle iniziative assunte da Calvi, benché tutta una serie di circostanze avrebbero dovuto indurre chi a quell'ufficio era preposto ad attivarsi per un corretto adempimento dei propri doveri.

 

Lungi, quindi, dall'ipotizzare una condotta omissiva, espressione dell'altrui inganno, i giudici del merito hanno evidenziato come il comportamento dell'imputato assumeva la più grave connotazione di una consapevole connivenza, in quanto la solidarietà manifestata a Calvi e sino a dopo la scomparsa dello stesso, non si esauriva nell'ambito riduttivo di un rapporto intersoggettivo, ma comprendeva l'attività amministrativa concretamente espletata dal banchiere, tant'è vero che era stato proprio l'imputato, come già si è notato, a protestare con la Banca d'Italia quando questa nel febbraio 1982, aveva sollecitato il consiglio di amministrazione ed il collegio sindacale all'effettivo esercizio delle loro funzioni.

 

E se vero è che, come affermato dal ricorrente, la patologia dei finanziamenti consisteva nella destinazione a finalità diverse da quelle dichiarate, è altrettanto indubbio che l'occultamento delle reali destinazioni, almeno in relazione alle operazioni per impadronirsi del controllo della società Rizzoli non potevano sfuggire a chi, come Prisco, della gestione di questa società era partecipe e tale era diventato per volontà di Calvi, e per giunta con poteri di veto che accrescevano ma non certo attenuavano i poteri decisori.

 

Se poi in tale quadro si inseriscono, come è stato doverosamente fatto dai giudici di merito, tutte le altre circostanze che proprio dal 1980 al 1982 si erano manifestate e che erano univocamente sintomatiche dei metodi fraudolenti con i quali veniva gestita la banca, non si vede in quale vizio di motivazione sia incorsa l'impugnata sentenza allorquando da quelle circostanze ha tratto la convinzione che Prisco, più di tutti gli altri componenti del consiglio di amministrazione, e per le ragioni su esposte, era a conoscenza di quella realtà, della quale aveva avuto diretta esperienza qualche anno prima, quando cioè aveva accettato di essere il patrocinatore degli interessi di Calvi e dei suoi collaboratori nella Rizzoli, interessi che nulla avevano a che vedere con le finalità speculative di una banca.

 

E tale maturata consapevolezza, vivificata dal susseguirsi di una serie di vicende che nella loro efficacia sintomatica si armonizzavano nella stessa direzione, non poteva non essere utile anche al fini della ricerca e della valutazione dell'elemento psicologico richiesto per la configurazione del reato di bancarotta fraudolenta documentale.

 

La Corte di Appello di Milano non ha ignorato che al vaglio del consiglio di amministrazione erano sottoposti soltanto i finanziamenti che superavano l'importo di diciotto miliardi, né che i bilanci e le relazioni erano redatte da organi tecnici che operavano alle dirette dipendenze di Calvi, ma ha motivatamente escluso che entrambe tali circostanze potessero far dubitare della colpevolezza dell'imputato: molti depositi fiduciari superavano quell'importo ed erano stati approvati dal consiglio del quale Prisco faceva parte, come pure era avvenuto per alcuni finanziamenti a favore di imprese che operavano in Italia e per quelli erogati alle consociate estere del Banco Ambrosiano, nonostante i reiterati ed allarmanti rilievi della Banca d'Italia.

 

Il coinvolgimento di Calvi in quel procedimento penale che evocava non personali iniziative, ma pregiudicate scelte operative che coinvolgevano direttamente il Banco Ambrosiano, il Credito Varesino, la Banca del Gottardo e le società Toro Assicurazioni, e quindi l'intero gruppo, accusato, e non senza fondamento, di avere illecitamente esportato oltre 23 miliardi di lire, era già sintomatico di una disinvolta gestione, non certamente sensibile al rispetto della trasparenza, e soprattutto degli stessi interessi della banca; ma se poi in tale contesto si inseriva la relazione del dr. Padalino che illustrava i dubbi e le gravi perplessità anche sulla destinazione del denaro erogato alle consociate estere del Banco Ambrosiano, vi erano ragioni più che sufficienti per dubitare della correttezza formale e sostanziale di quelle operazioni e, quindi, per sollecitare una doverosa attenzione di chi era preposto alla loro approvazione e verifica.

 

Ne consegue che sotto tale profilo i rilievi dedotti dal ricorrente non sono condivisibili, perché le conclusioni alle quali è pervenuta la Corte di Appello di Milano non sono fondate su mere congetture, né su arbitrarie ipotesi, ma sono soltanto il risultato logico dell'analisi corretta e completa delle risultanze acquisite.

 

E d'altronde, è pur vero che, come ha sostenuto la difesa del ricorrente, le bozze dei bilanci venivano predisposte materialmente dagli uffici tecnici della banca, ma è altrettanto incontestabile che all'onere della loro verifica doveva provvedere il consiglio di amministrazione e quest'onere, attesa l'esistenza di quei gravi indici di allarme, imponeva un adeguato controllo che non poteva certamente esaurirsi in una cieca accettazione dei dati contabili rappresentati da chi aveva interesse ad occultare la realtà.

 

La sentenza impugnata, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, non ha certamente ignorato né il contenuto della relazione del dr. Desario che segnalava una riduzione dei finanziamenti del Banco Ambrosiano alle consociate estere, né tantomeno la riconducibilità dell'iniziativa di costituire un comitato esecutivo che avrebbe dovuto limitare i poteri di Calvi. Ma la sentenza impugnata ha dovuto prendere atto - e la circostanza è documentalmente provata - che il contenuto del rapporto Desario fu reso noto dopo la dichiarazione dello stato di insolvenza e, comunque, non esponeva che una parte della verità, perché se diminuiti erano i finanziamenti diretti, aumentati risultavano quelli indiretti, e quanto al comitato esecutivo, esso non aveva di fatto esercitato le funzioni per le quali era stato concepito, perché in realtà si era trattato di un mero espediente tattico escogitato da chi, come Prisco, voleva conservare Calvi alla guida della banca e, nel contempo, offrire all'organo di vigilanza la parvenza di un valido ed efficace tentativo per ricondurre la gestione dell'azienda nel binario della legalità dopo le note vicende che avevano determinato l'arresto di Calvi.

 

Ed una volta escluso che il fallimento sia un elemento costitutivo della fattispecie, non può che convenirsi con quanto affermato nell'impugnata sentenza, e cioè che non era in alcun modo necessario dimostrare, da parte dell'accusa, un nesso tra la condotta ed i suoi effetti, una volta accertato che le attività del Banco Ambrosiano, con la compiacente e costante collaborazione dell'imputato, venivano destinate a finalità diverse da quelle consentite e che tale consapevolezza si ripercuoteva, necessariamente, sulla falsa ed ingannevole rappresentazione della realtà, rappresentazione difesa sino all'ultimo, nonostante le diverse e reiterate insistenze dell'organo di vigilanza, preposto alla tutela di pubblici interessi, e di chi, come De Benedetti, aveva invano chiesto di essere posto al corrente della reale situazione economico-finanziaria del Banco Ambrosiano sei mesi prima che il dissesto fosse accertato dall'autorità giudiziaria competente.

 

Quanto, infine, alla sottoscrizione del falso rendiconto, le giustificazioni offerte dall'imputato sono state motivatamente disattese, una volta accertatosi che erano stati utilizzati i risultati contabili contenuti nel bilancio del 1981 e si era perpetrata una valutazione artificiosa della partecipazione nella holding lussemburghese e dei crediti vantati verso le consociate estere ed i beneficiari dei vari finanziamenti, erogati senza opportune garanzie e destinati, non di rado, a fini diversi da quelli dichiarati.

 

Il rendiconto presentato ai commissari liquidatori il 20 luglio 1982 altro non doveva contenere che la rappresentazione sintetica della situazione contabile maturatasi dopo l'approvazione dell'ultimo bilancio, sicché almeno in quella sede si aveva l'opportunità di abbattere il veto protettivo del silenzio sulla reale condizione della banca e se ciò non avvenne non fu certo per l'impossibilità materiale di farlo, bensì per l'avvertita esigenza di perpetuare una rappresentazione che doveva occultare come il patrimonio del Banco Ambrosiano fosse stato già tutto inghiottito dalle perdite due anni prima, cioè nel 1980, e che le successive operazioni, giustificate dai più disparati interessi, incompatibili certamente con un reale programma di risanamento, avevano avuto un solo risultato, e cioè quello di consolidare l'indebitamento, aumentandone progressivamente la consistenza.

 

È stato questo il percorso logico seguito dall'impugnata sentenza, sicché non solo non emergono aspetti di manifestata illogicità, ma neppure risultano sottratte alla doverosa analisi dei giudici dell'appello circostanze rilevanti, potenzialmente idonee a giustificare una diversa decisione.

 

È del pari destituito di qualsiasi fondamento il rilievo dedotto dal ricorrente nei motivi aggiunti, in relazione alla valutazione dell'elemento psicologico del reato, posto che nella sentenza impugnata la condotta ascrivibile all'imputato non è stata ricostruita nell'ambito riduttivo di un comportamento negligente, non attento ai segnali d'allarme.

 

Esso è stato ritenuto sintomatico di una volontaria adesione alle scelte operative di Calvi, nella piena consapevolezza che il risultato di quelle scelte era la sottrazione di attività dal patrimonio della banca, sottrazione della quale l'imputato era stato un indiretto beneficiario e, nel contempo, attento ed interessato testimone, quando nel consiglio di amministrazione della Rizzoli Editore non potè non percepire l'interesse di Calvi e dei suoi complici ad ottenere il controllo di quella società, attraverso finanziamenti che nulla avevano a che vedere con le attività speculative del Banco Ambrosiano.

 

Né a diversa conclusione poteva pervenirsi sulla base della conclusione giudiziaria del procedimento che aveva visto coinvolto lo stesso imputato nella bancarotta conseguente alla dichiarazione d'insolvenza della società Rizzoli, posto che in quel procedimento non era in discussione la genesi dei finanziamenti del Banco Ambrosiano, né i motivi che li avevano giustificati, bensì soltanto la loro effettiva destinazione.

 

E quanto alla quotazione in borsa delle azioni del Banco Ambrosiano, quell'operazione non rappresentava certo la prova del definitivo superamento di una situazione di crisi, quanto, piuttosto, lo strumento al quale la Banca d'Italia aveva fatto ricorso per ottenere alcuni adempimenti formali, quale la presentazione di un bilancio consolidato, che, secondo le intenzioni dei proponenti, doveva servire per ottenere una meno incompleta rappresentazione delle esposizioni debitorie all'estero, aspettativa delusa dal massiccio ricorso ai finanziamenti interbancari.

 

Pertanto, anche sotto tale aspetto la sentenza impugnata si sottrae ai rilievi del ricorrente.

 

Quanto infine all'ultimo motivo di censura, concernente il giudizio di comparazione e la determinazione della pena, il ricorso è ai limiti dell'ammissibilità, posto che attraverso i rilievi dedotti si propone alla Corte una rivalutazione complessiva del fatto e della personalità del colpevole al fine di pervenire ad una più favorevole decisione: ma tale rivalutazione è preclusa in questa sede.

 

La sentenza impugnata ha riconosciuto all'imputato le attenuanti generiche, valutando positivamente il suo comportamento processuale, ma ha giudicato tali attenuanti equivalenti alle contestate aggravanti in considerazione non solo dell'oggettiva gravità dei fatti accertati, ma soprattutto dell'attivo ed autorevole contributo offerto da Prisco alla loro realizzazione e tale valutazione è in questa sede incensurabile.

 

Né risulta che al fini della concreta determinazione della pena la sentenza impugnata non abbia utilizzato legittimamente i criteri previsti dall'art. 133 c.p., posto che ha tenuto conto, espressamente, sia della gravità dei reati accertati, desumendola dalle modalità con le quali si era esplicata la condotta, oltre che dalla gravità complessiva del danno arrecato, che della capacità a delinquere dell'imputato, negativamente caratterizzata dalla stessa reiterazione della condotta delittuosa: ne consegue che il potere discrezionale del giudice di merito è stato legittimamente esercitato e le conclusioni alle quali è pervenuto sono correttamente motivate.

 

 

Valeri Manera Mario

 

Ad analoga conclusione questa Corte ritiene di dover pervenire in relazione al ricorso proposto nell'interesse di Valeri Manera Mario, condannato ad anni cinque e mesi sette di reclusione in relazione a tutti i reati a lui ascritti (capi 1-A - B - C - D - E).

 

Secondo la ricostruzione dei giudici di merito l'imputato, dopo essere stato nominato vice presidente della Banca Cattolica del Veneto nel lontano 1977, aveva fatto parte del consiglio di amministrazione sia della "Centrale Finanziaria" che del Banco Ambrosiano e quest'ultimo incarico, assunto il 21 febbraio 1973, lo aveva conservato - e la circostanza non è mai stata contestata dal ricorrente - sino al 17 giugno 1982, sicché non a torto è stato definito come il componente di quell'organo collegiale trattenuto in quell'incarico per il più lungo periodo di tempo.

 

Nelle conformi sentenze dei giudici di merito si è dato atto che Valeri Manera oltre ad avere sempre espresso parere favorevole a tutte le proposte di Calvi ed a quelle suggerite, nell'interesse di quest'ultimo, da Prisco, era stato coinvolto nel procedimento penale instaurato dalla Procura di Milano per l'illecita esportazione di 23 miliardi di lire, procedimento che si era concluso con la sua assoluzione, avendo dimostrato che all'epoca del commesso reato egli era ricoverato in ospedale, dopo essere stato vittima di un incidente stradale, benché all'epoca rivestisse la carica di vice presidente della società "La Centrale Finanziaria", società alla quale era riconducibile l'illecita esportazione della valuta.

 

Nel corso dell'istruttoria si era altresì accertato, e nessuna prova contraria era emersa nel successivo giudizio, che un gruppo di società a lui riconducibili, e cioè la "Veneta Industrie", la "Partek", e "La Società Veneta per le imprese e le costruzioni pubbliche", avevano ottenuto cospicui finanziamenti dalla Banca Cattolica del Veneto e non tutti erano stati rimborsati alle relative scadenze, con la compiacente tolleranza del Banco Ambrosiano al quale, in definitiva, era riconducibile la banca erogatrice dei finanziamenti. Inoltre, nel corso della ispezione effettuata dalla Banca d'Italia si era dovuto constatare che proprio la Banca Cattolica del Veneto, presso la quale l'imputato ricopriva la carica di vice presidente, ancor prima che venisse deliberato l'aumento del massimale, aveva concesso un finanziamento di 15 milioni di dollari al Banco de la Nation di Lima, elevandolo, dopo breve tempo, a 40 milioni e senza compiere alcuna istruttoria.

 

Ed altrettanto era avvenuto per un deposito di due milioni di dollari al banco Cafetero di Panama, e cioè di un'altra banca che, con la prima, erano abitualmente utilizzate per i depositi fiduciari ai quali Calvi aveva fatto ricorso, nel tentativo di sottrarsi ai controlli della Banca d'Italia.

 

A differenza poi degli altri componenti del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, l'imputato, dopo l'ispezione della Banca d'Italia aveva continuato a deliberare i finanziamenti alla società Suprafin, con ciò collaborando con Calvi anche nella gestione del pacchetto azionario del Banco Ambrosiano.

 

Tali circostanze, unitamente al ruolo assunto dall'imputato all'interno del gruppo riconducibile al Banco Ambrosiano, ed a tutti gli altri "segnali d'allarme" che erano emersi sulla gestione di Calvi e che si erano manifestati durante il lungo periodo in cui l'imputato aveva fatto parte del consiglio di amministrazione sia della Centrale che del Banco Ambrosiano, venivano dai giudici di merito giudicate più che sufficienti per giustificare una pronuncia di condanna, perché da tutto il complessivo quadro probatorio emergeva che l'imputato non poteva non aver percepito la natura distrattiva di numerose operazioni finanziarie che erano passate al vaglio della sua attenzione.

 

Anche nell'interesse dell'imputato Valeri Manera sono stati prospettati molteplici rilievi alla sentenza impugnata.

 

Con il primo motivo di ricorso si è dedotta la violazione dell'art. 43 c.p., sostenendosi che la sentenza impugnata aveva finito per confondere il dolo con la colpa, posto che si era affermato che l'imputato aveva avuto la semplice possibilità di conoscere le condizioni in cui versava il Banco Ambrosiano, ma non vi era la prova che tale possibilità si fosse tramutata in realtà.

 

Ha altresì osservato il ricorrente che la sentenza impugnata aveva omesso di considerare che le deliberazioni del consiglio di amministrazione venivano assunte su moduli già predisposti per le normali operazioni interbancarie, e che dalla documentazione allegata non emergeva l'effettiva destinazione che Calvi intendeva dare a quelle somme.

 

Strettamente correlata a tali rilievi è la censura espressa nel secondo motivo di ricorso e con il quale si contesta la congruità e la legittimità della valutazione dell'elemento psicologico del reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, sostenendosi che la Corte di Appello di Milano pur dopo aver escluso che il dolo debba comprendere l'evento del reato, era poi pervenuta a contraddittoria conclusione, assimilando la conoscenza dell'evento alla sua conoscibilità e ritenendo questa sufficiente al fine dell'accertamento della responsabilità penale.

 

Osserva la Corte che nessuno dei su esposti rilievi è condivisibile.

 

È doveroso precisare, innanzitutto, che la Corte di Appello di Milano, recependo le valutazioni già espresse dal primo giudice, nell'indicare gli episodi che segnalavano all'attenzione di coloro che erano preposti alla gestione del Banco Ambrosiano con quali arbitrari criteri essa era da Calvi effettuata, non solo non è incorsa in alcuna contraddittoria valutazione sulla loro univoca capacità rappresentativa di quella realtà, ma ha doverosamente collegato la rilevanza probatoria di quelle circostanze di fatto a tutte le altre emergenze processuali e dalle quali risultava che l'imputato non solo per le sue qualità personali, ma soprattutto per il ruolo di primaria importanza rivestito presso la Banca Cattolica del Veneto, La Centrale Finanziaria ed il Banco Ambrosiano, si era venuto a trovare, e per cosi lungo tempo, nella più privilegiata posizione per comprendere ciò che avveniva all'interno di quel gruppo.

 

Né corrisponde a verità che la sentenza impugnata, dopo aver escluso ogni nesso eziologico tra la condotta distrattiva ed il fallimento, tale nesso abbia poi recuperato sotto il residuale profilo della mera conoscibilità.

 

Vero è, invece, che la Corte di Appello di Milano, come già aveva fatto il Tribunale, ha individuato nel dolo eventuale l'elemento psicologico che ha animato la condotta attribuita all'imputato.

 

E la linea di demarcazione tra dolo eventuale e la colpa, pur quando questa sia carica della previsione dell'evento, è individuata nel diverso atteggiamento psicologico del soggetto che nel primo caso accetta il rischio che si realizzi un evento diverso non direttamente voluto, mentre, nella seconda ipotesi, nonostante l'identità della previsione, l'agente respinge il rischio, perché confida nelle sue concrete possibilità di controllare l'esecuzione dell'azione in modo che questa non produca effetti diversi.

 

Ne consegue che, come più volte è stato affermato dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Sez. Unite, 14 febbraio 1996, ric. Mele), comune al dolo eventuale ed alla colpa con previsione dell'evento, è proprio la previsione degli effetti della condotta che sono e restano diversi rispetto a quelli voluti; ma ciò che diverge il dolo dalla colpa è l'accettazione del rischio, accettazione che deve essere presente nel dolo ed assente , invece, nella colpa.

 

Ed a tali principi si è ispirata la sentenza impugnata, senza peraltro attribuire alla dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano né il ruolo di evento del reato di bancarotta, né quello di elemento costitutivo della fattispecie, giacché quando si è parlato di evento si è sempre fatto riferimento all'atto dispositivo del patrimonio aziendale, idoneo a danneggiare i creditori, al di fuori, quindi, di ogni rapporto di connessione rispetto alla causazione dell'insolvenza.

 

Vero è, invece, che la prova del dolo eventuale può essere tratta soltanto da elementi sintomatici che debbono essere precisi e significativi, giacché tutti gli atteggiamenti psicologici non possono che essere ricostruiti affidandosi alla sintomaticità delle modalità intrinseche od estrinseche della condotta: ed in tale prospettiva si è mossa l'indagine dei giudici di merito che da un lato hanno utilizzato, e con congrua valutazione, le circostanze estrinseche alla condotta dell'imputato e rivelatrici della cattiva gestione del Banco Ambrosiano e degli effetti negativi ch'essa produceva sull'affidabilità di quell'azienda di credito, e, dall'altro hanno dato rilievo alla condotta dell'imputato dopo aver indicato, e con esauriente motivazione, le ragioni per le quali Valeri Manera non poteva ignorare quale era il rischio delle operazioni effettuate e ciò nonostante le aveva approvate, con la consapevole accettazione degli effetti pregiudizievoli che sarebbero scaturiti da finanziamenti erogati senza adeguate istruttorie, senza precostituirsi congrue garanzie ed in Paesi a basso sviluppo economico; sicché non occorreva uno sforzo di immaginazione nel prevedere che trattavasi di erogazioni senza ritorno e, quindi, compiute per finalità che nulla avevano a che vedere con quelle speculative, proprie di un istituto bancario che impegnava nei finanziamenti il denaro dei risparmiatori.

 

Non si è, pertanto, confusa la conoscibilità potenziale degli effetti pregiudizievoli di quelle disinvolte operazioni con l'effettiva loro previsione, ma questa concreta previsione ha rappresentato nella ricostruzione dei giudici di merito la fondamentale premessa delle conclusioni alle quali sono pervenuti e quella previsione, accompagnata dall'accettazione del rischio ch'essa evocava, è stata dimostrata attraverso una corretta utilizzazione delle risultanze acquisite, di tal ché la decisone adottata si sottrae al rilievi dedotti dal ricorrente.

 

Neppure meritevoli di accoglimento sono il terzo ed il quarto motivo di ricorso e con i quali si è denunciata la contraddittorietà di motivazione dell'impugnata sentenza in ordine al diniego delle attenuanti generiche ed alla determinazione della pena.

 

Entrambe quelle statuizioni risultavano congruamente motivate dalla Corte di Appello di Milano. Si è tenuto conto del ruolo importante assunto dall'imputato nell'intera vicenda, del lungo periodo nel quale aveva rivestito quella pluralità di incarichi, nonché della gravità oggettiva dei fatti accertati e del danno arrecato ai numerosi creditori; e tutti tali elementi, nel caratterizzare negativamente sia la condotta del ricorrente che la sua stessa capacità a delinquere, espressa attraverso una cospicua reiterazione dell'attività criminosa, hanno ampiamente giustificato le decisioni adottate.

 

E non è certamente compito di questa Corte surrogarsi nell'esercizio di un potere discrezionale del giudice di merito quando questo, come nel caso in esame, sia stato legittimamente esercitato nel rispetto dei criteri enunciati nell'art. 133 c.p.

 

Infine, non è neppure condivisibile il rilievo formulato dal ricorrente in relazione ad un'asserita disparità di trattamento che la sentenza impugnata avrebbe consacrato: le diverse statuizioni adottate nel confronti di Prisco, Bagnasco, Von Castelberg e De Benedetti, erano fondate su diversi presupposti, non assimilabili, né sovrapponibili a quelli che la posizione del ricorrente Valeri Manera evocava nella sua singolarità.

 

Ne consegue pertanto che il ricorso va rigettato.

 

 

Von Castelberg Carlo

 

Non meritano accoglimento neppure i numerosi motivi di ricorso che sono stati presentati nell'interesse dell'imputato Von Castelberg Carlo, ed ai quali ha fatto seguito un'analitica memoria illustrativa.

 

Risulta dall'impugnata sentenza che Von Castelberg aveva fatto parte del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano dal 15 novembre 1978 al 21 luglio 1981, ed aveva riportato numerosi incarichi nell'ambito delle società a quella banca riconducibili: era stato membro del consiglio di amministrazione della società "La Centrale Finanziaria" e del Banco Ambrosiano Holding, ed era stato nominato vice presidente sia della Banca del Gottardo che del Banco Ambrosiano Holding, nonché presidente della società "Ultrafin", società utilizzata come depositaria della corrispondenza riservata del gruppo e che aveva sede a Zurigo, città in cui risiedeva l'imputato.

 

Nei locali di quest'ultima società, infatti, era stata collocata una cassaforte, dove Calvi, insieme ai suoi collaboratori dell'ufficio esteri del Banco Ambrosiano, Leoni e Costa, custodivano la documentazione relativa alle operazioni estere, cassaforte che Von Castelberg aveva fatto rimuovere solo dopo il suo personale coinvolgimento nel procedimento penale per le infrazioni valutarie riconducibili ad alcune operazioni effettuate dalla Banca del Gottardo e dalla "Centrale Finanziaria".

 

Secondo l'impugnata sentenza, sotto tale aspetto conforme a quella dei primi giudici, Von Castelberg, al pari degli altri componenti del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, aveva offerto un rilevante contributo a Calvi nella gestione della banca, prevedendo ed accettando il rischio che le numerose operazioni finanziarie realizzate si rilevassero dannose per i creditori e per la stessa azienda.

 

I giudici di merito osservavano in particolare che l'imputato era stato preposto da Calvi all'amministrazione del Banco Ambrosiano Holding, e cioè proprio di quella società che deteneva il controllo di tutte le altre consociate estere del Banco Ambrosiano, società che per finanziare queste ultime si era indebitata a tal punto da dover essere posta in amministrazione controllata il 29 luglio 1982.

 

Nella sentenza impugnata si dava atto che Von Castelberg non aveva partecipato con assiduità alle riunioni del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, ma si escludeva che quelle sue frequenti assenze potessero esonerarlo da una personale responsabilità in ordine alle deliberazioni adottate: ogni deliberazione era stata assunta su argomenti indicati all'ordine del giorno e dei quali l'imputato era stato tempestivamente informato.

 

Pertanto, la sua mancata partecipazione, lungi dall'essere rivelatrice di un dissenso o, comunque, di una dissociazione rispetto alle decisioni adottate su indicazione di Calvi, andava valutata come espressione di un'incondizionata adesione a quelle scelte, adesione che Von Castelberg aveva esplicitamente manifestato in relazione alle iniziative riconducibili al Banco Ambrosiano Holding, cioè alla struttura principale attraverso la quale venivano alimentate le altre consociate estere.

 

Sulla base di tali circostanze, Von Castelberg veniva ritenuto colpevole di tutti i reati a lui ascritti, eccezion fatta per la distrazione conseguente ai finanziamenti a favore della società Suprafin (capo 1-E), e, con il concorso delle attenuanti generiche, giudicate equivalenti alle contestate aggravanti, veniva condannato alla pena di anni quattro e mesi sei di reclusione; con la stessa sentenza veniva disposta la revoca del mandato di cattura emesso dal giudice istruttore il 4 maggio 1987 e mai eseguito, potendo l'imputato fruire dei provvedimenti di condono nel frattempo intervenuti.

 

Con i primi due motivi di ricorso l'imputato ha denunciato la violazione degli artt. 445-447 e 515 del c.p.p. del 1930, sostenendo che si era violato il principio di correlazione tra accusa e sentenza, in quanto nella contestazione gli era stata attribuita la partecipazione alle singole deliberazioni del consiglio di amministrazione, mentre poi era stato ritenuto colpevole anche in relazione a decisioni alle quali non aveva partecipato.

 

Ha inoltre osservato il ricorrente che mentre il Tribunale lo aveva giudicato colpevole soltanto con riferimento alle decisioni da lui approvate in seno al consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, la Corte di Appello, invece, pur senza alcuna impugnazione da parte del pubblico ministero, aveva esteso la dichiarazione di responsabilità anche con riferimento alle deliberazioni assunte in sua assenza.

 

Osserva la Corte che entrambi i rilievi sono infondati.

 

Perché si verifichi una mancanza di correlazione tra la sentenza e l'accusa contestata è necessario che il fatto enunciato nel capo d'imputazione sia modificato dal giudice di merito nei suoi elementi essenziali, in quanto la ratio della norma che pone l'obbligo di tale correlazione è soltanto quella di permettere all'imputato di difendersi in ordine ad ogni elemento di decisiva importanza.

 

Nel caso in esame non si è verificata la violazione dell'art. 477 c.p.p., non solo perché l'imputato, nel corso degli interrogatori ai quali era stato sottoposto il 15 aprile 1983 ed il 14 maggio 1987, aveva avuto modo di difendersi anche in relazione alla specifica accusa di aver consentito a Calvi, con le sue frequenti assenze, di gestire il Banco Ambrosiano secondo le proprie determinazioni, ma anche perché proprio nella formulazione dei vari capi d'imputazione si era avuto cura di precisare che la partecipazione al contestati reati si era manifestata sia attraverso un'espressa deliberazione che ratificava le iniziative proposte da Calvi, che attraverso un qualsiasi contributo, attivo od omissivo, che "comunque consentisse" l'esecuzione delle singole operazioni distrattive ed il loro fraudolento occultamento.

 

La contestazione, quindi, per l'ampiezza del suo contenuto, comprendeva espressamente qualsiasi comportamento adesivo alle decisioni assunte che prescindeva dalla partecipazione personale alle riunioni nelle quali quelle decisioni erano state approvate.

 

Né va dimenticato che la partecipazione ad un reato può esprimersi sia attraverso un contributo materiale, che nelle forme di un concorso morale: e l'accusa che ha ad oggetto una partecipazione materiale implica la contestazione di un concorso morale che è sempre riduttivo rispetto al concorso materiale, posto che quest'ultimo comprende la volontà e la consapevolezza di offrire un valido contributo anche alla concreta esecuzione della condotta delittuosa.

 

Né può fondatamente affermarsi, come ha fatto il ricorrente, che la sentenza pronunciata dalla Corte di Appello di Milano contenga una reformatio in pejus: vero è esattamente il contrario.

 

Il divieto della riformatio in peius, stabilito dal terzo comma dell'art. 515 c.p.p. riguarda unicamente la pena complessivamente inflitta in relazione ai reati per i quali era intervenuta la condanna da parte del primo giudice, ma non il potere di modificare la qualificazione giuridica del fatto, né tantomeno la facoltà di utilizzare, al fini della conferma della condanna, argomenti o risultanze probatorie non valutate dal primo giudice nella prospettiva accusatoria recepita, invece, dal giudice dell'impugnazione.

 

E, quanto alla posizione dell'imputato ricorrente, non può certo contestarsi che la condanna inflitta dall'impugnata sentenza sia più favorevole rispetto a quella del primo giudice, essendo stata la pena ridotta da anni otto e mesi otto di reclusione ad anni quattro e mesi sei.

 

Con il terzo motivo di ricorso l'imputato ha dedotto la violazione dell'art. 43 c.p. ed il vizio di motivazione dell'impugnata sentenza in relazione alla valutazione dell'elemento psicologico del reato di bancarotta fraudolenta e tale censura ha formato oggetto di un'ampia disamina da parte della difesa anche nella memoria depositata il 27 marzo 1998.

 

Ha sostenuto il ricorrente che la sentenza impugnata aveva trascurato di considerare che ai fini della configurabilità del dolo eventuale occorreva fornire la prova che l'evento fosse stato previsto, non essendo sufficiente che questo fosse soltanto prevedibile e che non tutti i cosiddetti "segnali d'allarme" potevano essere utilizzati nei suoi confronti, posto che aveva rassegnato le dimissioni contestualmente alla condanna di Calvi per i reati valutari.

 

Strettamente connessi ai su esposti rilievi sono i successivi tre motivi di ricorso (il 4, il 5 ed il 6), con i quali la difesa ha contestato, sotto il profilo del difetto di motivazione, la conferma della condanna dell'imputato per le tre distinte ipotesi di bancarotta fraudolenta patrimoniale in relazione ai finanziamenti diretti alle consociate estere, ai depositi fiduciari, ed ai fidi concessi in Italia.

 

Ma anche tali rilievi, pur se giuridicamente corretti in relazione alla loro astratta rappresentazione, non sono, in concreto, meritevoli di accoglimento, perché le risultanze acquisite con quelle premesse non si armonizzavano.

 

Questa Corte ha già avuto modo di precisare, in relazione alla posizione dell'imputato Prisco, come ai fini della sussistenza del dolo eventuale nella bancarotta per distrazione sia indubbiamente necessaria la previsione dell'evento diverso da quello voluto, accompagnata dall'accettazione del rischio relativo: ma l'evento, nella bancarotta, non è né il fallimento, né la dichiarazione d'insolvenza, perché il reato si identifica nella sottrazione di un bene alla garanzia dei creditori od alla stessa funzionalità dell'impresa.

 

Nella ricostruzione dei giudici di merito si è dato rilievo al fatto che l'imputato, con il suo costante comportamento, aveva condiviso le scelte di Roberto Calvi, dando spesso anche il suo contributo personale alla loro concreta attuazione e quelle scelte, per le concrete finalità perseguite, evidenziavano l'alto coefficiente di rischio al quale erano esposte: e tale valutazione, per essere strettamente conseguente, sul piano logico, all'analisi delle risultanze probatorie acquisite, si sottrae ai rilievi del ricorrente e, contemporaneamente, anche al sindacato di legittimità riservato a questa Corte.

 

La sentenza impugnata non ha omesso di tener presente che l'imputato raramente aveva personalmente partecipato, presso la sede milanese del Banco Ambrosiano, alle riunioni del consiglio di amministrazione; né ha trascurato di considerare che le dimissioni da tutti gli incarichi da Von Castelberg ricoperti dal 1977 in poi presso le vane società del gruppo erano state rassegnate nel luglio del 1981, quando cioè il Tribunale di Milano aveva condannato Calvi per le infrazioni valutarie conseguenti ad alcune operazioni effettuate attraverso l'utilizzazione della Centrale, della Banca del Gottardo e di altre società controllate.

 

Ma, pur tenendo conto di tali circostanze, di indubbia rilevanza, ha considerato, innanzitutto, che la mancata partecipazione all'approvazione di numerose deliberazioni rappresentava una scelta volontaria che esprimeva adesione incondizionata alle proposte di Calvi: e tale conclusione non può essere definita un'arbitraria od ingiustificata congettura, per la semplice ma determinante ragione che Von Castelberg aveva poteri dispositivi diretti attraverso la gestione di importanti società riconducibili al Banco Ambrosiano e strumenti operativi della strategia di Calvi: il Banco Ambrosiano Holding era il termometro delle esposizioni estere, perché deteneva il controllo delle altre consociate del Banco Ambrosiano e se Von Castelberg aveva lasciato a Calvi il potere di decidere, con assoluta autonomia, le operazioni finanziarie che implicavano l'utilizzazione diretta od indiretta della holding, ciò non poteva che significare un'accettazione preventiva, assoluta ed incondizionata, delle scelte operate da chi aveva lui designato alla carica di vice presidente.

 

Tale conclusione trovava poi un indubbio riscontro nel fatto che un analogo incarico Von Castelberg, per volontà di Calvi, aveva ricoperto, come già si è detto, nella Banca del Gottardo, e cioè nella banca presso la cui sede erano domiciliate, non tutte, ma alcune delle più importanti società panamensi che avevano ricevuto finanziamenti dal Banco Ambrosiano Overseas Limited e dal Banco Ambrosiano Andino: basti pensare all'United Trading Corporation, costituita a Panama nel 1974, acquistata, su mandato dello lor, dalla Banca del Gottardo e da questa amministrata, su istruzioni dirette del Banco Ambrosiano, società che fini per diventare una vera e propria holding nell'ambito del gruppo delle società estere che facevano capo al Banco Ambrosiano, ed utilizzata anche per trasferire somme sui conti svizzeri di Ortolani e Gelli.

 

Ed altrettanto era avvenuto per la società Manic, pur essa domiciliata presso la Banca del Gottardo e da questa amministrata, destinataria di finanziamenti per oltre 150 milioni di dollari accreditati attraverso il Banco Ambrosiano Andino.

 

Né va dimenticato che la società Manic controllava la società Bellatrix, cioè quella società che finì per inghiottire e disperdere 184 milioni di dollari erogati dal Banco Ambrosiano Andino, attraverso tre successive operazioni, delle quali, le prime due, sicuramente realizzatesi prima del luglio 1981, e cioè quando ancora Von Castelberg ricopriva le funzioni di vice presidente della Banca del Gottardo.

 

La sentenza impugnata ha altresì evidenziato che proprio il Banco Ambrosiano Holding aveva rilasciato numerose fideiussioni nell'interesse del Banco Ambrosiano Andino ed a favore di banche estere e non è seriamente contestabile il collegamento ravvisato dai giudici di merito tra i depositi che il Banco Ambrosiano effettuava a favore delle banche estere e le fideiussioni che venivano rilasciate per il Banco Ambrosiano Andino, cioè proprio a quella consociata estera che era destinata alla ricezione dei fondi.

 

Altrettanto incontestabile è il fatto che durante il non breve periodo in cui l'imputato quelle funzioni aveva ricoperto, ben 14 depositi fiduciari presso il Banco de la Nation erano stati deliberati ed effettuati, ed altri 11 presso altre banche estere, e che anche con il suo voto favorevole erano stati deliberati i finanziamenti diretti alle società Rizzoli, Voxon, Ceat e del gruppo Genghini, il cui carattere distrattivo era reso evidente dall'insolvibilità strutturale dei destinatari, dalla mancanza di garanzie, quando non addirittura dalla consapevole, diversa utilizzazione del denaro erogato.

 

E quanto poi ai depositi a favore del Banco Ambrosiano Overseas Limited, il fatto che questa banca al 31 dicembre 1981 risultasse creditrice del Banco Ambrosiano per 155 milioni di dollari non dissolveva le responsabilità di chi comunque aveva contribuito alla realizzazione delle operazioni distrattive, posto che quella risultanza contabile, com'era stato verificato dai commissari liquidatori, costituiva il risultato di un fraudolento espediente contabile, perché tutte le operazioni a fondo perduto venivano scaricate dal Banco Ambrosiano Overseas Limited sulle altre consociate, allo scopo di poter presentare quella banca con un tasso di affidabilità, necessario per indurre le banche estere a concedere crediti.

 

E di fronte a tale complesso quadro probatorio tutti gli altri indici rivelatori della cattiva gestione del Banco Ambrosiano non potevano che assumere un ruolo marginale che, però, finiva per accreditare, sul piano probatorio, la fondatezza dell'accusa, e cioè che Von Castelberg quella realtà aveva percepito ancor prima delle sue dimissioni, giacché le plurime funzioni a lui attribuite e da lui esercitate nell'ambito delle strutture essenziali per l'attuazione del programma di Calvi, da quella conoscenza non potevano prescindere, attesa la stessa complessità di quelle operazioni finanziarie e l'ovvia necessità di occultarne la reale finalità.

 

Ne consegue che se vero è, come affermato dal ricorrente, che, perché dimessosi il 21 luglio 1981, egli non potè percepire in quali condizioni di dissesto versava il Banco Ambrosiano utilizzando, ai fini di tale conoscenza, il susseguirsi dei sintomatici eventi realizzati dopo quel giorno, è altrettanto indubitabile che il bagaglio delle sue conoscenze aveva ben altra e più diretta fonte, e cioè il fatto che, proprio per essere il fiduciario di Calvi, era stato assegnato a quelle molteplici funzioni e tale sua privilegiata posizione non poteva che renderlo partecipe di una realtà la cui conoscenza era funzionale alla stessa materiale esecuzione delle singole operazioni.

 

Né va dimenticato che nella sentenza impugnata si è evidenziato che il dissesto del Banco Ambrosiano si era già manifestato nel 1980, quando, cioè, tutto il capitale sociale era stato già assorbito dalle perdite, e che la Banca d'Italia, attraverso il rapporto Padalino, acquisito nella sua completezza, proprio agli atti del procedimento penale nel quale l'imputato Von Castelberg era stato coinvolto quale amministratore della Banca del Gottardo e della "Centrale Finanziaria", sollecitava maggiore attenzione e maggiore trasparenza in relazione, soprattutto, del reparto estero, cioè proprio nell'ambito delle attività alle quali l'imputato era stato preposto.

 

Non appare, quindi, in alcun modo censurabile l'impugnata sentenza in relazione alla motivazione utilizzata per giustificare la conferma della condanna di Von Castelberg per i reati di cui al capi 1-A - B- e C.

 

Ad analoga conclusione deve pervenire il Collegio in relazione al sesto motivo di ricorso e con il quale si è denunciata l'errata applicazione della legge penale ed il difetto di motivazione dell'impugnata sentenza in relazione alla condanna per il reato contestato al capo 1-D.

 

Ha in particolare sostenuto il ricorrente che le false attestazioni erano state accertate attraverso la riclassificazione operata dai commissari liquidatori, quando già il dissesto si era consolidato, con proiezioni retrospettive di natura congetturale e, quindi, opinabili e che, comunque, carente era la prova del dolo.

 

Osserva innanzi tutto la Corte che la condanna dell'imputato è stata confermata in appello soltanto con riferimento alle scritture contabili riferibili al periodo 1979-1981 ed al bilancio del 1980, e le false attestazioni hanno riguardato non solo la valutazione delle plusvalenze conseguente all'andamento dei cambi, ma anche quelle che avevano ad oggetto i crediti vantati verso le consociate, nonché l'omessa predisposizione di un fondo rischi.

 

Ciò premesso, appare evidente che se le proiezioni retrospettive in relazione alla valutazione delle plusvalenze potevano essere in qualche misura negativamente influenzate dal consolidamento dello stato d'insolvenza ed, ancor più, dall'accertamento giudiziale dello stesso, a causa degli effetti negativi che quegli eventi possono determinare nell'annullare ogni possibile aspettativa di sviluppo di ripresa, non altrettanto avviene in ordine all'oggettiva valutazione di un credito, perché la ricognizione contabile della sua esistenza e della sua concreta esigibilità da quegli effetti sono esenti, perché a quegli eventi insensibili.

 

Quanto poi all'accertamento dell'elemento psicologico del reato, la sentenza impugnata si sottrae al rilievo critico prospettato dal ricorrente, perché le falsità accertate e contenute in quel bilancio e nelle altre scritture contabili non erano che strumentali all'occultamento del carattere distrattivo di tutta una serie di operazioni finanziarie che erano state compiute nel corso di quell'esercizio finanziario.

 

E tale indissolubile nesso coinvolgeva non solo la consapevolezza di una falsa rappresentazione, ma anche la deliberata volontà di realizzarla per conseguire la finalità cui era predisposta.

 

Né si ravvisa nella motivazione della sentenza impugnata alcuna omissione, né alcun salto logico tra i presupposti di fatto accertati e le conseguenze che se ne sono tratte; e, del resto, lo stesso ricorrente non ha indicato quali risultanze probatorie sarebbero state sottratte alla valutazione della Corte di Appello di Milano.

 

Ne consegue che, essendo preclusa in questa sede una nuova valutazione degli stessi elementi di fatto, i rilievi dedotti dal ricorrente non possono che essere disattesi; tanto più che gli stessi sono, nella loro formulazione, riconducibili nell'area di una riduttiva prospettiva, non certo comprensiva delle reali dimensioni della condotta illecita attribuita all'imputato e riconosciuta da entrambi i giudici di merito.

 

Né va taciuto che il reato contestato all'imputato al capo 10 della rubrica è un reato plurioffensivo, perché l'oggetto della tutela non è solo la fede pubblica, ma sono anche gli interessi patrimoniali dei creditori e degli azionisti, e, ancor prima, quelli riconducibili alla funzione economica che un'impresa è chiamata ad assolvere nella realtà sociale, specie allorquando tale impresa si fa carico della gestione dell'altrui risparmio: non è un caso se l'ordinamento ha predisposto un capillare sistema di controlli che in tanto ha una sua ragion d'essere in quanto diretto a prevenire i pregiudizi che alcuni comportamenti possono determinare all'economia collettiva.

 

E mentre va ripudiata l'angusta visione di una tutela della pubblica fede che si esaurisca nell'ambito di una concezione astratta, indeterminata ed artificiosa, per essere privilegiato, come da tempo l'elaborazione giurisprudenziale di questa Corte ha suggerito, il superamento di quella concezione, attraverso la ricerca degli aspetti concreti che giustificano l'affidamento della collettività verso la conoscenza di certi fatti, o di alcuni aspetti degli stessi, arbitrario sarebbe, quando alla tutela della pubblica fede si sovrappone quella degli interessi economici che possono subire pregiudizio dalla falsa rappresentazione di una realtà economica, comprimere il perimetro dei destinatari di quegli interessi, privilegiando i singoli, a scapito della collettività, o viceversa, perché sia gli uni che l'altra sono portatori di distinte esigenze, indubbiamente non contrapposte, ma neppure identiche, se pur convergenti.

 

Non va neppure dimenticato che in tema di false comunicazioni sociali, l'art. 2621 c.c non richiede, né esplicitamente, il dolo di danno, ma soltanto l'utilizzazione della frode, che si identifica nell'inganno associato all'intento di conseguire un qualsiasi vantaggio: l'"animus fruendi", come l'"animus decipiendi" non comprendono necessariamente l'"animus nocendi", per la semplice ragione che il profitto non presuppone sempre e necessariamente l'altrui danno.

 

L'offesa agli interessi tutelati dalla norma si realizza non solo quando si verifica un danno e quando la condotta alla determinazione del danno è predisposta, ma anche quando il pregiudizio si arresta sulla soglia del pericolo e della previsione del futuro nocumento.

 

Pertanto, anche sotto tale profilo, la sentenza impugnata non si è sottratta ad un'esauriente valutazione delle risultanze acquisite che quella realtà psicologica proponeva in relazione alla condotta realizzata dall'imputato ricorrente.

 

È destituito di qualsiasi fondamento e, quindi, è manifestatamente inammissibile, il settimo motivo di ricorso con il quale si è dedotta l'errata applicazione dell'art. 219, primo comma, della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), ed il difetto di motivazione dell'impugnata sentenza sotto l'unico profilo che ai fini della valutazione del danno non si è tenuto conto, da parte dell'impugnata sentenza, che i depositi autorizzati erano tutti rientranti.

 

Il rilievo, oltre a non tener conto del fatto che la condanna ha avuto ad oggetto anche quelle operazioni finanziarie che erano state approvate in consiglio di amministrazione senza il voto favorevole dell'imputato, è fondato su di un erroneo presupposto: il danno, nella bancarotta, non è quello cagionato a ciascun creditore, ma è riferibile alla massa e scaturisce dall'intero comportamento dell'agente, con la conseguenza che dev'essere valutato non già con riferimento a ciascuna operazione, bensì in relazione al complesso dell'attività ed al credito collettivo, e tale valutazione va riferita al momento in cui interviene la dichiarazione d'insolvenza.

 

Ed a tali criteri si è attenuta la sentenza impugnata, offrendo un'esauriente motivazione alla decisione adottata, e non più sindacabile in questa sede.

 

La decisione adottata è del pari sottratta al sindacato di questa Suprema Corte in relazione all'esercizio del potere discrezionale del giudice di merito ai fini del giudizio di comparazione tra le circostanze del reato e della concreta determinazione della pena: la latitanza dell'imputato, pur se ottenuta con la realizzazione di una complessa e predisposta strategia, era un'oggettiva realtà, essendosi l'imputato comunque sottratto all'esecuzione di un mandato di cattura, anche se per il sol fatto che ha continuato a risiedere all'estero.

 

Né si è omesso di considerare che, quanto alla bancarotta patrimoniale, è stata affermata la sua colpevolezza a titolo di dolo eventuale: ma tale circostanza, unitamente al fatto che Von Castelberg si era dissociato da Calvi dopo la negativa conclusione del procedimento penale nel quale entrambi erano stati coinvolti, si inserivano in un quadro ben più complesso ed articolato, nel quale confluivano rilevanti aspetti negativi, quali la reiterazione della condotta delittuosa, l'oggettiva entità del danno arrecato al creditori, la stessa gravità dei fatti accertati e tutti erano suscettibili di un'appropriata e complessiva valutazione, perché riconducibili nell'area dei criteri indicati nell'art. 133 c.p.

 

Ed a tale onere l'impugnata sentenza non è sottratta, ma ha fornito un'esauriente giustificazione in relazione sia al giudizio di equivalenza tra le Circostanze del reato che alla determinazione della pena.

 

 

Davoli Mario

 

Davoli Mario è l'unico componente del collegio sindacale del Banco Ambrosiano del quale questa Corte deve occuparsi, posto che tutti gli altri, coinvolti nello stesso procedimento, hanno fatto ricorso all'applicazione dell'art. 599 del codice di procedura penale nuovo.

 

Davoli, come risulta dalla sentenza impugnata, ha rivestito la carica di sindaco effettivo del Banco Ambrosiano dal 28 marzo 1981 sino al 17 giugno 1982.

 

Analoga funzione aveva esercitato presso "La Centrale Finanziaria", il "Credito Varesino" e presso la società "Toro assicurazioni"; aveva inoltre presieduto il collegio sindacale della "Banca Cattolica del Veneto", ed aveva fatto parte del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano Holding sino al 18 luglio 1978, nonché della società "Italfid", per poi rivestire la carica di amministratore delegato dell'Italtrust e di presidente del consiglio di amministrazione della società panamense "Cisalpine".

 

Secondo la ricostruzione dei giudici di merito, l'imputato, pur avendo partecipato a quasi tutte le riunioni (18 su 22) del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano e nel periodo più critico della sua gestione, mai aveva formulato rilievi o proposte che in qualche modo potessero costituire motivo di possibili ripensamenti o, per lo meno, di maggiore attenzione, sicché era venuto meno ai suoi doveri di ufficio, pur non potendo non aver percepito il pregiudizio che alcune operazioni avrebbero determinato, ma ad esse aveva dato il suo assenso, contribuendo cosi all'aggravamento del dissesto del Banco Ambrosiano.

 

Pertanto, veniva confermata la condanna del primo giudice in relazione ai capi 2 A - B - C - D della rubrica, e cioè per avere espresso parere favorevole alle deliberazioni dei depositi diretti e fiduciari e dei fidi in Italia, nonché per avere avallato la falsificazione dei libri e delle scritture contabili su tali operazioni e per avere esposto fatti non rispondenti al vero nei bilanci e nel rendiconto presentato ai commissari liquidatori, accuse tutte sussunte nell'ambito della previsione normativa di cui all'art. 216, comma 1, n. 1 e n. 2, della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267); e con il concorso delle attenuanti generiche, ritenute equivalenti ad entrambe le aggravanti previste dall'art. 219, primo e secondo comma, n. 1, della stessa legge ed a quella di cui all'art. 112, n. 1, c.p., era condannato ad anni quattro e mesi sei di reclusione.

 

Veniva invece anche lui assolto con formula ampia dalla distrazione in favore della società "Suprafin" (capo 2-E), essendosi accertato che all'epoca dei finanziamenti Davoli non rivestiva alcuna carica presso il Banco Ambrosiano.

 

L'imputato ha affidato a cinque motivi di ricorso i rilievi prospettati avverso l'impugnata sentenza, ma nessuno di essi è fondato e, pertanto può essere accolto.

 

Davoli, impugnando sia la sentenza conclusiva del giudizio di appello che le ordinanze del 21 marzo 1996. e del 5 giugno 1996, ha riproposto alla Corte una censura già prospettata da altri ricorrenti e già disattesa, e cioè l'immotivata reiezione della richiesta di rinnovazione del dibattimento per l'espletamento di una perizia idonea alla individuazione delle cause del dissesto e delle sue reali dimensioni.

 

Ed a tal riguardo non resta che far espresso riferimento alle considerazioni già esposte da questa Corte in relazione alla congrua motivazione di quel diniego, insuscettibile di una rivalutazione in questa sede.

 

Con il secondo motivo l'imputato ha denunciato l'inosservanza della legge penale ed il vizio di motivazione dell'impugnata sentenza in ordine alla valutazione dell'elemento psicologico del reato.

 

Ha sostenuto il ricorrente che la Corte di Appello di Milano aveva enfatizzato l'inerzia del collegio sindacale, senza porsi il problema della previsione dell'evento e senza considerare che non competeva ai sindaci impedire il compimento di certe operazioni, perché queste, sul piano formale, erano ineccepibili: i depositi diretti al Banco Ambrosiano Overseas Limited erano stati deliberati quando non ancora faceva parte del collegio sindacale; il settore estero era impenetrabile e quanto ai fidi concessi in Italia, egli era stato estraneo alle operazioni più rilevanti; e, quanto, infine, alla bancarotta documentale, l'imputato contestava di non aver effettuato i controlli che rientravano nella sua competenza funzionale; in relazione al rendiconto anche lui proponeva la già esaminata questione sull'asserita abolizione della sua obbligatorietà, e, quindi, sull'applicabilità dell'art. 2 c.p., questione anche questa da questa Corte già diffusamente analizzata e risolta in senso negativo.

 

Osserva la Corte che nessuno dei rilievi su esposti è fondato.

 

È doveroso precisare, innanzi tutto, che i sindaci possono rispondere a titolo di concorso commissivo ed omissivo, in quanto titolari di una funzione di controllo, e quindi obbligati ex lege ad impedire la commissione di un reato, secondo l'espressa previsione dell'art. 40, comma secondo, c.p.

 

Né dubbi possono sussistere in ordine all'ammissibilità astratta del concorso di un componente del collegio sindacale con l'amministratore di una società nei reati di bancarotta: la struttura unitaria del reato che trae origine dal concorso materiale o morale, non preclude, ma consente di considerare l'extraneus compartecipe nel reato proprio, secondo l'espressa previsione dell'art. 117 c.p. e tale concorso può realizzarsi compiutamente anche attraverso una omissione, sia essa occasionale che sistematica.

 

Ma poiché il presupposto perché un soggetto risponda a titolo di omissione di un determinato reato è costituito dal fatto che la legge attribuisca a lui una funzione di controllo, ecco che in questa sede ancora una volta si ripropone la problematica dei limiti che il controllo del collegio sindacale non può superare.

 

Su tale problematica questa Corte si è già ripetutamente espressa, sicché sarebbe già sufficiente richiamare i risultati conclusivi ai quali si è pervenuti per dissipare ogni possibile dubbio: nella sentenza che questa sezione ebbe a pronunciare in relazione ad analoghi episodi di bancarotta, riconducibili alla gestione della banca privata di Sindona (cfr. sentenza del 26 giugno 1990 ric. Bordoni ed altri), si era espressamente affermato - e non sussiste motivo alcuno per dissentire da tale osservazione - che la responsabilità degli amministratori e dei sindaci, allorquando è conseguente ad un comportamento omissivo legato all'assunzione di rischi anomali, discende dall'art. 2392 c.c, norma che impone agli amministratori di adempiere i doveri imposti dalla legge e dall'atto costitutivo con la diligenza del mandatario, obbligo espressamente richiamato dall'art. 2407 c.c. in relazione ai sindaci di una società.

 

Contrariamente a quanto affermato dall'imputato ricorrente, e come più volte è stato ribadito in costanti pronunce di questa Corte, sia in sede penale che in sede civile (cfr. Sez. V, 28 febbraio 1991, ric. Cultrera, e Sez. 1, Civile 7 maggio 1993, n. 5263), l'obbligo di vigilanza dei sindaci e del collegio sindacale non è limitato al mero controllo contabile, ma deve anche estendersi al contenuto della gestione, perché la previsione della prima parte del primo comma dell'art. 2403 c.c. dev'essere correlata con quella del terzo e del quarto comma dello stesso articolo che conferiscono al sindaci il potere dovere di chiedere agli amministratori notizie sull'andamento delle operazioni e su determinate operazioni quando queste possono suscitare, per le modalità della loro scelte o della loro esecuzione, alcune perplessità.

 

L'ampio spettro dei loro poteri è delineato da quella norma con indubbia precisione: essi debbono controllare l'amministrazione della società, vigilare sull'osservanza della legge, accertare la regolare tenuta della contabilità, la corrispondenza del bilancio e del conto dei profitti e delle perdite alle risultanze dei libri contabili, controllare l'esistenza dei valori e dei titoli di proprietà e per l'esercizio di tutte queste complesse funzioni possono procedere in qualsiasi momento, ed anche individualmente, ad atti di ispezione nonché chiedere informazioni agli amministratori sullo svolgimento di alcune operazioni.

 

Il controllo sindacale, quindi, se non investe, in forma diretta, le scelte imprenditoriali, neppure si esaurisce in una mera verifica formale, quasi a ridursi ad un riscontro contabile nell'ambito della documentazione loro messa a disposizione dagli amministratori, ma comprende il riscontro tra la realtà e la sua rappresentazione, tant'è vero che la legge distingue il controllo sull'amministrazione dalla vigilanza sull'osservanza formale delle norme, e li abilita a chiedere notizie sull'andamento delle operazioni, a ricevere denunce da parte dei soci su fatti censurabili nell'esercizio dell'impresa, e li obbliga a riferire nella relazione al bilancio sui concreti ed effettivi risultati dell'esercizio sociale.

 

Non può quindi fondatamente contestarsi che l'ordinamento imponga loro l'obbligo di impedire che gli amministratori compiano atti contrari alla legge ed agli interessi della società e dei soci.

 

Né può la Corte sottrarsi all'onere di evidenziare che se questo è il quadro di riferimento generale dell'estensione dell'obbligo di vigilanza dei sindaci per tutte le società, esso assume peculiari connotazioni che ne esaltano l'ampiezza, allorquando la società è preposta, come nel caso in esame, alla gestione di una banca, in quanto alla normativa generale, predisposta dal codice civile, si aggiunge quella bancaria, sensibile alle peculiari caratteristiche delle funzioni che essa deve assolvere ed agli interessi generali che deve perseguire.

 

Già si è affermato, in relazione ai compiti degli amministratori, che la normativa bancaria, attraverso la predisposizione di tutta un'attività di capillare vigilanza, limita la discrezionalità amministrativa.

 

E, d'altronde, la gestione di una banca non sarebbe neppure concettualmente immaginabile se dissociata dall'obbligo del rispetto di una particolare prudenza: operazioni che in una comune società finanziaria sarebbero definite brillanti escogitazioni di chi è pronto ad accollarsi un alto coefficiente di rischio nella prospettiva di ottenere ottimali risultati, e quindi rilevanti profitti, assumono i connotati negativi dell'imprudenza se riferiti ad una banca, la cui funzione impone la conservazione costante della possibilità concreta di far fronte agli impegni assunti, e quindi della non dispersione delle proprie risorse finanziarie.

 

Ne consegue che alla specificità delle funzioni amministrative di una banca non può che corrispondere un'analoga specificità del controllo sindacale che con la prima si armonizzi, come un'attenta dottrina ha già avuto modo di porre in evidenza nell'illustrare il quadro normativo di riferimento dell'attività sindacale quando questa deve svolgersi sull'amministrazione di una banca.

 

E di tale realtà si è reso interprete il nuovo testo unico in materia bancaria e creditizia, stabilendo con quali specifiche modalità si deve attuare un costante raccordo funzionale tra il controllo interno dei sindaci e quello esterno della Banca d'Italia, prevedendo addirittura specifiche sanzioni penali per la mancata osservanza delle modalità con le quali tale raccordo funzionale deve attuarsi, perché ogni irregolarità sia tempestivamente segnalata alla Banca d'Italia.

 

In questa specifica materia non è, come pur da taluno si è affermato, che varia il grado di diligenza che si richiede al collegio sindacale di una banca rispetto a quello che in generale è riconducibile nell'ambito della previsione del secondo comma dell'art. 1176 c.c., ma vero è invece che lo stesso ordinamento pur senza modificare la disciplina generale, ha aggiunto obblighi e responsabilità specifiche che sono indissociabili dalla speciale disciplina di tale delicato settore dell'economia che, più di ogni altro, è sensibile alla connotazione pubblica degli interessi in gioco: ed è per questo che nelle banche la specificità e la profondità del controllo sindacale è strettamente connessa alla presenza della normativa altrettanto specifica sulla vigilanza esterna della Banca d'Italia: l'oggetto del controllo e le modalità del suo esercizio ne risultano ampliate, proprio perché l'uno e le altre debbono adeguarsi alle disposizioni delle autorità creditizie, e sovrintende sempre alla regolare gestione della banca, con la conseguenza che il controllo dev'essere penetrante e capillare, perché soltanto in tal modo può essere efficace per prevenire ogni evento che esponga a rischio l'attività dell'azienda e le legittime aspettative dei soci e dei creditori.

 

Viceversa, l'imputato Davoli, come risulta dalle decisioni sia del Tribunale che della Corte d'Appello di Milano, non solo non ha esteso la sua doverosa attività di controllo alla gestione dell'azienda, ma neppure ha effettuato una mera ricognizione formale della documentazione disponibile, perché non ha formulato mai alcun rilievo in relazione alle pur numerose operazioni finanziarie che risultavano deliberate, benché nei fascicoli mancasse ogni informazione sulla solvibilità dei destinatari e benché alcune delle garanzie offerte apparissero manifestatamente incongrue rispetto alla consistenza dell'impegno assunto dalla banca.

 

L'imputato ha contestato di aver percepito sia i segnali della cattiva gestione della banca che la rischiosità di numerose operazioni effettuate durante la sua permanenza nel Banco Ambrosiano: ma il rilievo è destituito di fondamento, se sol si considera che proprio in quel periodo la Banca d'Italia si era particolarmente attivata nel richiamare l'attenzione degli amministratori sulle esposizioni estere, ritenute eccessive, nonché sull'abituale reticenza nell'esaudire le sue legittime e preoccupate richieste di informazioni: vi erano state le dimissioni di De Benedetti e la motivazione di quel clamoroso gesto era stata comunicata anche al collegio sindacale; vi era stata la provocatoria richiesta della stessa Banca d'Italia allorquando anche ai sindaci si era rivolta per chiedere loro se ancora erano in grado di esercitare responsabilmente le loro funzioni; vi era stata la condanna di Calvi a conclusione del procedimento per le infrazioni valutarie connesse alla gestione della banca: è in tale contesto che la sistematica inerzia di Davoli andava valutata, cosi com'è stato puntualmente fatto dal giudici di merito.

 

L'imponente prova acquisita e compiutamente valutata in ordine all'effettiva percezione di quella realtà, priva di ogni consistenza i rilievi critici formulati dal ricorrente sia in ordine alla ricerca ed alla valutazione dell'elemento psicologico del reato che per quanto concerne il rapporto di causalità tra la condotta omissiva e gli effetti attribuiti dall'accusa, rapporto che è stato contestato nel quarto e quinto motivo di ricorso.

 

Se vero è che il reparto estero del Banco Ambrosiano era protetto da una rete impenetrabile, cosi come riconosce lo stesso ricorrente nel suo ricorso, è agevole rilevare che l'inerzia, di fronte a tale percepita realtà, lungi dall'esaurirsi in un negligente comportamento, ovvero in una rassegnata convinzione dell'inutilità di ogni iniziativa, esprimeva una consapevole rinuncia all'esercizio dei propri doveri d'ufficio, accentuata dalla rappresentazione dei rischi che proprio in quel settore la Banca d'Italia aveva più volte prospettato: ed in tale prospettiva è stata valutata la condotta sistematicamente omissiva posta in essere dall'imputato.

 

Né è esatto affermare che nella sentenza impugnata per giustificare la condanna del ricorrente, si sia fatta menzione a depositi diretti, fiduciari ed a finanziamenti eseguiti e deliberati in epoca precedente il 28 marzo 1981: i riferimenti a quelle operazioni concernono unicamente la valutazione delle condizioni nelle quali già trovavasi il Banco Ambrosiano allorquando del suo collegio sindacale entrò a far parte Davoli e non v'è dubbio che almeno le conseguenze di quelle azzardate scelte erano cadute sotto la diretta percezione di Davoli, trattandosi, per lo più, di finanziamenti mai restituiti, ovvero restituiti parzialmente, ma dopo l'intervento dei commissari liquidatori.

 

Non è neppure esatto affermare, come ha fatto il ricorrente, che poiché le risultanze istruttorie non offrivano la prova di un preventivo accordo con chi amministrava il Banco Ambrosiano in relazione alle operazioni distrattive, l'inerzia non poteva essere sussunta nella categoria del dolo, né poteva essere un antecedente causale dell'evento: l'inerzia è sinonimo di omissione e questa cosi come può essere l'effetto di una negligenza può anche essere animata dal dolo, in tutte le sue possibili graduazioni; ed essa, al pari dell'azione, entra a pieno titolo nelle possibili modalità esecutive di un reato.

 

E sia sotto l'aspetto soggettivo che oggettivo la sentenza impugnata ha fornito un'esauriente motivazione in relazione alle conclusioni alle quali è pervenuta, perché non si è limitata a valutare il comportamento omissivo dell'imputato in quella realtà, ma ha anche considerato, com'era doveroso fare, che Davoli aveva ricoperto altri incarichi di fiducia presso la Centrale Finanziaria, il credito Varesino, la Banca Cattolica del Veneto e persino presso la società panamense Cisalpine che faceva parte della costellazione di società di comodo, utilizzate da Calvi per i depositi fiduciari.

 

Ed il rapporto di causalità non andava ricercato tra la condotta omissiva che contravveniva ad un obbligo giuridico di attivazione e la dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano, posto che, per le considerazioni già svolte da questa Corte, quella declaratoria, al pari della dichiarazione di fallimento, non è l'evento della bancarotta: esso andava ravvisato rispetto alla sottrazione delle disponibilità finanziarie ed in tale ambito l'indagine compiuta dal giudici di mento appare del tutto congrua.

 

Il ricorrente ha anche denunciato la violazione dell'art. 2, secondo comma, c.p. in relazione alla sottoscrizione e presentazione del rendiconto (capo 2-D della rubrica), sostenendo che entrambi quegli obblighi erano stati aboliti dalla sopravvenuta normativa bancaria.

 

Ma su tale problema è già stato esaminato da questa Corte ed alla sua soluzione, contraria a quella prospettata dal ricorrente, si rinvia.

 

Con il quinto ed ultimo motivo di ricorso l'imputato ha denunciato la violazione degli artt. 132 e 133 c.p., sostenendo che con riferimento al giudizio di comparazione ed alla determinazione della pena non si era tenuto conto del fatto che aveva esercitato le funzioni di componente del collegio sindacale per breve tempo e che la sua responsabilità non poteva essere equiparata a quella degli amministratori.

 

Ma anche tale motivo è infondato.

 

Nel concedere le attenuanti generiche, che erano state negate dal primo giudice, la Corte di Appello di Milano ha valutato tutti gli aspetti positivi emergenti dalle risultanze acquisite, e tra questi ha compreso il breve arco di tempo nel quale la condotta illecita si era realizzata, ma ha anche considerato che questa condotta si era manifestata nel periodo più critico della vita del Banco Ambrosiano ed aveva avuto conseguenze gravissime.

 

Né può fondatamente sostenersi che la responsabilità dei sindaci è meno grave rispetto a quella degli amministratori, posto che è nell'ordinamento positivo l'equiparazione delle relative responsabilità, avvinte da un rapporto di solidarietà che riproduce il nesso indissolubile che nella realtà sussiste tra l'assunzione di una scelta e la verifica, preventiva e successiva, della sua correttezza formale e sostanziale.

 

Pertanto, anche sotto tale aspetto la sentenza impugnata è incensurabile, e quindi il ricorso di Davoli va rigettato.

 

 

Bianchi Adriano e Mennini Alessandro

 

Non ritiene la Corte di poter accogliere neppure i ricorsi che sono stati presentati nell'interesse di Bianchi Adriano e Mennini Alessandro. entrambi preposti all'ufficio "esteri" del Banco Ambrosiano.

 

Sia Bianchi che Mennini sono stati ritenuti colpevoli del reato previsto dall'art. 216, primo comma, n. 1, della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), per avere, in concorso tra loro, Calvi e gli altri dirigenti dello stesso ufficio, dato attuazione alle istruzioni impartite dal vertice del Banco Ambrosiano, proponendo e promuovendo la concessione di fidi e depositi a favore di società estere e delle consociate estere del Banco Ambrosiano, nonché a favore di banche estere che poi provvedevano a trasferire la somme alle stesse consociate estere, cosi concorrendo a distrarre ed a dissipare il patrimonio sociale.

 

Secondo quanto accertato nel corso del procedimento e come già si è dato atto nella parte espositiva delle vicende che hanno dato origine al procedimento, sia Bianchi che Mennini facevano parte del "comitato di credito" presso il Banco Ambrosiano e pur essendo sottoposti alle istruzioni che venivano loro impartite dai dirigenti dell'ufficio "esteri", cioè da Leoni Filippo, Botta Giacomo e Costa Carlo, che hanno definito il procedimento a loro carico nelle forme previste dall'art. 599 c.p.p. nuovo, avevano funzioni dirigenziali, tant'è che era loro compito predisporre alcune "schede" in relazione a tutte le operazioni di finanziamento eseguibili all'estero; tali schede, che dovevano contenere gli elementi indicativi dell'entità e delle modalità di ciascuna operazione che doveva poi essere sottoposta al vaglio degli organi deliberanti e di quelli preposti al controllo, non erano state rinvenute dai commissari liquidatori nei fascicoli delle varie pratiche.

 

Nel corso del procedimento si accertava altresì che nessuno dei due imputati era un mero esecutore di ordini, ma disponeva di autonomi poteri decisori nell'ambito di un reparto che rappresentava il centro propulsore della strategia di Calvi e che tanto allarme aveva suscitato nella Banca d'Italia.

 

Bianchi, dopo un breve periodo trascorso in Medio Oriente come "settorista", aveva intensamente collaborato con Leoni, Botta e Costa nel curare i rapporti interbancari con banche estere ed aveva anche ricoperto la carica di componente del consiglio di amministrazione dell'"Artok Bank Trust" di Nassau, cioè proprio di una delle banche utilizzate da Calvi per i depositi fiduciari.

 

A sua volta Mennini, che proveniva dall'Amministrazione Speciale della Santa Sede - un ente finanziario del Vaticano - oltre ad essere il figlio di uno dei più autorevoli collaboratori di Marcinkus nella gestione dello lor, aveva fatto parte dei consigli di amministrazione di altre società estere, l'Artok Bank di Nassau, l'Inter Alpha Asia, l'Ambro Asia e l'Ambrosiano Middle East.

 

Si era accertato che l'Inter Alpha Asia era una holding lussemburghese della quale facevano parte altre banche estere, tra le quali anche il Banco Ambrosiano Overseas Limited; che l'Ambro Asia era una società che aveva la funzione di promuovere relazioni finanziarie con il Banco Ambrosiano ed il cui pacchetto azionano era posseduto dal banco Ambrosiano Holding; e l'Ambrosiano Middle East che doveva operare a Beirut come agenzia di rappresentanza del Banco Ambrosiano, in realtà, non aveva però compiuto alcuna operazione.

 

Entrambi i giudici di merito ritenevano rilevante il contributo offerto dagli imputati alle operazioni di finanziamento, dirette ed indirette, delle consociate estere, atteso il ruolo assunto nella struttura organica dell'azienda, !e loro competenze tecniche ed il grado di autonomia di cui godevano nell'ambito di quell'importante struttura operativa, quale era l'ufficio esteri del Banco Ambrosiano.

 

La Corte di Appello di Milano confermava la condanna di entrambi. A Bianchi concedeva le attenuanti generiche, ritenute equivalenti alle contestate aggravanti e per entrambi riduceva le pene, determinandole, per il primo, in anni quattro e mesi sei di reclusione, e per Mennini in anni cinque e mesi tre.

 

Entrambi gli imputati, sia pure con distinti motivi e con diverse argomentazioni, hanno denunciato l'errata applicazione dell'art. 216 della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), degli artt. 43 e 110 c.p., nonché il difetto di motivazione dell'impugnata sentenza, sostenendo che non dimostrato era il contributo che essi avevano offerto , secondo la prospettazione dell'accusa, alla distrazione delle attività del Banco Ambrosiano e che, in ogni caso, non risultava neppure che essi avessero percepito le condizioni di dissesto in cui versava dal 1980 in poi il Banco Ambrosiano.

 

Osserva la Corte che tali censure non sono meritevoli di accoglimento.

 

L'affermazione della loro responsabilità penale in relazione alle due specifiche accuse contestate, e riguardanti le distrazioni conseguenti ai depositi diretti ed ai depositi fiduciari effettuati dal Banco Ambrosiano è stata conseguente ad un'esauriente e completa analisi delle risultanze acquisite: sia Bianchi che Mennini infatti, pur non essendo preposti alla direzione dell'ufficio esteri del Banco Ambrosiano, non solo godevano di una notevole autonomia decisoria, ma erano i funzionari preposti all'esame preventivo delle pratiche di finanziamento estero, tant'è che dovevano predisporre le relazioni illustrative da trasmettere agli organi collegiali per l'approvazione.

 

Le loro stesse funzioni richiedevano un rapporto fiduciario consolidato nel loro confronti da parte di chi, come Calvi, aveva scelto come obiettivo principale della sua strategia finanziare comunque le consociate estere anche ricorrendo alla mediazione di altre banche, per poi utilizzare secondo le sue volontà, quelle rilevanti somme, e nel contempo sottrarre le sue decisioni a qualsiasi controllo della Banca d'Italia.

 

Si era accertato dai commissari liquidatori che le scelte predisposte dai due imputati e che riguardavano i depositi diretti a favore delle consociate estere contenevano indicazioni non solo sommarie, ma motivazioni ripetitive e del tutto generiche, in quanto ogni linea di credito veniva giustificata sempre allo stesso modo, nel senso che ci si riferiva a generiche "prospettive di lavoro", senza neppure indicare quali erano queste prospettive e quale affidamento in esse si poteva fare da parte della banca che erogava quei fondi.

 

Ma non basta: ad entrambi era stato devoluto anche il compito di promuovere ed intensificare la pratica dei depositi fiduciari dopo che la Banca d'Italia aveva più volte manifestato come quell'indebitamento estero fosse eccessivo, perché sproporzionato rispetto alle risorse.

 

E non è fortuita, né singolare coincidenza, il fatto che entrambi facessero parte dei consigli di amministrazione di banche e società utilizzate proprio per la realizzazione dei depositi fiduciari; quegli incarichi essi ricoprirono non per libere scelte professionali, ma sempre su indicazione di chi era il regista di quelle fraudolente operazioni, cioè Roberto Calvi; e non v'è dubbio che, a partire dal 1981, l'interesse alla disponibilità di banche estere per i depositi fiduciari assumeva preminente rilievo.

 

Né la difesa degli imputati ricorrenti, pur censurando sotto molteplici aspetti la sentenza impugnata, ha mai spiegato quale interesse poteva avere il Banco Ambrosiano nel ricorrere ai depositi fiduciari se le sue riserve e le sue disponibilità finanziarie consentivano di alimentare direttamente le consociate estere nella prospettiva di proficui investimenti.

 

La necessità dell'occultamento del finanziamento diretto aveva un rischio ed un costo che non erano presenti nei finanziamenti diretti: il rischio era che la banca, destinataria formale della somma, trattenesse questa nelle sue casse, non rispettando l'impegno assunto; ed il costo era rappresentato dal "funding" che la banca prelevava dalla somma accreditale, nonché dalla differenza tra tasso attivo e tasso passivo degli interessi, oneri che finivano per ricadere tutti su chi quelle operazioni aveva promosso, cioè sul Banco Ambrosiano.

 

Se poi ai su esposti rilievi si aggiungono due circostanze, e cioè il fatto che sia Bianchi che Mennini avevano una specifica competenza tecnica, ed erano stati in quella struttura per cosi lungo tempo, sicché avevano condiviso con Calvi e con gli altri dirigenti tutte le vicende che si erano susseguite, dal 1979 in poi, vicende che erano univocamente sintomatiche del progressivo depauperamento del patrimonio e dell'interesse ad occultare le dimensioni del dissesto, non si vede come si sarebbe potuto escludere, sia sotto il profilo oggettivo che soggettivo, la partecipazione degli imputati alle due ipotesi delittuose contestate.

 

Era altresì emerso - e la circostanza era stata doverosamente evidenziata dal primo giudice e non era stata contestata dagli imputati - che entrambi avevano curato i rapporti con il Banco Cafetero di Panama, pur esso poi divenuto strumento operativo dei depositi fiduciari.

 

Né d'altronde può qualificarsi suggestiva congettura il fatto che gran parte delle relazioni redatte dal due imputati ricorrenti al rientro dai loro viaggi all'estero, siano state fatte poi sparire: il sospetto che vi fosse interesse a disperdere quella documentazione assumeva un connotato di indubbia concretezza quando si considera, come ha fatto l'impugnata sentenza, che quelle relazioni dovevano esplicitare le modalità esecutive di operazioni finanziarie che dovevano essere occultate.

 

La sentenza impugnata non ha trascurato di considerare che Mennini aveva il compito esclusivo e privilegiato di mantenere i rapporti con lo lor: a lui si era rivolto Calvi, quando dal carcere di Lodi, aveva voluto tentare di scagionarsi dalle accuse che gli venivano contestate dalla Procura di Milano, affidando all'imputato l'arduo e delicato compito di convincere Marcinkus ad accollare l'iniziativa dell'esportazione della valuta alla Banca del Gottardo; ed a lui si era rivolto il dr. Rosone quando apparve evidente che senza un massiccio intervento dello IOR la fine del Banco Ambrosiano era segnata e da lui seppe quale era il motivo del rifiuto della banca vaticana a riconoscere le obbligazioni contratte, e cioè il carattere fiduciario delle lettere di patronage, emergente dal contenuto liberatorio delle dichiarazioni che Calvi aveva sottoscritto.

 

Quanto al coimputato Bianchi, poi, le contestazioni ed i rilievi enunciati nel suo ricorso, appaiono in netto contrasto con le ammissioni esplicite e reiterate fatte dallo stesso imputato nel corso del procedimento; lungi dal negare la consapevolezza personale del frequente ed arbitrario ricorso ai depositi fiduciari, Bianchi non aveva neppure esitato a rivelare che sin dal primo momento aveva avuto perplessità e dubbi sulla correttezza di alcune operazioni, una volta resosi conto che il Banco Ambrosiano Andino, creato da poco tempo, poteva già disporre di un portafoglio così rilevante da poter fruire di una linea di credito di 150 milioni di dollari con il Banco de la Nation di Lima, in un Paese che non offriva certamente rilevanti prospettive di investimenti.

 

La partecipazione di entrambi al "comitato del credito" presso il Banco Ambrosiano, secondo la concorde valutazione dei giudici di merito, offriva loro la migliore possibilità, in concreto, di verificare l'affidabilità degli investimenti finanziari, la congruità delle garanzie, e tutte le altre condizioni necessarie per contenere nell'alveo della normalità, le operazioni d'investimento.

 

Pertanto, ai segnali d'allarme dei quali erano stati tutti necessari destinatari, si sovrapponevano questi ulteriori elementi che, lungi dall'essere rivelatori di dubbi e incertezze, esprimevano una sola, costante verità, e cioè che il patrimonio del Banco Ambrosiano era stato saccheggiato attraverso la realizzazione di numerose operazioni distrattive che la loro compiacente disponibilità aveva reso possibile.

 

Né può ritenersi contraddittorio, rispetto a tale conclusione, il fatto che nel febbraio del 1982 sia Bianchi che Mennini si erano rifiutati di avallare la proposta di Calvi, quando questi aveva suggerito di far affluire fondi sui conti svizzeri di Mazzotta, Pazienza e Carboni attraverso il Banco Ambrosiano Overseas Limited: quel rifiuto, condiviso anche da Leoni, e Botta, non era espressione di una dissociazione da quel proponimento, né tantomeno il rifiuto cosciente e responsabile ad assecondare la realizzazione di un programma distrattivo, ma esprimeva soltanto la preoccupazione di non rendere evidente, attraverso quella disinvolta operazione, una realtà che nelle sue proporzioni già stava emergendo.

 

E la Corte di Appello di Milano nell'impugnata sentenza lungi dall'essersi sottratta all'analisi di quell'episodio, ha correttamente evidenziato che lo stesso oltre ad essere sintomatico di una preoccupata attenzione verso un più sofisticato occultamento di quel finanziamenti, si armonizzava con il quadro probatorio complessivo, perché dava la misura di quale rapporto di fiducia e di collaborazione esisteva tra i due imputati e Calvi posto che questi si era rivolto per risolvere un problema che non poneva in dubbio la destinazione di quelle rilevanti somme, ma le modalità da seguire per conseguire quel risultato.

 

E tale valutazione, coerente sul piano logico, e giustificata dalle risultanze acquisite, è in questa sede incensurabile.

 

Ad analoga conclusione deve il Collegio pervenire per quanto concerne rilievi dedotti da Mennini e Bianchi in relazione al trattamento sanzionatorio.

 

Quanto a Mennini, il diniego delle attenuanti generiche è stato motivato con esplicito ed analitico riferimento alla gravità dei fatti accertati, alla reiterazione della condotta processuale dell'imputato, non certo ispirato al riconoscimento delle proprie personali responsabilità.

 

E quanto al giudizio di equivalenza tra le concesse attenuanti generiche e le contestate aggravanti, espresso dalla sentenza impugnata nei confronti del ricorrente Bianchi, alla valutazione non è stata sottratta la ricostruzione del ruolo avuto nell'intera vicenda dall'imputato.

 

Ma questa la si è correlata agli effetti prodotti e se ne è tratta la logica e coerente conclusione di un bilanciamento di aspetti positivi e negativi che non giustificavano una più favorevole decisione.

 

E tali decisioni, per essere in sintonia con i criteri indicati nell'art. 133 c.p., sfuggono al sindacato di legittimità.

 

Deve infine rilevarsi che inammissibile, per mancata presentazione dei motivi, è il ricorso di Bianchi nella parte in cui ha investito i capi della sentenza impugnata riguardanti la sua condanna al rimborso delle spese in favore delle parti civili e la conferma delle provvisionali liquidate dal primo giudice.

 

 

Ciarrapico Giuseppe

 

Infondati sono, a parere della Corte, anche i motivi di ricorso che sono stati dedotti nell'interesse di Ciarrapico Giuseppe, oltre a quelli già esaminati in relazione alle questioni pregiudiziali.

 

Il ricorrente ha denunciata la mancanza di correlazione tra accusa e sentenza, affermando che si era contestato un concorso con Calvi nella distrazione della somma elargita dal Banco Ambrosiano alla società "Fideico", ma nel motivare la condanna la Corte di Appello aveva fatto riferimento ad una vera e propria attività estorsiva.

 

Il rilievo è ai limiti dell'ammissibilità per la sua infondatezza.

 

Né il Tribunale né, tantomeno, la Corte di Appello hanno modificato l'originaria accusa, ma hanno doverosamente dovuto prendere atto che i rapporti esistenti tra Ciarrapico e Calvi, particolarmente dopo l'arresto di quest'ultimo per le infrazioni valutarie a lui attribuite, avevano avuto un certo rilievo nella concessione di quel finanziamento, cosi come non di marginale importanza era stato il comportamento del coimputato Mazzotta e l'intervento successivo di personalità ininfluenti, come l'ex prefetto D'Amato.

 

Ma una cosa è costringere altri ad una decisione non voluta ed altra cosa, ben diversa, è favorire l'assunzione di una scelta attraverso le interessate sollecitazioni di persone disponibili a tali iniziative.

 

Con il quarto motivo il ricorrente ha denunciato l'errata applicazione dell'art. 216 della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), e la contraddittorietà di motivazione dell'impugnata sentenza nella valutazione della prova, sostenendo, in particolare, che si era omesso di considerare che il Banco Ambrosiano era una banca di affari, adusa a ricorrere ad operazioni ai limiti del lecito e che il finanziamento era stato concesso senza il ricorso ad alcun artificioso espediente e che la mancata, tempestiva restituzione del debito era attribuibile ad un evento eccezionale, e cioè al fatto che l'Ente Fiuggi fu costretto a pagare 12 miliardi per eseguire un lodo arbitrale.

 

Osserva il Collegio che anche questa censura non è fondata.

 

Risulta dal contenuto delle due sentenze dei giudici di merito che il giudizio sull'abnormità di quell'operazione finanziaria non è stato formulato sulla base della contestazione oggettiva del mancato adempimento dell'obbligazione contratta con la banca finanziatrice, bensì sulla base dell'analisi, completa ed esauriente, delle risultanze acquisite e dalle quali si desumeva, con appagante certezza, che sin dall'inizio quel finanziamento comportava un rischio eccessivo, perché veniva fornito, contro gli interessi della banca, a chi non aveva la capacità economica di ripianare la situazione debitoria: quando la linea di credito l'11 marzo 1982 era stata portata da quattro miliardi e 160 milioni a 39 miliardi e 160 milioni, si era constatato che il primo finanziamento era stato immediatamente "inghiottito" dalla società, la quale per far fronte ai suoi progressivi impegni, non poteva che fare affidamento al prodigo aiuto del Banco Ambrosiano, tant'è vero che dopo appena un mese, e cioè il 30 aprile 1982, la società Fideico non solo non effettuò il rimborso della prima parte del secondo finanziamento, ma neppure fu in grado di restituire la pur più modesta somma ottenuta con il primo finanziamento.

 

Si è dato rilievo, com'era doveroso fare, non solo a tutto l'iter dell'operazione, ma anche al fatto che la linea di credito era stata concessa con l'intervento personale di Calvi, nonostante un duplice parere contrario, quello dell'Ufficio Fidi e quello dell'Ufficio Legale del Banco Ambrosiano: il primo aveva evidenziato l'assunzione di un rischio sproporzionato rispetto alle consistenze economiche della società sovvenzionata, ed il secondo aveva rilevato l'illegittimità della stessa operazione, perché l'onere finanziario veniva trasferito all'Ente Fiuggi le cui azioni dovevano essere acquisite dalla società Fideico.

 

E, del resto, alle stesse conclusioni era pervenuta la perizia espletata nel corso del procedimento e le cui conclusioni, conseguenti ad una corretta ricostruzione delle varie fasi di tutta l'operazione, sono state legittimamente utilizzate ai fini di una completa e corretta valutazione della prova.

 

Né in questa sede è consentita una rivalutazione delle stesse risultanze nell'ottica diversa, prospettata dal ricorrente, perché tale possibilità è preclusa dai limiti del sindacato di legittimità.

 

La sentenza impugnata non si è neppure sottratta all'onere di verificare come l'obbligo di estinguere il debito contratto con il Banco Ambrosiano fosse stato assunto dalla società Fideico, che era e restava la beneficiaria del finanziamento, sicché corretta è la deduzione che se ne è tratta, e cioè che era soltanto alla consistenza patrimoniale di questa società che bisognava fare riferimento per stabilire l'affidabilità di una esposizione cosi rilevante.

 

La fusione, infatti, tra la Fideico e l'Ente Fiuggi ed il parziale rimborso delle somme ottenute, dopo cinque anni, e dopo laboriose trattative, dal Nuovo Banco Ambrosiano, erano tutti eventi successivi alla consumazione del reato e, come tali, irrilevanti ai fini della ricognizione della sua configurabilità; pertanto, il fatto che l'Ente Fiuggi avesse dovuto dare esecuzione ad un lodo arbitrale, impegnando sue disponibilità finanziarie, non poteva che essere considerata circostanza priva di qualsiasi effetto incidente sulla realizzazione dell'illecita condotta.

 

Con il quinto ed il sesto motivo l'imputato ha prospettato un'analoga censura, sostenendo che non provato era il rapporto di causalità tra quel finanziamento ed il dissesto della banca finanziatrice, né l'elemento psicologico del reato a lui attribuito.

 

Ma anche tali rilievi non sono condivisibili.

 

La dichiarazione d'insolvenza, al pari della dichiarazione di fallimento, come già si è rilevato, non costituisce l'evento del reato di bancarotta, sicché i fatti di bancarotta previsti dall'art. 216, comma 1, della legge fallimentare sono perseguibili quando ancora il dissesto non si sia manifestato nelle sue definitive ed irreversibili proporzioni, perché prescindono da qualsiasi collegamento causale rispetto alla dichiarazione dello stato d'insolvenza.

 

L'imputato Ciarrapico non è stato ritenuto colpevole del reato previsto dall'art. 223, cpv. n. 2, della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), e cioè per aver cagionato per effetto di quell'operazione l'insolvenza del Banco Ambrosiano, ma soltanto per aver concorso con Calvi e Mazzotta nella distrazione di oltre 31 miliardi, sicché l'accusa era esonerata dall'onere di dimostrare l'incidenza causale di quell'operazione sul dissesto della Banca che l'aveva effettuata.

 

Quanto poi alla valutazione dell'elemento psicologico del reato, ineccepibile appare la sentenza impugnata, posto che, applicando con convinta adesione, i principi interpretativi già acquisiti nella consolidata giurisprudenza di questa Corte, ha rilevato che non occorreva un dolo specifico, ma sufficiente era la consapevolezza, da parte di chi l'approvava, dell'accettazione di un rischio che superava l'area della fisiologica attività speculativa di un'impresa bancaria, per sconfinare nell'accettazione di un'alea che non solo era manifestatamente sproporzionata, e quindi eccessiva, ma poneva quella esposizione al di fuori dei poteri dispositivi, perché al soddisfacimento degli interessi oggettivi dell'azienda si sovrapponevano quelli personali che con i primi confliggevano, e solo attraverso tale sovrapposizione si elargiva del denaro a chi non aveva l'obbiettiva capacità di far fronte all'obbligo della restituzione.

 

Pertanto, anche sotto tale profilo, la sentenza impugnata non si è sottratta all'onere della motivazione, ma addirittura ha analiticamente enunciato, e con rigore logico, tutte le molteplici risultanze processuali che concorrevano nell'esprimere una sola realtà, e cioè che Ciarrapico, proprio per essere stato particolarmente vicino a Calvi nel 1981 e nei primi mesi del 1982, nonché per avere seguito anche personalmente le vicende della banca diretta da Calvi, i contrasti e le differenti valutazioni espresse da alcuni componenti del consiglio di amministrazione, come De Benedetti e Bagnasco, non era l'ignaro imprenditore che si affidava ad una libera e responsabile determinazione della banca, elargitrice di un finanziamento assistito da congrue garanzie. Egli rappresentava, invece, secondo i giudici di merito, l'accorto ed interessato protagonista di un'operazione che in tanto era stata resa possibile in quanto i suoi pregressi rapporti con Calvi e gli interventi persuasivi di Mazzotta, Pazienza e D'Amato, avevano avuto buon gioco sui qualificati pareri negativi degli organi tecnici della stessa banca ai quali l'eccezionalità del rischio, per la sua imponente rilevanza, non era sfuggita.

 

Anche non meritevoli di accoglimento sono i motivi con i quali l'imputato ha denunciato la mancata applicazione degli artt. 218 e 217 della legge fallimentare: le modalità del fatto, cosi come ricostruito dai giudici di merito, per le considerazioni su esposte, non consentivano né di ravvisare l'ipotesi della bancarotta semplice, né quella del ricorso abusivo al credito.

 

L'accordo faticosamente raggiunto con Calvi nella realizzazione di quell'operazione esprimeva, secondo la conforme valutazione dei giudici di merito, una sola realtà, e cioè che quel finanziamento era stato richiesto confidando nell'accoglimento della domanda e tale iniziativa era suggerita da una preordinata consapevolezza, e cioè che il potere dispositivo di Calvi avrebbe avuto buon gioco sulla valutazione della convenienza tecnico-economica dell'operazione, sicché la condotta dei protagonisti era vivificata non già da mera negligenza od imperizia, o dal solo percepito pericolo dell'assunzione di un obbligo eccessivo, bensì da un ben diverso ed articolato atteggiamento psicologico che non dissociava la percezione dell'accettazione degli effetti della condotta dalla loro previsione.

 

Quanto poi alla sussistenza dell'aggravante prevista dall'art. 219, primo comma, n. 1, della legge fallimentare, incensurabile appare la decisione dei giudici di merito, una volta accertato che l'entità complessiva della distrazione ammontava ad oltre 31 miliardi, cioè raggiungeva una tale entità, che, per il suo ingente valore, era, di per sè sola, sufficiente ad integrare quell'aggravante, sicché del tutto superflua era l'utilizzazione degli altri criteri sussidiari per l'accertamento dell'entità del danno.

 

Con gli altri motivi di ricorso è stata denunciata la mancata applicazione dell'art. 62-bis c.p. e l'errata applicazione dell'art. 133 c.p., sostenendosi che al fini del diniego delle attenuanti generiche e della determinazione della pena non si erano tenute presenti alcune circostanze, quali gli effetti dell'operazione, il comportamento realizzato dopo l'insolvenza del Banco Ambrosiano.

 

Ma anche tali rilievi sono destituiti di fondamento.

 

Le circostanze indicate dal ricorrente sono state valutate dall'impugnata sentenza che, però, nel giustificare l'esercizio del potere discrezionale attribuito al giudice di mento, ha dato preminente rilievo alla capacità a delinquere dell'imputato, resa manifesta oltre che dalle modalità esecutive della condotta da lui posta in essere, dalle precedenti condanne, sintomatiche di un'accentuata proclività nel delinquere.

 

E tale decisione, per essere legittima espressione del potere discrezionale del giudice, si sottrae al sindacato di questa Corte.

 

È del pari incensurabile la decisione impugnata in ordine alle statuizioni civili in essa contenute ed alla conferma delle pene accessorie già disposte nel confronti del ricorrente dal Tribunale di Milano: gli azionisti del Banco Ambrosiano non solo erano legittimati alla costituzione di parte civile, ma avevano titolo per ottenere la condanna di Ciarrapico al risarcimento del danno da essi subito, posto che la condotta distrattiva attribuita all'imputato si identificava nella sottrazione ai creditori della banca della somma elargita all'imputato per finalità diverse da quelle connesse all'esercizio della stessa impresa, e senza adeguate garanzie.

 

Quanto poi alla pena accessoria applicata a Ciarrapico, essa consegue non già alla qualifica di amministratore dell'impresa dichiarata fallita o insolvente, bensì soltanto alla condanna per il reato di bancarotta fraudolenta, cosi come espressamente previsto dall'ultimo comma dell'art. 216 della legge fallimentare

 

Pertanto, il ricorso di Ciarrapico Giuseppe dev'essere respinto.

 

 

Ortolani Giuseppe

 

Quanto al ricorso presentato nell'interesse di Ortolani Umberto, rileva la Corte che numerose sono le questioni di carattere processuale rimesse alla decisione del Collegio.

 

Il difensore dell'imputato l'8 aprile 1998, nove giorni prima dell'udienza fissata per la decisione del ricorso, depositava un'istanza con la quale esponeva che il proprio assistito si era venuto a trovare in uno stato d'incapacità d'intendere e di volere, per il sopravvenuto aggravarsi di una preesistente infermità cardio vascolare, tant'è che in un altro procedimento penale si era dovuto disporre la sospensione.

 

Informava altresì la Corte che i congiunti dell'imputato avevano presentato il 3 aprile 1998 un ricorso al Tribunale per la dichiarazione dell'interdizione, ovvero, dell'inabilitazione, e chiedeva il rinvio del procedimento per consentire all'Ortolani l'esercizio del diritto di difesa.

 

Osserva la Corte che non sussistono apprezzabili motivi per accogliere una simile richiesta.

 

La sospensione del procedimento, in Cassazione, anche allorquando fosse adeguatamente dimostrata la sopravvenuta incapacità dell'imputato ricorrente, non è prevista dal nuovo codice, come non lo era per il codice del 1930, per la semplice ragione che una volta instaurato il procedimento, attraverso la proposizione del ricorso, non è consentita la partecipazione personale della parte ricorrente, bensì soltanto quella del suo difensore, al quale è, quindi, affidato, ed in via esclusiva, l'onere di rappresentare, nelle forme e nei tempi consentiti dalla legge, le prospettazioni difensive in relazione all'oggetto del giudizio.

 

E tale onere il difensore dell'imputato Ortolani ha pienamente assolto, perché in forza del mandato ricevuto, non solo ha presentato, nei termini previsti dalla legge, il ricorso avverso la sentenza di condanna della Corte di Appello di Milano, ma ha depositato numerosi motivi, principale ed aggiunti, nei quali ha diffusamente manifestato i rilievi critici che ha ritenuto proponibili in questa sede e che hanno coinvolto anche le ordinanze pronunciate dalla Corte di Appello di Milano, sicché non si comprende come lo stato di sopravvenuta incapacità dell'imputato possa avere limitato o compromesso, in questa sede, l'esercizio del diritto di difesa.

 

È peraltro doveroso precisare che l'incapacità d'intendere e di volere dell'imputato, apprezzabile ai fini dell'applicazione dell'art. 88 c.p. - ipotesi questa che non ricorre nel caso in esame, sulla base della stessa prospettazione difensiva - non è in alcun modo assimilabile ai presupposti richiesti dagli artt. 414 e 415 del codice civile ai fini della dichiarazione del l'interdizione e della inabilitazione, posto che questi ultimi più che riguardare la rilevanza oggettiva dell'alterazione patologica delle capacità intellettive e volitive del soggetto, debbono concernere la funzionale attitudine a provvedere con autonoma determinazione al propri bisogni.

 

Pertanto, anche sotto questo profilo, l'impedimento personale dell'imputato ricorrente, nei limiti prospettati nella suddetta istanza, non può giustificare né il rinvio del procedimento né tantomeno la sua sospensione.

 

Inoltre lo stesso difensore con una sua precedente istanza depositata il 29 settembre 1997 aveva chiesto che il termine di quindici giorni, decorrente dalla notificazione dell'avviso previsto dall'art. 533 del codice di procedura penale del 1930, per la presentazione dei motivi aggiunti e per l'esame degli atti in cancelleria, attesa la complessità particolare del procedimento, venisse prorogato sino alla scadenza del decimo mese e che, qualora si fosse ritenuta inaccoglibile tale richiesta sulla base della mancata previsione normativa di siffatta facoltà, gli atti dovevano essere trasmessi alla Corte Costituzionale per una declaratoria di illegittimità costituzionale di quella stessa norma che, cosi riduttivamente interpretata, precluderebbe in concreto l'esercizio del diritto di difesa.

 

Osserva la Corte che anche tale richiesta è manifestamente infondata.

 

L'ultimo comma dell'art. 529 del codice del 1930, nell'autorizzare la parte alla presentazione dei motivi aggiunti nel termine indicato dall'art. 533 dello stesso codice, non solo non stabiliva che il rispetto di quel termine era a pena di decadenza, come avviene, invece, per il nuovo codice, ma teneva conto del fatto che l'esercizio del diritto di difesa, nel suoi aspetti essenziali, si era già ampiamente esercitato sia attraverso il deposito dei motivi principali, che mediante la partecipazione della difesa ai gradi precedenti del giudizio.

 

Non è, perciò, neppure ipotizzabile che la previsione di quel termine, contenuto in quindici giorni, sia un'irrazionale ed arbitraria limitazione del diritto di difesa.

 

Nel caso in esame, poi, come già si è detto, di quella facoltà, cosi come prevista dall'art. 529, il ricorrente si è ampiamente avvalso, sicché in concreto neppure sono sussistenti i presupposti di fatto per devolvere all'esame della Corte Costituzionale la questione prospettata.

 

Prima di passare all'esame dei motivi di ricorso depositati nell'interesse di Ortolani Umberto, è opportuno precisare che il difensore in data 8 marzo 1997, dopo aver impugnato sia la sentenza della Corte di Appello di Milano che tutte le ordinanze che l'avevano preceduta, presentava motivi di ricorso che definiva "parziali", asserendo che l'imputato era stato dichiarato contumace all'udienza del 28 febbraio 1986 e che, poiché aveva indicato la sua residenza a San Paolo in Brasile, alla Rua dos Ingleses n. 308, l'avviso di deposito della sentenza andava notificato in quel luogo, e solo dalla notifica di tale atto sarebbero decorsi i termini per la presentazione dei motivi di ricorso.

 

Con una successiva memoria del 4 giugno 1997 lo stesso difensore deduceva la nullità dell'avviso di deposito della sentenza e dell'estratto contumaciale, osservando che erroneamente si era fatto ricorso alla procedura penale prevista dall'art. 171 del codice del 1930, in quanto non attendibile era la relazione inviata alla Corte di Appello di Milano dal Consolato Italiano di San Paolo, in Brasile, nella quale si asseriva che Ortolani era "sconosciuto" all'indirizzo da lui dichiarato.

 

Sennonché il 20 giugno 1997 un ispettore di polizia di uno dei commissariati di pubblica sicurezza di Roma notificava ad Ortolani l'avviso di deposito della sentenza, consegnando l'atto, personalmente, all'interessato.

 

Ed il giorno successivo il difensore riproponeva la dichiarazione di ricorso e presentava nuovamente i motivi di ricorso, non senza rilevare che la notifica dell'avviso di deposito della sentenza, avvenuta il 20 giugno 1997 era nulla ed improduttiva di effetti, perché eseguita da persona non abilitata neppure alle funzioni di polizia giudiziaria, e perché nella relazione non erano stati enunciati né l'autorità che l'aveva richiesta né gli estremi della relativa delega.

 

Osserva la Corte che nessuno dei su esposti motivi è in alcun modo fondato.

 

Risulta dagli atti che se è vero che Ortolani fu dichiarato contumace dalla Corte di Appello di Milano, per non essere comparso alla prima udienza, tale dichiarazione fu revocata alla successiva udienza del 22 febbraio 1996, come risulta dal relativo verbale d'udienza, tant'è che il Collegio fissò l'udienza del 12 marzo 1996 per il suo interrogatorio.

 

A nulla rileva il fatto che l'imputato non comparve né all'udienza del 12 marzo 1996, né a quelle successive, non potendo tale mancata comparizione porre nel nulla gli effetti della revoca della dichiarazione di contumacia, come effetto obbligatorio, alla sua accertata comparizione all'udienza del 22 febbraio 1996.

 

Pertanto l'imputato non aveva diritto alla notifica dell'estratto contumaciale.

 

Per quanto invece concerne l'avviso di deposito della sentenza, esso fu notificato a mani proprie dell'imputato il 20 giugno 1997 ed in tema di notificazioni si è sempre sostenuto, dalla giurisprudenza di questa Corte, che allorquando queste sono eseguite a mani proprie del destinatario dell'atto, esse sono valide, dovunque avvengano, e pur quando è incerta l'esistenza della delega dell'autorità giudiziaria della polizia giudiziaria , e ciò proprio perché trattasi della forma più sicura per portare l'atto a conoscenza del soggetto cui esso è diretto.

 

Né, nel caso in esame, quella notificazione poteva essere inficiata di nullità sotto i profili dedotti dal ricorrente, posto che dalla relazione non solo risultava chi era il soggetto cui l'atto era destinato, ma anche l'Ufficio dal quale quell'atto giudiziario proveniva, e cioè la Corte di Appello di Milano e quello che all'onere della notificazione aveva adempiuto.

 

Infine, non è neppure superfluo osservare che l'imputato, dopo la notificazione dell'avviso di deposito della sentenza, aveva rinnovato la presentazione dei motivi di ricorso, con ciò dimostrando che si era pienamente avvalso della facoltà cui quell'atto, notificato con quelle modalità, era preordinato.

 

Pertanto, anche ammettendo, e per mera ipotesi, che quella notificazione fosse stata nulla, circostanza che questa Corte è convinta di dover escludere, operante era la sanatoria generale espressamente prevista dall'art. 187, terzo comma, del codice del 1930, applicabile al procedimento in esame.

 

Passando all'esame dei singoli motivi di ricorso, preliminare appare la verifica della fondatezza dei rilievi dedotti dal ricorrente in ordine alla ritualità del giudizio di primo grado, rilievi già disattesi dalla Corte di Appello di Milano.

 

Il ricorrente ha, innanzitutto, denunciato la violazione degli artt. 304 e 309 c.p.p., sostenendo che erano state acquisite prove a suo carico ancor prima che fosse a lui inviata la comunicazione giudiziaria, e che, comunque, arbitraria era l'attribuzione della qualifica di "latitante".

 

Osserva la Corte che entrambi i rilievi sono infondati.

 

Le prove a carico dell'imputato furono acquisite soltanto dopo che i commissari liquidatori poterono ricostruire le operazioni compiute attraverso la società Bellatrix, operazioni alle quali aveva fatto ricorso Calvi per dirottare gran parte del denaro sul conti personali di Ortolani e Gelli: e non appena acquisite tali indicazioni probatorie, fu emesso il primo mandato di cattura, risalente al 1° giugno 1983, ed al quale, poi, seguì il 30 novembre 1987 l'altro mandato, nel quale si contestavano gli altri episodi distrattivi.

 

E se vero è che la comunicazione giudiziaria ha la funzione strumentale di porre l'interessato nella condizione di conoscere tempestivamente che contro di lui si sta procedendo penalmente, sì da porlo in grado di apprestare le sue difese, da un lato è necessario che si siano già acquisiti concreti elementi sia per qualificare la rilevanza penale del fatto, oggetto di indagine, che per individuarne l'autore, e dall'altro che alla sua funzione può adempiere qualsiasi provvedimento che, come il mandato di cattura, non solo enuncia il reato, oggetto della contestazione, ma indica anche gli elementi sui quali l'accusa è fondata.

 

Quanto poi alla qualifica di "latitante", va considerato, innanzi tutto, che la latitanza, anche in base alla disciplina processuale prevista dal codice del 1930, è caratterizzata dalla volontaria sottrazione dell'imputato ad un mandato di cattura, sottrazione che può verificarsi anche mediante l'espatrio, avvenga esso in modo clandestino o meno; e tale stato perdura sino al verificarsi di uno degli eventi previsti dall'art. 268, secondo comma, c.p.p., ovvero quando si verifica la cattura o la presentazione volontaria, sicché l'immanenza di tale stato fa si che esso spiega i suoi effetti per tutto il tempo durante il quale il mandato è eseguibile.

 

Nel caso in esame l'accertamento dello stato di latitanza era stato ritualmente effettuato sulla base del verbale di vane ricerche del 22 agosto 1983 redatto dalla Guardia di Finanza incaricata dell'esecuzione del mandato di cattura del 1° giugno 1983, e non sono certo assimilabili i presupposti per l'accertamento dell'irreperibilità rispetto a quelli sufficienti ai fini della latitanza.

 

Lo stato di latitanza di Ortolani cessò soltanto il 20 giugno 1989, quando cioè fu possibile trarlo in arresto all'aeroporto della Malpensa: né va dimenticato che, pur prescindendo dal verbale di vane ricerche, dalla stessa istruttoria del procedimento risultava che l'imputato era rimasto in Italia sino al marzo del 1981, e cioè sino a quando, ottenuto il rinnovo del passaporto, in coincidenza con l'apparizione sulla stampa degli elenchi degli affiliati alla P2, elenchi acquisiti dopo la perquisizione eseguita a Castiglione Fibocchi il 23 marzo 1982, l'imputato decise di partire alla volta di Montevideo, senza far più ritorno in Italia, come avevano confermato al giudice istruttore sia la sua segretaria che il suo autista.

 

E non v'è dubbio che il fatto di espatriare, dopo la commissione di un reato, nella ragionevole previsione di poter subire un provvedimento dell'autorità giudiziaria, si risolve in una vera e propria precostituzione di una latitanza che poi in concreto assumerà rilevanza giuridica all'atto dell'emissione di un provvedimento restrittivo della libertà personale.

 

E che tale conclusione non sia un'arbitraria supposizione della Corte è dimostrato dal fatto che l'imputato, una volta rintracciato in Brasile, rifiutò di essere estradato in Italia e di fornire, anche quando la rogatoria internazionale fu accolta, ogni chiarimento sulle singole contestazioni, affidando le sue difese ad un quanto mai generico "memoriale" che prescindeva dalle risultanze probatorie acquisite.

 

La sua fuga all'estero fu quindi una volontaria scelta e di essa sia il giudice istruttore che il Tribunale di Milano ne tennero conto, traendo, sul piano formale, le conseguenti e legittime determinazioni.

 

Né la sentenza del Tribunale era censurabile per il mancato rispetto c.p.p., dell'art. 177-bis perché la volontaria sottrazione ai mandati di cattura era del tutto incompatibile con la finalità di quella norma che era quella di porre l'imputato dimorante all'estero in condizioni di dichiarare o eleggere domicilio in Italia; e d'altronde il fatto che l'autorità giudiziaria presso la quale pendeva il procedimento potesse conoscere il luogo, in cui, in Brasile, risiedeva Ortolani, non poteva certamente essere sufficiente per escludere la latitanza, non foss'altro perché in quel Paese lo Stato Italiano era assolutamente privo della possibilità di dare esecuzione ai mandati di cattura, perché carente di giurisdizione.

 

Ha inoltre osservato il ricorrente che il Tribunale, respingendo la richiesta di acquisire le relazioni della Banca d'Italia sul ruolo avuto dallo IOR nell'intera vicenda e le relazioni degli ispettori della Banca d'Italia, aveva limitato in maniera rilevante l'esercizio del diritto di prova.

 

Il rilievo non ha alcun fondamento, perché il ruolo dello IOR più che essere ricostruito dalla Banca d'Italia, era stato compiutamente individuato dagli specifici accertamenti all'uopo espletati nel corso della complessa istruttoria; e quanto alle relazioni degli ispettori della Banca d'Italia il loro contenuto era stato illustrato da chi quelle ispezioni aveva eseguito e diretto - i dottori Padalino e Scordino -, e comunque le contestazioni conclusive dell'Ispettorato erano state immediatamente acquisite agli atti del procedimento, sicché la superfluità di quella integrazione probatoria, lungi dall'incidere sul diritto di difesa dell'imputato, era stata congruamente motivata e, come tale, non è più suscettibile di riesame in questa sede.

 

Sono del pari infondati gli analoghi rilievi dedotti dal ricorrente in relazione alle ordinanze della Corte di Appello di Milano del 12 marzo 1996 e del 5 giugno 1996: la superfluità della perizia è stata motivata sulla base del giudizio di completezza che entrambi i giudici di merito hanno potuto esprimere dopo aver valutato le conclusioni alle quali erano pervenuti i commissari liquidatori, i quali, attraverso la corretta utilizzazione di criteri tecnici, compatibili con le loro specifiche competenze professionali, non solo erano riusciti a ricostruire alcune pur complesse operazioni finanziarie, ma avevano avuto cura di verificare come i risultati della loro indagine tecnica erano poi confermati dall'esito degli accertamenti espletati dalla Guardia di Finanza e dalle parziali ammissioni di chi a quelle operazioni aveva partecipato e di chi dalle stesse aveva tratto profitto.

 

Altrettanto dicasi in ordine alla riconosciuta superfluità della acquisizione di ulteriori documenti.

 

L'inesistenza di zone d'ombra, in relazione alla ricostruzione delle singole operazioni, è stata riconosciuta non sulla base di un'aprioristica, generica attestazione, ma dopo un'analitica ricognizione delle numerose risultanze probatorie acquisite.

 

Né va dimenticato che la rinnovazione del dibattimento, anche nella previgente disciplina codicistica, aveva carattere eccezionale, perché rappresentava una deroga alla presunzione di completezza delle indagini istruttorie svolte in primo grado, sicché in tanto poteva essere disposta in quanto il processo non avesse offerto la possibilità concreta di decidere allo stato degli atti, ipotesi questa che certamente non ricorreva in relazione a questo procedimento che aveva richiesto un impegno istruttorio non comune, protrattosi per alcuni anni, e che non aveva lasciato spazio a settori inesplorati, com'era stato motivatamente riconosciuto dalla sentenza conclusiva del primo giudizio.

 

E d'altronde la difesa del ricorrente, pur invocando una rinnovazione parziale del dibattimento, neppure aveva specificatamente spiegato a quali concreti risultati probatori poteva approdare quel supplemento istruttorio, né tantomeno se le nuove prove, di per sè stesse, erano sufficienti per giustificare una decisione diversa rispetto a quella alla quale era pervenuta il Tribunale.

 

Per quanto infine attiene all'asserita, omessa lettura degli atti, a conclusione del dibattimento d'appello, va osservato, innanzi tutto, che a differenza delle letture previste dagli artt. 462-466 del codice del 1930, sulla base di quanto disposto dall'art. 520, secondo comma, dello stesso codice, non costituiscono un mezzo di acquisizione probatoria: esse possono avere ad oggetto atti già acquisiti al giudizio di primo grado, e per ciò solo utilizzabili legittimamente dal giudice di appello, a prescindere dal fatto che abbiano o meno formato oggetto di espressa lettura.

 

Comunque, dal verbale d'udienza risulta - e ciò fa fede sino a querela di falso - che quella lettura fu effettuata e, non avendo le parti formulato obiezione alcuna in relazione agli atti processuali che ne formarono oggetto, non può che trarsi una sola conclusione, e cioè che la lettura riguardò tutti gli atti consentiti, e cioè sia quelli acquisiti in primo grado che quelli la cui acquisizione era, stata autorizzata dalla Corte di Appello.

 

Inammissibili, perché manifestatamente infondati, sono il terzo ed il quarto motivo di ricorso.

 

Con il terzo motivo l'imputato ha dedotto che non avendo egli amministrato il Banco Ambrosiano, non poteva essere ritenuto responsabile del reato di bancarotta.

 

Ha omesso di tener presente il ricorrente che l'accusa formulata nei suoi confronti e giudicata fondata dai giudici di merito, prevedeva il concorso degli amministratori del Banco Ambrosiano nella realizzazione della varie operazioni, a conclusione delle quali Ortolani, in perfetta intesa con Calvi, aveva tratto ingenti profitti; sicché, del tutto irrilevanti, al fini della configurabilità del reato previsto dall'art. 216, primo comma, n. 1, della legge fallimentare, era il fatto che l'imputato non era preposto all'amministrazione della banca dichiarata insolvente, bensì chi era stato suo complice nella realizzazione dell'illecito.

 

Con il quarto motivo ha denunciato, invece, l'omessa applicazione degli artt. 51 e 59 c.p.: ma la denuncia, oltre ad essere genericamente formulata, è priva di qualsiasi, possibile riferimento, posto che non si comprende come una distrazione fallimentare possa evocare l'esercizio di un diritto soggettivo, diritto che in tanto può prevalere su ogni altro interesse penalmente protetto, in quanto sia suscettibile di tutela giuridica, immediata, diretta e personale: e non può certo affermarsi che rientri in tale alveo la pretesa, connotata di intrinseca illiceità, di sottrarre alla garanzia dei creditori beni di un'impresa finanziaria che erano funzionalmente diretti ad irrobustire, ma non certo a diminuire le disponibilità economiche della stessa.

 

Con il quinto motivo di ricorso la difesa di Ortolani ha denunciato la nullità dell'impugnata sentenza sostenendo che questa, nel riprodurre il contenuto della decisione del primo giudice, non aveva dimostrato che le operazioni alle quali l'imputato aveva partecipato erano avvenute quando già il Banco Ambrosiano si trovava in uno stato di dissesto, né tantomeno che tale stato fosse stato percepito dallo stesso ricorrente.

 

Osserva la Corte che anche tali rilievi non sono fondati.

 

Se vero è, infatti, che la sentenza impugnata ha ampiamente riprodotto le argomentazioni utilizzate dal primo giudice, ciò è dipeso soltanto dal fatto che, essendo rimasti immutati i presupposti di fatto di entrambe le decisioni ed essendo queste pervenute alle medesime conclusioni attraverso la corretta applicazione di consolidati criteri giuridici, era inevitabile che ciò avvenisse; ma ciò non significa affatto che i giudici dell'impugnazione abbiano omesso di analizzare i critici rilievi che la difesa dello stesso imputato aveva prospettato nel motivi di appello, perché nessuno dei motivi dedotti è sfuggito all'approfondita valutazione dell'impugnata sentenza.

 

Quanto alle altre censure, va ricordato che non sussistono motivi per dissentire dal costante orientamento giurisprudenziale di questa Corte e secondo il quale i fatti di distrazione, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento - ed a questa è, per legge, equiparata la dichiarazione dello stato di insolvenza - assumono rilevanza penale in qualunque tempo essi siano stati commessi, e quindi anche se la condotta si è realizzata quando ancora l'impresa non versava in condizioni d'insolvenza: ne consegue che, come già si è rilevato, non occorreva alcun collegamento eziologico o psicologico tra la condotta dell'imputato e lo stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano.

 

Tale collegamento, invece, è stato ricercato, individuato e congruamente valutato in relazione all'operazione Bellatrix, perché l'accusa aveva contestato all'imputato, in relazione a tale episodio, l'ipotesi delittuosa prevista dall'art. 223, cpv. n. 2, della legge fallimentare, una volta accertatosi che la distrazione di una somma così rilevante (oltre 182 miliardi), realizzatasi con fraudolente modalità nel 1981, quando ormai le esposizioni debitorie del Banco Ambrosiano avevano assunto proporzioni tali da assorbire tutto il capitale sociale, aveva avuto un ruolo non secondario, né tantomeno marginale al fini del consolidamento definitivo di quel dissesto.

 

Né può più essere rimessa in discussione la natura distrattiva di quell'operazione, essendo precluso alla Corte una rivalutazione delle risultanze probatorie nell'ottica prospettata dall'imputato ricorrente anche nel motivi aggiunti, perché tale compito esorbita dalle sue funzioni.

 

I giudici di merito, dopo aver collegato quell'operazione al finanziamento erogato dal Banco Ambrosiano a favore della società Rizzoli, ne hanno ravvisato la natura distrattiva, non solo dopo aver preso atto che quel finanziamenti erano stati concessi senza alcuna garanzia e non erano stati mai più restituiti, ma anche dopo aver considerato che la loro abnormità andava ancor prima ricercata nel fatto che erano stati disposti per finalità del tutto estranee alla politica finanziaria della banca finanziatrice, e per soddisfare interessi personali di coloro che in quel periodo potevano disporre di Calvi: e tali conclusioni erano ampiamente avallate non da aprioristiche supposizioni, né tantomeno da diffusi pregiudizi, bensì dal concorso di numerose prove anche di carattere documentale, e dalle quali risultava quale effettiva destinazione avevano avuto quel finanziamenti.

 

La Corte di Appello di Milano, contrariamente a quanto rilevato dal ricorrente, non si è affatto sottratta all'onere di un'approfondita ricognizione delle risultanze probatorie, ma per ciascuna operazione ha indicato, e con incontestabile precisione, da quali elementi emergeva che parte di quel finanziamenti erano finiti sul conti personali di Ortolani e dei suoi familiari ed ha esaminato le giustificazioni offerte, spiegando, attraverso logiche argomentazioni, come la rilevanza delle somme percepite dall'imputato in relazione a ciascuna di quelle operazioni fosse incompatibile anche con la più qualificata ed importante attività di consulenza di cui quella banca si fosse servita.

 

Ed una volta accertato il concorso morale e materiale dell'imputato nella realizzazione di quelle operazioni, operazioni distrattive compiute da chi aveva l'onere di amministrare il Banco Ambrosiano, non v'è dubbio che se ne dovessero trarre, sul piano giuridico, le conseguenti determinazioni, sicché corretta è la decisione dei giudici di merito che, nel ravvisare gli estremi del reato previsto dall'art. 216, primo comma, n. 1, della legge fallimentare, hanno fondatamente escluso ogni altra ipotesi sussidiaria, quale la ricettazione pre fallimentare ed il favoreggiamento reale.

 

La sentenza impugnata sì sottrae al rilievi dedotti dal ricorrente anche in relazione ai criteri utilizzati per giustificare il diniego delle attenuanti generiche e la determinazione della pena.

 

Nessuno degli elementi che avrebbero potuto giustificare, in ipotesi, un più favorevole trattamento sanzionatorio, è stato trascurato, ma si è ritenuto di dare prevalente rilevanza agli aspetti oggettivi della condotta, quali: l'entità del profitto realizzato, pari ad oltre 100 milioni di dollari, per lo più ottenuti nell'arco di un anno, il 1981; la reiterazione degli episodi distrattivi; le modalità fraudolente attraverso le quali questi si erano realizzati.

 

Quanto poi agli aspetti riguardanti la personalità dell'autore, anch'essi sono stati ritenuti indicativi di una proclività nel delinquere e questa indubbiamente trovava nella lunga latitanza dell'imputato e nel suo rifiuto ad accettare la giurisdizione italiana, la più evidente conferma al giudizio negativo espresso dal Tribunale e condiviso motivatamente dalla Corte di Appello di Milano.

 

Quanto, infine, all'aggravante prevista dall'art. 112, n. 1, c.p., la cui configurabilità è stata contestata dal ricorrente, è agevole rilevare che l'impugnata sentenza l'ha ritenuta sussistente, dopo aver confermato che ad entrambi gli episodi connessi all'operazione Bellatrix e che integravano i reati contestati al capi 10 e 12 della rubrica, avevano partecipato non solo Ortolani, Gelli, Calvi e Tassan Din, ma anche i funzionari preposti all'ufficio esteri del Banco Ambrosiano, sicché il numero dei partecipanti era superiore a cinque.

 

Pertanto, anche sotto tale ultimo profilo, i rilievi dedotti dal ricorrente non sono fondati.

 

 

Gelli Licio

 

Anche Gelli Licio, ritenuto colpevole dei reati contestatigli al capi 10-12 e 16 della rubrica, nell'impugnare sia la sentenza della Corte di Appello di Milano che tutte le ordinanze pronunciate nel corso del giudizio, ha formulato diversi rilievi, ma nessuno di essi è, a parere del Collegio, fondato.

 

Con il primo dei motivi principali dedotti dal ricorrente si è denunciata l'erronea applicazione della legge penale ed il vizio di motivazione della impugnata sentenza, sostenendosi che la prova della sua responsabilità era stata desunta soltanto dal contenuto della documentazione che era stata rinvenuta in Svizzera dall'avvocato Luigi Pelli, che tutelava gli interessi della procedura, prova quindi non legittimamente acquisita, e che comunque non motivato era il rifiuto di una perizia sulla congruità del prezzo delle azioni della società Rizzoli.

 

Rileva innanzitutto la Corte che, come risulta dal contenuto delle sentenze dei giudici di merito, la documentazione acquisita al procedimento, nel corso dell'istruttoria, era stata tratta dagli atti del procedimento penale che fu instaurato in Svizzera a carico dell'imputato, dopo la denuncia presentata dal Banco Ambrosiano Overseas Limited, sicché una volta depositati gli atti, se l'imputato avesse riconosciuto l'incompletezza di quella documentazione, nulla a lui precludeva non solo di far acquisire gli atti mancanti, ma anche di indicare quali di questi atti potevano essere utilizzati ai fini della ricostruzione della vicenda.

 

Ma ad entrambi gli oneri egli si è sottratto, limitandosi sempre ad affermare che l'attività ricercatrice dell'avvocato Pelli non era affidabile, perché compiuta da persona interessata alla tutela degli interessi della parte civile.

 

Ha trascurato di considerare il ricorrente che l'autorità giudiziaria elvetica, proprio sulla base di quella documentazione, ordinò il sequestro dei beni di Gelli, e tra questi anche di tutti i depositi bancari a lui riconducibili, sequestro al quale seguì un formale procedimento di confisca.

 

Inoltre, la documentazione acquisita fu esaminata dalla Guardia di Finanza, come lo stesso imputato ha riconosciuto nel ricorso, e tale esame, effettuato utilizzando i riscontri contabili rinvenuti a carico di Ortolani, indusse a concludere che in seguito ai finanziamenti effettuati dal Banco Ambrosiano a favore della società Bellatrix, una parte di quelle somme era stata accreditata sui conti svizzeri di Gelli.

 

Del resto, il coinvolgimento dell'imputato in quell'operazione, che è stata qualificata, per l'ammontare complessivo del denaro impiegato dalla banca, come l'operazione distrattiva più rilevante, e che, per tale ragione, aveva anche notevolmente contribuito a determinare il dissesto, non si desumeva soltanto dall'esame della documentazione bancaria acquisita in Svizzera, ma trovava una appagante conferma nel fatto che Gelli custodiva nella sua villa a Castiglione Fibocchi numerosi progetti sulla distribuzione dell'azionariato Rizzoli, e tra questi anche quello definito "pattone", sottoscritto da lui, da Ortolani e da Tassan Din, e dal quale si desumeva che un notevole compenso da quell'operazione essi avrebbero dovuto trarre.

 

Né va dimenticato che Gelli, allorquando era stato arrestato in Svizzera il 13 settembre 1982, presso l'Unione Banche svizzere, era stato trovato in possesso di appunti manoscritti che facevano esplicito riferimento all'operazione Rizzoli, e tutte tali risultanze, contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente, sono state esaminate dal giudici di mento, sicché le conclusioni che ne sono state tratte sono il risultato di un'indagine che, lungi dall'esaurirsi nella ricezione acritica delle indicazioni fornite attraverso la documentazione reperita dall'avvocato Pelli, è invece espressione di una ben più complessa ed articolata ricerca che ha utilizzato, com'era doveroso fare, tutte le risultanze probatorie acquisite e queste sono state valutate nella loro convergenza probatoria, utilizzando corretti criteri logici.

 

Quanto poi alla superfluità di un accertamento tecnico sul valore da attribuire alle azioni Rizzoli, ineccepibile appare la decisione dei giudici di merito, posto che ciò che rilevava, ai fini della verifica della fondatezza dell'accusa non era il valore intrinseco, oggettivo di quelle azioni, ma le quotazioni raggiunte sul mercato nel momento in cui l'operazione veniva effettuata e tali quotazioni erano già state accertate attraverso le specifiche indagini della Guardia di Finanza.

 

Non fondate appaiono anche le censure dedotte nel secondo e terzo motivo di ricorso, e con le quali l'imputato ha contestato la configurabilità del suo concorso nella bancarotta per distrazione, reato a lui attribuito sia in relazione all'operazione Bellatrix che per quanto concerne l'accreditamento di oltre 82 milioni di dollari e di due milioni e mezzo di franchi svizzeri sui suoi conti personali.

 

La responsabilità dell'imputato in ordine a tutte queste distrazioni è stata affermata dai giudici di merito non solo dopo che si è proceduto alla ricognizione analitica di tali operazioni, sulla base della documentazione bancaria acquisita legittimamente e degli ulteriori accertamenti che corroboravano quelle risultanze documentali, ma anche dopo aver verificato l'assoluta inattendibilità delle giustificazioni offerte dall'accusato.

 

L'operazione Bellatrix, per le considerazioni già prospettate in relazione alla posizione di Ortolani, era nella sua intrinseca oggettività, un'operazione distrattiva, posto che il denaro erogato con tanta prodigalità dal Banco Ambrosiano era destinato non a finalità speculative, né tantomeno ad una utilizzazione che consentisse di prevedere la possibilità di una sua restituzione, ma soltanto per assecondare programmi, desideri e finalità di coloro che volevano, attraverso il controllo della Rizzoli, il controllo della parte più qualificata della stampa italiana, in quel particolare periodo.

 

Quanto poi agli altri episodi, a nulla rileva il fatto che i giudici di mento non abbiano indicato quale ruolo specifico, nell'ambito delle società utilizzate da Calvi per l'elargizione di alcuni finanziamenti senza ritorno, aveva ricoperto Gelli: è certo, invece, - e la circostanza non la si è potuta contestare - che allorquando quei finanziamenti venivano elargiti, una parte del denaro, attraverso vari ed articolati espedienti, finiva sui conti e di Ortolani e di Gelli, e la constatazione di tale realtà, raffrontata alla mancata giustificazione da parte dei destinatari, non poteva che rappresentare la prova più rassicurante della partecipazione diretta dei beneficiari alla condotta distrattiva realizzata da Calvi a danno della banca da lui diretta.

 

Né risulta che il ricorrente abbia mai indicato elementi probatori che, trascurati dal primo giudice, avrebbero potuto giustificare una diversa conclusione da parte della Corte di Appello di Milano.

 

Nella sentenza impugnata si è avuto cura di evidenziare tempi e modalità di ciascuna operazione dalla quale erano scaturiti accreditamenti a favore dell'imputato ricorrente e si è constatato come la sintomatica coincidenza di questi ultimi proponeva un indiscusso collegamento tra Calvi ed Ortolani e tra Ortolani e Gelli, che andava correlato alla genesi di ciascuna operazione, alla loro consistenza, alle modalità esecutive e soprattutto alle loro finalità.

 

Ed in tale ambito si è svolta l'attenta ricognizione della Corte di Appello di Milano, la quale, lungi dal trascurare i rilievi critici prospettati, nei motivi di appello, dalla difesa di Gelli, ha da essi tratto occasione per una completa e rinnovata rivisitazione analitica delle risultanze acquisite, sicché il giudizio conclusivo alla quale essa è pervenuta si sottrae al sindacato di legittimità, perché risulta immune da vizi logici.

 

Peraltro, non va neppure dimenticato che il ricorrente non aveva fornito, né nel corso dei l'istruttoria, né successivamente, dinanzi al Tribunale di Milano, alcuna spiegazione sulla causa di quel numerosi e cospicui accreditamenti ed il fatto che avesse conosciuto il banchiere Ortolani in epoca non sospetta non poteva certo screditare l'imponente prova che l'accusa aveva fornito in ordine alla successione cronologica di quegli accreditamenti che già di per sè stessa era indicativa del loro intrinseco collegamento, accentuato dall'altrettanto puntuale ricostruzione dei rapporti interrogativi.

 

Né a diversa conclusione si può pervenire sulla base di quanto affermato dal ricorrente, e cioè che il ruolo dello IOR in tutte quelle operazioni nelle quali erano intervenute le società patrocinate non era stato ricostruito con precisione, perché tale rilievo oltre ad essere destituito di fondamento, è del tutto irrilevante.

 

In entrambe le sentenze dei giudici di merito si è prospettato quale ruolo aveva avuto lo IOR in quelle operazioni e cioè quello di garantire, ma solo apparentemente, le società che inghiottivano i finanziamenti del Banco Ambrosiano e si è anche proposto e risolto il problema concernente l'appartenenza delle società indicate nelle lettere di patronage e l'indagine si è conclusa con una sola, indubbia certezza, e cioè che Marcinkus, utilizzando lo lor, aveva offerto a Calvi una capillare rete protettiva; ma tale conclusiva certezza non poteva in alcun modo incidere sulla rilevanza penale della condotta dell'imputato ricorrente, una volta accertatosi ch'egli aveva partecipato attivamente alle operazioni distrattive, condividendone le modalità esecutive, ovvero addirittura predisponendole, com'era avvenuto nel confronti della società Rizzoli.

 

Con l'ultimo dei motivi principali l'imputato ha denunciato altresì il vizio di motivazione della sentenza, sostenendo che in relazione al diniego delle attenuanti generiche ed alla determinazione della pena si erano ampiamente utilizzate illazioni e congetture che traevano suggestivo alimento dalle gratuite valutazioni che si erano stratificate sulla P2, la loggia massonica da lui costituita.

 

Nei motivi aggiunti, depositati il 21 marzo 1998, si riproponevano analiticamente tali rilievi e si faceva altresì osservare che la Corte di Cassazione il 20 novembre 1996 aveva modificato il giudizio negativo espresso dai giudici di merito su quella loggia massonica.

 

Rileva la Corte che quanto dedotto dal ricorrente è infondato.

 

È doveroso precisare, innanzi tutto, che la Corte di Cassazione, con quella sentenza, si limitò a prendere atto che alcuni reati si erano prescritti e non formulò affatto un giudizio favorevole, diverso da quello espresso dalla Corte di Assise e dalla Corte di Assise di Roma sulla loggia massonica diretta da Gelli e della quale facevano parte Calvi, Ortolani e Tassan Din, e tutti gli altri che avevano concorso nella realizzazione delle cointestate attività distrattive.

 

Quanto poi al diniego delle attenuanti generiche, confermando la decisione del primo giudice, pur dopo aver dato atto che l'imputato aveva tacitato le parti civili, la Corte d'Appello di Milano dava prevalente rilievo al fatto che Gelli aveva svolto un ruolo di ispiratore e di organizzatore di operazioni distrattive di rilevante importo, approfittando della sua carica di capo della P2, cioè di un'organizzazione che il giudizio storico ormai accredita, in senso negativo, sul piano delle più insidiose organizzazioni affaristiche: e tale conclusivo giudizio indubbiamente trovava il suo concreto supporto nel fatto che autorevoli esponenti di quella loggia avevano partecipato alla realizzazione dei contestati reati, la cui oggettiva gravità era espressa non solo dalla rilevanza del danno arrecato al Banco Ambrosiano, e dei profitti conseguiti, ma anche dalle modalità esecutive della condotta e dalle stesse finalità perseguite.

 

Né a diversa conclusione la Corte di Appello di Milano sarebbe potuta pervenire se avesse conosciuto, come ha dedotto l'imputato ricorrente nei motivi aggiunti, con quali modalità si era conclusa la transazione con le parti civili, perché la Corte non aveva posto in dubbio che la revoca della costituzione della parte civile del Banco Ambrosiano fosse conseguente all'avvenuta restituzione di quanto a tale banca era dovuto.

 

Il fatto poi che la transazione si fosse conclusa con il riconoscimento, in favore di Gelli, di un credito di 12.500.000 franchi svizzeri, non incideva sulla valutazione complessiva della rilevanza delle distrazioni accertate, posto che quel credito conseguiva all'incameramento, in favore del Banco Ambrosiano, delle ben più consistenti disponibilità finanziarie che erano state sequestrate a Gelli in Svizzera: basti pensare che, per effetto di quella transazione, Gelli dava esecuzione alla sentenza del Tribunale di Ginevra del 22 novembre 1995 che lo aveva condannato al risarcimento, in favore del Banco Ambrosiano, dì 228 milioni di franchi svizzeri, e che analogo impegno era stato assunto per la sentenza pronunciata dal Tribunale del Canton Ticino il 26 febbraio 1996, e con la quale l'imputato era stato condannato alla restituzione diretta a favore del Banco Ambrosiano Andino, del Banco Ambrosiano Overseas Limited, e dell'Ambrosiano Group Banco Commercial, di tutte le disponibilità sequestrate presso l'Unione Banche Svizzere e presso la Società delle Banche Svizzere, disponibilità che comprendevano sia cospicui depositi bancari, che ben 250 chilogrammi in lingotti d'oro.

 

Ne consegue che non sussistono motivi idonei a giustificare una nuova valutazione dei fatti attribuiti all'imputato sulla base delle dedotte circostanze, in relazione alle quali il sindacato di merito è precluso in questa sede: la loro stessa oggettiva indicazione, così come prospettata dalla difesa, non modifica in alcun modo i presupposti di fatto esaminati dai giudici di merito per giustificare, secondo una corretta applicazione dei criteri indicati nell'art. 133 c.p., entrambe quelle statuizioni, e cioè il diniego delle attenuanti generiche e la determinazione della pena che il Tribunale aveva fissato in anni 18 e mesi 6 di reclusione e la Corte di Appello di Milano ha ridotto ad anni 12.

 

Pertanto, anche il ricorso proposto da Gelli dev'essere rigettato.

 

 

Pazienza Francesco

 

Passando all'esame del ricorso proposto nell'interesse di Pazienza Francesco, rileva il Collegio che infondate sono le censure prospettate sia in relazione all'esercizio dell'azione penale per i reati in relazione ai quali non era stata concessa l'estradizione, e cioè la distrazione di cinque milioni di dollari versati alla società Andros e quella, per il maggior importo di otto milioni e 800 mila dollari accreditati alla società Realfin (capi 23 e 24 della rubrica), che per quanto concerne la valutazione dell'elemento psicologico compiuta dal giudici di merito.

 

L'imputato sia nei motivi principali che in quelli aggiunti ha rilevato che l'estradizione dagli Stati Uniti era stata concessa limitatamente ai due reati di bancarotta fraudolenta che l'accusa aveva ravvisato in seguito al finanziamento che il Banco Ambrosiano aveva erogato ad una società del gruppo di Flavio Carboni, denominata 'Prato Verde" e fallita il 10 maggio 1984, reati contestati ai capi 28 e 29 della rubrica, mentre il giudizio si era concluso con la sua condanna per tutte e quattro le imputazioni.

 

E nel corso della discussione, il difensore ha chiesto espressamente la declaratoria d'improcedibilità dell'azione penale, sostenendo che la convenzione stipulata con gli Stati Uniti non prevedeva alcuna deroga al principio di specialità dell'estradizione.

 

Osserva la Corte che non sono condivisibili i rilievi formulati dal n"corrente in ordine alla rituale instaurazione del giudizio.

 

Non v'è dubbio che l'estradizione di Pazienza era stata concessa, come ha dato atto la sentenza impugnata, solo per due delle quattro ipotesi di bancarotta fraudolenta per distrazione che erano state contestate all'imputato, ma è altrettanto certo che Pazienza, una volta estradato dagli Stati Uniti, il 4 luglio 1986 rinunciava espressamente ad avvalersi del principio di specialità e tale rinuncia ribadiva, con maturata convinzione, nel successivo interrogatorio del 27 ottobre 1986: ne consegue che non sussistevano preclusioni non solo al promovimento dell'azione penale, ma neppure al suo ulteriore esercizio.

 

La convenzione bilaterale di estradizione sottoscritta dal Governo italiano il 18 gennaio 1973 con gli Stati Uniti d'America, ed entrata in vigore l'11 marzo I1975, all'art. 15 espressamente prevede la possibilità di una deroga al divieto di giudicare l'estradato per un reato diverso da quello per il quale l'estradizione sia stata concessa, addirittura attribuendo rilevanza al comportamento dell'estradato, allorquando questo può essere sintomatico di una volontà diversa dalla manifestazione esplicita di un rifiuto all'accettazione della giurisdizione del Paese richiedente.

 

Pertanto, una volta che tale manifestazione di volontà sia stata espressa in modo specifico, inequivocabile, attraverso la dichiarata accettazione della giurisdizione italiana per reati analoghi a quelli per i quali l'estradizione era stata concessa, reati commessi sul territorio dello Stato, ed in epoca precedente alla concessione dell'estradizione, non si vede come potesse essere precluso al giudice italiano di processare l'imputato anche per tali reati.

 

La libera determinazione dell'imputato aveva fatto cadere tutti i limiti all'esercizio della giurisdizione italiana, tanto più che la presenza fisica dell'imputato nel territorio dello Stato italiano non costituiva neppure una condizione di punibilità in relazione a quelle ipotesi di distrazione per le quali l'estradizione non era stata concessa.

 

Né sono rilevanti i motivi per i quali Pazienza espresse quella sua volontà, posto che attengono alle scelte processuali della parte, e come tali non sindacabili.

 

È del pari infondata la censura prospettata dal ricorrente in ordine alla valutazione dell'elemento psicologico in relazione alle quattro ipotesi di bancarotta patrimoniale per la quale è intervenuta la condanna.

 

Secondo la concorde ricostruzione dei giudici di merito, Pazienza aveva offerto la sua collaborazione a Calvi proprio nel periodo in cui questi non solo aveva subito le conseguenze negative sulla sua immagine e su quella che, di riflesso, colpivano le aziende finanziarie affidate alla sua guida, ma addirittura si preoccupava, come lo stesso Pazienza rivelerà nel corso dei suoi interrogatori, di reperire un rifugio all'estero e di acquisire delle consistenti disponibilità finanziarie.

 

Inoltre la sentenza impugnata ha osservato, ed il rilievo è conseguente ad una corretta analisi delle risultanze probatorie acquisite, che l'imputato non ignorava neppure la pratica dei depositi fiduciari, tant'è vero che era stato lui a mettere in contatto Calvi con l'amministratore di una società finanziaria, la Conseil, alla quale fu fatta accreditare dall'Ambrosiano Group Banco Commercial la somma di oltre otto milioni di dollari che poi, dalla Conseil finirono sul conto della Realfin, conto che era nella disponibilità dello stesso Pazienza.

 

E quanto poi all'altro finanziamento di cinque milioni di dollari, lo stesso imputato aveva ammesso che si trattava di denaro utilizzato per finalità del tutto estranee agli interessi del Banco Ambrosiano, giacché quel denaro era servito per predisporre anche le pratiche amministrative necessarie per far risultare, contrariamente al vero, che Calvi aveva dimorato a Panama per cinque anni, sicché poteva acquisire la cittadinanza panamense, ed il relativo passaporto.

 

Né a diversa conclusione ritenevano i giudici di merito di poter pervenire in relazione al finanziamento della Prato Verde, posto che l'imputato - e la circostanza non è mai stata da Pazienza contestata - era stato tra gli ideatori di quell'operazione che era stata individuata, studiata ed attuata al solo scopo di far pervenire danaro allo stesso Calvi ed a Flavio Carboni, ma non certo per soddisfare le esigenze finanziarie della società Orato Verde.

 

La natura distrattiva, quindi, di tutte le operazioni alle quali aveva partecipato Pazienza, percependo rilevanti profitti personali, era di tale evidenza, da escludere ogni possibilità di dubbio sulla percezione, da parte dell'imputato, di tale realtà: e tale conclusione, per essere conseguente ad un'esauriente valutazione delle risultanze acquisite, si sottrae alle censure dedotte dal ricorrente, tanto più se si considera che tutte quelle operazioni erano state disposte da Calvi, ma a questi erano state suggerite dallo stesso imputato ricorrente.

 

Il fatto poi che la Banca d'Italia non avesse sottoposto prima il Banco Ambrosiano ad amministrazione straordinaria non poteva certo dissipare quella percepita realtà a chi, come Pazienza, per essere assunto al rango di fedele collaboratore di Calvi, era al corrente non solo di quello che avveniva sotto la sua diretta percezione, ma persino delle future e prevedibili conseguenze, tanto che per ovviare a tali conseguenze era stato da Calvi ampiamente utilizzato allorquando era stato inviato a Panama ed in Costarica, secondo le rivelazioni offerte dallo stesso imputato.

 

Pertanto, non sono neppure condivisibili i rilievi dedotti dal ricorrente in ordine alla motivazione dell'impugnata sentenza, posto che nessuna risultanza probatoria di un certo rilievo al fini della ricostruzione dei singoli episodi e dell'accertamento della responsabilità penale è stata sottratta all'attenzione e dalla verifica dei giudici di merito.

 

Merita, invece, a parere della Corte, accoglimento il ricorso dell'imputato nella parte in cui ha censurato la motivazione dell'impugnata sentenza in relazione al diniego delle attenuanti generiche ed alla conseguente determinazione della pena.

 

La Corte di Appello di Milano, pur dopo aver ridotto ad otto anni di reclusione la maggior pena che era stata fissata in anni quattordici e mesi otto dal primo giudice, ha ritenuto di dover negare le attenuanti generiche a Pazienza, per tre concorrenti motivi, e cioè per le sue precedenti condanne, per la sua latitanza, e per il fatto che aveva tratto profitto dalle particolari condizioni in cui si trovava Roberto Calvi.

 

Orbene, tale motivazione, nella sua pur apparente congruità, non si sottrae ai rilievi critici formulati dal ricorrente.

 

Nella stessa sentenza si era dato atto che nella ricostruzione dei singoli episodi attribuiti all'imputato questi aveva fornito un contributo positivo e che aveva accettato la giurisdizione italiana anche in relazione alle due ipotesi (i capi 23 e 24 della rubrica) per le quali l'estradizione non era stata concessa.

 

Era quindi onere del giudice di appello verificare come il giudizio affermato sulla proclività nel delinquere di Pazienza, e desunto dalle precedenti condannare e dalla latitanza, poteva, ed in quale misura, conciliarsi con quella concreta esplicazione di un comportamento processuale che si proponeva come antitetico rispetto alle circostanze valorizzate nella sentenza.

 

A ciò si aggiunga che anche ai fini della valutazione della latitanza il ricorrente aveva offerto una sua giustificazione, e cioè che era rimasto in America, dove aveva la sua abituale residenza e che questa era nota all'autorità italiana, tant'è che non appena fu richiesta l'estradizione egli era stata fermato dalla polizia americana.

 

Pertanto, prima ancora di poter valutare quella latitanza come espressione della deliberata volontà di sottrarsi all'autorità giudiziaria, era onere del giudice del merito verificare se, sul piano storico, le giustificazioni dedotte dal ricorrente erano fondate o meno, per poi trame le conseguenti determinazioni.

 

Ma a tale onere l'impugnata sentenza si è sottratta, dando per scontato il fatto che l'imputato si sia voluto sottrarre con premedito proposito all'esecuzione del mandato di cattura emesso dal giudice istruttore il 18 aprile 1983 in relazione ai reati contestati ai capi 23 e 24 della rubrica e per i quali veniva richiesta l'estradizione.

 

Ne consegue che l'impugnata sentenza dev'essere annullata ed il giudice di rinvio - altra sezione della Corte di Appello di Milano - dovrà procedere al riesame, alla luce dei criteri su esposti, limitatamente al problema concernente la concedibilità delle invocate attenuanti generiche ed alla conseguente determinazione della pena.

 

Mazzotta Maurizio

 

Passando all'esame della posizione di Mazzotta Maurizio, si osserva che ben quattro furono i mandati di cattura emessi dal giudice istruttore: il primo risaliva al 18 aprile 1983 ed aveva ad oggetto il finanziamento effettuato a favore della società Prato Verde; il secondo fu emesso dopo il fallimento di questa società, quando si rese necessario qualificare il fatto anche come bancarotta per distrazione ai danni di questa società; il terzo fu emesso il 18 maggio 1983 e concerneva la bancarotta per distrazione conseguente all'accreditamento di tre milioni di dollari dal Banco Ambrosiano Overseas Limited a favore della società Mertanil; ed il quarto, il 19 giugno dello stesso anno, concerneva altri episodi di distrazione, e cioè i cinque milioni di dollari finiti sul conto della società Andros, gli otto milioni e 800 mila dollari fatti affluire, attraverso tre società panamensi, finanziate dal Banco Ambrosiano Overseas Limited, e cioè la Zus Corporation, l'United Trading Corporation e l'Intermarket Trading sui conti della Realfin a Lussemburgo e della Financo di Vaduz, presso banche di Losanna e Basilea, ed infine il finanziamento concesso dal Banco Ambrosiano alla società Fideico di Ciarrapico Giuseppe, finanziamento alla cui elargizione, secondo l'accusa, aveva contribuito attivamente l'imputato: e tutti tali reati venivano ritenuti provati sia dal Tribunale che dalla Corte di Appello di Milano.

 

L'imputato, nel censurare l'impugnata sentenza, ne denunciava, con i primi tre motivi di ricorso, il difetto e la contraddittorietà della motivazione, sostenendo in particolare che la sua partecipazione ai singoli episodi contestati, era stata affermata soltanto sulla base del rapporto che intercorreva con Pazienza, di talché si era sovrapposta la sua posizione a quella del Pazienza, e non si era neppure indicato quale contributo egli avesse offerto alla realizzazione di quelle operazioni, né tantomeno si era fornita una prova appagante sull'elemento psicologico dei reati a lui attribuiti.

 

Osserva la Corte che tali rilievi non sono fondati.

 

La sentenza impugnata, nel confermare le conclusioni alle quali era pervenuto il primo giudice, ha non solo riesaminato le risultanze acquisite alla luce delle giustificazioni offerte dall'imputato, ma ha determinato, ed in termini di incontestabile specificità, quale efficace contributo Mazzotta aveva offerto nella realizzazione delle singole operazioni distrattive.

 

Nella sentenza impugnata, infatti, non solo si è dato atto che i conti intestati alle società Realfin, Financo ed Andros erano anche nella materiale disponibilità di Mazzotta, oltre che di Pazienza, ma si è verificato come l'accusa non poteva esaurirsi in tale oggettiva constatazione.

 

Quanto al finanziamento in favore della Prato Verde, a carico del Mazzotta emergevano sufficienti prove di reità dalle stesse, esplicite e reiterate dichiarazioni non solo del Pazienza ma anche di Carboni, proprietario della società finanziata, dichiarazioni che non solo erano coincidenti nel prospettare come l'iniziativa di scegliere quella società immobiliare come destinataria dei 6 miliardi erogati dal Banco Ambrosiano era riconducibile oltre che a Pazienza anche a Mazzotta, ma erano suffragate da una prova documentale, e cioè dal rinvenimento, a seguito della perquisizione eseguita presso lo studio del notaio Lollio di Roma, della ricevuta a firma dello stesso imputato, nella quale si attestava la ricezione di un miliardo e duecento milioni dall'amministratore di quella società, attestazione confermata poi nel corso del procedimento da Pellicani Emilio e Cassella Gennaro.

 

E che gran parte di quella somma fosse finita nella sua esclusiva disponibilità era dimostrato, secondo la concorde conclusione dei giudici dì merito, dalla ricostruzione effettuata dagli inquirenti dei conti bancari intestati al Mazzotta, ricostruzione dalla quale emergeva che il 13 novembre 1981, e cioè nello stesso periodo in cui il finanziamento alla Prato Verde era stato erogato, sul suo conto corrente presso l'I.B.I. di Roma erano stati accreditati 90 milioni ed il 4 dicembre successivo altri 230 milioni, danaro sulla cui provenienza l'imputato non aveva offerto alcuna plausibile giustificazione.

 

Quanto poi ai finanziamenti Andros, Realfin e Finazco, non si era tenuto conto soltanto delle esplicite ammissioni di Pazienza, ma si era verificato, attraverso le dichiarazioni fornite, in esecuzione di una rogatoria internazionale, da Alain Aboudaram e dal suo collaboratore Ernest Cardis, il 14 giugno 1981, al giudice istruttore del Cantone di Vaud, in Svizzera, che tutti e tre i conti intestati a quelle società erano anche nella materiale disponibilità del Mazzotta.

 

In relazione, infine, al finanziamento Fìdeico, la miglior prova della sua partecipazione a quella operazione veniva ritenuta, e non senza giustificato motivo, la promessa del compenso che Ciarrapico aveva a lui fatto, prima di ottenere da Calvi quel finanziamento, promessa che costituirà poi l'occasione per l'instaurazione di un autonomo procedimento penale per estorsione a carico dello stesso imputato, procedimento instaurato su denuncia dello stesso Ciarrapico e conclusosi con l'assoluzione dell'imputato ricorrente, essendosi escluso, in quella sede, che Mazzotta avesse usato minacce nei confronti di Ciarrapico, ma non certamente che quella promessa avesse ottenuto, per l'opera da lui esercitata presso Calvi al fine di indurlo a quella concessione in favore di Ciarrapico.

 

Né carente è la motivazione dell'impugnata sentenza sulla natura distrattiva di quelle operazioni e sul ruolo concretamente espletato da Mazzotta: allorquando non era il diretto beneficiario, ne aveva percepito rilevanti profitti e soprattutto dopo la scarcerazione di Calvi, aveva con lui collaborato, come dallo stesso imputato riconosciuto, tant'è che era stato l'artefice dell'incontro tra Calvi e Cabassi, allorquando questi mostrò interesse all'acquisto delle azioni della Rizzoli, riuscendo persino ad emarginare Pazienza allorquando potè dimostrare a Calvi di essere in grado di aiutarlo in quelle operazioni senza l'intervento di altre persone.

 

Né tantomeno carente è la motivazione dell'impugnata sentenza in ordine alla valutazione dell'elemento psicologico del reato: tutte quelle operazioni, così come riconosciute dai giudici di merito, rappresentavano la concreta attuazione di un deliberato programma nel quale il perseguimento di personali profitti si dissociava dagli scopi istituzionali dell'azienda bancaria attraverso la cui illecita utilizzazione quei profitti venivano conseguiti.

 

Ed a nulla rileva il fatto che Mazzotta potesse non aver percepito, nelle sue effettive proporzioni, il dissesto del Banco Ambrosiano allorquando, offrendo la sua collaborazione a Calvi, era riuscito a far effettuare quelle operazioni: con la loro attuazione le attività della banca assumevano una destinazione che era contraria agli interessi aziendali, ed era una destinazione che comportava la certezza della definitività degli effetti dispersivi, di tal ché la condotta integrava, a pieno titolo, la fattispecie contestata, prescindendo questa da ogni rapporto eziologico e di carattere psicologico con il consolidamento definitivo dell'insolvenza.

 

Anche infondato è, a parere della Corte, l'ultimo motivo di ricorso, con il quale l'imputato ha denunciato l'errata applicazione dell'art. 219, secondo comma, n. 1 della legge fallimentare, sostenendo che erroneamente era stata ravvisata la sussistenza di quella circostanza aggravante, essendogli state contestate più ipotesi di distrazioni, tutte riconducibili nell'ambito della previsione normativa dell'art. 216, primo comma, n. 1 della legge fallimentare, sicché, secondo il ricorrente, l'applicazione di quella circostanza aggravante si poneva in irriducibile contrasto con lo stesso principio della "unità" della bancarotta.

 

Rileva la Corte che il rilievo è destituito di qualsiasi fondamento.

 

Deve innanzitutto osservarsi che, contrariamente a quanto affermato dal ricorrente, almeno per una delle operazioni di finanziamento alle quali aveva partecipato l'imputato, e cioè quella in favore della società Prato Verde di Fulvio Carboni, la distrazione è stata ravvisata, e ben a ragione, sia nei confronti del Banco Ambrosiano che quel finanziamento aveva disposto, che nei riguardi della società beneficiaria, e dichiarata fallita il 10 maggio 1984, che di quella somma potè utilizzare solo una minima parte: pertanto, non uno ma due erano le imprese che subirono gli effetti distrattivi dì quell'operazione.

 

Inoltre, l'art. 219, secondo comma, n. 1, della legge fallimentare prevede che l'aumento di pena deve essere applicato "se il colpevole ha commesso più fatti tra quelli previsti in ciascuno" degli artt. 216 e 217 della stessa legge: è quindi il contenuto della norma, così come formulata, ad escludere che possa essere incompatibile tale circostanza aggravante con l'omogeneità degli episodi delittuosi sussumibili in ciascuna di quelle due norme incriminatrici.

 

Né va dimenticato che l'art. 216, n. 1, della legge fallimentare è una norma a più fattispecie, in quanto le condotte da essa previste sono, ad un tempo, plurime, alternative, equipollenti e tra loro fungibili, sicché quando ci si riferisce ad una pluralità di "fatti" non si richiede la contestuale presenza di più fattispecie diverse descritte negli artt. 216 e 217, ma la reiterazione della condotta, comunque sussumibile in entrambe od in ciascuna delle due ipotesi, con la conseguenza che anche fatti dello stesso tipo, e riferibili alla stessa ipotesi di bancarotta, sono sufficienti al fini dell'applicazione di quella circostanza aggravante.

 

Ed in tal senso più volte questa stessa sezione si è pronunciata (cfr. Sentenza 13 novembre 1981 ric. Brandiroli, etc), dando rilievo sia all'espressa previsione della norma che alla sua "ratio" che è quella di punire più severamente colui che, attraverso la reiterazione della condotta, ha dimostrato una particolare proclività nel delinquere.

 

Nel caso in esame, poi, pur quando si è trattato di incamerare finanziamenti erogati dal Banco ambrosiano e per scopi diversi da quelli consentiti da una corretta gestione dell'impresa bancaria, non si era in presenza dì una pluralità di autonome operazioni finanziarie, realizzatesi in tempi diversi, pur se confluenti, per la loro omogeneità, in una sola ipotesi di bancarotta, e cioè in quella che si realizza con la distrazione dei beni da una determinata impresa.

 

Congrua è, infine, la motivazione dell'impugnata sentenza in ordine alla misura della pena, essendosi tenuto conto sia della gravità dei reati accertati che delle modalità della condotta, rivelatrici di una particolare proclività nel delinquere.

 

Ne consegue che, per tutte le considerazioni su esposte, il ricorso proposto nell'interesse di Mazzotta Maurizio dev'essere respinto.

 

 

Carboni Flavio, Pellicani Emilio e Cassella Gennaro

 

Un rapporto di indubbia connessione avvince le posizioni degli imputati Carboni Flavio, Pellicani Emilio e Cassella Gennaro, perché tutti e tre sono stati riconosciuti colpevoli degli stessi reati, previsti dagli artt. 216, primo comma, n. 1 e n. 2, e 223 della legge fallimentare e dall'art. 2641 c.c., per avere distratto i finanziamenti ottenuti dal Banco Ambrosiano in favore delle società Prato Verde ed Etruria 71, nonché per avere esposto fatti non rispondenti al vero i bilanci e nelle comunicazioni sociali riguardanti la prima società, fallita il 10 maggio 1984, e per avere tenuto la contabilità della stessa in modo tale da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari, reati tutti contestati ai capì 28, 29, 30, 31e 32.

 

Inoltre, il solo Carboni è stato dichiarato colpevole anche di un'altra ipotesi di distrazione (capo 27) ai danni del Banco Ambrosiano e delle consociate estere, in relazione agli accreditamenti, sul suoi conti esteri, di oltre 19 milioni di dollari.

 

Numerosi sono i rilievi dedotti da tutti e tre i ricorrenti.

 

L'imputato Carboni ha innanzi tutto censurato l'impugnata sentenza sotto il profilo della completezza e della logicità della motivazione, sostenendo, quanto ai finanziamenti concessi alle due società, la Prato Verde e l'Etruria 71, che questi erano stati richiesti autonomamente dagli amministratori delle stesse, e che immotivatamente era stata esclusa dal giudici di mento la congruità delle garanzie offerte. Quanto poi agli altri accrediti sui suoi conti personali, il ricorrente ha dedotto che la sentenza impugnata aveva omesso di tener conto che una parte delle somme era stata a lui corrisposta da Roberto Calvi, a titolo di compenso, per l'opera di mediazione svolta presso lo IOR, ed una parte invece era stata da lui restituita allo stesso Calvi, secondo gli accordi tra loro intercorsi.

 

Osserva il Collegio che nessuno dei su esposti rilievi è fondato.

 

È opportuno ricordare innanzi tutto che sia il finanziamento alla società Prato Verde che quello a favore dell'Etruria 71 sono stati ritenuti sussumibili nell'ambito della previsione normativa dell'art. 216, primo comma, n. 1, della legge fallimentare, essendosi accertato che entrambe quelle operazioni oltre ad essere caratterizzate da numerose anomalie, erano state ideate e realizzate non già nell'interesse della banca finanziatrice e delle società destinatarie apparenti di quei finanziamenti, bensì per soddisfare esigenze personali di Carboni e dello stesso Calvi, tant'è vero che dei sei miliardi erogati alla Prato Verde solo 136 milioni furono effettivamente destinati alle necessità finanziarie della società.

 

Quanto poi alla minor somma attribuita all'Etruria 71, questa fu destinata per esplicita ammissione dei coimputati Pellicani e Cassella, a scopi diversi rispetto a quelli per i quali l'operazione era stata formalmente predisposta.

 

L'insufficienza delle garanzie offerte per quei finanziamenti è stata ampiamente giustificata nelle conformi sentenze dei giudici di merito, essendosi accertato che, quanto alla prima operazione, le garanzie erano state offerte quando lo scoperto bancario raggiungeva i quattro miliardi e mezzo, ed erano state giudicate inadeguate dal comitato di direzione dello stesso Banco Ambrosiano, parere tecnico superato dall'autonoma decisione di Roberto Calvi.

 

L'operazione concernente l'Etruria 71, disposta nel febbraio 1982, quando ormai si era esaurita la fonte di approvvigionamento creata attraverso l'utilizzazione della Prato Verde, fu anch'essa disposta da Calvi, d'intesa con Carboni, con Pellicani e Cassella, ed anche in tal caso le garanzie offerte si identificavano in beni gravati da precedenti vincoli: basti pensare che erano state date in pegno le azioni della Prato Verde che non erano sufficienti neppure a garantire il finanziamento concesso a quest'ultima società, ed azioni di altre società del gruppo Carboni che lo stesso Cassella definirà vere e proprie "scatole vuote".

 

A ciò si aggiunga che in tanto si sarebbe potuto porre il problema relativo alla valutazione della congruità delle garanzie, in quanto si fosse accertato che quel finanziamenti erano stati erogati per utilizzarli effettivamente per il completamento dei lavori intrapresi in Sardegna e per l'attuazione del programma edilizio che la società Etruria 71 intendeva realizzare a Castiglioncello: ma tale presupposto era smentito da un'imponente prova contraria, affidata alle esplicite ammissioni dei protagonisti ed alle risultanze documentali acquisite dopo la perquisizione nello studio notarile dove era stata occultata la documentazione della Prato Verde e dalla quale si evinceva quale concreta destinazione avevano avuto i sei miliardi erogati dal Banco Ambrosiano.

 

 

Ed a nulla rileva il fatto, pur esso evidenziato dallo stesso ricorrente, che l'immobile, utilizzato dalla curatela ad Olbia, dopo il fallimento della società, abbia poi acquisito il valore di oltre sei miliardi e mezzo, perché ciò sì verificò dopo la consumazione del reato e per fatti indipendenti dalla condotta e dalla volontà degli imputati ricorrenti, e cioè al fatto che la curatela del fallimento era riuscita a completare i lavori dopo aver ottenuto dal Comune di Olbia la relativa autorizzazione.

 

Anche in ordine alla partecipazione di Carboni alle due operazioni distrattive, la sentenza impugnata ha offerto un'ampia ed esauriente motivazione: si è tenuto conto non solo delle esplicite ammissioni di chi quelle operazioni aveva suggerito, come Pazienza Francesco, ma anche di chi le aveva formalmente predisposte, come Cassella e Pellicani, i quali tutti avevano confermato che le stesse furono eseguite per esaudire esclusivamente le richieste di Carboni, e cioè di colui che poi risulterà essere il privilegiato beneficiario.

 

A non diverse conclusioni deve la Corte pervenire in relazione agli accrediti di 19 milioni di dollari ottenuti da Carboni, in varie riprese, nel 1982: si era infatti accertato, sulla base della documentazione acquisita agli atti del procedimento e le cui risultanze non sono state contestate dall'imputato, che il 17 febbraio 1982, Carboni aveva ricevuto un accredito di 4 milioni di dollari dal Banco Ambrosiano Overseas Limited e che il 30 aprile ed il 1° giugno dello stesso anno aveva fruito di altri due finanziamenti, rispettivamente per cinque e per dieci milioni di dollari, entrambi erogati dall'Ambrosiano Group Banco Commercial.

 

Nessuna prova era stata mai offerta da Carboni sul fatto che gran parte di quelle somme erano state consegnate a Calvi; anzi, i testi Silipigni e Molineris negarono di aver assistito a tali consegne e sia De Giorgi che Pellicani precisarono che Carboni, in quel periodo era pressato dal suoi numerosi creditori e non poteva certo appagare le richieste di Calvi.

 

Del resto, quand'anche la giustificazione fornita dall'imputato fosse stata accreditata come verosimile, essa era inidonea ad escludere la configurabilità del reato contestatogli, posto che la connotazione distrattiva dell'operazione era intrinseca alla sua realizzazione, giacché trattavasi di denaro accreditato fittiziamente sul conti di società estere che poi finivano nelle disponibilità effettive di soggetti diversi, consapevoli che quelle anticipazioni erano elargizioni senza ritorno.

 

Non è neppure censurabile l'impugnata sentenza in ordine alla valutazione dell'elemento psicologico del reato contestato, posto che la percezione della natura distrattiva delle singole operazioni emergeva dagli accordi intercorsi tra i protagonisti e dalle loro esplicite ammissioni, oltre che dall'obbiettivo riscontro delle modalità con le quali esse erano state realizzate.

 

In particolare, poi, va ricordato che nella sentenza impugnata si era dato rilievo al fatto che lo stesso Carboni aveva ammesso di essere intervenuto, su sollecitazione di Calvi, presso Marcinkus, ma dopo che gli era stato rivelato quale ruolo di copertura era stato svolto attraverso il rilascio delle lettere di patronage, e quali erano le condizioni economico-finanziarie nelle quali si veniva a trovare il Banco Ambrosiano per il mancato rispetto degli impegni assunti dallo IOR.

 

Sia Carboni che Pellicani e Cassella hanno contestato, nei loro ricorsi, la possibilità del concorso tra il reato previsto dall'art. 2621, n. 1, c.c. e quello di cui all'art. 216, primo comma, n. 2 della legge fallimentare, sostenendo che nell'ampia categoria delle "scritture contabili" non andava ricompreso il bilancio.

 

Il rilievo non è condivisibile.

 

La fattispecie prevista dall'art. 2621, n. 1, c.c., allorquando alla falsificazione del bilancio e delle altre scritture contabili segue la dichiarazione di fallimento, può concorrere con la bancarotta fraudolenta documentale, quando questa, com'è avvenuto nel caso in esame, si realizza attraverso la tenuta della contabilità in modo tale da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari, perché tale ipotesi, attesa l'eterogeneità della condotta, non è sussumibile nella specifica previsione dell'art. 2621, n. 1, c.c.: una cosa è infatti la veridicità dei contenuto di un bilancio o di una comunicazione sociale e la condotta idonea a ledere tale bene giuridico, ed altra, ben diversa, è la volontaria tenuta della contabilità in modo confusionario, sì da porre chi dovrà esaminarla nella condizione di non poter ricostruire il movimento degli affari, e ,quindi, la consistenza patrimoniale di un'impresa; e, non trattandosi di condotte sovrapponibili, non può operare né il principio della sussidiarietà, previsto dall'art. 2621 c.c., né quello di portata generale, del rapporto di continenza, che presuppone la sussumibilità di una fattispecie, nella completezza dei suoi elementi, in un'altra che tutta possa comprenderla.

 

Non censurabile appare, altresì, la sentenza impugnata allorquando ha ritenuto irrilevante, al fini dell'esclusione della responsabilità dei tre imputati ricorrenti per il reato previsto dall'art. 216, comma 1, n. 2, della legge fallimentare, il fatto che la ricostruzione del movimento degli affari della Prato Verde fosse stata resa possibile dal rinvenimento della documentazione sequestrata, su indicazione di Pellicani, nel corso del procedimento; tale evento, successivo alla consumazione del reato, era semmai indicativo del fatto che senza l'acquisizione di quella documentazione riservata, perché nascosta agli organi della procedura fallimentare, nessuna delle operazioni distrattive sarebbe stato possibile ricostruire.

 

Né Carboni poteva essere legittimamente esonerato dalla responsabilità penale conseguente al modo con il quale erano stai redatti il bilancio e le altre scritture contabili, e sol perché aveva preposto alla carica di amministratore della Prato Verde Cassella, perché quella designazione non implicava una delega così generalizzata ed assorbente, da escludere l'irrinunciabile obbligo di vigilanza gravante su chi, per essere il vero dominus, non può dissociarsi dal perseguire un interesse di corretta gestione; e poi perché - e tale osservazione ha un carattere pregiudiziale - l'accusa aveva dimostrato, come già si è detto, come i falsi contenuti nel bilancio della Prato Verde e nelle altre comunicazioni sociali, e le confuse registrazioni nelle altre scritture contabili erano state per la maggior parte funzionali al conseguimento di quel finanziamento, ed in parte anche all'occultamento dell'effettiva destinazione delle somme ottenute dal Banco Ambrosiano.

 

Neppure meritevole di accoglimento è il motivo con il quale il ricorrente Cassella ha denunciato il difetto di motivazione dell'impugnata sentenza in relazione all'individuazione del ruolo da lui assunto nella vicenda.

 

Rileva il Collegio che la Corte di Appello di Milano ha riconosciuto, sulla base di un'esauriente analisi delle risultanze acquisite, come non fosse stato Cassella né il promotore dell'iniziativa né il diretto beneficiario, ma ciò nonostante ha dovuto prendere atto che senza il suo necessario intervento quelle operazioni finanziarie non si sarebbero potute concludere: egli, infatti, rivestiva la carica di amministratore unico della Prato Verde, ed in tale veste aveva firmato la richiesta di finanziamento, le lettere con le quali, via via che si esauriva la linea di credito, ne veniva chiesto l'aumento, nonché i numerosi assegni che, per conto di quella società, erano finiti poi nella materiale disponibilità di Carboni e Mazzotta.

 

Risulta, inoltre, dalla stessa sentenza impugnata, che Cassella aveva ammesso di aver saputo da Pellicani, già nel novembre 1981, quando stava per essere concesso alla Prato Verde il primo finanziamento, che questo non sarebbe finito nelle casse della società e che si dimise dalla carica di amministratore dell'altra società, l'Etruria 71, proprio al fine di consentire l'avvicendamento, nelle stesse funzioni, con Pellicani, sì da poter poi offrire in garanzia, per il prestito fatto all'Etruria 71 le azioni della Prato Verde: pertanto, tutti gli imputati ricorrenti erano non solo complici nell'esecuzione materiale di quelle operazioni distrattive, ma erano stati correi anche nella loro predisposizione materiale e nella ideazione.

 

Non è neppure esatto che la sentenza impugnata avrebbe trascurato di accertare se gli imputati erano consapevoli del dissesto del Banco Ambrosiano.

 

L'indagine, pur se superflua, era stata compiuta già dal primo giudice ed i suoi risultati sono stati recepiti nell'impugnata sentenza: quelle operazioni avvenivano nel 1982, quando ormai il dissesto del Banco Ambrosiano si era consolidato e gli interventi di Pazienza, Mazzotta e Carboni evidenziavano in quali gravi difficoltà versava Calvi. Inoltre, non va dimenticato che, secondo la consolidata elaborazione giurisprudenziale di questa Corte, costituisce distrazione, al sensi dell'art. 216, primo comma, n. 1, della legge fallimentare la destinazione di un bene a scopi diversi da quelli correlati alla realizzazione dell'oggetto sociale di un'impresa commerciale, quali che siano le condizioni economiche finanziarie della stessa ed a tale regola si è correttamente uniformata l'impugnata sentenza.

 

Né arbitraria è la conclusione che ne hanno tratto i giudici di merito, e cioè che tutti e tre gli imputati erano pienamente consapevoli della natura distrattiva di quelle operazioni, ideate, preparate ed eseguite con quella specifica finalità ed in perfetta sintonia d'intenti, tanto che le stesse dimissioni di Cassella dalla carica di amministratore dell'Etruria 71 non erano affatto una manifestazione di dissenso rispetto ai criteri di gestione voluti da Carboni, quanto piuttosto espressione eloquente di una completa adesione ad un precostituito programma che prevedeva l'utilizzazione della Prato Verde, già esposta per oltre sei miliardi, nel garantire l'ulteriore debito della società Etruria 71.

 

Né miglior sorte possono avere i rilievi dedotti dagli imputati ricorrenti in ordine alla pretesa mancanza di una loro competenza tecnica nella redazione dei bilanci, una volta accertatosi che le false registrazioni avevano avuto una genesi che era stata il risultato di una reciproca opera di consultazione, di fronte al problema che era posto alla loro doverosa attenzione di come fare a registrare quel finanziamento e la sua destinazione, posto che il denaro era stato destinato a scopi diversi rispetto a quelli dichiarati.

 

Né va dimenticato che sia Cassella che Carboni ammisero espressamente al curatore fallimentare che il bilancio della società era falso e tale consapevolezza non poteva certo sfuggire a Pellicani, posto che questi in quella società rivestiva la carica di procuratore generale ed era, secondo la concorde valutazione dei giudici di merito, l'uomo di fiducia di Carboni, tant'è vero che da Carboni era stato posto al corrente di tante vicende e, tra queste, dei rapporti intercorsi con Calvi, Pazienza e Mazzotta.

 

Quanto al falso in bilancio, contrariamente a quanto asserito dal ricorrente, si era fatto ricorso ad un fraudolento stratagemma, cioè si era fatto risultare fittiziamente l'acquisizione di determinate partecipazioni e la conseguente concessione di finanziamenti alle società partecipate, sicché incensurabile è sul piano logico la conclusione tratta dal giudici di mento e cioè che la predisposizione di quella falsa rappresentazione della realtà non poteva sfuggire a quanti, con il loro contributo, avevano reso possibile l'attuazione di quell'operazione oggettivamente distrattiva, quale andava considerato, e sotto i molteplici aspetti, il finanziamento concesso alla Parto Verde.

 

Osserva infine la Corte che l'ipotesi di bancarotta fraudolenta documentale contestata al capo 31 della rubrica non riguardava soltanto l'utilizzo di quel denaro, ma riguardava anche le scritture contabili del 1980 ed il libro giornale che era stato tenuto in modo da nascondere il beneficiario dei pagamenti effettuati.

 

Non sono neppure fondati i rilievi dedotti dai ricorrenti in ordine al mancato accoglimento della richiesta di prevalenza delle attenuanti generiche sulle aggravanti di cui agli artt. 61, n. 2, e 112, n. 1, c.p. e all'art. 219 secondo comma, n. 1 e n. 2, della legge fallimentare, ed alla conseguente determinazione della pena per ciascuno dei tre imputati, posto che risulta dall'ampia motivazione della sentenza impugnata che tutti gli aspetti favorevolmente valutabili hanno formato oggetto di analisi, così come si è doverosamente valutata la gravità dei fatti accertati e la loro reiterazione, sicché in questa sede non può che riconoscersi che l'esercizio del potere discrezionale del giudice del merito è stato correttamente motivato, e quindi è precluso ogni ulteriore sindacato di questa Corte.

 

Ricorso del pubblico ministero

 

Avverso la sentenza della Corte di Appello di Milano ha proposto ricorso anche il Procuratore Generale presso la stessa Corte.

 

Il ricorrente con il primo motivo ha denunciato l'inosservanza e l'erronea applicazione dell'art. 2630, primo comma, c.c. in relazione alle assoluzioni degli imputati Bagnasco Orazio, Di Mase Giacomo, Prisco Giuseppe e Von Castelberg Carlo dal reato contestato al capi 1-E della rubrica, nonché di Davoli Mario dall'analoga imputazione ascritta al capo 2-E, e cioè dal concorso nella bancarotta fraudolenta per distrazione in relazione al finanziamento della S.p.A. Suprafin.

 

Ha sostenuto il Procuratore Generale che la sentenza impugnata aveva dato un'interpretazione riduttiva del divieto imposto da quella norma agli amministratori di una società di concedere alla stessa prestiti, in quanto tale divieto deve poter comprendere qualunque rapporto che comporti un finanziamento, quale che sia la forma negoziale alla quale si sia fatto ricorso.

 

Rileva la Corte che è indubbiamente corretta la premessa formulata dal ricorrente, posto che lo scopo perseguito dal legislatore, attraverso l'imposizione di quel divieto contenuto nel primo comma dell'art. 2630 c.c., è quello di evidenziare che attraverso la sovrapposizione di contrapposti interessi nella stessa persona si limitino i poteri valutativi e dispositivi di chi è preposto all'amministrazione di una società; ma nel caso concreto l'applicazione del divieto non è stata posta in discussione in relazione al contenuto precettivo della norma.

 

La sentenza impugnata, dopo aver ricordato che la società Suprafin era stata costituita da Roberto Calvi nel 1971 come una fiduciaria preposta all'acquisto ed alla successiva collocazione delle azioni del Banco Ambrosiano per controllare il valore che il mercato assegnava a quel titoli, e dopo aver rivelato che la stessa società, non godendo di alcuna autonomia, né amministrativa né finanziaria, ha evidenziato, attraverso un'esauriente analisi delle risultanze acquisite, che se vero era che il Banco Ambrosiano aveva sempre sopportato gli oneri finanziari conseguenti a tutte le operazioni effettuate da quella società, era altrettanto certo che tali oneri si identificavano nell'accollo dei costi della società. E tali aumenti di capitali erano stati effettuati il 24 novembre 1971, il 6 novembre 1972, il 1° marzo 1973, il 2 marzo 1976 ed il 21 giugno 1978: risalivano quindi ad anni in cui nessuno degli imputati resistenti rivestiva la carica di componente del consiglio di amministrazione o del collegio sindacale del Banco Ambrosiano.

 

Inoltre, è doveroso ricordare che la stessa società Suprafin fu autorizzata dal Banco Ambrosiano allo sconfinamento dei massimali concessi dalla stessa banca sino al tetto massimo di otto miliardi e mezzo, ma anche tali autorizzazioni, risalenti al 1974, al 1975 ed al 1978, non furono disposte dagli imputati nei cui confronti il pubblico ministeri ha proposto ricorso.

 

Infine, se non può in alcun modo contestarsi quanto affermato dal pubblico ministero, e cioè che la società Suprafin era una struttura permanente, che affiancava l'attività della banca, alla quale era strettamente collegata, non può neppure essere trascurato un dato rilevante, e cioè che l'utilizzo di quella società ai fini del conseguimento dello scopo cui era preposta, fu progressivamente ridotto, sino alla sua estinzione, quando Calvi intuì che maggiori e più affidabili risultati avrebbe ottenuto spostando all'estero il controllo delle azioni del Banco Ambrosiano: e non a caso, infatti, l'attività della Suprafin fu inesistente nel 1980; nel 1981 si esaurì con l'acquisto di 150 mila azioni e nel 1982 con l'acquisto di altre 125 mila, ma sia nel 1981 che nel 1982 tali operazioni non resero necessario l'utilizzo dell'intero massimale che era stato concesso alla società, sicché, evitato lo sconfinamento, non si rese necessario alcun intervento del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano e del collegio sindacale.

 

Ne consegue che dal 1979 al 1982 nessuna deliberazione fu assunta da chi era preposto all'amministrazione del Banco Ambrosiano, per l'evidente ragione che in tutto quel periodo la società potè operare utilizzando i fondi di cui già disponeva.

 

Sotto tale profilo, quindi, non appare in alcun modo censurabile la sentenza impugnata che ha escluso la partecipazione dei suddetti imputati al reato loro ascritto, posto che in tanto essi potevano concorrere nella distrazione dei fondi erogati dal Banco Ambrosiano in quanto si fosse provato un contributo da essi offerto alla realizzazione di quell'evento.

 

Con gli altri due motivi di ricorso il pubblico ministero ha denunciato l'erronea applicazione degli artt. 62-bis e 133 c.p., nonché la contraddittorietà di motivazione dell'impugnata sentenza in relazione al trattamento sanzionatorio riservato dall'impugnata sentenza nel confronti di Carboni Flavio, al quale erano state concesse le attenuanti generiche, nonché di Pazienza Francesco e Mazzotta Maurizio, i quali avevano fruito di una notevole riduzione di pena.

 

Osserva la Corte che i rilievi dedotti dal ricorrente sono infondati.

 

La sentenza impugnata, lungi dall'aver espresso un giudizio diverso da quello formulato dal primo giudice sulla gravità oggettiva del dissesto del Banco Ambrosiano e sulle cause che lo avevano determinato, non si è sottratta all'onere di verificare il ruolo concreto avuto da tutti e tre gli imputati in questa vicenda, ma ha dovuto prendere atto, da un lato, che Carboni, dopo il giudizio di primo grado, aveva risarcito il danno ed ha quindi ritenuto, nell'esercizio del suo potere discrezionale, di attribuire una positiva rilevanza a tale evento, e dall'altro ha considerato che la funzione della pena in tanto può essere assolta in quanto la stessa conservi un rapporto di accettabile proporzione con il fatto reato commesso da chi quella pena deve espiare; ed ispirandosi a siffatti principi, ha dovuto prendere atto che la sanzione determinata dal primo giudice era del tutto sproporzionata, e quindi eccessiva.

 

Non va dimenticato che il giudice del merito, ai fini della concreta determinazione della pena, deve utilizzare i criteri previsti dall'art. 133 c.p., e quindi deve tener conto non solo della gravità del reato, desumibile dalle modalità esecutive della condotta, dalla gravità del danno e dall'intensità del dolo, ma deve compiere anche una valutazione della capacità a delinquere del colpevole, e questa valutazione non può essere fatta prescindendo dalla condotta precedente, contemporanea e susseguente al reato.

 

Ed a tal fine il suo potere discrezionale non sconfina né nell'arbitrarietà, né nella contraddittorietà, e sol perché allorquando concorrono più persone nello stesso reato, non vi è omogeneità di trattamento punitivo, in quanto la diversità può essere conseguente, com'è avvenuto nel caso in esame, all'utilizzazione di diversi parametri di riferimento, giustificati dalle diverse condizioni soggettive dei protagonisti dello stesso fatto.

 

Se la pena dev'essere adeguata al caso concreto, è nelle circostanze specifiche del "fatto" e nella "personalità" del suo autore che vanno ricercati gli elementi utilizzabili sia ai fini della concedibilità delle attenuanti generiche che per la stessa determinazione della pena.

 

E sotto tale profilo la sentenza impugnata non solo non è incorsa nell'erronea applicazione degli artt. 133 e 62-bis c.p., ma ha anche fornito un'adeguata motivazione in ordine all'esercizio del potere discrezionale del giudice di merito, motivazione che non presenta i vizi logici denunciati dal ricorrente, ma è invece coerente con i principi al quali si è legittimamente ispirata.

 

Il rigetto dei ricorsi degli imputati Bianchi Adriano, Carboni Flavio, Cassella Gennaro, Ciarrapico Giuseppe, Davoli Mario, Di Mase Giacomo, Gelli Licio, Mazzotta Maurizio, Mennini Alessandro, Ortolani Umberto, Pellicani Emilio, Prisco Giuseppe, Valeri Manera Mano e Von Castelberg Carlo comporta la loro condanna solidale al pagamento delle spese del procedimento e quella di ciascuno di essi al versamento della sanzione pecuniaria ex art. 549 del codice di procedura penale del 1930, sanzione che la Corte ritiene di poter determinare in lire cinquecentomila.

 

Consegue altresì la condanna solidale degli stessi imputati ricorrenti al rimborso delle spese sostenute dalle numerosi parti civili e liquidate come indicato nel seguente dispositivo.

 

 

P.Q.M.

 

La Corte annulla senza rinvio l'impugnata sentenza nonché quella pronunciata dal Tribunale di Milano il 15 aprile 1992 e la sentenza della Corte di Appello di Milano del 12 marzo 1991 nel confronti di De Benedetti Carlo, perché precluso l'esercizio dell'azione penale in relazione al reato di bancarotta fraudolenta.

 

Annulla l'impugnata sentenza nei confronti di Bagnasco Orazio con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Milano per nuovo esame.

 

Annulla l'impugnata sentenza nei confronti di Pazienza Francesco, limitatamente al diniego delle attenuanti generiche e rinvia per nuovo esame ad altra sezione della Corte di Appello di Milano.

 

Rigetta nel resto il ricorso di Pazienza Francesco.

 

Rigetta i ricorsi del Procuratore Generale nei confronti dello stesso Pazienza, nonché di Prisco Giuseppe, Von Castelberg Carlo, Di Mase Giacomo, Davoli Mario, Bagnasco Orazio, Mazzotta Maurizio e Carboni Flavio.

 

Rigetta i ricorsi di Gelli Licio, Ortolani Umberto, Bianchi Adriano, Cassella Gennaro, Ciarrapico Giuseppe, Mennini Alessandro, Pellicani Emilio, Valeri Manera Mario, Di Mase Giacomo, Prisco Giuseppe, Von Castelberg Carlo, Davoli Mario, Carboni Flavio e Mazzotta Maurizio e condanna tutti costoro, in solido, alle spese del procedimento e ciascuno al versamento della somma di lire cinquecentomila in favore della Cassa delle ammende.

 

Condanna Valeri Manera, Mennini, Cassella, Pallicani, Pazienza, Mazzotta, Ciarrapico ed Ortolani, in solido, al rimborso delle spese della parte civile - legale rappresentante del Banco Ambrosiano in liquidazione coatta amministrativa - e liquidate in complessive lire 85.000.000 (ottantacinquemilioni), di cui lire 80.000.000 (ottanta milioni) a titolo di onorario.

 

Condanna Ortolani, Gelli, Ciarrapico, Pazienza, Bianchi e Mennini, in solido, al rimborso delle spese in favore delle parti civili: Gnecchi Giovanni, Gussoni Giancarlo, nonché degli eredi di Gnecchi Luigia (Cesari Camillo, Cesari Giuseppe, Cesari Erminio, Cesari Carlo e Cesari Valeria), liquidate in complessive lire 6.000.000 (sei milioni), di cui lire 4.000.000 (quattro milioni) a titolo di onorario.

 

Condanna Ortolani, Gelli, Ciarrapico, Pazienza, Mazzotta, Bianchi e Mennini, in solido al rimborso delle spese in favore delle parti civili: Guzzi Paola, Reggiani Vastro, Greppi Lorenzo, Croata Roberto, Marconi Ascanio e Rivetti Ada, liquidate in complessive lire 7.000.000 (sette milioni), di cui lire 5.000.000 (cinque milioni) per onorario.

 

Condanna Bianchi, Mennini, Ortolani, Pazienza e Gelli, in solido, al rimborso delle spese in favore delle parti civili: Paradisi Maria Angela, Bertucci Lucia, Felici Fabio, Felici Laura, Besana Giovanni, Andolina Sebastiano, Benetti Adriana, Villa Fausta, Benetti Giuseppe, Benetti Luciano, Sacchi Adalgisa, Vertuè Gianna Perialda, Villa Ezio, Villa Emanuela, Baxa Antonino, Crotti Elisabetta, Felici Giuseppe, Pescini Carla, Pescini Ernesto, Pedroli Luigi, Biella Giordano e Pilato Antonino, liquidate in complessive lire 18.000.000 (diciottomilioni), di cui lire 15.000.000 (quindici milioni) per onorario.

 

Condanna Ciarrapico e Mazzotta, in solido, al rimborso delle spese in favore delle parti civili: Villa Fausta, Sacchi Adalgisa, Vertuè Gianna Perialda, Villa Ezio, Villa Emanuela, Bertucci Lucia, Felici Fabio, Felici Laura, Felici Giuseppe, Pedroli Luigi, Baxa Antonino, Paradisi Maria Angela, liquidate in complessive lire 13.000.000 (tredici milioni), di cui lire 10.000.000 (dieci milioni) per onorario.

 

Condanna Ciarrapico, Ortolani, Gelli, Mazzotta, Pazienza, Bianchi e Mennini, in solido, al rimborso delle spese in favore delle parti civili: Tibaldi Rodobaldo, Tibaldi Edoardo, Tibaldi Lorenzo, Molteni Mario e Molteni Roberto, liquidate in complessive lire 7.000.000 (sette milioni), di cui lire 5.000.000 (cinque milioni) per onorario.

 

Condanna Ciarrapico e Mazzotta, in solido, al rimborso delle spese in favore delle parti civili, Chiodelli Maria Grazia e Mazzola Gianfranco, liquidate in complessive lire 1.500.000 (un milione cinquecentomila), di cui lire 1.000.000 (un milione) per onorario.

 

 

 

 

 

          

Cassazione Penale Sent. n. 8327 del 14-07-1998

 

 

Svolgimento del processo

 

Il procedimento ha tratto origine dalla dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano pronunciata il 25 agosto 1982 dal Tribunale di Milano, confermata poi, in appello, il 27 dicembre 1985, e resa definitiva dalla prima sezione della Corte di Cassazione il 7 luglio 1988.

 

Secondo la ricostruzione dei giudici di merito, la circostanza che aveva formalmente giustificato lo scioglimento degli organi amministrativi del Banco Ambrosiano era rappresentata dall'improvvisa scomparsa di Roberto Calvi, presidente ed amministratore delegato della stessa banca, allontanatosi da Milano la sera del 9 giugno 1982, ma la causa sostanziale andava ravvisata nel grave ed irreversibile dissesto dell'azienda.

 

Diffusasi la notizia della scomparsa di Calvi, il 13 giugno 1982, su sollecitazione della Banca d'Italia, si riuniva il Consiglio di Amministrazione del Banco Ambrosiano ed in quella sede venivano delegati il vice presidente, Orazio Bagnasco ed i consiglieri Ruggero Mozzana ed Elviro Arosio a prendere contatti con la Banca d'Italia per ogni doverosa informazione e per le conseguenti determinazioni.

 

Senonché, perdurando l'assenza di Calvi, il 17 giugno 1982 il consiglio d'amministrazione del Banco Ambrosiano approvava la proposta formulata dal vicepresidente, Roberto Rasone, e cioè quella di chiedere, ai sensi del comma 1, dell'art. 57 della legge bancaria - legge 7 marzo 1938, n. 141 -, lo scioglimento di tutti gli organi amministrativi e la nomina di un commissario.

 

A questa deliberazione, approvata da tutti i componenti del consiglio d'amministrazione, eccezion fatta per Giacomo Di Mase, perché assente alla riunione, e per Orazio Bagnasco, astenutosi nel corso della votazione, per aver giudicato non soddisfacenti i chiarimenti da lui richiesti e forniti sulle esposizioni debitorie del Banco Ambrosiano nei confronti delle consociate estere, si era pervenuti non solo a causa della protrattasi assenza di Calvi, ma soprattutto perché, attraverso le indicazioni offerte dal dr. Rasone e dai funzionari dell'ufficio esteri della stessa Banca, ai componenti del consiglio d'amministrazione era stato confermato che effettivamente si era consolidato un ingente indebitamento delle consociate estere del Banco Ambrosiano, indebitamento in larga misura dovuto ai numerosi e, talvolta, anche reiterati finanziamenti concessi a favore di società estere, perlopiù panamensi, e lussemburghesi, alcune delle quali patrocinate dall'Istituto per le Opere Religiose (IOR), diretto da Paul Marcinkus.

 

Il dr. Rasone, nel corso di quella stessa riunione, rivelava di aver avuto contatti con i dirigenti dello lor, nel tentativo di ottenere un suo risolutivo intervento finanziario, ma che, purtroppo, aveva dovuto prendere atto della posizione intransigente dello lor, in quanto i rappresentanti di quell'istituto avevano a lui chiarito che non potevano riconoscere alcun obbligo scaturente dal rilascio delle lettere di "patronage", in quanto Roberto Calvi in epoca successiva aveva sottoscritto una dichiarazione ampiamente liberatoria con la quale lo IOR veniva affrancato da qualsiasi impegno in relazione ai finanziamenti concessi dal Banco Ambrosiano, attraverso le consociate estere, alle società menzionate nelle lettere di "patronage", con la conseguenza che il rischio di tutte quelle operazioni ricadeva sulla banca che le aveva disposte.

 

Il Ministro del Tesoro, preso atto del contenuto di quella deliberazione, immediatamente disponeva lo scioglimento degli organi amministrativi del Banco Ambrosiano e ne ordinava l'amministrazione straordinaria.

 

Quindi, con successivo decreto del 6 agosto 1982, revocata l'autorizzazione all'esercizio del credito, il Banco Ambrosiano veniva sottoposto a liquidazione coatta amministrativa, ai sensi dell'art. 67 della legge bancaria (legge n. 141 del 1938).

 

In una riunione svoltasi il 1° luglio 1982, e, quindi, anterIORmente alla dichiarazione dello stato d'insolvenza, ed alla quale avevano partecipato il commissario straordinario, il comitato di sorveglianza ed alcuni funzionari della Banca d'Italia, si era proceduto ad una prima ricognizione della situazione debitoria e si era dovuto prendere atto che non esisteva soltanto la perdita dei crediti diretti del Banco Ambrosiano verso le consociate estere, crediti che superavano gli ottocento milioni di dollari, ma vi era anche l'indebitamento dello stesso banco verso altre banche estere, indebitamento che ammontava ad oltre un miliardo e 450 milioni di dollari, e che, pertanto, si era accertato che non esistevano, nel patrimonio del Banco Ambrosiano, adeguate risorse per far fronte a tali consistenti impegni finanziari, posto che quasi tutti i crediti verso le consociate estere dovevano considerarsi irrecuperabili.

 

Quindi, allo scopo di garantire la continuità dell'esercizio del credito, si addiviene, con la mediazione della Banca d'Italia, alla costituzione di una società per azioni, con la partecipazione di sette istituti di credito, che fu denominata "Nuovo Banco Ambrosiano", la quale subentrò nell'esercizio di tutti gli sportelli della banca insolvente e ne rilevava le attività e le passività, eccezion fatta, per queste ultime, di alcune partite che concernevano esclusivamente le consociate estere del Banco Ambrosiano.

 

I sette istituti di credito che avevano dato vita a questa nuova banca avevano anche erogato al Banco Ambrosiano, e perché questo potesse far fronte alle più urgenti necessità di valuta, un finanziamento di 530 miliardi di lire; a sua volta, la Banca d'Italia aveva disposto lo svincolo di 140 miliardi, prelevandoli dalla riserva obbligatoria, ed aveva concesso un credito di 126 miliardi, mentre il Ministero per il Commercio Estero aveva ordinato lo svincolo di depositi infruttiferi per oltre 42 miliardi.

 

Sulla base di tali risultanze, nel procedimento instauratosi dinanzi al Tribunale di Milano per la dichiarazione dello stato d'insolvenza, si perveniva alla conclusione che il Banco Ambrosiano aveva completamente perduto il capitale sociale e che, pur considerandosi le plusvalenze potenziali, vi era uno sbilancio di oltre 480 miliardi, sbilancio che era destinato ad aumentare, a causa dell'inevitabile calo dei depositi, conseguente all'ormai compromesso rapporto di fiducia tra la clientela e l'azienda, ed ai saldi negativi della stanza di compensazione, tant'è che se si era potuto far fronte alla gestione della banca sino al 6 agosto 1982, e cioè sino a quando il Banco Ambrosiano era stato posto in liquidazione coatta amministrativa, ciò era stato reso possibile solo per effetto degli aiuti delle banche sovvenzionatrici.

 

E si affermava altresì che la cessione dell'azienda al "Nuovo Banco Ambrosiano" non aveva affatto sanato l'insolvenza della banca ceduta, non solo perché era comunque residuata una notevole eccedenza delle poste passive su quelle attive, ma soprattutto perché lo stato d'insolvenza andava valutato nelle sue effettive dimensioni soltanto con riferimento al 6 agosto 1982, e cioè al gIORno in cui il Banco Ambrosiano era stato posto in liquidazione coatta amministrativa, sicché del tutto irrilevanti andavano giudicate le vicende successive a tale provvedimento.

 

Tale conclusione veniva giudicata legittima dalla prima sezione civile di questa Corte con la citata sentenza del 7 luglio 1988, nella quale si dava anche atto che lo stato d'insolvenza per un'impresa bancaria non poteva identificarsi con la cessazione materiale dei pagamenti, né con la chiusura degli sportelli, ma andava desunto dai criteri sintomatici previsti nell'art. 5 della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), essendoci una perfetta equiparazione tra la dichiarazione di fallimento e la dichiarazione d'insolvenza.

 

Tali conclusioni sono state recepite dalla Corte d'Appello di Milano nell'impugnata sentenza, e si è considerata la dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano un elemento costitutivo dei reati di bancarotta ascritti agli amministratori ed ai loro correi, con la conseguenza che la data di consumazione di tali reati ha coinciso con la data del provvedimento che quello stato di insolvenza accertò e dichiarò; sulla base di tali premesse, si è ritenuto che tutti tali reati si erano perfezionati il 25 agosto 1982, e si è, quindi giudicata non necessaria la rinnovazione del dibattimento che era stata richiesta da alcuni imputati, sia in relazione alla prova della persistenza delle condizioni che avevano giustificato la dichiarazione dello stato d'insolvenza, e sia nella prospettiva di dimostrare che alcune delle contestate attività distrattive conseguenti ad operazioni non si erano esaurite prima del 25 agosto 1982, e cioè all'atto della dichiarazione dello stato d'insolvenza, ma in epoca successiva ed avevano avuto una conclusione positiva per l'azienda.

 

Quanto all'analisi delle cause del dissesto, la sentenza impugnata, confermando l'ampia ed articolata rappresentazione fornita dal primo giudice, ha ribadito che preminente rilevanza andava attribuita all'indebitamento di tutte le consociate estere del Banco Ambrosiano, e cioè, il "Banco Ambrosiano Holding" di Lussemburgo, il "Banco Ambrosiano Overseas Limited" di Nassau, l'"Ambrosiano Group Banco Commercial" di Managua, il "Banco Ambrosiano Andino" di Lima, e l'"Ambrosiano Services" di Lussemburgo.

 

Tutte queste consociate estere erano state affiancate da una serie di società, costituite o utilizzate per la ricezione di cospicui finanziamenti, società che avevano sede nella Repubblica del Panama, a Lussemburgo, e nel principato del Liechtenstein: alcune di esse erano state menzionate nelle lettere di "patronage" rilasciate dallo IOR, ma tutte erano controllate, se non addirittura gestite dalle consociate estere del Banco Ambrosiano, ed erano sottoposte alle direttive che, di volta in volta, venivano loro impartite nell'ambito di una complessa strategia, affidata all'accorta direzione di Roberto Calvi.

 

Il "Banco Ambrosiano Holding" era la holding estera del gruppo, la principale fornitrice di fondi per il "Banco Ambrosiano Andino" e per l'"Ambrosiano Group Banco Commercial": era posseduta per oltre il 69% dal Banco Ambrosiano ed esercitava soltanto un'attività di acquisizione e di gestione delle partecipazioni, ma non poteva effettuare finanziamenti a terzi.

 

Esercitò, quindi, costantemente la funzione di raccogliere finanziamenti da banche estere, per dirottarli alle altre consociate, tant'è vero che all'atto della dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano aveva un indebitamento di 510 miliardi e 148 milioni di dollari.

 

Presidente della holding era sempre rimasto Roberto Calvi, e del suo consiglio di amministrazione avevano fatto parte, sino al 5 luglio 1982, Luigi Costa, preposto alla direzione dell'Ufficio esteri del Banco Ambrosiano, nonché Roberto Rasone, Carlo Von Castelberg e Mario Davoli.

 

Dalle risultanze acquisite emergeva, secondo le conclusioni alle quali pervenivano i giudici di merito, che il "Banco Ambrosiano Holding", non aveva alcuna autonomia nella gestione della sua attività, tant'è che alcuni finanziamenti venivano comunicati quando già erano stati eseguiti, e d'altronde le stesse fideiussioni che la holding doveva rilasciare alle varie banche estere, erogatrici del denaro, venivano predisposte presso l'ufficio esteri del Banco Ambrosiano, a Milano: tali fideiussioni erano delle apparenti garanzie, perché giammai la holding sarebbe stata in grado di far fronte agli impegni assunti, in quanto non disponeva di autonome risorse, ma viveva soltanto di luce riflessa, dipendendo completamente dalle scelte operative del Banco Ambrosiano.

 

Era sempre rimasta in perdita, e ciò sia per la scarsa redditività delle sue partecipazioni, che per il suo progressivo indebitamento, determinato dalla necessità di distribuire i fondi ottenuti alle altre consociate estere del Banco Ambrosiano.

 

Ma poiché la sua funzione era quella di raccogliere finanziamenti delle banche estere, occorreva far sì che i suoi bilanci risultassero sempre in attivo, altrimenti le linee di credito si sarebbero interrotte e tutto il sistema sarebbe crollato: ed a tal fine Calvi aveva escogitato di far attribuire alla holding, da parte delle consociate estere, prima della chiusura di ciascun bilancio, un ricavo aggiuntivo di tale entità da coprire il previsto tasso di passività di ciascun esercizio finanziario, in modo tale da creare sempre dei fittizi margini di utili.

 

E quasi sempre a tale onere provvedeva l'"Ambrosiano Group Promotion" di Panama, una società posseduta al 100% dalla holding, amministrata dalle stesse persone ed alimentata, in via indiretta, dal Banco Ambrosiano.

 

Invece il "Banco Ambrosiano Overseas Limited", nato nel 1971 con una diversa denominazione ("Cisalpine Overseas Bank'), destinato inizialmente ad operare soltanto come banca "off shore", il 1° luglio 1980, in coincidenza con il cambio di denominazione, ottenne dalla Banca Centrale delle Bahamas l'autorizzazione a servirsi della clientela locale, e quindi assunse la struttura e la funzione di una vera banca.

 

La sua costituzione era stata suggerita da Michele Sindona, come da questi dichiarato nel procedimento instauratosi a suo carico in seguito al dissesto delle banche da lui dirette, nella prospettiva di realizzare una politica di espansione internazionale.

 

A tale scopo era stato lo stesso Sindona a proporre a Calvi che lo IOR acquisisse una consistente partecipazione azionaria nel Banco Ambrosiano Overseas Limited, perché tale accorgimento avrebbe favorito la diffusione delle linee di credito.

 

Il suggerimento dato da Sindona a Calvi fu da questi recepito, e lo IOR in breve tempo divenne uno degli azionisti principali della banca, il cui consiglio di amministrazione fu sempre affidato alla presidenza di Roberto Calvi.

 

Al fine di accreditarne l'immagine nel campo finanziario internazionale, i suoi uffici erano stati organizzati in un lussuoso edificio di Nassau, ma soprattutto si aveva avuto cura di porla al riparo da operazioni rischiose, sicché quando si profilava la probabilità o la sola possibilità che un'operazione non sarebbe andata a buon fine, questa veniva trasferita al "Banco Ambrosiano Andino" ovvero all'"Ambrosiano Group Promotion": ed infatti, per tale ragione, il "Banco Ambrosiano Overseas Limited" era stata la consociata che aveva subito le meno gravi conseguenze del dissesto che aveva colpito l'intero gruppo.

 

Il trasferimento delle operazioni a rischio, secondo la ricostruzione dei giudici di merito, era avvenuto con modalità alquanto sofisticate: il "Banco Ambrosiano Overseas Limited" vendeva il credito conseguente al finanziamento concesso con i fondi accreditati dalla banca estera, quando il suo recupero era previsto come poco probabile, al "Banco Ambrosiano Andino" ovvero all"Ambrosiano Group Banco Commercial" e questi, a loro volta, per disperderne le tracce, lo rivendevano, alcune volte per l'intero importo, altre volte per importi frazionati, alle società panamensi, lussemburghesi o del Liechtenstein, le quali società, per tali acquisti, ormai privi di qualsiasi speranza di realizzazione, utilizzavano fondi erogati direttamente dal Banco Ambrosiano.

 

Viceversa, i fondi raccolti dal "Banco Ambrosiano Overseas Limited" venivano destinati al "Banco Ambrosiano Andino, ovvero all'"Ambrosiano Group Banco Commercial", direttamente oppure attraverso il "Banco Ambrosiano Holding", ma venivano tutti utilizzati per finanziare le società panamensi e lussemburghesi, destinatarie effettive del denaro erogato.

 

Un inscindibile nesso collegava, poi, secondo la ricostruzione dell'impugnata sentenza, il "Banco Ambrosiano Overseas Limited "alle società patrocinate dallo lor, non solo perché le somme raccolte da quella banca venivano poi destinate a quelle società, ma anche perché allorquando lo IOR aveva rilasciato al Banco Ambrosiano le lettere di patronage quelle società erano domiciliate presso quella banca ed era questa a scegliere, tra i suoi dipendenti, i vari componenti dei consigli di amministrazione.

 

Inoltre il Banco Ambrosiano per consentire al Banco Ambrosiano Overseas Limited un'ampia operatività, aveva concesso la possibilità di fruire di un massimale per depositi diretti di 1000 milioni di dollari; un massimale aggiuntivo per due miliardi di lire era stato deliberato il 14 febbraio 1979; un altro massimale per 50 milioni di dollari era stato concesso dalla Banca Cattolica del Veneto, ed un altro, infine, per 25 milioni di dollari, dal Credito Varesino, cioè da banche controllate dal Banco Ambrosiano.

 

L'"Ambrosiano Group Banco Commercial" di Managua, costituito nell'ottobre del 1977, in coincidenza con la creazione della società "Astolfine", preposta al controllo delle azioni del Banco Ambrosiano, era sostanzialmente una finanziaria "off shore" che aveva la possibilità di effettuare qualsiasi operazione, eccetto che nei confronti dei residenti, ai quali però poteva concedere finanziamenti: non aveva una propria struttura organizzativa, ma si avvaleva di quella messale a disposizione dal "Banco Ambrosiano Overseas Limited", nei cui confronti era stata rilasciata una procura generale.

 

L'"Ambrosiano Group Banco Commercial" finì per fruire della protezione offerta a Calvi dal Presidente del Nicaragua, Anastasio Somoza, suo amico personale, e fornì prestiti senza ritorno a società riconducibili alla famiglia Somoza, nonché a Federico Cassio, nominato da Calvi revisore dei conti della stessa società finanziaria: essa raccolse fondi soltanto dal "Banco Ambrosiano Holding" e dal "Banco Ambrosiano Overseas Limited" ed esaurì ogni sua attività nel 1979, contestualmente alla fine del governo Somora nel Nicaragua.

 

Il suo posto fu assunto, nel luglio del 1979, dal "Banco Ambrosiano Andino", il quale rilevò tutte le attività e le passività dell'"Ambrosiano Group Banco Commercial", e quindi nacque già con il pesante fardello dei crediti vantati nel confronti delle società patrocinate dallo lor, privi di garanzie ed irrecuperabili, per un importo di oltre 60 milioni di dollari.

 

Anche il "Banco Ambrosiano Andino" era una banca "off shore", abilitata ad operare solo in divisa estera e neppure sottoposta ai controlli dell'autorità peruviana, perché considerata "multinazionale".

 

Del suo consiglio di amministrazione facevano parte Leoni e Costa, dell'ufficio esteri del Banco Ambrosiano; la sua contabilità era custodita a Lussemburgo e tutte le decisioni in relazione alle singole operazioni venivano assunte presso la sede milanese del Banco Ambrosiano.

 

In base agli accertamenti espletati dagli inquirenti era emerso che inesistente era stata la sua operatività sul mercato locale, e, viceversa, imponente quella diretta ad incamerare liquidità dalle altre consociate per dirottarle secondo le direttive di Calvi e dei suoi fidati collaboratori.

 

L'operatività del "Banco Ambrosiano Andino", secondo l'impugnata sentenza, era strettamente correlata all'ispezione che dal 17 aprile al 17 novembre 1978 era stata eseguita dall'ispettorato di vigilanza della Banca d'Italia presso la sede del Banco Ambrosiano, ispezione conclusasi con una negativa relazione sottoscritta dal dr. Giulio Padalino, dirigente del servizio ispettivo, giacché da quel momento in poi Calvi mutò strategia, evitando gli accreditamenti diretti al "Banco Ambrosiano Andino".

 

Infatti, nella relazione del dr. Padalino, sottoposta all'esame del Consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, venivano segnalate delle serie perplessità e delle gravi preoccupazioni sull'attività di tutto il gruppo estero, ed in particolare del Banco Andino, e si affermava l'assoluta insufficienza delle informazioni ottenute dalla direzione del Banco Ambrosiano, nonché si giudicava "eccessiva" e pericolosa" la concentrazione dei poteri decisori sulla sola persona di Roberto Calvi, inconveniente questo, che, a giudizio del dr. Padalino, finiva per limitare le funzioni consultive, deliberative e di controllo degli organi sociali.

 

A questi rilievi il consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, riunitosi il 14 marzo 1979, approvava all'unanimità la proposta di Calvi, con la quale si delegava all'amministratore delegato della banca, cioè allo stesso Calvi, di inviare una lettera alla Banca d'Italia con la quale bisognava contestare la fondatezza di quei rilievi, ribadendosi che le informazioni richieste non erano state fornite unicamente perché esse concernevano operazioni estere, avvenute tra banche estere, e, come tali, vincolate al rispetto del segreto bancario, e che l'ampiezza dei poteri decisori conferiti all'amministratore delegato non aveva in alcun modo ostacolato il corretto esercizio delle molteplici funzioni degli organi sociali del Banco Ambrosiano.

 

Una seconda relazione, pur essa sottoscritta dal dr. Padalino, veniva trasmessa, in via riservata, alla direzione della Banca d'Italia oltre che allo stesso ispettorato centrale ed in essa si segnalava l'opportunità di intensificare l'opera di vigilanza soprattutto in relazione al reparto estero, giudicandosi eccessivo il rischio assunto dal Banco Ambrosiano in relazione al finanziamenti concessi alle consociate estere, e in particolare al "Banco Ambrosiano Andino".

 

Tale seconda relazione verrà acquisita il 15 luglio 1980 agli atti del procedimento penale che la Procura presso il Tribunale di Milano aveva instaurato a carico di Roberto Calvi, di Mario Valeri Manera e di Carlo Von Castelberg, in relazione al trasferimento all'estero, attraverso la finanziaria del Banco Ambrosiano, e cioè la S.p.a. "La Centrale", di ingenti disponibilità valutarie.

 

Comunque, benché fosse una relazione destinata a rimanere riservata, ampi stralci del suo contenuto erano apparsi sulla stampa, in coincidenza della diffusione delle notizie concernenti quel procedimento, nel corso del quale il 20 maggio 1981 veniva eseguito l'arresto di Calvi, su ordine di cattura della Procura di Milano.

 

Tale evento, unitamente alla diffusione del contenuto della relazione riservata del dr. Padalino, ripercuotendosi negativamente sull'affidabilità di Calvi nella gestione dell'azienda, indussero, secondo i giudici di mento, i componenti del consiglio di amministrazione a verificare, nella riunione del 17 giugno 1981 se era opportuno provvedere alla sostituzione di Calvi, detenuto nel carcere di Lodi - ove rimarrà sino al 20 luglio successivo -, ma il consiglio di amministrazione si orientò per un'opposta soluzione, e tutti i partecipanti espressero solidarietà a Calvi, auspicando un suo immediato ritorno alla guida della banca.

 

a) Comunque, secondo la sentenza impugnata, l'arresto di Calvi aveva prodotto alcuni rilevanti effetti;

 

b) innanzitutto, aveva determinato nell'ambiente economico- finanziario una crisi di fiducia sulla correttezza della gestione di Calvi, crisi di fiducia che provocò una riduzione della liquidità disponibile a breve e medio termine;

 

c) Leoni, Botta e Costa rassegnarono le loro dimissioni dalle cariche che ricoprivano nei consigli di amministrazione del Banco Ambrosiano Andino e dell'Ambrosiano Group Banco Commercial, temendo il loro personale coinvolgimento nelle infrazioni valutarie;

 

d) Marcinkus si recava a Lugano, presso la sede della Banca del Gottardo, dov'era custodita tutta la documentazione che riguardava le società patrocinate dallo IOR e si accorgeva che Calvi aveva inserito tra queste società altre che lo IOR non aveva mai garantito;

 

e) ma la conseguenza più importante fu che la Banca d'Italia si attivò in una maggiore opera di vigilanza.

 

Già dopo l'ispezione del 1978 la Banca d'Italia aveva inviato al Banco Ambrosiano due lettere, una il 16 aprile 1980 e l'altra il 22 luglio dello stesso anno: entrambe, portate a conoscenza dei componenti del consiglio d'amministrazione del Banco Ambrosiano nelle riunioni svoltesi, rispettivamente il 21 maggio ed il 15 settembre 1980, recepite le perplessità del rapporto del dr. Padalino, sollecitavano gli organi direttivi del banco perché fornissero le informazioni già richieste sui finanziamenti alle consociate estere.

 

Ad esse il Banco Ambrosiano forniva risposte rassicuranti, senza però offrire elementi specifici, idonei a giustificare quelle conclusive e positive certezze.

 

Una posizione più decisiva assunse la Banca d'Italia nell'anno successivo, allorquando venne a conoscenza della lettera di dimissioni dalle cariche di vice presidente e di componente del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano di Carlo De Benedetti, dimissioni rassegnate il 22 gennaio 1982.

 

In quella lettera De Benedetti affermava che, a suo parere, non avendo ottenuto un'adeguata informazione soprattutto riguardo al comparto estero, era stato messo nella materiale impossibilità di svolgere le sue funzioni. Inoltre, già verso la fine del 1981, sul quotidiano "La Repubblica" e sul settimanale "Panorama" erano state pubblicate interviste rilasciate dallo stesso De Benedetti ed articoli vari che facevano esplicito riferimento alla cattiva gestione del reparto estero nonché all'eccessiva concentrazione dei poteri di gestione, tant'è che il loro contenuto era stato vivamente deplorato nella successiva riunione del consiglio di amministrazione, allorquando Carlo Olgiati propose addirittura di assumere concrete iniziative giudiziarie contro chi offendeva l'immagine del Banco Ambrosiano.

 

Comunque, dopo le dimissioni di De Benedetti, ed esattamente il 16 febbraio 1982 la Banca d'Italia inviava a tutti i componenti del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale del Banco Ambrosiano una lettera con la quale veniva loro chiesto se erano in grado "di esercitare liberamente e compiutamente le loro funzioni".

 

Il giorno successivo si riuniva il consiglio di amministrazione e tutti i consiglieri presenti, dopo aver preso atto del contenuto di quell'insolita richiesta, respingevano i dubbi prospettati dalla Banca d'Italia e si associavano a quanto in quella riunione aveva sostenuto il consigliere Giuseppe Prisco, il quale aveva qualificato quella richiesta un'insinuazione inopportuna ed offensiva.

 

Inoltre, sia prima che dopo il febbraio 1982, la Banca d'Italia aveva sollecitato un piano di riassetto delle partecipazioni del Banco Ambrosiano ed in tale circostanza erano emerse, con maggiore evidenza, secondo le concordi valutazioni dei giudici di merito, due contrapposte esigenze: quella della Banca d'Italia, volta ad una sollecita soluzione del problema, che, per poter giudicare della congruità di qualsiasi piano di riassetto, mirava a far cadere il segreto bancario di cui sino ad allora si era avvalso il Banco Ambrosiano per eludere ogni richiesta di informazioni; e l'altra, diametralmente opposta, perseguita da Calvi, che vedeva nel segreto bancario il più efficace strumento al quale ricorrere per occultare la reale consistenza di numerose operazioni finanziarie.

 

Ne era seguito un imponente scambio di lettere, nelle quali tali contrapposti interessi trovavano la loro concreta esplicazione. Già nella lettera del 16 febbraio 1982 la Banca d'Italia aveva rilevato, censurandone il comportamento, che il Banco Ambrosiano non aveva effettuato alcuna valutazione analitica sulle partecipazioni del "Banco Ambrosiano Holding"; il successivo 11 marzo sollecitava una risposta a tal riguardo ed il 31 marzo ribadiva che, in mancanza delle schede informative delle società estere, non poteva essere formulato alcun giudizio sul piano di riassetto ed ancora il 10 aprile rinnovava il giudizio negativo sul comportamento degli organi direttivi ed amministrativi del Banco Ambrosiano, rilevando che le informazioni fornite erano così generiche da non poter essere prese in considerazione, ed, infine, il 31 maggio, pur in mancanza dei dati richiesti, la Banca d'Italia giudicava "eccessivo" e "non giustificato" il rischio di una esposizione debitoria di un miliardo e 400 milioni di dollari verso le consociate estere indicato, in tale misura, nel progetto di riassetto proposto dal Banco Ambrosiano e ritenuto anche difforme rispetto alle direttive del Comitato Interministeriale del Credito.

 

È questo il lungo e laborioso "iter" che precedette la riunione del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano del 7 giugno 1982, nel corso della quale, per la prima volta, Calvi vide crollare la solidarietà che sino a quel momento, gli era sempre stata manifestata da quell'organo collegiale e da tutti i suoi componenti: in quella riunione i criteri seguiti nella gestione della banca, e, soprattutto, del comparto estero, vennero posti in discussione ed il consiglio, a maggioranza, approvò la proposta fatta da Orazio Bagnasco, in virtù della quale ciascun consigliere poteva direttamente acquisire tutta la documentazione concernente le operazioni delle consociate estere ed esaminarla anche fuori dalla sede della banca, con ciò manifestandosi che più non ci si fidava delle assicurazioni di Calvi e dei funzionari del servizio esteri, e che si preferiva acquisire autonome verifiche anche attraverso l'utilizzazione dei propri consulenti tecnici.

 

Sia il Tribunale che la Corte di Appello di Milano dedicavano particolare attenzione al comportamento della Banca d'Italia non solo al fine di fornire la visione completa degli eventi che portarono alla deliberazione assunta dal consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano del 7 giugno 1982, che, a sua volta, costituì la premessa per la successiva deliberazione del 13, allorquando, cioè, si decise lo scioglimento degli organi amministrativi, traendo occasione dalla sopravvenuta assenza di Calvi, ma soprattutto perché in entrambe le sentenze dei giudici di merito si è fatto più volte riferimento alle iniziative della Banca d'Italia sia per collegarle al comportamento di coloro che erano preposti all'amministrazione del Banco Ambrosiano, e sia per individuare gli indici rilevatori della cattiva gestione, che, più di qualsiasi altro, erano destinati alla diretta percezione di coloro che, per legge, avevano il compito di controllare quella gestione. In tale quadro si inseriva, ed in parte si dissociava, secondo la sentenza impugnata, il giudizio espresso il 17 luglio 1981, e cioè quando ancora Calvi è detenuto nel carcere di Lodi, dal dott. Felice Scordino della Banca d'Italia, il quale rassicurava l'organo di vigilanza che in seguito all'avvenuto aumento del capitale deliberato ed attuato dal Banco Ambrosiano, l'insufficienza dei mezzi patrimoniali ravvisata nel corso della precedente ispezione del 1978, poteva considerarsi superata, e che anche migliorata era apparsa all'autore di quella segnalazione l'informativa generale sul reparto estero, pur se persistevano numerose zone d'ombra.

 

La Corte di Appello di Milano, confermando le conclusioni alle quali era già pervenuto il primo giudice, riteneva che il giudizio positivo espresso dal Dr Scordino aveva avuto un ruolo decisivo per indurre la Consob a convincersi dell'opportunità di quotare in borsa le azioni del Banco Ambrosiano: esse avevano già formato oggetto di un'ampia negoziazione, ed inoltre quell'operazione, una volta eseguita, avrebbe comportato una serie di adempimenti che avrebbero potuto riportare la gestione della banca nell'alveo di una maggiore trasparenza se quest'intento non fosse stato deliberatamente e sistematicamente frustrato con ogni possibile accorgimento: per le società con azioni quotate in borsa si applicava già il D.P.R. 31 marzo 1975, n. 136, emanato in attuazione della legge delega del 7 giugno 1974, n. 216, ed esso prescriveva che il controllo della regolare tenuta della contabilità e del bilancio era devoluto ad una società di revisione, iscritta in un albo particolare, la quale, a sua volta, era tenuta a certificare la corrispondenza del contenuto del bilancio rispetto a tutte le altre risultanze contabili, sicché al controllo interno, affidato al consiglio di amministrazione ed al collegio sindacale, si sovrapponeva quello esterno, affidato ad un soggetto particolarmente qualificato e, nel contempo, lontano da interessi di parte.

 

Fu così che il 18 maggio 1981 il governatore della Banca d'Italia esprimeva parere favorevole alla richiesta e le azioni del Banco Ambrosiano furono quotate in borsa, per essere poi sospese il 17 giugno 1982, allorquando intervenne il commissariamento della banca.

 

Inoltre la sentenza impugnata, nel contestare alcuni rilievi dei ricorrenti in ordine alla sussistenza di univoci elementi sintomatici della cattiva gestione del Banco Ambrosiano, osservava che il rapporto del dr. Scordino non solo non smentiva, nel suo complesso, il giudizio negativo reiteratamente espresso dalla Banca d'Italia, dal 1978 in poi, perché in esso si continuava a parlare di "zone d'ombra" che mal si conciliavano con l'esigenza di una completa trasparenza nell'amministrazione di una società quotata in borsa e di una società che gestiva l'altrui risparmio, ma addirittura della sua esistenza gli imputati erano venuti a conoscenza solo dopo la dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano, quando l'istruttoria del procedimento penale si era già conclusa e gli atti erano stati depositati in cancelleria.

 

Inoltre la sentenza impugnata dava atto che il Presidente della Consob, nel 1984, aveva presentato un esposto alla Pretura di Roma nei confronti della Banca d'Italia, non avendo questa trasmesso il rapporto del dr. Padalino nel momento in cui esprimeva parere favorevole alla quotazione in borsa delle azioni del Banco Ambrosiano, ma rilevava che tale esposto era stato archiviato, in quanto si era accertato che quell'omissione non aveva inciso su quella scelta, ed inoltre i controlli della Banca d'Italia erano stati pressanti proprio nel 1981 e nel 1982 e nessun'altra iniziativa avrebbe potuto avere risultati diversi, una volta accertatosi che tutti gli organi amministrativi e di controllo del Banco Ambrosiano erano stati sempre solidali con Calvi sino al 7 giugno 1982, quando ormai il dissesto si era consolidato.

 

Quanto poi ai rapporti intercorsi con lo lor, la sentenza impugnata ribadiva quanto già affermato dal primo giudice, e cioè che quell'istituto aveva offerto a Calvi, sistematicamente, un rilevante contributo, non solo nel tentativo di accreditare un'immagine già compromessa dagli eventi del 1981, ma soprattutto nel predisporre una vasta ed impenetrabile rete protettiva, concordata direttamente tra Calvi e Marcinkus, per occultare la destinazione dei fondi erogati dal Banco Ambrosiano attraverso le consociate estere e, da queste, alle varie società panamensi, lussemburghesi e del Liechtenstein.

 

Lo IOR, peraltro, era non solo uno degli azionisti principali del Banco Ambrosiano, ma anche del Banco Ambrosiano Holding e del Banco Ambrosiano Overseas Limited e Marcinkus addirittura faceva parte del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano Overseas Limited, e cioè proprio di quella consociata estera che più di ogni altra aveva effettuato depositi a favore dello IOR, depositi che poi venivano trasferiti, attraverso la Banca del Gottardo, amministrata da Calvi, ad una società patrocinata dallo IOR, costituita a Panama nel 1974, ed acquistata dalla Banca del Gottardo, su mandato dello stesso lor, e cioè la "United Trading Corporation", società che si differenzierà da tutte le altre per il fatto che lo IOR aveva conferito il mandato per la sua gestione alla Banca del Gottardo, ma, di fatto, le istruzioni per le singole operazioni venivano impartite dal Banco Ambrosiano, tant'è che la contabilità era tenuta dall'ufficio esteri.

 

La "United Trading Corporation" sin dal 1975 aveva cominciato a svolgere le funzioni di una vera e propria holding nell'ambito del gruppo delle società estere che facevano capo al Banco Ambrosiano ed era stata anche utilizzata, secondo le conclusioni dei giudici di merito, per trasferire rilevanti somme sui conti delle banche svizzere intestati a Umberto Ortolani e Licio Gelli.

 

Un'altra holding nella costellazione di queste società patrocinate dallo IOR era stata la "Manic" costituita nel Lussemburgo nel 1973, anch'essa gestita dalla Banca del Gottardo: aveva assolto la funzione di una vera e propria cassaforte estera del pacchetto azionario del Banco Ambrosiano, ed aveva sempre operato utilizzando finanziamenti ottenuti da quest'ultimo. In questa sua funzione aveva sostituito l'"Anli", anch'essa strumento operativo, nella strategia di Calvi, ai fini della detenzione e dello smistamento delle azioni, allorquando la utilizzazione di quest'ultima era divenuta pericolosa, avendo la Banca d'Italia già percepito dei sospetti sulla sua funzione nel corso dell'ispezione del 1978.

 

Altra società patrocinata dallo IOR era la "Zitropo", un'altra holding costituita a Lussemburgo nel 1972 e ceduta da Sindona a Calvi: è una società che riceverà cospicui finanziamenti, alcuni dei quali trasferiti all'"Union Trading Corporation" e mai più restituiti.

 

Una società panamense, pur essa patrocinata dallo IOR, ed utilizzata per l'acquisto del pacchetto azionario della società "Rizzoli Editore", fu la "Bellatrix", controllata a sua volta dalla società Manic: all'atto della dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco ambrosiano il debito della "Bellatrix" verso il Banco Ambrosiano Andino superava i 184 miliardi di dollari, a fronte del quale vi era , secondo la ricostruzione dei giudici di merito, l'irrisorietà di una garanzia, rappresentata da 189.000 azioni della società Rizzoli.

 

Tutte e tre le operazioni di questa società erano stare predisposte dall'ufficio esteri del Banco Ambrosiano sulla base di direttive impartite da Calvi ed erano tutte riconducibili ai rapporti intercorsi nel 1981 tra il Banco Ambrosiano ed il gruppo Rizzoli.

 

La prima operazione, risalente al 6 febbraio 1981, fu ricostruita dai commissari liquidatori sulla base di un telex che l'Ambrosiano Services di Lussemburgo inviò al Banco Ambrosiano Andino e con il quale si informava quest'ultimo che il Banco Ambrosiano Overseas Limited aveva avuto l'ordine di accreditare 46 e mezzo milioni di dollari sul conto della Rothschild Bank di Zurigo presso la Manhattan Bank di New York, per conto della società "Bellatrix", società alla quale il Banco Ambrosiano Andino aveva concesso un prestito di uguale importo.

 

Contemporaneamente un altro telex veniva trasmesso alla Rothschild Bank di Zurigo per informarla di quell'accredito e si spiegava che la somma doveva servire per l'acquisto di 189 mila azioni della società Rizzoli, pari al 6,3% del capitale sociale di questa società: ma di quella somma solo una parte venne destinata a quello scopo.

 

Ma la più rilevante operazione distrattiva realizzata attraverso le società patrocinate dallo IOR fu ravvisata dal giudici di mento in quella risalente al giugno 1981, quando dal conto che il Banco Ambrosiano Andino aveva presso il Banco Ambrosiano Overseas Limited vennero prelevati 95 milioni di dollari per effettuare un prestito alla società "Bellatrix", prestito non assistito da alcuna garanzia e privo di qualsiasi giustificazione.

 

La somma, secondo la ricostruzione del giudice istruttore, condivisa dal Tribunale e dalla Corte di Appello di Milano, finirà poi sul conti esteri di Bruno Tassan Din, Umberto Ortolani e Licio Gelli.

 

La terza ed ultima operazione venne eseguita nel gennaio del 1982, allorquando 11 milioni e 800 mila dollari furono concessi in prestito dalla Rothschild Bank alla società Rizzoli, prestito garantito da un deposito di pari importo effettuato presso la Rothschild dal Banco Ambrosiano Andino.

 

Pertanto, quando si dovette provvedere all'aumento di capitale della Rizzoli, si ricorse ad un giro contabile, mediante il quale il Banco Ambrosiano Andino trasformava una parte del suo credito verso la Rothschild Bank (per circa otto milioni di dollari) in capitale Rizzoli: così tutta l'operazione figurava compiuta dalla Rothschild Bank, ma in realtà questa aveva agito da fiduciaria e il Banco Ambrosiano Andino aveva fornito le istruzioni affinché il denaro, attraverso la società "Bellatrix" fosse utilizzato per la sottoscrizione di 378 mila azioni nuove della Rizzoli, sicché apparentemente era la Rothschild Bank a sottoscrivere quelle azioni che però venivano trasferite nel dossier del Banco Ambrosiano Andino, a titolo di garanzia.

 

Altre due società, strettamente collegate tra loro, e pur esse menzionate nelle lettere di patronage dello lor, furono l'"Astolfine" e la "Nordeurope": la prima fu costituita nel Liechtenstein, per incamerare disponibilità finanziarie dal Banco Ambrosiano.

 

Il debito "Nordeurope" verso il Banco Ambrosiano Andino, per oltre 258 milioni di dollari fu trasferito all'"Astolfine" e così si fece apparire che quell'obbligazione dalla "Nordeurope" era stata estinta.

 

Un'analoga funzione era stata esercitata da un'altra società panamense, la "Belrosa", la quale acquisterà con un finanziamento da parte dell'Ambrosiano Group Banco Commercial la società "Capitalfine": il prestito ottenuto dalla "Belrosa" per questa operazione era stato estinto nei confronti della banca finanziatrice, ma per tale estinzione la società si era servita, attraverso lo lor, di un finanziamento di pari importo concessole dal Banco Ambrosiane Overseas Limited; altri finanziamenti la "Belrosa" aveva ottenuto dalla società "Manic", per circa 72 milioni di dollari, tanto che la sua totale esposizione verso il Banco Ambrosiano, quando fu dichiarata l'insolvenza di quest'ultima, raggiunse gli 88 milioni di dollari e nessuno dei prestiti concessi verrà più restituito.

 

Alla stessa funzione di occultamento di precedenti operazioni distrattive fu adibita la società "Erin" di Panama, controllata a sua volta dalla società "Manic", ed utilizzata per acquisire, attraverso i fondi del Banco Ambrosiano, sia le azioni del Credito Varesino che i crediti del gruppo Genghini che non potevano essere più soddisfatti.

 

Per l'acquisto delle azioni del Credito Varesino il Banco Ambrosiano aveva accreditato 44 milioni di dollari al Banco Ambrosiano Andino e questo aveva trasferito la somma alla società Erin, ma non avendo questa restituito quanto era dovuto al Banco Andino, ne derivò che questo non corrispose quanto doveva al Banco Ambrosiano che così subì tutte le conseguenze negative di quell'operazione.

 

Quanto poi al debito del gruppo Genghini, conseguente a tre finanziamenti ottenuti dal Banco Ambrosiano Overseas Limited per circa 18 milioni di dollari, poiché il credito della controllata era divenuto irrecuperabile, esso fu ceduto alla società "Enin", utilizzando un finanziamento della stessa banca cedente, con la conseguenza che il debito non si era estinto, il credito non si era realizzato, ma dal bilancio del Banco Ambrosiano Overseas Limited risultava, contrariamente al vero, che la posizione era stata appianata.

 

Ad una ben diversa funzione fu preposta invece la società Laramie, pur essa controllata dalla Manic e amministrata, formalmente, dal Banco Ambrosiano Overseas Limited, dalle cui casse ottenne un prestito di 20. milioni di dollari per acquistare dallo IOR le azioni della società Vianini, di cui lo IOR voleva disfarsi.

 

Senonché, una volta ottenuto il prestito, lo IOR si rifiutò di consegnare quelle azioni, trattenendole a garanzia di ulteriori crediti, con la conseguenza che tutta l'operazione si risolse con una perdita secca di 20 milioni di dollari per il gruppo del Banco Ambrosiano.

 

Le lettere di patronage erano state rilasciate dallo IOR il 1° settembre 1981: si trattava di due lettere di identico contenuto inviate al Banco Ambrosiano Andino e all'Ambrosiano Group Banco Commercial, nelle quali si affermava che lo IOR controllava direttamente o indirettamente le suddette società e si riconosceva di essere a conoscenza del loro indebitamento verso le consociate estere del Banco Ambrosiano e lo IOR si impegnava a non alienare il controllo di tali società senza il consenso delle banche creditrici.

 

Tentativi per convincere lo IOR a rispettare tali impegni furono fatti sia prima che dopo la dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano.

 

Prima aveva tentato Rosone, con la mediazione di Alessandro Mennini, condirettore centrale del servizio esteri del Banco Ambrosiano, ma Marcinkus aveva rifiutato la richiesta, osservando che quelle lettere avevano un carattere del tutto fiduciario, prive di qualsiasi impegno formale, perché dopo il loro rilascio Calvi aveva sottoscritto una dichiarazione ampiamente liberatoria con la quale si riconosceva che nulla era dovuto dallo IOR per effetto della sottoscrizione di quelle lettere.

 

Dopo la dichiarazione d'insolvenza del Banco Ambrosiano ben più pressanti tentativi furono fatti dai commissari liquidatori, con la mediazione della Banca d'Italia e del Ministero del Tesoro e dopo lunghe trattative si pervenne ad un accordo tra il governo italiano ed il Vaticano (c.d. accordo di Ginevra) il 21 dicembre 1982: si costituì una commissione paritetica i cui lavori si conclusero il 25 maggio 1984.

 

Lo IOR, pur escludendo ogni sua responsabilità, diretta o indiretta, nel dissesto del Banco Ambrosiano e delle sue consociate estere, offriva un contributo di 250 milioni di dollari, rinunciando altresì ad ogni pretesa nei confronti della Banca del Gottardo.

 

Nel frattempo, anche le consociate estere, abbandonate dalla capogruppo, furono travolte dal dissesto: il Tribunale di Lussemburgo pose in gestione controllata il Banco Ambrosiano Holding; per il Banco Ambrosiano Andino e per l'Ambrosiano Group Banco Commercial scattò la clausola d'insolvenza e, quanto al Banco Ambrosiano Overseas Limited venne addirittura revocata l'autorizzazione al prosieguo di qualsiasi attività finanziaria.

 

Il procedimento, dopo le preliminari indagini da parte della Procura di Milano, veniva rimesso al giudice istruttore per la formale istruttoria.

 

A tutti coloro che avevano fatto parte del Consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano e del collegio sindacale venivano attribuite tre distinte ipotesi di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale (Capi 1-A - B - C per i componenti del consiglio di amministrazione) e (Capi 2-A - B - C per i componenti del collegio sindacale), in relazione ai depositi diretti, a quelli fiduciari e ai fidi concessi in Italia.

 

Quanto ai depositi diretti, cioè ai finanziamenti concessi direttamente dal Banco Ambrosiano alle consociate estere, l'accusa evidenziava che nel confronti del solo Banco Ambrosiano Andino i finanziamenti diretti, in breve tempo, erano passati da 15 a 250 milioni di dollari, tant'è che il credito del Banco Ambrosiano alla data del 17 giugno 1982 ammontava a 338 milioni di dollari.

 

E l'ultimo aumento del massimale, per altri 50 milioni di dollari, era stato deliberato un mese prima della dichiarazione dello stato d'insolvenza, e cioè il 19 maggio 1982.

 

Quanto al Banco Ambrosiano Overseas Limited già nel 1977 gli era stato concesso un massimale per depositi per 100 milioni di dollari, aumentato poi il 18 maggio 1982 di altri 7 milioni e mezzo di dollari.

 

Dagli accertamenti espletati dal commissari liquidatori emergeva che il ricorso ai depositi diretti era diventato più frequente dopo l'arresto di Calvi, e cioè tra la metà del 1981 ed il 1982, essendosi registrata una flessione nella capacità di raccolta di capitali sul mercato internazionale, con la conseguenza che il patrimonio del Banco Ambrosiano era stato direttamente coinvolto per sostenere le consociate estere, le quali non disponevano di un'autonoma capacità di raccolta di capitali, né di un proprio patrimonio.

 

Inoltre, già nel rapporto Padalino, si era messo in evidenza che il Banco Ambrosiano presentava un'anomalia rispetto a tutto il sistema bancario, nel senso che prevaleva l'intermediazione secondaria, cioè i rapporti interbancari, rispetto a quella primaria, costituita dai rapporti con la clientela ordinaria, e l'incidenza della prima rispetto alla seconda era superiore al doppio dei valori normali: tra il 1979 ed il 1981 la raccolta interbancaria era cresciuta rispetto ai depositi della normale clientela passando dal 58 al 71%.

 

Ma ciò che più connotava negativamente tale situazione era rappresentato dal fatto che gli impieghi dei depositi diretti che il Banco Ambrosiano aveva fatto alle consociate estere erano per la maggior parte riconducibili a finanziamenti erogati a società del gruppo, e, quindi, maggiormente esposti al rischio della dispersione.

 

Nel ritenere fondata tale accusa, entrambi i giudici di merito osservavano, recependo le conclusioni alle quali era pervenuta questa Suprema Corte allorquando aveva respinto i ricorsi proposti avverso la sentenza della Corte d'Appello di Milano che aveva confermato la dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano, che allorquando le consociate estere avevano impiegato il capitale della capogruppo, avevano dimostrato, per ciò solo, di non poter disporre di autonome risorse ed inoltre la loro interposizione non interrompeva il rapporto di causalità che avvinceva la condotta degli amministratori del Banco Ambrosiano che quei finanziamenti avevano deliberato, approvato o comunque avallato, rispetto alla distrazione di quelle somme, posto che la regia di ciascuna operazione, dall'inizio alla fine, era sempre rimasta nelle mani del Banco Ambrosiano, non certamente ignaro né dell'insolvenza delle banche sovvenute, né della definitiva destinazione che quei finanziamenti avrebbero avuto.

 

E che quel depositi diretti alle consociate estere si erano rivelati dannosi per il Banco Ambrosiano era, secondo l'impugnata sentenza, il risultato di una constatazione obbiettiva, in quanto del credito complessivo ceduto, dopo la dichiarazione d'insolvenza, il Nuovo Banco Ambrosiano riuscì a recuperare, e con molte difficoltà, soltanto il 15%.

 

Non meno rilevante, ai fini del dissesto del Banco Ambrosiano, veniva giudicato il ricorso ai depositi indiretti o fiduciari, deciso da Calvi ed eseguito con la compiacente accettazione di quanti avevano condiviso le sue iniziative.

 

Osservava in particolare il Tribunale di Milano e la Corte d'Appello, nell'impugnata sentenza, non perveniva a diversa conclusione, che ai depositi fiduciari aveva già fatto ricorso Michele Sindona nella gestione della Banca Privata Italiana, ma Calvi perfezionò quella strategia, garantendo, ed in modo più efficace, la copertura di ciascuna operazione, presentata formalmente come una normale operazione di finanziamento interbancario.

 

Dopo l'ispezione compiuta dalla Banca d'Italia, Calvi non solo non potè potenziare il sovvenzionamento diretto delle consociate estere, ma neppure può fare a meno di ridurlo: i depositi diretti erano già caduti sotto la preoccupata attenzione dell'organo di vigilanza e le continue richieste di acquisire informazioni rappresentavano una costante e progressiva preoccupazione. Inoltre, le nuove disposizioni valutarie avevano introdotto per quelle operazioni l'obbligo della preventiva autorizzazione dell'Ufficio Italiano dei Cambi, obbligo la cui inosservanza era penalmente sanzionata.

 

Ed allora non restava che ricorrere all'intervento delle banche estere, le quali, una volta ricevuto l'accredito dal Banco Ambrosiano, lo dovevano trasferire ad una delle consociate estere, sui tanti conti che erano stati aperti a favore di società di comodo: ne conseguiva che le banche estere trattenevano un "fhunding", rappresentato dal rimborso delle spese di commissione e dalla differenza tra il tasso attivo e quello passivo, e quindi percepivano un utile, e le consociate estere del Banco Ambrosiano ottenevano i fondi necessari per i finanziamenti da erogare, sicché l'utilizzo del rapporto fiduciario divenne lo strumento di copertura della reale portata dell'operazione.

 

E mentre Sindona, nell'effettuare i depositi fiduciari aveva dato rilievo alla necessità di ottenere formali impegni, tali da scongiurare di inadempienze, Calvi, invece, affidava tutto al solo rapporto fiduciario che precede e condiziona ciascuna operazione di finanziamento, tant'è che in molti casi neppure si fece ricorso alla garanzia fideiussoria da parte del Banco Ambrosiano Holding: la banca depositante, cioè il Banco Ambrosiano, restava il dominus dell'operazione ed assumeva su di sè ogni rischio, sicché si è parlato di depositi "back to back", cioè di depositi nel quali l'obbligo del successivo trasferimento al reale destinatario era la condizione essenziale ed irrinunciabile che, da sola, giustificava il finanziamento alla banca estera, la quale, quindi, riceveva perché doveva dare.

 

Un ulteriore argomento, sintomatico di una raffinata strategia, era rappresentato dal fatto che frequentemente la somma depositata presso la banca estera non veniva da questa trasferita immediatamente al reale destinatario, ma dopo essere rimasta nella sua disponibilità per un certo periodo veniva poi frazionata e accreditata su conti diversi, sicché la copertura dell'operazione era maggiormente garantita attraverso il dissolvimento del rapporto di identità quantitativo tra il ricevuto ed il distribuito.

 

Rilevavano i giudici di merito che tutti i depositi fiduciari furono erogazioni senza ritorno: si fece ad essi ricorso per corrompere compiacenti revisori dei conti nei luoghi di insediamento delle consociate estere, o per finanziare determinati regimi politici, nel Perù e nel Nicaragua, ovvero per distribuire danaro, secondo le volontà di Calvi nell'ambito di un vasto scenario di rapporti intersoggettivi che, proprio tra il 1981 ed il 1982 si era manifestato con progressiva accentuazione anche per effetto dell'appartenenza dei beneficiari alla loggia massonica denominata P2.

 

Molte furono le banche che avevano accettato di offrire la loro collaborazione a Calvi per far pervenire alle consociate estere del Banco Ambrosiano, e soprattutto al Banco Andino - che fu il principale beneficiario dei depositi fiduciari - i relativi finanziamenti, ma quelle alle quali si era fatto più frequente ricorso erano: il Banco de la Nation di Lima, l'Artok Bank di Nassau, l'Arab Bank pur essa di Nassau, il Banco Cafetero di Panama, l'Inter Alpha Asia di Hong-Kong ed il Banco de la Provincia di Buenos Ajres; e circa la metà di tutti i depositi fiduciari erano stati fatti utilizzando il Banco de la Nation a Lima e da questa Banca erano stati tutti trasferiti al Banco Ambrosiano Andino.

 

Utilizzando gli accertamenti espletati dalla Guardia di Finanza, i giudici di merito pervenivano alla conclusione che l'esposizione del Banco Ambrosiano per questi depositi fiduciari superava i 250 miliardi, una somma di poco inferiore a quella impiegata per i depositi diretti.

 

Decisivo rilievo veniva altresì attribuito alle dichiarazioni rese dal dr. Desario Vincenzo, direttore dell'istituto di vigilanza presso la Banca d'Italia, nominato commissario straordinario del Banco Ambrosiano; questi, nel pur breve periodo in cui aveva espletato quelle funzioni, aveva constatato e riferito che il servizio esteri del Banco Ambrosiano, diretto da Costa, Botta e Leoni - imputati tutti che hanno già definito il procedimento a loro carico nelle forme previste dall'art. 599 c.p.p. nuovo - operava in assoluta autonomia, e del suo operato rispondeva soltanto a Calvi e che gli accordi riservati con le banche estere concernenti i depositi fiduciari risultavano da appunti manoscritti su minuscoli fogli di carta inseriti nei fascicoli intestati alle banche depositarie.

 

Le stesse circostanze venivano poi confermate dai commissari liquidatori, i quali inoltre ebbero modo di accertare in relazione ad un deposito di 7 milioni e mezzo meno di dollari fatto a favore del Banco Cafetero di Panama nel maggio 1981 e rinnovato sino al 29 novembre 1982, e trasferito sul Banco Ambrosiano Andino, al funzionario del Banco Ambrosiano che aveva materialmente trasmesso il telex al Banco Cafetero allorquando aveva chiesto spiegazioni sulla destinazione da dare a quella somma, era stato impartito l'ordine di distruggere quella banda del telex dalla quale risultava il contenuto della risposta.

 

E tale episodio, ricostruito nel corso della formale istruttoria, evidenziava, secondo i giudici di merito, con quanta cura veniva tutelata la riservatezza di queste operazioni.

 

Ciononostante, sia il Tribunale che la Corte d'Appello di Milano ritenevano di poter affermare la responsabilità dei componenti del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano e di Mario Davoli, sindaco effettivo presso la stessa banca, perché quelle operazioni, pur se circondate da tanta riservatezza, proprio in quanto inscindibili dal rapporto fiduciario che ne giustificava la stessa esistenza, presentavano aspetti particolari che, se fossero stati vagliati da chi a tale onere era preposto avrebbero dissolto ogni possibile diaframma protettivo: in ciascuna pratica vi erano appunti manoscritti e relazioni dell'ufficio esteri che palesavano il rapporto fiduciario sottostante a ciascun deposito interbancario, e soprattutto non trascurabile era il fatto che tutte quelle operazioni di finanziamento erano per importi rilevanti e destinati ai paesi a basso sviluppo economico e quindi apparivano sproporzionati, e perciò anomali rispetto ai corretti criteri con i quali va esercitato il credito da parte di qualsiasi impresa bancaria. Inoltre sia in relazione al rischio che il Banco Ambrosiano si era già assunto con i suoi finanziamenti diretti alle consociate che con riguardo all'incidenza sproporzionata dell'intermediazione secondaria, erano proprio tutte le operazioni con l'estero quelle che andavano tenute sotto un più attento controllo, in un periodo come quello che va dal 1980 al 1982 durante il quale molti erano stati i segnali dai quali si coglieva che certamente non irreprensibile era stata la gestione di quella banca, specie per quanto concerneva proprio il comparto estero.

 

Quanto poi alle distrazioni conseguenti ai finanziamenti concessi dal Banco Ambrosiano in Italia, la sentenza impugnata dopo aver ricordato che il regolamento interno del Banco Ambrosiano approvato nel 1974 riservava al consiglio di amministrazione l'autorizzazione all'erogazione di finanziamenti per importi superiori a quattro miliardi di lire e poi, nel 1976, a dodici miliardi, osservava che numerosi erano stati i fidi concessi senza che ne ricorressero le condizioni: le garanzie erano perlopiù assolutamente inidonee, o soltanto apparenti; spesso il denaro era stato utilizzato per fini diversi rispetto a quelli dichiarati; ed in numerosi casi i beneficiari erano persone legate a Calvi da particolari rapporti, ed iscritti anch'essi alla P2.

 

Alla data della dichiarazione dello stato di insolvenza del Banco Ambrosiano i fidi concessi in Italia superavano i 291 miliardi di lire ed il credito pur svalutato una volta ceduto al Nuovo Banco Ambrosiano fu solo in parte realizzato. Uno dei più rilevanti finanziamenti, importante secondo i giudici di merito anche per le sintomaticità della sua abnormità era quello a favore della società Voxon di Umberto Ortolani, affiliato anche lui alla P2.

 

La società Voxon che sin dal 1976 aveva una pesante esposizione nel confronti dei Banco Ambrosiano (uno "scoperto" di 20 miliardi sul c/c e di un altro miliardo per lo sconto di portafoglio commerciale), in brevissimo tempo ottenne l'autorizzazione ad un ulteriore sconfinamento di 500 milioni; inoltre il Banco Ambrosiano concedeva una fideiussione di quattro miliardi all'Interbanca in relazione ad un mutuo concesso da quest'ultima alla Voxon.

 

E nel rapporto Padalino oltre ad evidenziarsi come fosse eccessiva quell'esposizione debitoria in relazione alla consistenza economica della società che fruiva di quei generosi finanziamenti, si faceva altresì rilevare che il Banco Ambrosiano aveva accettato in pegno, dalla Voxon merce che non era stata neppure sottoposta a perizia, per verificarne il valore dichiarato dalla società offerente.

 

Ciononostante in epoca successiva venivano approvati dal consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano e con il parere favorevole dei sindaci, altri fidi a favore della stessa società per altri 30 miliardi.

 

La Voxon, rimasta insolvente, nel 1980 veniva sottoposta ad amministrazione controllata e dalla motivazione del provvedimento che aveva accertato l'insolvenza della stessa società emergeva che vi era stata un'enorme sproporzione tra la consistenza patrimoniale della società ed i finanziamenti ottenuti.

 

Un altro abnorme finanziamento veniva individuato dal giudici di merito in quello concesso a Giuseppe Battista, anche lui affiliato alla P2: il Banco Ambrosiano gli aveva concesso una linea di credito nel 1976 sino a 250 milioni, portata poi, alla scadenza, ed una volta rinnovata, a 300 milioni nel 1978 e, nel 1980, a tre miliardi e 750 milioni. Ed a fronte di tali finanziamenti al Banco Ambrosiano erano state date in pegno le azioni della società assicurativa "Il Globo", azioni già pignorate a favore della società Rizzoli, con la conseguenza che una volta intervenuta la dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano, il credito, rimasto insoluto, superava, tra somma capitale e interessi maturati, i sei miliardi di lire.

 

Analoghe operazioni erano avvenute con la società "Fideico" di Giuseppe Ciarrapico, in relazione ad un finanziamento concesso per l'acquisto dell'Ente Fiuggi, nonché con le società denominate "Prato Verde" ed "Etruria 71", riconducibili a Flavio Carboni ed utilizzate per soddisfare esigenze personali dello stesso Carboni, nonché di Roberto Calvi e di coloro che, come Maurizio Mazzotta e Francesco Pazienza, alla realizzazione di tali vicende avevano in vario modo contribuito.

 

In relazione a tali vicende, sia il Tribunale che la Corte di Appello di Milano, riterranno di poter affermare anche la responsabilità dei beneficiari di tali finanziamenti, quali Ciarrapico, Mazzotta, Carboni e Pazienza, nonché degli amministratori delle società del gruppo Carboni, Emilio Pellicani e Gennaro Cassella.

 

Quanto al delitto di cui all'art. 216, primo e secondo comma, e all'art. 219 ultimo comma, della legge fallimentare, contestato al capo 34 della rubrica sia a Ciarrapico che a Mazzotta, la sentenza impugnata ricordava che il tentativo fatto da Ciarrapico di acquistare l'Ente Fiuggi, direttamente, attraverso la Fideico, dopo un aumento di capitale, era fallito e che la prima richiesta fatta al Banco Ambrosiano per utilizzare uno scoperto di conto corrente non aveva avuto successo, ricostruiva analiticamente tutta l'operazione, dando rilevanza al fatto che l'imputato aveva fatto acquistare dall'Ente Fiuggi le azioni della partecipata alla società Fideico cioè quelle della "Freddindustria" ed aveva offerto tali azioni in garanzia al Banco Ambrosiano.

 

Quindi, il 30 dicembre 1981, venne approvato il fido, da utilizzare attraverso uno scoperto di conto corrente per un importo di 4 miliardi e 160 milioni, con scadenza al 30 aprile 1982.

 

Senonché prima della scadenza, e cioè il giorno 11 marzo 1982, la linea di credito venne portata a 39 miliardi e 160 milioni in quanto venne autorizzato, dopo l'intervento di Mazzotta, un ulteriore scoperto di 35 miliardi ed alle seguenti condizioni: lo scoperto di 4 miliardi e 160 milioni doveva essere appianato entro l'originaria scadenza, e cioè entro il 30 aprile 1982; la maggior somma di 356 miliardi doveva essere divisa in due parti e la prima doveva essere rimborsata entro la stessa data, e cioè entro il 30 aprile 1982, mentre la seconda entro il 30 settembre 1992.

 

Senonché a fine marzo il conto Fideico presentava un saldo passivo di oltre 6 miliardi e ne derivò che il 30 aprile 1982 non venne effettuato alcun rimborso, né in relazione al primo affidamento né per quanto riguardava la prima parte del secondo. Bisognerà attendere il 24 giugno 1982 perché la Fideico faccia pervenire al Banco Ambrosiano 4 miliardi e 411 milioni, a titolo di rimborso per il primo affidamento,

 

Comunque, all'atto della liquidazione coatta amministrativa del Banco Ambrosiano, la Fideico era ancora debitrice di 31 miliardi e 168 milioni, e sia il Tribunale che la Corte d'Appello di Milano hanno determinato in tale somma l'oggetto della distrazione attribuita a Ciarrapico e Mazzotta.

 

I commissari liquidatori cederanno il credito verso la Fideico al Nuovo Banco Ambrosiano, svalutandolo del 30%, perché considerato "in sofferenza"".

 

Ed infatti il Nuovo Banco Ambrosiano, dopo vari solleciti, il 17 settembre 1982 riduceva il fido a 20 miliardi, ed il 2 novembre successivo lo revocava.

 

Seguirono lunghe e laboriose trattative che si conclusero con la concessione di una proroga di cinque anni per il rientro dell'affidamento e con l'abbassamento del tasso degli interessi.

 

Rilevavano i giudici di merito nelle loro conformi decisioni che tutta l'operazione era stata abnorme, perché era stata concessa una linea di credito ad una società che non aveva l'intrinseca capacità economica di poter godere di una così generosa fiducia: non vi era stata un'esauriente istruttoria della pratica; erano state offerte in garanzia le azioni dell'Ente Fiuggi, ed inoltre era stata rilasciata una fideiussione da parte dello stesso ente, dopo però che la linea di credito era stata concessa, e nonostante il parere contrario dell'Ufficio legale del Banco Ambrosiano che aveva evidenziato la violazione dell'art. 2358 c.c., posto che tutto l'onere dell'operazione veniva trasferito sull'Ente Fiuggi, e cioè sulla società che doveva essere acquistata dalla Fideico.

 

Essi concludevano, quindi, che quel finanziamento era stato concesso per favorire Ciarrapico, su sollecitazione di Mazzotta: Ciarrapico era stato particolarmente vicino a Calvi quando questi era stato arrestato su ordine di cattura della Procura di Milano per le infrazioni valutarie; lo stesso imputato aveva ammesso di essere a conoscenza di molte vicende che riguardavano il Banco Ambrosiano, allorquando era stato sentito dalla Commissione Parlamentare d'Inchiesta sulla P2, sicché anche sotto il profilo dell'elemento soggettivo del reato, si riteneva ampiamente provata la sua colpevolezza.

 

Analoga conclusione veniva tratta in relazione alla posizione del Mazzotta, posto che l'imputato si era reso promotore di quell'operazione, nella consapevolezza dello stato di dissesto della banca dalla quale veniva distratta una così rilevante somma.

 

Quanto poi a Carboni Flavio, Cassella Gennaro e Pellicani Emilio, l'accusa contestata nei loro confronti ai capi 28, 29, 30, 31 e 32 concerneva entrambe le ipotesi previste dall'art. 216 comma 1, n. 1 e n. 2, della legge fallimentare, per avere in concorso tra loro e con Roberto Calvi, ottenuto due finanziamenti dal Banco Ambrosiano, il primo di 6 miliardi a favore della S.P.A. "Prato Verde", ed il secondo, di un miliardo e 700 milioni a favore della S.p.A. "Etruria 71", denaro che veniva invece destinato ad altri scopi, diversi da quelli dichiarati e che nessuna relazione avevano con le necessità aziendali delle due società, nonché per avere esposto nelle comunicazioni sociali e nel bilanci fatti non rispondenti al vero sulle condizioni economiche della società Prato Verde, dichiarata fallita il 10 maggio 1984, ed infine per aver tenuto la contabilità della stessa società in modo tale da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari.

 

Secondo la conforme ricostruzione dei giudici di merito, Pellicani Emilio era l'amministratore unico della società Etruria 71 e procuratore generale della Prato Verde, mentre Cassella Gennaro risultava essere l'amministratore di altre società che avevano offerto apparenti garanzie per il conseguimento di quei finanziamenti, ottenuti attraverso l'interposizione di quelle due società.

 

Al solo Carboni, altresì, era stata contestata un'autonoma ipotesi di bancarotta per distrazione (capo 27), in relazione all'accreditamento di 19 milioni di dollari che Calvi aveva disposto sul conti dell'imputato e ad opera di due consociate estere del Banco Ambrosiano, il Banco Ambrosiano Overseas Limited e l'Ambrosiano Group Banco Commercial, dal febbraio al giugno 1982.

 

In relazione alla ricostruzione di tutte queste vicende, i giudici di merito davano particolare rilevanza ad un memoriale fatto pervenire da Pellicani e nel quale si riconosceva come i finanziamenti concessi alle due società - la Prato Verde e l'Etruria 71 - fossero finiti nella disponibilità personale di Carboni e dello stesso Calvi.

 

Pellicani poi, instaurato un rapporto di collaborazione con gli inquirenti, aveva loro indicato il luogo in cui era stata nascosta quella parte della contabilità che riguardava, in particolare alcune operazioni distrattive, e cioè un locale di pertinenza dello studio notarile del dr. Lollio, a Roma, dove effettivamente poi quella contabilità fu rinvenuta.

 

Carboni, una volta estradato dalla Svizzera con il suo consenso, spiegava nel corso dell'istruttoria che si era trovato in un momento di gravi difficoltà finanziaria sia per alcune rilevanti spese di carattere voluttuario che per alcune iniziative edilizie che aveva voluto intraprendere ad Olbia ed a Castiglioncello: ad Olbia la società Prato Verde stava costruendo edifici residenziali, mentre a Castiglioncello l'Etruria 71 aveva acquistato dei terreni nella prospettiva di costruire degli immobili. E dal suo abituale finanziatore, Fausto Annibaldi, nel corso di un breve soggiorno in Sardegna, aveva appreso che sarebbe stato possibile ottenere un finanziamento dal Banco Ambrosiano attraverso la Prato Verde; la circostanza gli era stata confermata dallo stesso Pazienza, il quale gli aveva anche riferito che Calvi in quel periodo, e cioè nell'estate 1981, aveva bisogno di disporre di una rilevante somma di denaro in Italia, perché doveva affrontare alcune rilevanti spese, riferibili, in gran parte, alle vicende giudiziarie nelle quali era stato coinvolto, perché Calvi avrebbe garantito la restituzione del denaro che sarebbe stato elargito dalla banca che dirigeva.

 

Dubitando che tutto ciò non fosse vero, si era affrettato a chiedere conferma a Calvi, e ricevuta una risposta rassicurante, si era predisposta nel giro di pochi giorni tutta la documentazione necessaria: Cassella aveva firmato la richiesta nella veste di amministratore della Prato Verde e prima ancora che venissero offerte le garanzie, il finanziamento era stato concesso: l'iscrizione ipotecaria sugli immobili ad Olbia era stata offerta il 4 dicembre 1981, quando si era dovuto ricorrere ad un aumento dello scoperto di conto di cui fruiva la Società presso il Banco Ambrosiano sino a 4 miliardi e mezzo, e quando già il conto della Prato Verde presentava un saldo a debito di oltre un miliardo e mezzo.

 

Calvi autorizzò personalmente tutta l'operazione contro il parere del comitato di direzione che aveva giudicato rischioso il prestito, perché concesso ad una società i cui cantieri risultavano smantellati sin dal maggio 1981.

 

La Prato Verde verrà poi dichiarata fallita nel 1984, con un passivo di oltre venti miliardi e dei sei miliardi concessile dal Banco Ambrosiano solo 136 milioni finirono realmente nelle casse della società.

 

Altrettanto avvenne in relazione al finanziamento concesso all società Etruria 71: secondo le stesse ammissioni di Carboni, 800 milioni furono consegnati a Calvi e 700 milioni furono trattenuti da lui per le sue personali esigenze. La richiesta del finanziamento era stata predisposta e firmata da Emilio Pellicani e fu accolta dalla banca due giorni dopo la sua presentazione.

 

Secondo i giudici di merito, sussistevano quindi sufficienti motivi per affermare la responsabilità di tutti e tre gli imputati: Carboni era stato il beneficiario diretto delle compiute distrazioni, e sia Pellicani che Cassella avevano offerto il loro determinante contributo per la realizzazione di quel fraudolento programma e per l'occultamento dell'effettiva destinazione delle somme riscosse.

 

Quanto a Francesco Pazienza, rimasto latitante sino al 4 marzo 1985, allorquando verrà tratto in arresto negli Stati Uniti per essere poi estradato in Italia per rispondere dei reati di bancarotta fraudolenta per distrazione sia in danno del Banco Ambrosiano che della società "Prato Verde", in relazione al finanziamento di 6 miliardi concesso, con la sua mediazione, a quest'ultima società, non solo entrambe le sentenze dei giudici di merito hanno ritenuto l'imputato colpevole di entrambi tali reati, ma analoga pronuncia è stata assunta in relazione ad altre due analoghe imputazioni, contestate al capi 23 e 24 della rubrica, concernenti le distrazioni di 5 milioni di dollari versati alla società "Andros" di Panama e di altri 8 milioni e 800 mila dollari accreditati sul conto "Realfin".

 

Rilevava la sentenza impugnata che vero era che l'estradizione era stata concessa soltanto per i reati contestati al capi 28 e 29 della rubrica e riguardanti entrambi il finanziamento concesso dal Banco Ambrosiano alla società "Prato Verde", ma ciò non precludeva l'esercizio dell'azione penale per le altre due ipotesi di bancarotta, in quanto il principio di specialità dell'estradizione ha un tale effetto paralizzante solo quando la presenza fisica dell'imputato nel territorio dello Stato sia considerata come condizione di punibilità e che, comunque, l'imputato, interrogato il 4 luglio 1986, aveva espressamente rinunciato ad avvalersi del principio di specialità dell'estradizione.

 

Nel merito, poi, la sentenza impugnata, nel recepire le conclusioni del primo giudice, riteneva, in linea di massima attendibili le rivelazioni di Pazienza sul ruolo da lui avuto per l'operazione "Prato Verde", per la predisposizione di un piano per l'espatrio di Calvi nella repubblica panamense, e per l'acquisizione di rilevanti profitti personali.

 

Quanto all'operazione "Realfin" (capo 24 della rubrica), la sentenza impugnata osservava che trattavasi di un vero e proprio deposito fiduciario: il Banco Ambrosiano aveva fatto un accredito di 5 milioni di dollari ad una finanziaria, la società "Conseil" e questa, attraverso l'Ambrosiano Group Banco Commercial aveva accreditato la somma sul conto della società "Realfin", di pertinenza di Francesco Pazienza: del resto, lo stesso imputato, lungi dal contestare tali modalità esecutive, espressamente riconoscerà che tutta l'operazione era stata preordinata da Calvi e che gran parte di quella somma era stata poi trasferita nella personale disponibilità dello stesso Calvi.

 

Quanto poi al finanziamento "Andros", di cui al capo 23 della rubrica, non dissimile era stata la difesa prospettata dall'imputato: aveva affermato che gran parte di quella somma era servita per ottenere dal Dipartimento per l'Immigrazione di Panama, nell'autunno del 1981, la certificazione attestante che Calvi, per cinque anni, e cioè dal 1978 in poi, aveva dimorato in quel Paese e per le ulteriori spese che aveva dovuto affrontare durante il suo soggiorno a Panama ed a Costarica.

 

Pertanto, in entrambe le ipotesi, venivano ritenuti sussistenti tutti gli elementi costitutivi del reato contestato.

 

Ad analoghe conclusioni la sentenza impugnata perveniva quanto alle altre imputazioni contestate a Mazzotta , in concorso con Pazienza (capi 23 e 24 della rubrica), posto che, secondo la ricostruzione dei giudici di merito, i conti "Realfin" e "Andros" erano nella materiale disponibilità dei due imputati, e, quanto all'accredito, presso una banca di Ginevra, attraverso il Banco Ambrosiano Holding, di altri 3 milioni di dollari (capo 25), lo stesso imputato aveva ammesso che si trattava di un compenso personale elargitogli da Calvi, per l'opera di consulenza da lui offerta al banchiere, in relazione alla cessione del pacchetto azionario della Rizzoli, operazione questa ritenuta dal giudici di merito dannosa per il Banco Ambrosiano, predisposta ed attuata nell'ambito di un disegno che privilegiava agli aspetti economici e finanziari quelli di carattere politico, riconducibili direttamente al programma perseguito dalla P2.

 

Altri beneficiari dei finanziamenti concessi al Banco Ambrosiano, attraverso le consociate estere, e mercè il personale intervento di Roberto Calvi, venivano ritenuti da entrambi i giudici di merito, e con conformi valutazioni, sia Umberto Ortolani che Licio Gelli: le loro posizioni sono state ritenute strettamente connesse, posto che entrambi sono stati ritenuti concorrenti nell'esecuzione dell'operazione distrattiva più rilevante accertata nel corso delle complesse indagini, e cioè quella dalla quale era scaturito un danno per il Banco Ambrosiano di oltre 182 miliardi di lire: trattasi dei reati contestati al capi 10 e 12 della rubrica, concernenti i due finanziamenti pervenuti alla società "Bellatrix", patrocinata dallo IOR e costituita a Panama nel 1979 su istruzioni e per conto del Banco Ambrosiano Overseas Limited.

 

La prima operazione, concernente l'accredito di 46 milioni e 537.683 dollari fu subito trasferito dalla società Bellatrix sul conto della società "Telada Corporation", presso la Rothschild Bank di Zurigo e poi, ripartito in quattro parti, fu distribuito sui conti "Recioto", "Betros", "Antonino 13" e "Crizia 3", tutti conti che erano nella disponibilità di Gelli ed Ortolani.

 

Il conto "Recioto", intestato ad un'omonima società costituita nel 1980 e posta in liquidazione nel 1982, era stato aperto da Ortolani e da Bruno Tassan Din, la cui posizione, separata dal presente procedimento, è stata definita nelle forme di cui all'art. 599 c.p.p.

 

Il conto "Crizia 3" era stato aperto dalla nuora di Ortolani, Mercedes Trujllo.

 

Il secondo finanziamento, avvenuto nell'aprile 1981, a distanza di due mesi dal primo, per il maggior importo di 95 milioni di dollari fu dalla società Bellatrix trasferito sul conto della società "Zirka", costituita a Monrovia nel 1981 ed il cui principale azionista era tale Marco Odermatt, dominus della Rothschild Bank e fiduciario di Umberto Ortolani.

 

La provvista per questo finanziamento, secondo la ricostruzione del primo giudice, recepita dall'impugnata sentenza, era stata fornita al Banco Ambrosiano Andino, dallo stesso Banco Ambrosiano, dal Credito Varesino e dalla Banca Cattolica del Veneto e quando il denaro passa dalla "Bellatrix" alla "Zirka" viene diviso in tre parti ed accreditato su tre conti, presso l'Unione Banche Svizzere di Ginevra (conti Crizia, Mazut 6 e n. 809001), tutti appartenenti ad Ortolani. Sette milioni di dollari il 4 maggio 1981 venivano trasferiti dal conto "Mazut 6" al conto personale di Licio Gelli presso la stessa banca; ed altrettanto accadde il 16 maggio 1981 per l'ulteriore somma di un milione e 500.000 dollari.

 

In relazione ai motivi che avevano indotto il Banco Ambrosiano ad effettuare quei due finanziamenti, entrambi i giudici di merito li individuavano nelle complesse vicende dell'azionariato "Rizzoli": peraltro non lo contestavano gli imputati e risultava da un telex trasmesso il 6 febbraio 1981 dell'Ambrosiano Services di Lussemburgo al Banco Ambrosiano Andino nel quale si affermava esplicitamente che quel primo accredito alla società Bellatrix riguardava l'acquisto di 189 mila azioni Rizzoli circolanti all'estero ed appartenenti alle sorelle di Angelo Rizzoli.

 

Si dava altresì rilievo ad una singolare coincidenza, e cioè al fatto che l'operazione Bellatrix si concluse contemporaneamente all'acquisto, in Italia, da parte della "Centrale" - la finanziaria del Banco Ambrosiano - del 40% del pacchetto azionario della Rizzoli. Infine, una prova decisiva veniva definita la documentazione rinvenuta nella villa di Licio Gelli, in seguito alla perquisizione eseguita dalla Guardia di Finanza il 17 marzo 1981 a Castiglion Fibocchi: Gelli, infatti, conservava alcuni progetti per la ricapitalizzazione della Rizzoli e ciascuno prevedeva un premio per coloro che vi avessero partecipato.

 

Il più rilevante tra questi progetti era quello risalente al 18 settembre 1980, denominato "Pattone" e sottoscritto da Tassan Din, Gelli ed Ortolani: in esso si prendeva atto della situazione dell'azionariato e si prevedeva di conservare ad Angelo Rizzoli il 40% delle azioni per almeno 10 anni, mentre l'altro 60% doveva subire una più articolata distribuzione, in modo da far sì che il 10,2% del pacchetto, in possesso di Tassan Din, fungesse da ago della bilancia nella gestione della Rizzoli e nel conseguente controllo del "Corriere della Sera".

 

Nel "Pattone" si dichiarava altresì che un premio per questa operazione andava riconosciuto "a noi", cioè ai sottoscrittori del documento, e doveva essere di 180 milioni di dollari, così ripartiti: "35 × 3 = 105 più 75 a C:": da tale annotazione i giudici di merito traevano la conclusione che a Calvi dovevano essere attribuiti 75 milioni di dollari e che gli altri artefici dell'operazione che avevano attuato la sostituzione sostanziale della proprietà della Rizzoli, finita praticamente nella disponibilità della P2, e cioè di Gelli, Ortolani e Tassan Din, si sarebbero ripartiti, in parti uguali, gli altri 105 milioni di dollari.

 

Osservava la Corte di Appello di Milano che nell'aprile 1981, quando già nel consiglio di amministrazione della Rizzoli era entrato a far parte l'avv. Giuseppe Prisco, in sostituzione di Tassan Din, Angelo Rizzoli aveva ceduto 1.200.000 azioni alla "Centrale", ma nello stesso giorno ne aveva acquistato il doppio attraverso una fiduciaria con un prestito ottenuto dallo lor.

 

Inoltre, numerosi finanziamenti erano stati fatti al gruppo Rizzoli direttamente dal Banco Ambrosiano, per acquisire il controllo dell'editoriale del "Corriere della Sera": già nel 1974 la società Rizzoli aveva versato 50 miliardi per acquistare i pacchetti azionari delle società che detenevano la proprietà del giornale, utilizzando a tal fine finanziamenti del Banco Ambrosiano.

 

E dal 1974 in poi ci fu un progressivo impegno finanziario della stessa banca, tanto che nel 1980 la linea di credito raggiunse gli ottanta miliardi, nonostante il parere negativo dell'Ufficio Fidi.

 

Analoghi e massicci impegni erano stati assunti dall'Ambrosiano Group Banco Commercial e dal Banco Ambrosiano Overseas Limited.

 

Del resto, interrogato Angelo Rizzoli il 6 agosto 1982, dichiarava che tutto ciò era stato reso possibile per l'intervento di Ortolani, il quale, una volta perfezionata ciascuna operazione di finanziamento, pretendeva ed otteneva rilevanti "tangenti"'e che tutte le decisioni sulla ristrutturazione della società erano state assunte da Ortolani e Calvi, e che Gelli era stato il "braccio destro" di Ortolani in tutta quella vicenda.

 

Sulla base delle dichiarazioni rese da Tassan Din e da Angelo Rizzoli i giudici di merito pervenivano alla conclusione che l'acquisto del "Correre della Sera" si era rivelato un'operazione "disastrosa" per la Rizzoli ed il prestito ottenuto dalla Montedison per tale acquisto era stato rilevato dal Banco Ambrosiano Holding, previa consegna di un terzo delle azioni del Corriere.

 

Infine, con l'aumento di capitale della Rizzoli, operazione pur essa finanziata dal Banco Ambrosiano, Calvi aveva preteso ed ottenuto che due componenti del consiglio di amministrazione da lui designati - l'avv. Giuseppe Prisco e Gianfranco Zampogna - avessero un diritto di veto su qualsiasi deliberazione, tant'è che per esaudire la sua richiesta si dovette modificare lo statuto della società.

 

Pertanto, secondo le concordi conclusioni alle quali sono pervenuti sia il Tribunale che la Corte di Appello di Milano, Calvi, Ortolani e Gelli avevano, di comune accordo, deciso di effettuare quel finanziamenti non già nell'interesse economico finanziario del Banco Ambrosiano, ma soltanto nella prospettiva di un piano strategico polifunzionale: da un lato si ottenevano "tangenti" sul denaro che affluiva alla Rizzoli, accollando a questa società l'onere di operazioni economicamente dannose, ma se ne traeva l'occasione per favorire affiliati alla P2: non era una coincidenza fortuita se Maurizio Costanzo, iscrittosi alla P2, dopo solo sette giorni assumeva - secondo la ricostruzione dei giudici di merito - la carica di direttore della "Domenica del Corriere" e se un'analoga carica assumeva il giornalista Di Bella, pure lui iscritto alla stessa loggia massonica, presso il "Corriere della Sera".

 

A sua volta, Ortolani aveva assunto la vice presidenza della "Rizzoli Internazionale" che aveva sede a Ginevra e Tassan Din diventava il vero protagonista della gestione dell'intero gruppo, una volta confinato Angelo Rizzoli nel ruolo marginale di rappresentante "formale" dell'azienda.

 

Sia Gelli che Ortolani, quindi, venivano ritenuti colpevoli di entrambe le ipotesi previste dagli artt. 216, comma 1, n. 1, e 223 comma 2, n. 2, della legge fallimentare (R.D. n. 267 del 1942), trattandosi di un'operazione dolosa che, attesi sia l'enorme rilevanza della somma impiegata, che il momento in cui ciò avveniva, non si esauriva in una mera condotta distrattiva, ma assurgeva alla rilevanza penale di un'attività illecita che aveva contribuito, in maniera determinante, alla causazione dell'insolvenza del Banco Ambrosiano.

 

Gelli veniva tratto in arresto il 13 settembre 1982, presso l'Unione Banche Svizzere di Ginevra, mentre tentava di liberare le ingenti somme che presso quella banca la polizia elvetica aveva sequestrato in seguito alla denuncia che nell'agosto dello stesso anno, dopo la dichiarazione di insolvenza del Banco Ambrosiano, il Banco Ambrosiano Overseas Limited aveva presentato in relazione alla dissipazione delle sue attività.

 

Presso l'Unione Banche Svizzere Gelli disponeva di un conto intestato a Luciano Gori ed aperto utilizzando un falso passaporto. Presso poi la "società Banche Svizzere" aveva altri due conti, sui quali vi erano fondi per oltre 55 milioni di dollari e presso l'Unione Banche Svizzere disponeva di una cassetta di sicurezza contenete 250 chilogrammi in lingotti d'oro, disponibilità queste che venivano tutte sequestrate.

 

Una volta tratto in arresto e perquisito, verrà trovato in possesso di appunti manoscritti, nel quali, anche in base alle sue esplicite ammissioni, veniva rappresentata la partecipazione azionaria nella società "Rizzoli" di tutti e quattro, e cioè di Calvi, Tassan Din, Ortolani e dello stesso Gelli.

 

Interrogato l'imputato dall'autorità elvetica sulla provenienza di quel denaro e dei lingotti d'oro, dirà che si trattava di disponibilità finanziarie che gestiva per conto di altre persone e delle quali si rifiutava di fornire indicazioni.

 

Quanto poi al versamento di sette milioni di dollari e del successivo accredito di un milione e mezzo di dollari effettuati da Ortolani nel maggio 1981 sul suoi conti personali, Gelli dichiarava trattarsi di compensi per l'opera di mediazione da lui svolta in alcune operazioni.

 

Il Tribunale di Lugano, ritenendo inattendibili tali giustificazioni, disponeva la confisca del denaro e di tutte le altre attività sequestrate: nel corso del procedimento si era accertato, sulla base della documentazione bancaria sequestrata in Svizzera, che numerosi accrediti erano pervenuti a Gelli dal Banco Ambrosiano Overseas Limited, per un importo complessivo di oltre 57 milioni di dollari; presso poi la "Bafisud" di Montevideo, la banca appartenente ad Ortolani disponeva di altri 14 milioni di dollari, trasferiti poi sul conto aperto dallo stesso Gelli presso l'Unione Banche Svizzere.

 

Inoltre, secondo la ricostruzione effettuata dalla Guardia di Finanza e condivisa dai giudici di merito, Gelli, dal 1979 al 1982 aveva fruito di accrediti riferibili al Banco Ambrosiano per oltre 77 milioni di dollari e di questi oltre 32 erano stati effettuati nel 1981.

 

Veniva altresì rilevata una coincidenza temporale tra gli accrediti fatti ad Ortolani e quelli diretti a Gelli, circostanza che non era passata inosservata ai funzionari dell'Unione Banche Svizzere, ed, infine si era accertato che presso la stessa banca anche Calvi disponeva di un suo conto personale che aveva lo stesso numero del conto di cui disponeva Gelli: quello di Gelli veniva individuato con il numero 593.607 e quello di Calvi con il numero 593.608, circostanza che indicava come entrambi quei conti fossero stati aperti contemporaneamente.

 

Il 17 settembre 1982 la Procura di Milano emetteva un ordine di cattura contro Gelli, confermato poi dal Tribunale del riesame.

 

Altro mandato di cattura, concernente la sola distrazione che era stata perpetrata, secondo l'accusa, attraverso l'operazione "Bellatrix" veniva emesso dal G.I. il 1° giugno 1983, ed anch'esso veniva confermato in sede di riesame.

 

I ricorsi per Cassazione proposti dall'imputato avverso le due ordinanze del Tribunale di Milano venivano respinti da questa Corte il 7 aprile 1983 ed il 14 aprile 1987.

 

Successivamente all'evasione di Gelli dal carcere di Champ Dallon, la Corte elvetica il 19 agosto 1983 respingeva l'opposizione che l'imputato aveva presentato avverso la richiesta di estradizione inoltrata dal governo italiano; quindi, dopo quattro anni di latitanza, l'imputato nel settembre 1987 si costituiva in Svizzera ed, estradato in Italia nel dicembre 1987, veniva giudicato colpevole di tutte e tre i reati a lui ascritti, e cioè sia della bancarotta per distrazione conseguente alle due operazioni nelle quali era stata utilizzata la società "Bellatrix" (capi 10 e 12), che dell'analoga imputazione (capo 16) conseguente al concorso con Calvi nella distrazione di oltre 82 milioni di dollari e di due milioni e mezzo di franchi svizzeri, somme che, come già si è precisato, erano state a lui accreditate presso l'Unione Banche Svizzere di Ginevra dal Banco Ambrosiano Overseas Limited e da Bafisud, a sua volta finanziata dalle consociate estere del Banco Ambrosiano.

 

Ortolani, a sua volta, veniva ritenuto colpevole anche della distrazione della somma complessiva di 103 milioni di dollari e di 15 milioni di franchi svizzeri (capo 17 della rubrica) somme che, attraverso complesse operazioni finanziarie, erano finite sui suoi conti personali.

 

I primi due accrediti ricevuti dall'imputato sui suoi conti svizzeri - 750 mila dollari il 7 agosto 1975 e 534 mila dollari il 10 ottobre 1975 - passarono entrambi attraverso la società "Fineco" e la giustificazione fornita fu quella secondo la quale trattavasi in entrambi i casi del compenso corrispostogli da Calvi per l'attività di intermediazione da lui svolta per indurre Sindona a cedere a Calvi quella società, sicché quegli accrediti dovevano ritenersi comprensivi anche del prezzo versato da Calvi a Sindona per tale operazione.

 

Tale giustificazione veniva disattesa dal giudici di merito, non solo perché non provato era che la società "Fineco" fosse appartenuta a Sindona, ma era addirittura emerso che dopo quegli accrediti Ortolani era diventato il presidente del consiglio di amministrazione della società, il cui pacchetto azionario era riferibile all'ANSA e poi acquistato, attraverso un finanziamento del Banco Ambrosiano, da un consigliere della stessa Ansa, Giuliano Salvatori.

 

Quindi, secondo la sentenza impugnata, si era comunque trattato di un'operazione estranea agli interessi del Banco Ambrosiano, perché si sarebbero acquisite, pur dando per scontato che fosse vero quanto affermato da Ortolani, partecipazioni in una società panamense che nulla aveva a che vedere con le prospettive finanziane della banca erogatrice di quelle somme, il cui importo era anche sproporzionato, considerato che quella società, pur dopo l'avvenuto aumento del suo capitale, nel 1980 fu ceduta per complessivi 725 mila dollari.

 

Un altro accredito di un milione e duecentomila dollari Ortolani otteneva il 3 marzo 1977 presso l'Unione Banche Svizzere, per poi trasferirne 500 mila sui conti di Licio Gelli.

 

Secondo l'imputato anche tale accredito concerneva il compenso riconosciutogli da Calvi per l'opera di mediazione da lui espletata in relazione alla cessione della società "Capitalfin" dalla Banca del Lavoro al gruppo Ambrosiano.

 

Ma dalle indagini espletate emergeva, secondo i giudici di merito, che quella somma accreditata sui conti di Ortolani faceva parte dei 6 milioni e 270 mila dollari utilizzati dall'Ambrosiano Group Promotion per l'acquisto delle azioni della "Capitalfin", ma soltanto 3 milioni e 900 mila dollari erano stati effettivamente impiegati per tale scopo, perché la somma residua, pari a 2 milioni e 340 mila dollari il giorno 11 febbraio 1977 era finita sul conti della società "Manic", e fu da questa tranche che furono prelevati un milione e 200 mila dollari accreditati ad Ortolani. Inoltre si accertava che nel novembre del 1977, utilizzando un finanziamento di 25 milioni di dollari da parte dell'Ambrosiano Group Promotion, la società panamense "Belrosa" acquistava le azioni della "Capitalfin" dal Banco Ambrosiano Overseas Limited e dallo stesso Ambrosiano Group Promotion; successivamente, ed esattamente il 30 giugno 1978, la stessa società Belrosa acquisterà, con un finanziamento della "Nordeurope", un credito che aveva la società "Capitalfin"; il 10 luglio successivo Nordeurope accorderà un altro finanziamento a Belrosa, utilizzando somme accreditate dall'Ambrosiano Group Banco Commercial e Belrosa trasferirà il finanziamento alla Capitalfin: quindi, BeIrosa, debitrice di Nordeurope, estinguerà il debito con un finanziamento dell'Ambrosiano Group Banco Commercial, e, comprando azioni della Capitalfin, ingoierà una passività consistente. Pertanto, secondo la sentenza impugnata, tutta l'operazione si era rivolta a danno del Banco Ambrosiano, perché tutte le passività confluirono nella società "Belrosa" che era gestita dal Banco Ambrosiano Overseas Limited.

 

Quindi la somma percepita da Ortolani rappresentava un danno aggiuntivo e, per essere uguale ad un terzo del prezzo di acquisto delle azioni della Capitalfin, era anche oggettivamente sproporzionata rispetto alla dedotta attività di mediazione.

 

Altri 15 milioni e 780 mila dollari erano stati accreditati il 2 marzo 1979 dall'Ambrosiano Group Banco Commercial al Banco Financiero, a Montevideo, appartenente ad Ortolani.

 

Spiegherà l'imputato in un suo memoriale che la somma era stata impiegata perché la società "Montreal" acquistasse un immobile a Buenos Aires che Calvi voleva adibire a sede per una filiale del Banco Ambrosiano: senonché si accertava che per tale acquisto erano stati impiegati meno di 7 milioni di dollari e la somma residua era stata poi trasferita presso l'Unione Banche Svizzere, sui conti personali dello stesso Ortolani, ed 1 milione e 600 mila dollari, sul conto di Licio Gelli.

 

Infine, nel settembre del 1978, una finanziaria della banca di Ortolani, a Montevideo, acquistava le azioni del Credito Varesino che erano possedute dal Banco Ambrosiano attraverso la Centrale, utilizzando però un finanziamento di 37 milioni di dollari dall'Ambrosiano Group Banco Commercial, e così La Centrale potè chiudere l'esercizio in attivo. Ma secondo le valutazioni espresse dai giudici di merito sulla base degli accertamenti espletati dalla Guardia di Finanza, quelle azioni erano state pagate 33 milioni di dollari, e cioè esattamente il doppio rispetto alla loro quotazione in borsa e l'onere per tale acquisto fu accollato al Banco Ambrosiano attraverso l'utilizzazione di cospicui prestiti, mai più restituiti da chi li aveva ricevuti.

 

L'imputato Ortolani è stato anche ritenuto colpevole della distrazione di 21 milioni di dollari in relazione al finanziamento ottenuto a favore della società "Sudan" (capo 19 della rubrica).

 

Questa società, secondo la ricostruzione dei giudici di merito, era stata costituita a Panama nel 1978, d'intesa tra Calvi ed Ortolani e nel 1980 ottenne un finanziamento dal Banco ambrosiano Overseas Limited per l'ammontare di 21 milioni di dollari; alla scadenza il prestito venne rinnovato e diviso in due parti: una, di 6 milioni di dollari, regolarmente poi restituita alla banca creditrice; l'altra, di 15 milioni di dollari, subì una ben diversa sorte.

 

Il credito che aveva verso la Sudan la banca finanziatrice fu da questa ceduto all'Ambrosiano Group Banco Commercial, utilizzato, di solito, come il ricettore dei crediti irrecuperabili. Tutta l'operazione di cessione fu finanziata dal Banco Ambrosiano, ma non venne registrata nei libri contabili.

 

Spiegherà Ortolani che tutta l'operazione era stata escogitata per due finalità: Calvi, preoccupato per l'esposizione debitoria della società Voxon, appartenente alla famiglia Ortolani, non potè fare a meno di finanziarla, e pertanto dei 21 milioni di dollari accreditati alla Sudan, 6 erano finiti alla Voxon e 15 furono restituiti allo stesso Calvi, interessato ad un investimento immobiliare nel Sud America.

 

Nelle conformi sentenze dei giudici di merito si perveniva alla conclusione che, pur prestando fede alle giustificazioni offerte dall'imputato, tutta l'operazione aveva i connotati tipici di un'attività distrattiva, in quanto il finanziamento concesso sarebbe stato utilizzato a favore di una società, la Voxon, già fortemente indebitata verso il Banco Ambrosiano, e per interessi che nulla avevano a che vedere con le necessità operative della banca finanziatrice, bensì per appagare esigenze personali di Calvi e dello stesso Ortolani.

 

Concludendo, quindi, risultava dalla documentazione acquisita in Svizzera dall'avv.to Fulvio Pelli, che tutelava, in quel Paese, gli interessi dei commissari liquidatori, che Ortolani, pur prescindendo dalle operazioni "Sudan" e "Bellatrix", aveva ricevuto, dal Banco Ambrosiano, direttamente o indirettamente, dal 1975 al 1981, oltre 1000 milioni di dollari e 15 milioni di franchi svizzeri e di questi, la maggior parte proprio nel 1981, quando cioè il dissesto del Banco Ambrosiano si era consolidato.

 

Rilevava altresì la sentenza pronunciata dalla Corte di Appello di Milano che allorquando Calvi era stato arrestato per infrazioni valutarie, era stato anche interrogato sul rapporti con Ortolani e Gelli ed aveva in quella sede affermato che era stato Ortolani a presentargli Gelli, a convincerlo perché finanziasse il gruppo Rizzoli e perché aprisse una linea di credito con la società "Sudari", operazione quest'ultima definita dallo stesso imputato come del tutto "anomala", perché compiuta senza la previsione di alcuna garanzia e senza neppure conoscere la definitiva destinazione da dare a quella così rilevante somma.

 

Nella stessa sentenza si dà atto che nel corso dell'istruttoria si era accertato che Ortolani era rimasto in Italia sino alla fine del marzo 1981: a Roma disponeva di un ufficio legale, di una segretaria e di un autista; nel 1978, a sua richiesta, gli era stato rilasciato il passaporto, rinnovato poi il 23 marzo 1981, subito dopo la perquisizione subita da Licio Gelli, a Castiglione Fibocchi. Era poi partito da Roma alla volta di Montevideo e d'allora non aveva più fatto ritorno in Italia, sino al 20 giugno 1989, giorno in cui si costituiva.

 

Il 21 ottobre 1985, a conclusione di una rogatoria internazionale, era stato interrogato in Brasile, ma si era avvalso della facoltà di non rispondere, consegnando agli inquirenti una memoria. che riguardava l'operazione Rizzoli.

 

L'11 gennaio 1989, invece, faceva pervenire un'ampia memoria illustrativa di tutte le operazioni alle quali, secondo la prospettazione accusatoria, egli aveva partecipato.

 

Sulla base di tali risultanze, sinteticamente esposte in questa sede nella prospettiva funzionale all'esame dei numerosi motivi di ricorso proposti alla valutazione del Collegio, entrambi i giudici di merito ritenevano di poter affermare la responsabilità non solo dei beneficiari dei finanziamenti erogati dal Banco Ambrosiano e dalle varie consociate estere, bensì anche di coloro che avevano fatto parte del consiglio di amministrazione, del collegio sindacale e dell'ufficio esteri del Banco Ambrosiano: si tratta dei ricorrenti Bagnasco Orazio, Prisco Giuseppe, Valeri Manera Mario, Von Castelberg Carlo, Di Mase Giacomo, Davoli Mario, Bianchi Adriano e Mennini Alessandro.

 

Ai componenti del consiglio di amministrazione, e quindi ai ricorrenti Bagnasco, Prisco, Valeri Manera, Von Castelberg e Di Mase, sia il Tribunale che la Corte di Appello di Milano hanno attribuito, a titolo di dolo eventuale, una responsabilità diretta nelle distrazioni conseguenti a tutte e tre le forme di deposito contestate dall'accusa, e cioè i depositi diretti a favore di società estere, possedute attraverso le consociate estere (capo 1-A), quelli fiduciari, effettuati attraverso altre banche estere (capo 1-B) ed i fidi concessi in Italia a vani beneficiari (capo 1-C).

 

Gli stessi imputati erano stati ritenuti colpevoli anche del reato previsto dall'art. 216 comma 1, n. 2, della legge fallimentare, per aver esposto nelle relazioni, nei bilanci e nel rendiconto presentato ai commissari liquidatori il 20 luglio 1982 fatti non rispondenti al vero in ordine alle effettive condizioni dell'azienda (capo 1-D).

 

In entrambe le sentenze dei giudici di merito si è affermato il principio che costituisce distrazione la destinazione dei beni di un'impresa a finalità diverse rispetto a quelle compatibili con l'oggetto sociale allorquando vi è l'accettazione preventiva, esplicita o implicita, del risultato negativo di una determinata operazione.

 

E pur riconoscendo l'autonomia giuridica delle consociate estere del Banco Ambrosiano, in entrambe le decisioni dei giudici di merito si è sostenuto che lo storno dei fondi dal patrimonio delle stesse consociate estere aveva inciso direttamente e negativamente sulla consistenza patrimoniale del Banco Ambrosiano, sicché, una volta distratti, il credito verso le consociate estere era irrecuperabile, e poi perché il dissesto delle stesse consociate comportava, come conseguenza diretta, la diminuzione del valore delle partecipazioni azionarie che il Banco Ambrosiano disponeva.

 

Quanto poi all'elemento psicologico del reato, i giudici di merito affermavano che ai fini della configurabilità del reato di bancarotta per distrazione è sufficiente il dolo generico, insito nella consapevole volontà del fatto distrattivo, implicante l'accettazione delle conseguenze della condotta: quindi, si riteneva dimostrata, per ciascuno degli imputati, la sussistenza del dolo eventuale, perché essi, accettando passivamente e sistematicamente tutte le iniziative assunte da Roberto Calvi, avevano offerto un determinante contributo al dissesto del Banco Ambrosiano, approvando operazioni senza un'adeguata istruttoria, senza assicurarsi della congruità delle garanzie, né della solubilità dei debitori, ma soprattutto avevano avallato operazioni non compatibili con gli interessi della banca, accettando il rischio della perdita patrimoniale come conseguenza della loro condotta che si era realizzata in aperta violazione dei loro doveri d'ufficio.

 

Analoga conclusione è stata assunta nel confronti di Davoli Mario, componente del collegio sindacale, osservandosi che il controllo dei sindaci, così come delineato nell'art. 2403 c.c., non è esauribile in una mera verifica formale, ma investe il riscontro effettivo tra la realtà e la sua apparente rappresentazione, senza sconfinare nelle libere scelte imprenditoriali.

 

In entrambe le sentenze si è altresì osservato che per dimostrare il dolo eventuale degli amministratori in relazione alle contestate distrazioni sussistevano numerosi elementi sintomatici della percepita consapevolezza della loro illiceità, elementi definiti "segnali di allarme", i quali andavano valutati nella loro convergente rilevanza probatoria, pur se incidenti, in varia misura, in relazione alle diverse posizioni dei singoli imputati.

 

Tra tali "segnali d'allarme" un posto di primaria importanza è stato attribuito all'ispezione della Banca d'Italia, conclusasi con il rapporto del dr. Padalino, ed ai successivi e reiterati inviti a fare chiarezza sulle esposizioni debitorie delle consociate estere e sulle loro cause.

 

Si erano poi susseguiti, ed in rapida successione:

 

1) l'arresto di Calvi per le gravi infrazioni valutarie connesse alla gestione della finanziaria del Banco Ambrosiano, e cioè della società "La Centrale";

 

2) la pubblicazione, sulla stampa, degli elenchi degli affiliati alla P2, dai quali si desumeva non solo che molti destinatari di finanziamenti erano a quella loggia iscritti, ma che personaggi autorevoli di quella organizzazione frequentavano Calvi con particolare assiduità proprio nell'ultimo periodo, e cioè tra la fine del 1981 ed il 1982;

 

3) le dimissioni di Carlo De Benedetti, motivate attraverso l'esplicito riferimento alla materiale impossibilità di svolgere le sue funzioni;

 

4) le dimissioni di Leoni, Botta e Costa dal consigli di amministrazione delle consociate;

 

5) numerosi e reiterati rilievi critici erano apparsi sulla stampa, sia prima che dopo le dimissioni di De Benedetti, che ponevano in discussione i criteri di gestione dell'azienda, già negativamente caratterizzata dall'elevata incidenza dell'intermediazione secondaria.

 

Inoltre la Corte di Appello di Milano, disattendendo alcuni rilievi critici prospettati nei motivi di appello, dalla difesa degli imputati, escludeva che potesse avere efficacia esimente la delega che, di fatto, era stata concessa a Calvi nella gestione della banca, posto che sui componenti del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale incombeva, comunque, l'obbligo di vigilare su quella gestione, e tale obbligo non era certo delegabile.

 

Quanto poi alla bancarotta documentale (Capo 1-D), la sentenza della Corte di Appello, richiamandosi ad una giurisprudenza di questa Suprema Corte, osservava che le regole desumibili dagli artt. 2423 c.c. e segg., regole che sono alla base della disciplina del bilancio di una società per azioni, si riflettono essenzialmente sul "principio di verità" ed il limite alla discrezionalità tecnica nell'esposizione delle varie poste risiede nella fedeltà dell'informazione, con la conseguenza che l'ipotesi contestata agli imputati era pienamente configurabile, una volta accertatosi che il pareggio del conto profitti e perdite era avvenuto attraverso l'utilizzazione di un espediente che alterava la realtà, e cioè attraverso un'eccessiva rivalutazione del patrimonio; inoltre, la stessa appostazione riguardante le partecipazioni azionarie era stata fatta tenendo conto solo del costo storico delle azioni e non della loro mutata quotazione sul mercato.

 

Quanto poi alla ricerca e valutazione dell'elemento psicologico di tale reato, la stessa sentenza evidenziava che il dolo degli imputati si identificava nella volontà di determinare un erroneo convincimento presso gli azionisti e presso i terzi sull'effettiva situazione in cui versava il Banco Ambrosiano, volontà che non era stata disgiunta, almeno per i beneficiari di alcuni finanziamenti senza possibilità di restituzione, dal proposito di acquisire rilevanti profitti.

 

Irrilevanti, anche sotto il profilo della valutazione dell'elemento psicologico del reato, veniva giudicato il fatto che qualche componente del consiglio di amministrazione avesse fatto esaminare le bozze dei bilanci, prima della loro approvazione, ad alcune società di revisione, posto che gli "indici di allarme" che gli imputati avevano percepito dovevano imporre ben più specifici accertamenti, che non si esaurissero nella verifica formale delle apparenze contabili.

 

Quanto al bilancio del 1981, entrambe le sentenze dei giudici di merito davano atto che si erano registrate previsioni di perdite solo con riferimento alle posizioni di sofferenza, che ammontavano a 66 miliardi di lire, ma non si erano considerati i crediti per gli interessi di mora.

 

Quanto ai "crediti incagliati", cioè di difficile esigibilità, pari a 216 miliardi, si era previsto un fondo rischi per soli 81 miliardi, senza neppure considerare che quel crediti, più che di difficile esigibilità, erano ormai irrecuperabili. Inoltre il valore della partecipazione nella holding era stato determinato solo sulla base del bilancio, senza tener conto dei crediti immobilizzati dal Banco Ambrosiano Holding nei confronti delle altre consociate estere, e non si era registrata la passività potenziale di 54 miliardi, conseguente alla notificazione della citazione da parte della Procura Generale della Corte dei Conti che aveva chiesto il risarcimento dei danni, quantificandolo in tale cifra, in seguito alle infrazioni valutarie commesse da Calvi nella gestione della società "La Centrale".

 

Falsi venivano ritenuti anche i bilanci precedenti all'esercizio 1981, a partire da quello del 1978, perché i crediti verso le banche estere che si erano prestate a fare da intermediarie nello smistamento dei fondi erano dei veri e propri immobilizzi, ed il fondo rischi era sempre rimasto immutato: non si era tenuto conto della progressiva svalutazione delle partecipazioni, ma queste erano state rivalutate sulla base della modifica del cambio.

 

In appello veniva altresì confermata per gli stessi imputati, tranne che nei riguardi di Orazio Bagnasco, assolto da tale accusa per non aver commesso il fatto, la condanna per le false indicazioni contenute nel "rendiconto" che, ai sensi dell'art. 60 della legge bancaria, era stato presentato ai commissari liquidatori: in quel documento contabile, che aveva la peculiare funzione di rappresentare la reale situazione economica della società in quel momento, non si era fatto riferimento all'esposizione debitoria verso le consociate estere e tutti i crediti erano stati indicati al valore nominale, senza avere riguardo al fatto che molti erano inesigibili.

 

Si era poi fatta apparire una differenza attiva di 28 miliardi, senza conteggiare le minusvalenze, gli accantonamenti.

 

Sugli ammortamenti e sul debito complessivo delle consociate, che superava i 512 miliardi, non si era fatta alcuna valutazione, anzi si erano calcolati gli interessi, dando con ciò per scontato che tutti i crediti erano recuperabili.

 

Per quanto, invece, riguarda l'altra, autonoma ipotesi di bancarotta contestata agli stessi imputati al capo 1-E e, per il solo Davoli, al capo 2-E, sotto il profilo della violazione dell'art. 223 dlla legge fallimentare in relazione ai reiterati finanziamenti fatti dal Banco Ambrosiano alla società "Suprafin", costituita nel 1971 per il controllo costante delle azioni del Banco Ambrosiano, la Corte di Appello di Milano, in parziale riforma della sentenza del primo giudice, confermava la condanna solo nei confronti dell'imputato Mario Valeri Manera, perché soltanto costui, per aver ricoperto ininterrottamente la carica di componente del consiglio di amministrazione dal 1973 al 17 giugno 1982, aveva partecipato alle riunioni nelle quali si era deliberata la costituzione e l'ampliamento della linea di credito che era stata aperta nel confronti di tale società, e che aveva comportato l'assunzione di un impegno finanziario per oltre 65 miliardi, per la negoziazione di azioni proprie.

 

Viceversa, era confermata la condanna per i due funzionari dell'ufficio esteri del Banco Ambrosiano, Bianchi Adriano e Mennini Alessandro, ritenuti entrambi responsabili di due distinte ipotesi di bancarotta fraudolenta per distrazione (capi 3-A e 3-B) in relazione alla concessione di fidi e depositi a favore delle consociate estere del Banco Ambrosiano e delle società da queste possedute o controllate, nonché a favore delle banche estere che avevano offerto la loro collaborazione per i numerosi depositi fiduciari.

 

Entrambi gli imputati facevano parte del "comitato di credito" presso il Banco Ambrosiano ed avevano lo specifico compito di predisporre le "schede informative" in relazione a ciascuna operazione che avesse comportato la concessione di finanziamenti, e pur essendo gerarchicamente sottoposti a Leoni, Botta e Costa, non avevano mansioni meramente esecutive, ma anch'essi godevano della piena fiducia di Calvi.

 

Entrambi, inoltre, avevano fatto parte del consiglio di amministrazione dell'Artok Bank di Nassau; ed un analogo incarico aveva rivestito Mennini presso l'Inter Alpha, una holding lussemburghese della quale faceva parte anche il Banco Ambrosiano Overseas Limited, incarichi che, da un lato, esaltavano la competenza tecnica di chi li ricopriva e, dall'altro, deponevano, secondo le concordi valutazioni formulate dal Tribunale e dalla Corte di Appello di Milano, per la loro responsabile adesione alla strategia di Calvi, posto che l'osservatorio privilegiato di cui disponevano non consentiva di ignorare né l'esistenza dei depositi fiduciari, né i finanziamenti senza possibilità di ritorno alle consociate estere ed alle società che a quelle consociate erano collegate.

 

Del tutto autonoma, rispetto alla posizione degli altri componenti del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, è quella di Carlo De Benedetti, al quale è stato contestato il reato previsto dagli artt. 216, primo comma, n. 1, e 219, primo comma, della Legge Fallimentare (capo 33 della rubrica), perché quale Vice presidente del Banco Ambrosiano, in concorso con Roberto Calvi, poneva in essere un accordo per definire la sua uscita dal Banco Ambrosiano, mediante il quale le azioni acquistate da due sue società., la "Clr" e la "Finco", venivano cedute al prezzo fissato nel momento in cui l'imputato era entrato a far parte del Banco Ambrosiano, oltre agli interessi ed alle spese, e, contemporaneamente, le società "CIR" e "Temsa" venivano liberate dall'obbligo dell'acquisto delle emittende azioni Briaschi, del valore di 32 miliardi di lire, attraverso l'assunzione di un uguale impegno da parte della società finanziaria del Banco Ambrosiano, "La Centrale", che versava all'imputato, utilizzando finanziamenti del Banco Ambrosiano, 27 miliardi di lire.

 

Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano il 24 settembre 1982 notificava a De Benedetti una comunicazione giudiziaria nella quale faceva riferimento alle indagini che si stavano svolgendo dopo la dichiarazione d'insolvenza del Banco Ambrosiano, indagini che avrebbero potuto condurre alla configurazione, nei suoi confronti, quale componente del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, dei reati previsti dagli artt. 216, primo comma, n. 1 e n. 2, 223, primo e secondo comma, e art. 219 della legge fallimentare e art. 2621 c.c.

 

L'imputato, presentatosi al pubblico ministero, il 6 giugno 1983 veniva interrogato: in quella sede, dopo aver escluso di aver potuto in qualche modo partecipare all'amministrazione del Banco Ambrosiano, spiegava al pubblico ministero che vani erano stati tutti i tentativi da lui fatti per una riorganizzazione dell'azienda e, quindi, manifestati il suo dissenso e la sua protesta, era stato invitato da Calvi, attraverso l'avv.to Luigi Chiaraviglio, ad abbandonare senza indugio il Banco Ambrosiano; aveva quindi dovuto subire tale perentorio invito e poiché per entrare nel Banco Ambrosiano aveva acquistato un milione di azioni, allorquando si era dimesso aveva ottenuto il rimborso di quanto aveva speso, somma alla quale erano stati aggiunti gli interessi e le spese.

 

L'istruttoria veniva formalizzata e dopo l'acquisizione di alcune testimonianze, nonché di altri interrogatori dell'imputato da parte del giudice istruttore e di alcune memorie della difesa che si soffermavano sull'analisi delle modalità con le quali, contestualmente alle dimissioni, si erano regolati i rapporti patrimoniali tra le parti, gli atti venivano dal giudice istruttore restituiti al pubblico ministero perché "formulasse le sue richieste in ordine alle contestazioni".

 

Ed il pubblico ministero il 31 marzo 1987 chiedeva che venisse contestato a De Benedetti, con mandato di comparizione, il reato previsto dall'art. 629 c.p., perché nel contesto di una sua decisa contrapposizione a Roberto Calvi, circa i criteri di gestione della banca, aveva imposto, come condizione essenziale per dimettersi dall'azienda, ed aveva ottenuto, il rilevamento delle azioni acquistate con il prezzo versato all'atto dell'acquisto, maggiorato degli interessi e delle spese, nonché l'esonero dall'onere di acquistare le emittende azioni Brioschi, procurandosi in tal modo un ingiusto profitto ed avvalendosi dell'intimidazione da lui esercitata su Calvi attraverso la prospettava che un'ulteriore sua permanenza nel Consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, per i contrasti che si erano già manifestati, con particolare riferimento alla situazione estera, avrebbero comportato la scoperta dell'occulto meccanismo e del Dissesto del Banco, fatti che Calvi aveva interesse a nascondere.

 

Nella stessa richiesta del 31 marzo 1987 il pubblico ministero, nel chiedere la contestazione di tale reato, aveva altresì chiesto l'audizione di tutti coloro che avevano partecipato alle trattative conseguenti alla richiesta di dimissioni, "al fine di accertare se De Benedetti fosse stato consapevole della provenienza dal Banco Ambrosiano del denaro versatogli per l'acquisto delle azioni del Banco Ambrosiano e per il pagamento delle azioni Brioschi" giacché, in caso affermativo, "si sarebbero profilati ulteriori aspetti suscettibili di apprezzamento penale".

 

Il giudice istruttore, riottenuta la disponibilità degli atti, il 4 maggio 1987 inviava una nuova comunicazione giudiziaria a De Benedetti, informandolo che si procedeva nel suoi confronti anche per il delitto di estorsione.

 

L'imputato, presentatosi al giudice istruttore il 1° giugno 1987, escludeva di avere usato intimidazioni o pressioni di alcun genere per ottenere quello che gli era stato riconosciuto e ribadiva che tutta l'operazione si era conclusa in pochi giorni, per volontà di Calvi, e con il conseguimento di quanto da lui speso per entrare a far parte del Banco Ambrosiano.

 

Restituiti gli atti al pubblico ministero per le sue determinazioni, questi in data 8 novembre 1987 insisteva per l'emissione del mandato di comparizione per il delitto di estorsione, e, preso atto che il supplemento di istruttoria era stato espletato, così come richiesto, osservava che "l'ulteriore sviluppo istruttorio aveva evidenziato che non esistevano ragioni atte ad inficiare le argomentazioni poste a fondamento dell'originaria richiesta del 31 marzo 1987", concernenti la contestazione del reato di estorsione.

 

La fase istruttoria si concludeva dinanzi al giudice istruttore il 7 aprile 1989 con un provvedimento complesso: l'imputato veniva prosciolto dal delitto di estorsione, perché il fatto non sussiste e, con la stessa sentenza, si dichiarava I'improbabilità dell'azione penale in relazione al reato di bancarotta.

 

Avverso tale sentenza proponeva appello il pubblico ministero, ma soltanto in relazione al proscioglimento del delitto di estorsione.

 

Nelle more del procedimento entrava in vigore il nuovo codice di procedura penale, ed, al sensi dell'art. 25 delle Norme Transitorie, una volta trasferite le funzioni della Sezione Istruttoria alla Corte di Appello, il procedimento veniva assegnato ad una sezione a tale scopo predisposta e questa il 21 febbraio 1990 conferiva al suo presidente il compito di emettere a carico di De Benedetti un mandato di comparizione per il reato di cui agli artt. 110 e 203, primo comma, c.p., e all'art. 216, primo comma, n. 1, della legge fallimentare, nel termini indicati al capo 33 della rubrica, mandato che veniva emesso il 5 marzo 1990.

 

La difesa dell'imputato proponeva immediato ricorso per cassazione, ritenendolo un provvedimento "abnorme", ma il ricorso, deciso da questa Sezione il 26 agosto 1990, veniva respinto, escludendosi che quel mandato potesse essere ricompreso nella categoria degli "atti abnormi".

 

Quindi l'istruttoria formale, su difforme parere del pubblico ministero, si concludeva con il rinvio a giudizio dell'imputato per il reato di bancarotta e con la conferma del proscioglimento per il reato di estorsione.

 

Ed il procedimento che era stato superato da quello principale, per la sua particolare complessità, alla quale non erano state estranee le vicende istruttorie, il 30 aprile 1991 veniva riunito presso il Tribunale di Milano, nel corso della istruttoria dibattimentale e si concludeva con la condanna dell'imputato ad anni sei e mesi quattro di reclusione; in appello la condanna era confermata, ma all'imputato venivano concesse le attenuanti generiche, giudicate equivalenti all'aggravante di cui all'art. 219, primo comma, della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267) e la pena era ridotta ad anni quattro e mesi sei di reclusione.

 

Quanto al rilievi prospettati dalla difesa in relazione all'ordinanza del Tribunale del 30 aprile 1991 e con la quale era stata disposta la riunione dei procedimenti, la Corte di Appello di Milano osservava ch'essi erano infondati, in quanto la riunione si era resa necessaria ed era stata disposta con tempestività, perché numerosi imputati del procedimento principale si erano riferiti proprio a De Benedetti nel contestare le accuse nelle quali erano coinvolti.

 

Rilevava altresì la Corte che anche in relazione alla posizione di De Benedetti andava applicata la disciplina del codice di procedura penale del 1930, non essendo il mandato di comparizione compreso tra gli atti idonei a giustificare l'immediata applicazione delle nuove disposizioni.

 

Quanto, invece, alle censure dedotte dalla difesa in ordine all'esercizio dell'azione penale, osservava la Corte di Appello di Milano, riproponendo sostanzialmente le stesse argomentazioni del primo giudice, che non solo l'appello istruttorio è sottratto ai limiti conseguenti al rispetto del principio devolutivo dell'appello, e del divieto della "reformatio in peius", ma che si era anche in presenza di un'ipotesi in cui il "fatto" contestato era rimasto immutato nel suo nucleo essenziale, e cioè la sottrazione di attività in danno del Banco Ambrosiano, e che, comunque, vi era un rapporto di vera e propria identità tra il delitto di estorsione e quello di bancarotta fraudolenta per distrazione, in quanto le "varianti" erano rappresentate solo da modalità marginali ed esecutive della condotta, non certo idonee a precludere la possibilità di attribuire al fatto contestato, nella sua completezza, quella diversa qualificazione giuridica.

 

Nel merito, infondate venivano giudicate le osservazioni critiche formulate dalla difesa in ordine alla motivazione della sentenza del Tribunale.

 

Osservava in particolare la Corte di Appello di Milano che De Benedetti, nominato su proposta di Calvi, il 18 novembre 1981, membro del consiglio di amministrazione e vice presidente del Banco Ambrosiano, si era poi dimesso il 22 gennaio 1982; ma già in data 12 gennaio 1982, nel corso di una riunione presso il "Comitato di Finanza" della banca, organo del quale egli faceva parte, aveva preteso che fosse dato atto, a verbale, che nonostante le sue insistenti e numerose richieste, non era stato informato del reparto estero, né delle cause che potevano giustificare il disastro.

 

E subito dopo quella riunione, quella stessa sera, Calvi aveva dato un ampio mandato all'avvocato Chiaraviglio perché inducesse De Benedetti a lasciare il Banco Ambrosiano, prospettandogli che nel caso avesse rifiutato, egli sarebbe riuscito nella ormai prossima riunione del consiglio di amministrazione a fargli revocare ogni incarico.

 

Le trattative per convincere De Benedetti si conclusero in cinque giorni, in quanto il 17 dicembre 1981 egli sottoscrisse, alla presenza dell'avvocato Chiaraviglio la lettera di dimissioni.

 

Ma siccome per entrare a far parte del Banco Ambrosiano De Benedetti aveva dovuto acquistare un milione di azioni della stessa banca, intestandole a due società del suo gruppo, la "CIR" e la "Finco" per l'importo di 51.992.250.000 lire, non disponendo di tale ingente somma in contanti, aveva provveduto, secondo la ricostruzione dei giudici di merito, in questo modo: 24 miliardi li aveva versati cedendo obbligazioni convertibili, e 27 miliardi, in contanti, attraverso lo sconto concessogli dal Credito Commerciale di alcune cambiali - tratte, accettate dalla società "Sogea" del gruppo Giorgio Cabassi, cambiali che erano finite in possesso dell'imputato allorquando due sue società, la "CIR" e la "Temsa" avevano ceduto alla "Sogea" la totalità delle azioni di altre due società, la "Sella" e la "Fusac" che più non interessavano alla strategia imprenditoriale perseguita da De Benedetti.

 

La vendita di tali azioni era stata fissata in 20 miliardi, ma a questa somma andavano aggiunti altri 12 miliardi per i crediti che la CIR vantava nei confronti della Sella e della Fusac.

 

A sua volta la società Sogea, acquirente di quelle azioni, non disponendo dell'intera somma di 32 miliardi, rilasciava quelle tratte, scadenti il 30 novembre 1982, con l'impegno da parte di De Benedetti che si sarebbero dovute convertire nell'acquisto di azioni della società Brioschi, di prossima emissione, impegno che De Benedetti aveva trasferito alla finanziaria del Banco Ambrosiano, e cioè alla Centrale, allorquando aveva deciso di far parte di quell'istituto bancario.

 

Quando poi, due mesi dopo, a De Benedetti viene comunicato che doveva abbandonare il Banco Ambrosiano, l'avvocato Chiaraviglio lo rese partecipe del fatto che Calvi era disponibile ad acquistare le azioni del Banco Ambrosiano di cui De Benedetti era in possesso, pagandogli immediatamente 51.315.219.826 lire, e cioè la somma versata per quell'acquisto, maggiorata degli interessi e delle spese, e quanto all'impegno per le emittende azioni Brioschi, esso sarebbe rimasto a carico della Centrale.

 

Senonché De Benedetti, non riponendo più alcuna fiducia in Calvi e nelle società che, come la Centrale erano da lui dirette, chiese ed ottenne che quest'ultima società si sostituisse alla CIR dando immediata esecuzione all'impegno assunto con la Sogea: quindi la Centrale versava 27 miliardi, ottenendo in compenso le tratte Sogea che scadevano nel novembre 1982, e quanto all'acquisto delle azioni del Banco Ambrosiano, provvedeva un'altra società fiduciaria, la Cofircont, la quale poi nello stesso giorno e cioè il 22 gennaio 1982 le cedeva allo stesso prezzo ad una società di Pesenti Carlo, l'"Italmobiliare": dalle indagini espletate era emerso che il 22 gennaio 1982 il Banco Ambrosiano aveva fatto un bonifico al Credito Commerciale di 81.479.898.000, ed a favore della società Cofircont, la quale, a sua volta, faceva accreditare 54.479.890.000 sul conti delle società CIR e Finco ed altri 27 miliardi sul conti della sola CIR, in relazione al ritiro delle tratte Sogea e la Centrale si impegnava all'acquisto delle azioni Brioschi al prezzo originariamente pattuito, e cioè per 32 miliardi.

 

Secondo le concordi conclusioni dei giudici di merito, tutta l'operazione aveva avuto una connotazione "ripristinatoria" della situazione preesistente all'ingresso di De Benedetti nel Banco Ambrosiano, ma ciò nonostante essa si era risolta a danno di quest'ultimo: le azioni non erano state cedute al prezzo di mercato, bensì a quello versato all'atto di acquisto e con una maggiorazione di circa due miliardi e mezzo, sia pure a titolo di interessi e di rimborso spese e soprattutto De Benedetti aveva ottenuto, immediatamente, ed in contanti, la somma di 27 miliardi a fronte di tratte che, sia pure per il maggior importo di 32 miliardi, sarebbero scadute soltanto il 30 novembre 1982, e tutto ciò non era certo nell'interesse del Banco Ambrosiano, ma unicamente perché l'imputato abbandonasse la gestione di quell'azienda, ed in aperta violazione dell'art. 38 della legge bancaria all'epoca vigente, posto che ogni accordo era stato raggiunto quando ancora l'imputato faceva parte del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano.

 

Riproponendo le argomentazioni del primo giudice, osservava altresì la Corte di Appello di Milano che allorquando De Benedetti era entrato a far parte del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, non solo Calvi era già stato arrestato perché accusato di gravi infrazioni valutarie, ma era stato già pubblicato l'elenco degli affiliati alla P2. Ed il nome di Calvi, accomunato a quelli di Sindona, Rizzoli, Tassan Din, Gelli e Pazienza, tutti iscritti alla stessa loggia massonica, era apparso su quotidiani di notevole diffusione.

 

La Corte di Appello di Milano dava atto che De Benedetti era entrato a far parte del Banco Ambrosiano perseguendo l'ambita prospettiva di assumere la presidenza, come peraltro gli era stato lasciato intravedere dallo stesso Calvi, né poneva in dubbio il fatto che De Benedetti fosse animato dal proposito di riorganizzare quell'azienda secondo innovati criteri di efficienza e di trasparenza, come era stato preannunciato dall'imputato nel corso di un'intervista rilasciata il 19 novembre 1981 al quotidiano La Repubblica.

 

La stessa Corte ricordava altresì che vani erano risultati tutti i tentativi fatti da De Benedetti per realizzare il suo ambizioso programma, ma soprattutto deludenti erano state le pur legittime aspettative di acquisire immediate ed esaurienti informazioni sull'esposizione debitoria e sulle cause che l'avevano determinata.

 

Ricordavano altresì entrambi i giudici di merito che il 27 novembre 1981 De Benedetti aveva ricevuto una lettera anonima dalla Svizzera contenente generiche minacce; il 4 dicembre 1981 lo stesso Calvi, che già lo aveva emarginato, gli aveva raccomandato "particolare attenzione", asserendo che a Roma stavano preparando su di lui un dossier che sarebbe apparso sulla stampa in relazione alla P2; l'8 dicembre successivo, apparsa la notizia di un nuovo mandato di comparizione per Calvi, De Benedetti, preoccupatosi, decide di scrivergli una lettera, chiedendo espressamente di essere messo al corrente della situazione italiana ed estera del gruppo ed invoca una risposta scritta su tutti i quesiti proposti; ma Calvi non solo non risponde, ma il 21 dicembre, alla presenza di Rosone e Micheli, lo invita a non insistere con quelle richieste, perché mai avrebbe da lui ricevuto risposta alcuna, ed anzi gli propone di apporre la sua sigla ai margini di ogni quesito indicato sull'originale della lettera pervenuta il 13 dicembre, sì da far apparire, contrariamente al vero, che tutte le domande poste avevano ottenuto adeguate risposte; ma De Benedetti aveva rifiutato energicamente tale proposta ed aveva inviato a Calvi un'altra lettera con la quale, dopo aver dato atto che nessuna risposta ai vari quesiti aveva ottenuto, chiedeva che gli venissero posti a disposizione il rapporto ispettivo della Banca d'Italia, sottoscritto dal dr. Padalino e le controdeduzioni presentate dal Banco Ambrosiano; il 19 dicembre solleciterà invano la risposta, sinché, il 12 gennaio 1992, riunitasi per la terza volta, la Commissione Finanza, nella quale De Benedetti rivestiva la carica di vice presidente, lo stesso imputato ebbe modo di dare pubblicamente atto che, sostanzialmente, non era stato posto in grado di esercitare le sue funzioni: egli non si limitò, in quella sede, a manifestare genericamente il suo dissenso sul funzionamento della stessa commissione, ma precisò che gli argomenti venivano posti all'ordine del giorno senza alcuna preventiva informazione, sicché non era possibile dare un motivato giudizio, per la "totale disinformazione" delle materie sottoposte all'esame.

 

Osservava infine la Corte di Appello di Milano che, nonostante i pressanti e reiterati tentativi fatti dall'avvocato Chiaraviglio, portavoce di Calvi nelle trattative per indurre De Benedetti a lasciare il Banco Ambrosiano, e pur dopo l'intervento dell'avvocato Prisco, sempre dimostratosi solidale con Calvi, De Benedetti non aveva voluto modificare la motivazione della lettera di dimissioni da lui sottoscritta, motivazione che riproduceva una sua conclusiva constatazione, e cioè l'essere posto nella condizione di non poter esercitare le sue funzioni.

 

Ciononostante la Corte rilevava che sussistevano motivi sufficienti per confermare la decisione del primo giudice, in quanto dalle su esposte circostanze emergeva che l'imputato era a conoscenza delle difficoltà economiche del Banco Ambrosiano: egli, non sapeva solo delle vicende personali di Calvi, coinvolto nel processo per infrazioni valutarie, ma ampi squarci sul rapporto Padalino erano stati aperti dalla stampa, e, soprattutto, De Benedetti, dopo aver fatto esaminare i bilanci da un consulente di sua fiducia, cioè dal prof. Vitali, sapeva che soltanto nell'arco di pochi mesi erano affluiti al Banco Ambrosiano Andino, ed in un Paese che non poteva assorbire investimenti imponenti, ben 700 milioni di dollari; sapeva quale contributo aveva offerto lo IOR a Calvi nelle vane operazioni distrattive, com'era dimostrato - secondo la Corte - dal fatto che De Benedetti nel corso di un colloquio, al Vaticano, con il cardinale Silvestrini, non aveva esitato a definire "ladro" monsignor Marcinkus; ed infine, dopo averne parlato con il Ministro del Tesoro, una volta dimessosi, si era rivolto a Luigi Lucchini, raccomandandogli di disfarsi presto delle azioni del Banco Ambrosiano.

 

Pertanto, quando si era dimesso ed aveva definito ogni rapporto economico con il Banco Ambrosiano, l'imputato, secondo la concorde valutazione dei giudici di merito, non solo conosceva in quali condizioni quella banca versava, ma aveva approfittato di una posizione di forza all'interno della compagine del Banco Ambrosiano, posizione derivante dal fatto che la sua presenza, a causa delle pressanti richieste di conoscere la genesi e l'ammontare delle esposizioni estere ed in Italia, rappresentava un grosso rischio per Calvi che temeva il pericolo della scoperta dell'architettura del suo sistema, per ottenere non solo quello che aveva versato per entrare a far parte del Banco Ambrosiano, ma anche ulteriori benefici di carattere economico, a danno della stessa banca.

 

Il fatto poi che i finanziamenti concessi dal Banco Ambrosiano all`"Italmobiliare" di Pesenti fossero stati tutti rimborsati non escludeva, a parere della Corte, il reato, posto che il rimborso era avvenuto in epoca successiva e, comunque, esso concerneva un debito che non era stato assunto nell'interesse della banca finanziatrice.

 

Né De Benedetti, a giudizio della Corte di Appello di Milano, poteva ignorare che il sostegno finanziario a tutta l'operazione era fornito dal Banco Ambrosiano: la rapidità dell'operazione, il fatto poi che si fosse fatta intervenire una fiduciaria, la società "Cofircont", i rapporti che legavano Pesenti a Calvi, erano tutte circostanze che deponevano secondo l'impugnata sentenza per il fatto che l'artefice di tutta l'operazione era Calvi e che questi agiva quale dominus del Banco Ambrosiano, tanto più che la Centrale altro non era che la finanziaria della stessa banca.

 

Quanto agli altri imputati la sentenza della Corte di Appello pronunciata il 16 giugno 1996, confermava altresì il giudizio di equivalenza tra le già concesse attenuanti generiche e le ravvisate aggravanti nei confronti di Pellicani Emilio, Cassella Gennaro, e riduceva le pene, determinandole, per Pellicani, in anni 4 e mesi 6 di reclusione, per Cassella in anni 4 e mesi 10 di reclusione; concedeva altresì le attenuanti generiche che erano state negate dal primo giudice a Bianchi Adriano, Di Mase Giacomo, Von Castelberg Carlo, Prisco Giuseppe, Davoli Mario, Carboni Flavio, Bagnasco Orazio, che giudicava equivalenti alle circostanze aggravanti, e riduceva per tutti le pene, cosi determinandole:

 

- anni 4 e mesi 6 di reclusione per Bianchi, Von Castelberg, Ciarrapico, Davoli e Pellicani;

 

- in anni 4 e mesi 2 di reclusione per Bagnasco;

 

- in anni 4 e mesi 10 di reclusione per Di Mase e Cassella;

 

- in anni 5 e mesi 3 di reclusione per Mennini;

 

- in anni 5 e mesi 4 di reclusione per Prisco;

 

- in anni 5 e mesi 7 di reclusione per Valeni Manera;

 

- in anni 8 di reclusione per Mazzotta e per Pazienza;

 

- in anni 8 e mesi 6 di reclusione per Carboni;

 

- in anni 12 di reclusione per Gelli ed Ortolani.

 

Con la stessa sentenza venivano altresì confermate le statuizioni civili del primo giudice e veniva disposta la condanna al pagamento delle spese ed onorari in favore delle parti civili che erano intervenute nel giudizio di appello.

 

Avverso tale sentenza hanno proposto tempestivo ricorso per cassazione sia gli imputati che il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Milano.

 

Il Procuratore Generale ha denunciato, con il primo motivo, la violazione dell'art. 2358 c.c. in relazione all'art. 2630, comma 1, c.c., nei confronti di Bagnasco Orazio, Davoli Mano, Di Mase Giacomo, Prisco Giuseppe, Von Castelberg Carlo, in relazione al capo della sentenza impugnata e con la quale tali imputati erano stati assolti dal reato previsto dall'art. 223, n. 1, della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), sostenendo che la Corte di Appello aveva fornito un'interpretazione riduttiva del contenuto precettivo degli artt. 2630, primo comma, e 2358 c.c., non considerando che la società Suprafin rappresentava una struttura permanente disponibile, nella strategia di Calvi, al controllo della circolazione del titolo del Banco Ambrosiano, tant'è vero che tra il 1975 ed il 1979 erano stati disposti tre aumenti di capitale, ed ancora, sia nel 1981 che nel 1982 erano state cedute azioni che erano state poi collocate sul mercato, sicché il sostegno finanziario da parte del Banco Ambrosiano era stato costante e si era realizzato con il continuo avallo del Consiglio di amministrazione e del collegio sindacale.

 

Con gli altri due motivi il Procuratore Generale denunciava l'errata applicazione degli artt. 133 e 62-bis c.p., censurando, anche sotto il profilo della completezza della motivazione, la decisone con la quale erano state concesse le attenuanti generiche a Carboni Flavio, ed i criteri utilizzati dall'impugnata sentenza ai fini della determinazione della pena nel confronti dello stesso imputato, nonché nei confronti di Mazzotta Maurizio e Pazienza Francesco.

 

Gli imputati Davoli, Bagnasco, Valeri Manera, Gelli ed Ortolani, oltre ad aver impugnato, come gli altri, la suddetta sentenza, hanno anche proposto ricorso per cassazione avverso tutte le ordinanze pronunciate dalla Corte di Appello di Milano nel corso del giudizio di appello, ma nei motivi hanno specificato che rilievi critici riguardavano, in modo particolare, le due ordinanze pronunciate, rispettivamente all'udienza del 21 marzo 1996 ed a quella successiva del 5 giugno 1996.

 

Con la prima la Corte di Appello aveva respinto, giudicandole infondate, le eccezioni sollevate dalla difesa di Ortolani Umberto sulla ritualità del giudizio, eccezioni che l'imputato riproporrà nei motivi di ricorso depositati dal suo difensore; ed analoga decisione aveva assunto in relazione alla richiesta presentata dalla difesa di Bagnasco Orazio tendente ad ottenere la rinnovazione parziale del dibattimento al fine di poter interrogare Paul Marcinkus e Luigi Mennini, preposti alla direzione dello lor, sul ruolo da entrambi svolto in questa complessa vicenda.

 

Con la stessa ordinanza veniva invece accolta la richiesta delle parti civili, concernente l'acquisizione della documentazione che riguardava le decisioni assunte dall'autorità elvetica nel confronti di Licio Gelli ed era dichiarata la manifesta infondatezza dell'eccezione d'illegittimità costituzionale proposta in relazione agli artt. 41-bis, 44 e 348 terzo comma, c.p.p. 1930.

 

Con la successiva ordinanza del 5 giugno 1996 la Corte di Appello di Milano respingeva un'ulteriore richiesta di rinnovazione parziale del dibattimento proposta nell'interesse di Bagnasco Orazio, e diretta ad ottenere l'espletamento di una perizia contabile.

 

Un'analoga richiesta era già stata respinta dal Tribunale il 4 marzo 1991, in quanto si era ritenuto che l'accertamento della situazione patrimoniale del Banco Ambrosiano doveva ritenersi definitivamente acquisita alla data del 6 agosto 1982, giorno in cui era intervenuto il decreto del Ministro del Tesoro che aveva disposto la revoca dell'autorizzazione all'esercizio del credito e la liquidazione coatta amministrativa.

 

Sia il Tribunale che la Corte di Appello di Milano giudicavano superfluo qualsiasi accertamento tecnico, ritenendo esaurienti ed affidabili le relazioni tecniche dei commissari liquidatori, tanto più che le loro conclusioni erano state confermate da specifiche indagini espletate dalla Guardia di Finanza nonché dai risultati dell'espletata istruttoria.

 

Quanto all'enunciazione dei numerosi motivi di ricorso, sia principali che aggiuntivi, e quasi tutti illustrati da analitiche memorie, il Collegio ne riserva l'esposizione all'atto della valutazione del loro contenuto e della loro rilevanza processuale, nel tentativo di offrire una più organica trattazione, imposta più che dalla pluralità e complessità delle problematiche illustrate, dalla necessità di correlare i rilievi critici prospettati dalle difese dei ricorrenti alla specificità delle singole posizioni.

 

 

Motivi della decisione

 

Osserva la Corte che preliminare rispetto ad ogni altra questione sollevata dai ricorrenti è quella prospettata dalla difesa degli imputati De Benedetti Carlo e Ciarrapico Giuseppe in relazione alla disciplina normativa applicabile nei procedimenti instaurati nei loro confronti.

 

Entrambi hanno sostenuto nei motivi di ricorso - ed il problema è stato riproposto all'attenzione della Corte anche nel corso della discussione - che nei loro confronti si sarebbero dovute applicare le norme del nuovo codice di procedura penale, in quanto ricorrevano entrambe le condizioni previste dall'art. 242, lett. a) e c), disp.att. c.p.p. approvate con decreto legislativo 28 luglio 1989 n. 271: il reato ad essi ascritto era stato contestato in epoca successiva al 24 ottobre 1989, ed altrettanto era avvenuto per la riunione dei procedimenti riguardanti ciascuno dei due ricorrenti.

 

Osserva il Collegio che il rilievo dedotto nell'interesse dei due imputati è infondato.

 

Risulta dagli atti - e di ciò hanno dato atto entrambe le sentenze dei giudici di merito - che l'imputato De Benedetti era stato ripetutamente interrogato dal giudice istruttore sul fatto reato che costituirà poi oggetto di formale contestazione allorquando la Corte di Appello di Milano, sostituitasi alla soppressa sezione istruttoria, il 5 marzo 1990 emetterà nei suoi confronti il mandato di comparizione.

 

Del resto, non va dimenticato che ancor prima che si concludesse l'istruttoria, il pubblico ministero sin dal 31 marzo 1987, pur dopo aver ravvisato nella condotta di De Benedetti il reato di estorsione, aveva espressamente chiesto un supplemento di istruttoria e proprio al fine di stabilire se poteva concorrere un'ipotesi di bancarotta fraudolenta per distrazione, tant'è vero che aveva chiesto di accertare, in modo specifico, se l'imputato fosse stato colpevole dell'effettiva provenienza dal Banco Ambrosiano delle somme che alle sue richieste erano state corrisposte.

 

Ed il giudice istruttore, conclusa l'istruttoria, non a caso avvertì la necessità di manifestare le sue decisioni in relazione anche a quell'accusa.

 

Quanto all'imputato Ciarrapico bisogna considerare che in data 23 marzo 1988 era stato eseguito, su delega del giudice istruttore, il sequestro della documentazione bancaria che concerneva l'operazione finanziaria in relazione alla quale era stata ipotizzata la sua partecipazione al reato di bancarotta fraudolenta, sequestro il cui verbale andava depositato, com'è realmente avvenuto.

 

Inoltre, il coimputato dello stesso reato ascritto a Ciarrapico, Mazzotta Maurizio, e la sua posizione non è stata separata da quella di Ciarrapico, oltre ad essere stato destinatario di due mandati di cattura, uno emesso il 18 aprile 1983 ed i secondo il 19 giugno 1983, non eseguiti a causa della sua protratta latitanza, una volta costituitosi, era stato interrogato dal giudice istruttore il 27 ed il 28 giugno 1988 anche in relazione a quella specifica accusa che coinvolgeva sia lui che il coimputato Ciarrapico.

 

Ed in base a quanto disposto dall'art. 242, lett. a), disp.att. c.p.p., perché un procedimento in corso alla data di entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale prosegua con l'applicazione delle norme anteriormente vigenti, sono sufficienti due condizioni, e cioè che sia stato compiuto un atto di istruzione del quale sia previsto il deposito e che il fatto sia stato contestato all'imputato o sia stato enunciato in un mandato ovvero in un ordine rimasto senza effetto.

 

E non può certamente contestarsi che l'interrogatorio risponda ad entrambi i requisiti: esso non solo è un mezzo con il quale il giudice procede alla contestazione del fatto reato, ma il processo verbale nel quale è contenuto deve formare oggetto di deposito, al pari di quanto è prescritto per qualsiasi provvedimento di sequestro penale.

 

Del tutto irrilevante deve ritenersi il fatto che i mandati di comparizione siano stati emessi per De Benedetti il 5 marzo 1990 e per Ciarrapico il 10 ottobre dello stesso anno, e cioè successivamente all'entrata in vigore del nuovo codice, posto che per entrambi i procedimenti si era già consolidata una situazione processuale che rendeva obbligatoria l'osservanza del codice del 1930.

 

Né a diversa conclusione può pervenirsi sulla base del fatto che la riunificazione dei due procedimenti, riguardanti i due imputati ricorrenti, sia avvenuta, con il procedimento cumulativo dal quale erano stati separati, quando già era entrato in vigore il nuovo codice, perché la riunione aveva ad oggetto procedimenti che erano tutti sottoposti alla medesima disciplina normativa, e cioè a quella del codice del 1930, e quindi non ricorrevano i presupposti per l'applicazione dell'art. 242, lett. c), disp.att. c.p.p.

 

Ne consegue che neppure si profilava l'ammissibilità di un intervento della Corte Costituzionale, sollecitato dalla difesa di Ciarrapico con il secondo motivo di ricorso, in relazione alla mancata previsione di una sanzione di nullità per la violazione dell'art. 242 disp.att. c.p.p., una volta accertatosi, sulla base delle considerazioni su esposte, che nessuna delle disposizioni contenute in quella nonna risulta essere stata violata.

 

Non può neppure essere condiviso il rilievo formulato dalla difesa del ricorrente Ciarrapico Giuseppe con l'istanza presentata il 30 marzo 1998 e riproposto nel corso della discussione, in relazione alla mancata applicazione dell'art. 513 del codice di procedura penale nuovo.

 

È doveroso dare atto che la stessa difesa aveva fatto discendere l'onere dell'immediata applicazione di quella norma, nella sua nuova formulazione, dal fatto che il procedimento dovesse essere sottoposto alla disciplina normativa del nuovo codice, presupposto rivelatosi inesistente.

 

Comunque, questa Corte non può esimersi dall'osservare che, pur dopo la pronuncia delle Sezioni Unite del 25 febbraio 1998 (ric. Gerina) che ha ritenuto applicabile in cassazione, nel silenzio della legge, la disciplina transitoria contenuta nell'art. 6 della legge 7 agosto 1997, n. 267, la questione non è proponibile nel procedimento in esame.

 

E ciò non perché il problema - come pur sarebbe agevole osservare - non era stato ritualmente proposto all'attenzione del Collegio attraverso una specifica censura dedotta tempestivamente con i motivi di ricorso: riesce difficile, infatti, conciliare lo "ius superveniens" con gli effetti preclusivi alla sua applicazione, conseguenti al mancato rispetto della tempestiva deduzione della sua violazione, se la deducibilità si dissocia dalla concreta operatività della normativa sopravvenuta.

 

Vero è, invece, che non è questa sede nella quale è possibile applicare sopravvenuti divieti di utilizzazione della prova.

 

Nel codice del 1930 non operava il principio della separazione delle fasi che, recepito nel nuovo codice, è il presupposto dal quale discendono i limiti di utilizzabilità, nel dibattimento, degli atti assunti nella fase delle indagini preliminari; così come non esisteva una sanzione generale di inutilizzabilità per le prove acquisite in violazione dei divieti stabiliti dalla legge, e rilevabile in ogni stato e grado del procedimento.

 

Né a diversa conclusione può pervenirsi per effetto dell'immediata applicabilità dell'art. 192 c.p.p. nuovo anche di procedimenti sottoposti alla precedente normativa, posto che questa norma, come più volte è stato osservato sia da larga parte della dottrina che dalla giurisprudenza di questa Corte, disciplina soltanto i criteri di valutazione della prova, ma non riguarda certamente né la sua acquisizione né la sua legittima e possibile utilizzazione processuale.

 

Pertanto, legittimamente i giudice del merito hanno utilizzato, nella valutazione della prova, anche le dichiarazioni che aveva reso Mazzotta Maurizio in relazione all'operazione finanziaria che aveva rappresentato la causa del suo coinvolgimento, insieme a Ciarrapico, nell'accusa di aver distratto al Banco Ambrosiano 31 miliardi e 168 milioni di lire, essendo esse state assunte nel rispetto della legge vigente che limiti formali non poneva alla loro utilizzazione processuale.

 

Improponibile è anche la censura dedotta dal ricorrente De Benedetti in relazione alla riunione del procedimento a suo carico ed agli effetti che ne sarebbero scaturiti.

 

L'imputato ha dedotto nei motivi di ricorso che la riunione era stata disposta dal Tribunale di Milano soltanto all'udienza del 30 aprile 1991, quando ormai l'istruttoria dibattimentale volgeva al termine, sicché l'esercizio del diritto di difesa era stato da tale provvedimento compromesso.

 

Orbene, è doveroso ricordare che, come più volte questa Corte aveva avuto modo di ribadire (cfr. Sez. V, 27 maggio 1969 ric. Spanò; Sez. III, 1 ottobre 1980 ric. Pievani), tutti i provvedimenti che dispongono la riunione dei giudizi hanno natura meramente ordinatoria e sono diretta espressione del potere discrezionale del giudice, tant'è vero che non è dalla legge neppure prevista la loro impugnabilità.

 

Né tale inoppugnabilità può essere recuperata attraverso l'impugnazione della sentenza conclusiva del giudizio, posto che il controllo di legittimità preclude, per i limiti intrinseci del suo contenuto, la ricognizione e la verifica dei motivi di economia processuale che quel provvedimento avevano giustificato.

 

Infine, la dedotta censura neppure può avere ingresso sotto il profilo dell'asserita violazione del diritto della difesa: la genericità del rilievo è rappresentata dalla sua palese infondatezza, posto che la riunione dei procedimenti, come dà atto lo stesso ricorrente, era stata disposta nel corso dell'istruttoria dibattimentale, e ciò non poteva in alcun modo precludere all'imputato non solo la verifica formale della legittima acquisizione della prova, ma anche interventi integrativi di una prova acquisita anteriormente alla riunione, e dagli atti non risulta che l'esercizio di tale facoltà sia stata preclusa all'imputato ricorrente.

 

Numerosi sono altresì i rilievi che la difesa di De Benedetti ha prospettato sotto il profilo dell'irrituale esercizio dell'azione penale.

 

Con il primo dei motivi principali si è denunciata la violazione dell'art. 185, n. 2, c.p.p., sostenendosi che il mandato di comparizione era stato emesso il 5 marzo 1990, d'ufficio, dal presidente della sezione dei procedimenti speciali presso la Corte di Appello di Milano, senza che l'organo dell'accusa, titolare dell'azione penale, avesse assunto alcuna iniziativa a tal fine.

 

Con il secondo e terzo motivo si è denunciata la violazione dell'art. 299 c.p.p., secondo comma, e dell'art. 211 del codice di procedura penale del 1930, sostenendosi che non solo la Corte di Appello di Milano aveva emesso quel mandato benché nessuna richiesta in tal senso fosse stata fatta dal pubblico ministero, ma aveva giudicato, in appello, di un reato che non aveva formato oggetto del giudizio di primo grado.

 

Con il quarto motivo il ricorrente ha dedotto la violazione dell'art. 477 c.p.p., sostenendo che la sentenza impugnata aveva ritenuto sussistente un rapporto di continenza tra l'estorsione e la bancarotta fraudolenta per distrazione, benché tra i due fatti esistesse, invece, un rapporto di evidente eterogeneità.

 

Nei motivi aggiunti e nella memoria depositata il 23 marzo 1998 la difesa ha altresì evidenziato che il mandato di comparizione era stato emesso dalla Corte di Appello di Milano, sostituitasi alla sezione istruttoria, benché l'appello avverso la sentenza istruttoria, proposto dal pubblico ministero, avesse avuto ad oggetto un reato diverso, e cioè quello di estorsione.

 

Osserva la Corte che, innanzitutto, non sono in alcun modo condivisibili i numerosi rilievi dedotti dal ricorrente in ordine al mancato promovimento dell'azione penale per il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, reato che ha formato oggetto della pronuncia di condanna da parte del Tribunale di Milano, confermata in appello.

 

A tal fine è doveroso ricordare che la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano il 24 settembre 1982 - e la circostanza non è contestata dal ricorrente - aveva inviato a De Benedetti, così come a tutti gli altri componenti del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, una comunicazione giudiziaria nella quale si faceva riferimento alle indagini che quell'ufficio stava svolgendo, dopo la dichiarazione d'insolvenza della banca, indagini che avrebbero potuto condurre alla configurazione dei reati previsti dagli artt. 216, primo comma, n. 1 e n. 2, 223 e 219 della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267) e dall'art. 2621 c.c.

 

Ma se tale comunicazione giudiziaria faceva esplicito riferimento alla partecipazione di De Benedetti alla gestione del Banco Ambrosiano, è altrettanto certo che sin dal suo primo interrogatorio, risalente al 6 giugno 1983, la contestazione aveva subito un ridimensionamento ed una specificazione che rimanevano definitivi nel procedimento: rimossa, perché rivelatasi insussistente sul piano storico, l'ipotesi di una partecipazione di De Benedetti alla gestione del Banco Ambrosiano, residuava l'ipotesi che egli avesse tratto occasione dalla richiesta di dimissioni, fattagli da Calvi, per ottenere ingiustificati profitti, e nel momento in cui l'azienda versava già in condizioni di irreversibile dissesto.

 

Pertanto, allorquando il procedimento, superata la fase delle indagini preliminari, fu dal pubblico ministero trasmesso al giudice istruttore affinché l'istruttoria proseguisse con il rito formale, il contenuto dell'accusa nel confronti di De Benedetti si era già in quel termini delineato, tant'è vero che quando ancora l'istruttoria non si era conclusa ed il pubblico ministero aveva chiesto l'emissione del mandato di comparizione per il delitto di estorsione, aveva precisato che il profitto di tale reato andava individuato nelle somme percepite dal ricorrente nel momento in cui aveva rassegnato le dimissioni dalle cariche che aveva ricoperto, per pochi giorni, presso il Banco Ambrosiano, ipotizzando che tale profitto fosse stato conseguito attraverso la rappresentazione di una grave minaccia, quale quella di rivelare alla Banca d'Italia, direttamente, o a mezzo della stampa, le reali e disastrose condizioni della banca.

 

Inoltre il pubblico ministero con la stessa richiesta sollecitava il giudice istruttore ad accertare, attraverso un'appropriata e mirata istruttoria, se l'imputato fosse stato anche consapevole che il denaro pervenuto, attraverso la società Cofircont, alle società CIR e Finco, a lui appartenenti, proveniva dal Banco Ambrosiano, perché se tale accertamento avesse avuto esito positivo, si "sarebbero profilati ulteriori aspetti suscettibili di apprezzamento penale" (cfr. richiesta del P.M. del 31 marzo 1987).

 

Ed è evidente che tale possibilità non poteva che evocare una concorrente ipotesi di bancarotta fraudolenta per distrazione, posto che lo stato di dissesto del Banco Ambrosiano, nella sua oggettiva consistenza, era stato dal pubblico ministero già enucleato nella formulazione dell'accusa di estorsione.

 

Ed il giudice istruttore, aderendo alla richiesta del pubblico ministero, non solo completerà l'istruttoria secondo le prospettive indicategli, ma riterrà addirittura necessario procedere ad un nuovo interrogatorio dell'imputato il 1° giugno 1987: e dal contenuto complessivo dell'atto risulta che sia le contestazioni che le relative difese si svilupparono lungo due, paralleli binari, pur se entrambi nel circoscritto ambito delle operazioni finanziarie concluse tra De Benedetti e Calvi, con la mediazione dell'avvocato Chiaraviglio, allorquando l'imputato era stato indotto ad abbandonare il Banco Ambrosiano: da un lato, infatti, si contestava più che la paternità dell'iniziativa, l'uso di appropriate forme di intimidazione a danno di Calvi, che traevano, secondo l'accusa, il loro contenuto di insidiosa concretezza dalla posizione privilegiata assunta dall'imputato attraverso l'acquisita conoscenza dei criteri con i quali quella banca era stata gestita, e, dall'altro, si ipotizzava che quanto ottenuto da De Benedetti non fosse a lui dovuto, e rappresentava una disponibilità finanziaria che era quindi stata trasferita, in assenza di una giusta causa, da un'azienda in crisi.

 

Completata poi l'istruttoria e restituiti gli atti al pubblico ministero, è pur vero che questi insistette ancora per l'emissione di un mandato di comparizione per il solo reato di estorsione, ma contestualmente, il giorno 8 novembre 1987 rilevò testualmente che l'"intero sviluppo istruttorio aveva evidenziato che non esistevano ragioni atte ad inficiare le argomentazioni poste a fondamento dell'originaria richiesta del 31 marzo 1987", con ciò esprimendo la propria convinzione che giustificato era un rinvio a giudizio per il reato di estorsione, ma che altrettanto non era per l'altra, supposta ipotesi accusatoria, e cioè per il concorso di De Benedetti nel reato di bancarotta fraudolenta.

 

Ed infatti il giudice istruttore, resosi conto che l'istruttoria si era espletata anche in relazione a quest'ultima ipotesi, oltre che per il reato di estorsione, non a caso assunse un provvedimento complesso che ad entrambi quel reati faceva espresso riferimento: con la sentenza del 7 aprile 1979 il giudice istruttore proscioglieva De Benedetti dal reato di estorsione, e, quanto al reato di bancarotta, dichiarava l'impromovibilità dell'azione penale, osservando però nella motivazione del provvedimento, che non solo non era dimostrato, attraverso l'espletata istruttoria, che nessuna intimidazione era stata usata dall'imputato nei confronti di Calvi, ma che neppure in termini oggettivi poteva ravvisarsi un'ipotesi di responsabilità per il reato di bancarotta fraudolenta, perché ciò che De Benedetti aveva percepito allorquando aveva rassegnato le dimissioni altro non rappresentato che la restituzione di quanto aveva dovuto spendere per l'acquisto delle azioni del Banco Ambrosiano.

 

Da tale analitica ma necessaria disamina si evince che anche in relazione al reato di bancarotta, avente ad oggetto la distrazione delle somme versate alle società CIR e Finco, era stata promossa l'azione penale, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente.

 

La stessa richiesta di formale istruttoria, pur genericamente formulata dal pubblico ministero, non solo non poteva prescindere dal contenuto della prima comunicazione giudiziaria del 24 settembre 1982, ma neppure dalla successiva specificazione di quella generica accusa.

 

Né va dimenticato che l'inizio dell'azione penale, nel codice del 1930, non solo non era subordinato all'utilizzazione di sistemi precostituiti, ma neppure all'uso di formule specifiche o al solo compimento di determinati atti processuali, ma aveva un'ampia possibilità atipica di estrinsecazione, che comprendeva quella concretamente verificatasi nel caso in esame, e cioè la trasmissione degli atti al giudice istruttore con una pur generica richiesta di istruzione formale, istruzione, che, una volta delineati con maggiore specificità tutti gli aspetti del fatto avente rilevanza penale, aveva avuto ad oggetto, come già si è notato, sia l'accusa di estorsione che quella di bancarotta.

 

Ne consegue che, una volta chiesta ed esercitata l'istruttoria formale, era assolutamente preclusa l'archiviazione della notitia criminis: il provvedimento di archiviazione costituiva, secondo la consolidata elaborazione dottrinale e giurisprudenziale manifestatasi nel periodo in cui vigeva il codice del 1930, l'atto terminale della fase pre istruttoria, perché si risolveva nella ricognizione negativa dei presupposti idonei a giustificare la protrazione delle indagini.

 

Pertanto, qualora, come nel caso in esame, il pubblico ministero avesse dato inizio all'azione penale trasmettendo gli atti al giudice istruttore affinché procedesse all'istruttoria formale, non era più possibile far rivivere la possibilità dell'archiviazione non foss'altro perché ciò avrebbe determinato un'arbitraria regressione del procedimento ad una fase ormai superata proprio per effetto della richiesta della formale istruttoria: affermare il contrario significherebbe legittimare la possibilità di una revoca implicita o esplicita di quella richiesta, il che comporterebbe l'aberrante conseguenza di rendere revocabile l'inizio dell'azione penale, in palese violazione dello stesso principio dell'irretrattabilità dell'azione penale, già sancito nell'art. 75 del codice del 1930.

 

Ed allora, se incontestabile è che una volta promossa l'azione penale, e, superata la fase delle preliminari indagini, l'istruttoria non poteva che concludersi o con un'ordinanza di rinvio a giudizio, ovvero con una sentenza di proscioglimento che desse atto non già dell'inesistenza di un evento già completamente realizzatosi - quale il promovimento dell'azione penale -, bensì dell'insussistenza del fatto, ovvero dell'impossibilità di assumere questo in una determinata fattispecie penale, oppure dell'impossibilità di attribuirlo ad un determinato soggetto, secondo l'articolata e specifica previsione dell'art. 378 del vecchio codice, non può che concludersi che la sentenza pronunciata dal giudice istruttore di Milano il 7 aprile 1979 nei confronti di De Benedetti, pur contenendo, apparentemente, per un capo, e cioè per il delitto di estorsione, una pronuncia di proscioglimento, e, per l'altro capo, e cioè per il reato di bancarotta, un provvedimento di archiviazione, in realtà è, per entrambe quelle imputazioni, una sentenza di proscioglimento la cui formula terminale, l'insussistenza del fatto, abbraccia entrambe le ipotesi.

 

Del resto, se è vero che è compito indeclinabile del giudice individuare la natura giuridico processuale di un provvedimento giurisdizionale attraverso il suo procedimento genetico e, soprattutto, attraverso il suo contenuto, non dissociato dai presupposti che ne hanno consentito e giustificato l'assunzione, e se è altrettanto incontestabile che la conclusione di una istruttoria formale non è in alcun modo compatibile con l'adozione di un decreto di archiviazione, non può che concludersi nel senso che la stessa ricognizione negativa compiuta dal giudice istruttore di Milano sulla sussistenza dei presupposti idonei a giustificare l'ulteriore corso del procedimento per il reato di bancarotta fraudolenta, altro non esprimeva che il riconoscimento dell'infondatezza sostanziale dell'accusa in relazione alle acquisite risultanze istruttorie.

 

Ed un'appagante conferma a tale conclusione si trae dal contenuto di quella sentenza, perché nell'escludere ogni possibile coinvolgimento dell'imputato nel reato di bancarotta, non solo il giudice istruttore dava atto che "non risultava" essere stato violato "alcuno degli obblighi imposti dalla legge agli amministratori di società", ma anche si affermava che quanto percepito da De Benedetti costituiva "una legittima e giustificata richiesta", che, come tale, non poteva rivestire alcun carattere distrattivo.

 

E coerente con tale conclusione fu anche la scelta processuale effettuata dalla Procura di Milano, posto che questa, come già si è notato, impugnò presso la sezione istruttoria il proscioglimento di De Benedetti dal reato di estorsione, e, quanto al reato di bancarotta, non solo manifestò adesione alla decisione del giudice istruttore ed alla motivazione che era stata enunciata, ma neppure in epoca successiva assunse qualsiasi iniziativa per porre nel nulla quel provvedimento che, se fosse stato realmente assumibile nell'ambito di un decreto di archiviazione, non sarebbe stato preclusivo al promovimento dell'azione penale per lo stesso fatto.

 

Viceversa, anche la Procura di Milano interpretò quel provvedimento nell'unico modo che era consentito dalla sua genesi e dal suo contenuto, e cioè come la naturale conclusione dell'espletata istruttoria formale: una sentenza di proscioglimento che aveva ad oggetto due distinti reati, a nulla rilevando che fossero stati ipotizzati dall'accusa in forma alternativa, ovvero, come autorizza a ritenere più plausibile il contenuto della richiesta del 3 luglio 1987, come potenzialmente concorrenti.

 

Ma quand'anche si volesse dissentire da tale conclusione, non ritenendosi un criterio certo quello che affida all'esame del contenuto del provvedimento del giudice il mezzo per individuare la sua esatta qualificazione giuridica e si preferisse un criterio formale e, quindi, meno esposto al rischio di possibili contrastanti soluzioni, non diversa sarebbe la conclusione: il criterio formale, assolutamente certo, per individuare se un decreto di archiviazione sia stato emesso effettivamente nel limiti imposti dall'art. 74 del codice del 1930, e non sia, invece, una sentenza di proscioglimento, era stato individuato dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Sez. I, 30 aprile 1975, ric. Gori) nell'obbligo di accertare se da parte del pubblico ministero fosse stata promossa l'azione penale nei confronti di un determinato soggetto, giacché solo se tale accertamento avesse avuto esito negativo si sarebbe potuto parlare di un decreto di archiviazione che avesse dato atto della improponibilità dell'azione penale.

 

Ma, nel caso in esame, già si è avuto modo di verificare che, anche applicando tale criterio formale, il provvedimento del giudice istruttore di Milano non poteva essere qualificato come "decreto di archiviazione", per la semplice ragione che l'azione penale era stata promossa.

 

Dalle su esposte premesse discende, come conseguenza inevitabile, che avendo il pubblico ministero impugnato quella sentenza di proscioglimento solo in relazione al reato di estorsione, precluso era ormai l'ulteriore esercizio dell'azione penale per il reato di bancarotta.

 

Vero è che la disciplina normativa delle impugnazioni istruttorie, secondo le pressoché unanimi conclusioni alle quali erano pervenute sia la dottrina che la giurisprudenza, presentava aspetti di indubbia autonomia rispetto a quella, ben più rigorosa, prevista per il giudizio e che le limitazioni derivanti dall'effetto devolutivo dell'appello e lo stesso divieto della "reformatio in peius" subivano un notevole ridimensionamento, giustificato dall'avvertita necessità di adeguare quel principi generali alle particolari esigenze di una specifica fase processuale nella quale al giudice istruttore subentrava, sia pure quale giudice dell'impugnazione, la sezione istruttoria; ed è pur vero che la sezione istruttoria non poteva essere preposta al solo riesame critico della decisione impugnata, ma doveva poter provvedere, con una certa autonomia, all'integrazione dell'acquisizione probatoria e, quindi, alla rivalutazione complessiva delle risultanze istruttorie, quali che fossero state le richieste delle parti interessate.

 

Ma è altrettanto certo che in caso di sentenza plurima, e cioè con pluralità di imputazioni e quindi di decisioni la sezione istruttoria non poteva prendere in esame quei capi della sentenza del giudice istruttore che o non erano impugnabili, ovvero non erano stati impugnati dai soggetti che ne erano legittimati e nelle forme consentite dalla legge: una cosa è infatti l'oggetto del giudizio che viene devoluto con l'impugnazione, ed una altra cosa, ben diversa, è l'ampiezza dei poteri di cognizione e di decisione nell'ambito del primo.

 

Ciò che sfugge all'effetto devolutivo dell'appello istruttorio non è certo l'oggetto del giudizio, tant'è vero che non era la legge né precisato né consentito alla sezione istruttoria di sostituirsi al giudice istruttore di ufficio, ma sempre e soltanto sulla base di una rituale impugnazione, e cioè di una specifica iniziativa processuale delle parti; all'effetto devolutivo si sottraeva soltanto tutto ciò che era strettamente subordinato all'esercizio di una funzione di riesame che poteva arricchirsi del contributo positivo di una più completa indagine istruttoria, ma pur sempre correlata all'oggetto del giudizio rimesso in discussione dall'impugnazione.

 

La difesa del ricorrente ha correttamente evidenziato come non fosse neppure ravvisabile alcun rapporto di identità tra il fatto contestato a titolo di estorsione rispetto a quello ravvisato, nel corso dell'appello istruttorio, sotto il ben diverso profilo della bancarotta fraudolenta per distrazione: contrariamente a quanto si è affermato in entrambe le sentenze dei giudici di merito, è agevole osservare che non si è in presenza di una diversità che si riflette soltanto sul piano della qualificazione giuridica, ma incide, direttamente e profondamente, sugli elementi essenziali del "fatto", nella sua oggettiva complessività, oltre che nel particolare rapporto intersoggettivo che lo lega al suo supposto autore.

 

La diversità prima di proiettarsi nella descrizione della normativa di ciascuna delle due fattispecie penali, si pone negli elementi essenziali della condotta, cioè sia nell'azione che nell'evento, per coinvolgere, infine, l'oggetto giuridico della tutela penale: è doveroso ricordare che in relazione alla contestata estorsione l'accusa aveva ipotizzato - e su tale piano la difesa si era con l'accusa misurata - che De Benedetti, attraverso palesi e reticenti minacce, aveva arrecato offesa alla libera determinazione di Roberto Calvi, costringendo quest'ultimo a corrispondergli somme non dovute, ed in tal modo, quindi, aveva conseguito ingiusti e rilevanti profitti. Viceversa, nel mandato di comparizione emesso il 5 marzo 1990 - ed il cui contenuto è stato poi integralmente e fedelmente riproposto come oggetto del giudizio devoluto alla cognizione del Tribunale di Milano e, conseguentemente, alla cognizione del giudice d'appello, si era ipotizzato che De Benedetti, d'intesa con Calvi, e, quindi, concorrendo sia sul piano materiale che su quello morale, aveva distratto danaro alla società finanziaria "La Centrale", appartenente al Banco Ambrosiano, distrazione realizzatasi attraverso il rimborso del prezzo d'acquisto delle azioni, maggiorato degli interessi e delle spese, e, quindi, attraverso il riconoscimento di una pretesa che non era certamente priva di ogni possibilità di tutela giuridica, nonché mediante il trasferimento dell'onere di acquisto delle emittende azioni Brioschi alla società La Centrale, che già quell'onere aveva assunto allorquando De Benedetti era entrato a far parte del Banco Ambrosiano, società che veniva indotta ad erogare 27 miliardi, immediatamente, a fronte di cambiali tratte per il maggior importo di 32 miliardi che scadevano alcuni mesi dopo.

 

L'eterogeneità dei due "fatti reato" non consente, a parere del Collegio, neppure di ipotizzare, come invece ha prospettato l'impugnata sentenza, l'esistenza di un rapporto di "continenza", supponendo che il fatto contestato a titolo di estorsione contenesse, nella sua più vasta estensione, quello nel quale si era identificata l'ipotesi di bancarotta.

 

Il rapporto di continenza presuppone, com'è noto, la possibilità di individuare come "Identici" e, quindi, sovrapponibili, alcuni elementi del fatto ritualmente contestato, idonei e sufficienti, ad un tempo, ad integrare una diversa ed autonoma ipotesi delittuosa.

 

Viceversa, nel caso in esame, il rapporto tra le due ipotesi ancor più se posto in relazione, com'è doveroso fare, al contenuto concreto delle stesse ipotesi, si presenta con una così diffusa eterogeneità da rifiutare qualsiasi sovrapposizione, e non foss'altro perché nel passaggio dall'estorsione alla bancarotta non si modificano le sole modalità esecutive del fatto, ma si trasforma in complice chi era vittima del reato, e quindi si modifica l'individuazione del soggetto passivo e, con esso, il destinatario del pregiudizio economico, e si attribuisce al colpevole una ben diversa finalità, giacché una cosa è arrecare offesa all'altrui patrimonio ed all'altrui libera determinazione volitiva, ed altra cosa, ben diversa, è recare offesa alla garanzia dei creditori di una società che versava in stato di dissesto attraverso la fraudolenta collaborazione di chi era preposto alla sua gestione.

 

E che la diversità tra le due ipotesi esorbitasse dal confini della sola qualificazione giuridica era stato avvertito dalla stessa Corte di Appello di Milano nel momento stesso in cui aveva ravvisato la necessità di procedere alla contestazione del reato diverso da quello per il quale, in sede di istruttoria, era stato chiesto il suo intervento.

 

Pertanto, non è possibile recuperare la legittimità di quella nuova contestazione e del conseguente rinvio a giudizio neppure utilizzando il residuale criterio che fa appello al rapporto di continenza tra i due reati, ed alla Corte non resta che dover prendere atto che a De Benedetti il reato di bancarotta fu contestato nel corso dell'appello istruttorio, appello che era stato proposto dal pubblico ministero soltanto avverso il proscioglimento dal delitto di estorsione, quando ormai si era, quindi, consolidata una situazione processuale che precludeva di prendere in esame la posizione dello stesso imputato in relazione all'accusa di partecipazione alla bancarotta per distrazione, accusa in relazione alla quale l'istruttoria formale si era già conclusa con una vera e propria sentenza di proscioglimento.

 

Né a diversa conclusione può pervenirsi sol perché questa Corte con sentenza del 26 giugno 1990 aveva rigettato il ricorso che De Benedetti aveva proposto avverso il mandato di comparizione emesso il 5 marzo 1990, perché con quella decisione questa stessa sezione si limitò ad escludere l'abnormità dell'iniziativa processuale assunta dalla Corte di Appello di Milano, una volta che questa legittimamente esercitava, ai sensi dell'art. 253 disp. att. c.p.p., le funzioni che il codice del 1930 attribuiva alla sezione istruttoria, e riservò, invece, espressamente, ogni decisione sull'intrinseca validità di quel mandato e degli atti ad esso seguenti al controllo naturale del dibattimento.

 

Pertanto nessuna preclusione endo processuale può discendere da quella sentenza in relazione alla ricognizione della legittimità di quell'atto e degli effetti ad esso riconducibili ed i rilievi tempestivamente dedotti dal ricorrente sia dinanzi al Tribunale, nel corso del giudizio di primo grado, che nei motivi di appello, ed ora riproposti in questa sede con i motivi di ricorso, impongono al Collegio di trarre le conseguenti decisioni.

 

Debbono, quindi, essere annullate senza rinvio non solo la sentenza impugnata, ma anche quella del Tribunale del 16 aprile 1992, nonché quella della Corte di Appello di Milano del 27 novembre 1990 e con la quale era stato ordinato il rinvio a giudizio dell'imputato per il reato di bancarotta fraudolenta.

 

Tale conclusione preclude l'esame degli altri motivi di ricorso nell'interesse dello stesso imputato.

 

 

Bagnasco Orazio

 

Non meno complessa è la posizione del ricorrente Bagnasco Orazio, la cui difesa, nell'impugnare sia la sentenza della Corte di Appello di Milano che tutte le ordinanze dalla stessa pronunciate nel corso del dibattimento, ha affidato a otto motivi la prospettazione dei numerosi rilievi .

 

Con il primo motivo di ricorso si è dedotta l'immotivata reiezione della richiesta di una perizia contabile e della rinnovazione del dibattimento che era stata sollecitata, nei motivi di appello, per consentire l'audizione di Paul Marcinkus, Luigi Mennini, e degli altri dirigenti dello IOR.

 

Ma la censura è infondata.

 

La Corte di Appello di Milano con ordinanze del 21 marzo 1996 e del 5 giugno 1996 aveva respinto entrambe le richieste, e nella sentenza conclusiva del giudizio d'appello, nel riproporre i motivi che furono posti a fondamento delle due ordinanze, ha analiticamente spiegato le ragioni per le quali appariva del tutto superflua una perizia sulle cause e sull'entità del dissesto del Banco Ambrosiano: le prime erano affidate alla ricostruzione storica di alcuni eventi, la cui analisi non poteva essere sottratta alla valutazione del giudice competente, e, del resto, esse erano state tutte analiticamente indicate ed esaminate, anche nei loro concreti e diffusi effetti, ancor prima che dal Tribunale di Milano e nel procedimento penale nel quale era stato coinvolto anche l'imputato ricorrente, in quello che, in sede civile, era stato instaurato e si era concluso con la dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano.

 

Quanto, invece, alla richiesta di esaminare, in sede di rinnovazione parziale del dibattimento, coloro che, insieme a Paul Marcinkus, avevano rivestito un ruolo importante nella gestione dello lor, la Corte di Appello di Milano ha, da un lato, ricordato come il difetto della giurisdizione italiana sull'individuazione e sull'accertamento di personali responsabilità nelle scelte operative di quell'ente centrale dello Stato del Vaticano precludeva l'assunzione di qualsiasi iniziativa processuale che potesse confliggere, direttamente od indirettamente, con l'incontestabile difetto di giurisdizione, e, dall'altro lato, non ha neppure omesso di giustificare l'assoluta superfluità dell'invocata integrazione probatoria, posto che le risultanze acquisite non escludevano, ma, semmai, confortavano la stessa prospettazione accusatoria, e cioè che lo lor, attraverso Marcinkus, aveva offerto a Calvi un duplice contributo, e cioè sia quello necessario al fini della realizzazione di alcune operazioni distrattive, che quello volto ad occultare tale negativa connotazione.

 

E tale duplice ordine di motivi, concorrenti nella giustificazione di quel diniego, perché fondati su premesse giuridicamente corrette, si sottraggono ai rilievi critici formulati dal ricorrente.

 

Meritano, invece, accoglimento i motivi del ricorso di Bagnasco e con i quali la difesa ha censurato sotto il profilo del difetto e della contraddittorietà della motivazione l'impugnata sentenza sia in relazione alla valutazione del ruolo assunto dall'imputato nella partecipazione alla gestione del Banco Ambrosiano che sotto il profilo dell'accertamento dell'elemento psicologico dei reati di bancarotta fraudolenta per i quali vi era stata la conferma della condanna del primo giudice.

 

Orbene, secondo la concorde ricostruzione dei giudici di merito, Bagnasco era entrato a far parte del consiglio di amministrazione il 26 gennaio 1982, dopo aver acquistato 550.000 azioni del Banco Ambrosiano, per un importo di 28 miliardi, erogati da una società a lui riconducibile, la "Interpart", la quale, per sopportare tale rilevante onere finanziario, non aveva fatto ricorso ad alcun finanziamento da parte dello stesso Banco Ambrosiano: è quindi pacifico che quell'impegno finanziario era stato assunto nell'ambito di un programma di investimento che, almeno secondo le regole del buon senso, non si poteva conciliare con l'ipotesi riduttiva di una scelta funzionale alla sola sostituzione di Calvi alla direzione della banca, se dissociata dalla previsione di un investimento destinato, a tempi brevi, alla realizzazione di positivi risultati.

 

A tale legittima aspettativa che, sul piano logico, si armonizzava con l'indubbia rilevanza oggettiva dell'impegno finanziario assunto, i giudici di merito non hanno dato rilevanza alcuna, ed hanno focalizzato la loro attenzione su due, pur essi fondamentali aspetti, della vicenda: e cioè la consapevolezza, da parte di Bagnasco, dello stato di dissesto in cui nel gennaio del 1982 versava il Banco Ambrosiano, ed il suo effettivo ed efficace contributo offerto a Calvi nella gestione della banca, protrattasi con criteri che consentirono un ulteriore deterioramento di quella disastrosa condizione.

 

Orbene, che il ricorrente Bagnasco fosse a conoscenza, come del resto lo era la Banca d'Italia, che un velo protettivo di silenzio era stato, da tempo, eretto sulla situazione economico finanziaria delle partecipate estere del Banco Ambrosiano, così come più volte ricordato nell'impugnata sentenza, è un fatto incontestabile: l'imputato non ignorava certamente, come si è dato atto nelle sentenze dei giudici di merito, né le dimissioni rassegnate poco prima del 26 gennaio 1982 da De Benedetti, né i motivi che le avevano determinate; ed in queste si era espressa, in maniera evidente, l'impossibilità di realizzare una gestione del Banco Ambrosiano secondo auspicabili criteri di correttezza e di trasparenza.

 

Risultava altresì che prima che Bagnasco offrisse a Calvi la sua adesione per l'ingresso nel consiglio di amministrazione, aveva avuto contatti con Luigi Lucchini, cioè con chi oltre ad essere uno dei maggiori azionisti del Banco Ambrosiano, rivestiva anche la carica di componente del consiglio di amministrazione della finanziaria della stessa banca, cioè la società "La Centrale" e che a Lucchini si era rivolto De Benedetti, subito dopo che questi aveva rassegnato le sue dimissioni, per confermargli che, a suo giudizio, l'azienda versava in precarie condizioni, sicché opportuno era disfarsi delle azioni al più presto possibile.

 

Né arbitraria è la conclusione che ne trae la Corte di Appello di Milano allorquando trasferisce la conoscenza di quella situazione da Lucchini a Bagnasco, posto che allorquando Lucchini fu interrogato in relazione al contenuto del colloquio avuto con De Benedetti, ammise di averne reso partecipe del contenuto l'amico Bagnasco, prima del 26 gennaio 1982, e quindi prima che questi facesse la sua scelta definitiva.

 

D'altronde che l'imputato avesse avuto la percezione della cattiva gestione del Banco Ambrosiano emergeva, oltre che da tutti i segnali d'allarme che già si erano manifestati, dallo stesso contenuto di una sua intervista rilasciata a "Panorama", intervista nel corso della quale egli auspicava che quella banca, una volta "spersonalizzata" la sua gestione, potesse tornare ad essere la "banca degli industriali", aperta allo sviluppo economico del Paese. Pertanto, anche tale circostanza, evidenziata dai giudici di merito, poteva essere sintomatica di una convinta consapevolezza, e cioè che la gestione del Banco Ambrosiano andava cambiata ma che ciò era possibile ad una condizione, e cioè che Roberto Calvi fosse stato sostituito.

 

Ma la sentenza impugnata, con un salto logico, e senza un'adeguata motivazione, ha assimilato la convinzione di tale necessità con la piena e completa consapevolezza, da parte di Bagnasco, e prima ancora che entrasse a far parte di quel consiglio di amministrazione, dello stato di irreversibile dissesto nel quale versava il Banco Ambrosiano, omettendo di spiegare come siffatta consapevolezza poteva essere conciliata con un impegno finanziario così rilevante e con la stessa ambizione di assumere la direzione di un'azienda nella certa previsione che questa era destinata inesorabilmente al consolidamento definitivo della sua grave insolvenza.

 

Indubbiamente, sulla base di una corretta analisi delle risultanze acquisite, la sentenza impugnata si sottrae a qualsiasi censura nella parte in cui afferma che Bagnasco, al pari di De Benedetti, ambisse a sostituire Roberto Calvi: quella prospettiva non fu negata da De Benedetti, come non era stata celata da Bagnasco; e del resto che la sostituzione di Calvi alla guida del Banco Ambrosiano non fosse un desiderio di chi a rivestire quel ruolo ambiva, ma una improrogabile necessità, era stato percepito dal diretto interessato, cioè dallo stesso Calvi, autore della proposta di successione fatta sia a De Benedetti che a Bagnasco, ed era una decisone condivisa da alcuni componenti del consiglio di amministrazione, ma soprattutto caldeggiata dalla Banca d'Italia, specie dopo le vicende giudiziarie nelle quali Calvi era stato direttamente coinvolto.

 

E, nell'accreditare tale realtà, la stessa sentenza ha correttamente ricordato che di quella concreta prospettiva aveva parlato Ciarrapico, nel corso di uno degli interrogatori, allorquando aveva confermato che Calvi, in un primo momento, tra i due imprenditori, cioè tra Bagnasco e De Benedetti, aveva preferito quest'ultimo e quando De Benedetti aveva abbandonato il Banco Ambrosiano, aveva dovuto scegliere, come suo successore, Bagnasco.

 

Ma la sentenza impugnata, pur avendo dato atto del disegno perseguito da Bagnasco, ha poi finito per dare ad esso un riduttivo contenuto, dissociando, attraverso una mera congettura, la sostituzione di Calvi dai criteri della sua gestione, ed omettendo di considerare che proprio in quell'intervista a "Panorarna" Bagnasco non aveva esitato ad invocare, per il futuro, una "dissociazione" della gestione della Banca dalle imposizioni personali di Calvi.

 

Altrettanto riduttiva, rispetto alle acquisite risultanze processuali, dev'essere giudicata la conclusione alla quale è pervenuta la sentenza impugnata in relazione alla ricostruzione ed alla conseguente valutazione del ruolo assunto da Bagnasco nei pochi mesi nei quali aveva potuto esercitare le sue funzioni.

 

Non potendo negarsi, di fronte alle testimonianze del dr. Alfio Noto e del dr. Lamberto Dini, direttore, il primo, della sede milanese, e direttore generale, il secondo, della Banca d'Italia, dei numerosi incontri avuti da entrambi con l'imputato, e nel corso dei quali era emersa, a giudizio di tutti gli interlocutori, che Bagnasco voleva non solo notizie precise sulle esposizioni estere del Banco Ambrosiano, ma manifestava propositi di ampia collaborazione con l'organo di vigilanza, la Corte di Appello di Milano, aderendo alle conclusioni alle quali era già pervenuto il primo giudice, ha finito per supporre - e su tale supposizione ha elaborato il proprio convincimento - che Bagnasco quando interpellava la Banca d'Italia conosceva le esposizioni debitorie del Banco Ambrosiano e quindi sapeva che il dissesto aveva raggiunto proporzioni così vaste da essere irreversibili.

 

Ma la sentenza impugnata non solo non ha indicato le fonti probatorie utilizzate per giustificare siffatta conclusione, ma neppure ha precisato se quella maggiore conoscenza delle condizioni economico finanziarie del Banco Ambrosiano avesse raggiunto un tale ventaglio di notizie affidabili da far ragionevolmente prevedere che non di crisi temporanea si trattava, ma di uno stato di irreversibile decozione, sicché l'unico interesse perseguito era quello di occultare tale realtà per procrastinare una conclusione che comunque era inevitabile.

 

Nel tentativo di offrire una plausibile giustificazione a tale conclusione, costruita, come si è detto, su di un presupposto non dimostrato dai giudici di merito, si è fatto espresso e specifico riferimento al fatto che Bagnasco, nel corso di tutte le riunioni del consiglio di amministrazione, aveva sempre offerto a Calvi la sua incondizionata fiducia, approvando ogni sua proposta.

 

La sentenza impugnata ha omesso di tener conto che Bagnasco in tanto poteva ottenere dal consiglio di amministrazione una collaborazione per la realizzazione di un rinnovato programma di gestione della banca, in quanto Calvi fosse stato estromesso da ogni incarico: la sostituzione di Calvi, per Bagnasco, come prima per De Benedetti, era funzionale e necessaria alla realizzazione, se non altro, di una maggiore trasparenza e questa comportava il necessario ripudio di operazioni illegittime ed arbitrarie.

 

Vero è che, come ha dato atto l'impugnata sentenza, nei pur pochi mesi in cui l'imputato ricorrente aveva potuto esercitare le funzioni di componente del consiglio di amministrazione, in numerose occasioni aveva assecondato le decisioni di Calvi: non si era dissociato il 17 febbraio 1982 dalla vibrata protesta che, su iniziativa dell'avvocato Giuseppe Prisco, era stata manifestata alla Banca d'Italia allorquando questa aveva posto in dubbio la capacità e la possibilità di ciascun componente del consiglio di amministrazione di esprimere le proprie auto determinazioni senza il preventivo assenso di Calvi; né può fondatamente contestarsi che Bagnasco faceva parte del consiglio di amministrazione e non manifestò né dissenso né perplessità quando, nel marzo 1982, fu deliberato il rinnovo dei depositi a favore del "Banco de la Nation" di Lima per oltre 114 milioni di dollari, e furono rinnovati altri due depositi al "Banco del Commercio e Industria" di San Paolo, che poi furono trasferiti, come quasi tutti i depositi fiduciari, cioè realizzati attraverso la disponibilità di alcune banche estere, al Banco Ambrosiano Andino; che altrettanto era avvenuto per i quattro depositi effettuati dal Banco Ambrosiano per l'"Artok Bank" di Nassau, per un deposito a favore del "Bank of Credit" di Manila, per quelli erogati al "Banco della Provincia" di Buenos Ajres ed al "Banco Cafetero" di Panama, e per i due depositi presso la "Banca Williams" di Londra, danaro che poi era finito nelle casse del Banco Ambrosiano Andino e da questo destinato a società fittizie e compiacenti che tutto potevano assicurare tranne la restituzione di quanto era stato loro erogato; che anche con il suo voto favorevole furono approvati, in consiglio, altri tre depositi fiduciari, due presso l'"Al Saude Banque" di Parigi, ed il terzo a favore della "Banca Limited" di Londra, tutti poi trasferiti, con il consueto sistema dei depositi fiduciari, sul Banco Ambrosiano Overseas Limited.

 

Non può neppure essere taciuto o sottovalutato il fatto che la maggior parte di queste operazioni erano state deliberate dal consiglio di amministrazione dopo che la Banca d'Italia aveva avuto modo di esprimere, in maniera esplicita, le sue perplessità sul progressivo aumento delle esposizioni estere, allorquando con le lettere del 12 e del 16 febbraio 1982 aveva sollecitato il riassetto delle partecipazioni ed un aggiornamento della valutazione della partecipazione riguardante il Banco Ambrosiano Holding, e quando, nel mese successivo, l'11 ed il 31 marzo 1982, aveva espresso le sue rimostranze per la mancata trasmissione delle informazioni richieste.

 

Ma in tanto il comportamento adesivo di Bagnasco a quelle iniziative poteva essere univocamente sintomatico della sua compiaciuta disponibilità alla realizzazione di operazioni distrattive in quanto si fosse dimostrato, ma a tale onere la sentenza impugnata si è sottratta, ch'egli avesse percepito che tutte quelle operazioni finanziarie si collocavano nell'area dei depositi fiduciari e quindi erano elargizioni a fondo perduto.

 

La sentenza impugnata ha trascurato di considerare che la maggior parte di quelle operazioni erano, in realtà, rinnovi di preesistenti linee di credito che già erano passate al vaglio del consiglio di amministrazione quando Bagnasco di quest'organo non ancora faceva parte, e che comunque se dubbi e perplessità sull'effettiva destinazione di quelle somme erano sorti, questi potevano essere dissipati solo attraverso un controllo esterno alle strutture amministrative del Banco Ambrosiano, posto che la sua esperienza, maturata nella sua breve permanenza nel consiglio di amministrazione, aveva dovuto riconoscere che le critiche di una gestione personalizzata che già negli ambienti bancari e finanziari italiani era stata pubblicamente diffusa e da lui stesso condivisa, era la rappresentazione di una ben consolidata realtà che altre alternative non poneva al di fuori della radicale estromissione di chi, come Calvi, quell'egemonia aveva costruito e fortemente difendeva da qualsiasi tentativo di limitarne l'efficienza.

 

Altrettanto meritevole di un ulteriore approfondimento è il capitolo concernente sia i fidi diretti alle consociate estere che i finanziamenti erogati in Italia dal Banco Ambrosiano con l'approvazione dell'imputato ricorrente: anche in relazione a tali operazioni la sentenza impugnata ha trascurato di considerare che perlopiù trattavasi di rinnovi di precedenti impegni, ovvero di lievi incrementi nelle linee di credito: in particolare, il massimale per l'Ambrosiano Group Banco Commercial era stato portato da 75 a 82 milioni e 500 mila dollari, ed altrettanto era avvenuto per il Banco Ambrosiano Andino, la cui potenziale esposizione era passata da 200 a 250 milioni di dollari; ma si è omesso di esaminare se tali incrementi furono tutti realmente utilizzati, così come si è omesso di verificare se e in quale misura le nuove autorizzazioni concesse, con il voto favorevole dell'imputato, all'elargizione di altrettanti fidi sul territorio nazionale, implicassero la rappresentazione certa del rischio del non ritorno delle somme elargite e la sua cosciente e responsabile accettazione da parte di Bagnasco.

 

Né a diversa conclusione può pervenirsi in ordine alla condanna per il reato di bancarotta documentale.

 

Vero è che Bagnasco aveva espresso il suo voto favorevole all'approvazione del bilancio del 1981, come ha rilevato la sentenza impugnata, ma si e omesso di considerare che in quell'anno l'imputato non aveva fatto parte dell'amministrazione del Banco Ambrosiano, sicché, per verificare la fedeltà delle esposizioni, non poteva utilizzare fonti comparative diverse da quelle predisposte da coloro che avevano interesse ad occultare la realtà.

 

Le perplessità espresse a Bagnasco dal suo consulente, Boatti, concernenti le esposizioni debitorie del Banco Andino in un paese a basso sviluppo economico, erano le perplessità della Banca d'Italia, e ad esse non potevano sostituirsi le certezze, in assenza di altri, concreti elementi.

 

I numerosi contati avuti da Bagnasco con chi era preposto alla direzione della Banca d'Italia, a Milano ed a Roma, se, in astratto, potevano essere compatibili anche con quel pallido disegno al quale hanno fatto riferimento i giudici di merito, andava verificato, in concreto, sia in relazione alla sua compatibilità con il rilevante impegno finanziario che l'imputato, con l'acquisto e la conservazione di quelle azioni, aveva assunto, che con riferimento al comportamento globale dell'imputato dopo il suo ingresso nel Banco Ambrosiano, posto che nulla autorizzava, se non una precostituita supposizione, a dissociare da quel comportamento sia la disponibilità di Bagnasco alla collaborazione con la Banca d'Italia che la sua legittima aspettativa di ottenere da questa informazioni che all'interno della compagine amministrativa del Banco Ambrosiano egli non era riuscito ad acquisire.

 

La condotta ambigua, all'insegna del compromesso, per accreditarsi come futuro e potenziale restauratore di quell'azienda, che pur poteva trovare elementi sintomatici della sua esistenza nelle manifestazioni di consenso alle proposte di Calvi in relazione a quei depositi interbancari ai quali si è fatto riferimento nella sentenza impugnata, andava rivisitata anche alla luce di quanto Bagnasco aveva saputo dalla Banca d'Italia prima dell'approvazione di quelle operazioni finanziarie, approvazione successiva alla constatazione che l'auspicato aumento di capitale si era concluso e che le azioni del Banco Ambrosiano erano state quotate in borsa: due eventi che se non potevano dissipare dubbi e perplessità sulle esposizioni estere, neppure accreditavano opposte certezze che implicavano una possibilità materiale di acquisire informazioni all'interno della stessa struttura, nella quale regnava, come ripetutamente e fondatamente riconosciuto dalla stessa sentenza impugnata, la consegna della fedeltà a Calvi e della cieca osservanza delle sue scelte operative, cementata da una solida volontà.

 

La sentenza impugnata ha poi dovuto riconoscere che Bagnasco fu il promotore della deliberazione assunta dal consiglio di amministrazione del banco Ambrosiano il 7 giugno 1982, quando, cioè, per la prima volta, di fronte all'evidenza, crollò il muro di solidarietà che si era eretto a protezione di Calvi, e si deliberò, a maggioranza, che ciascun componente del consiglio aveva la facoltà di esaminare, direttamente, qualsiasi pratica relativa ad operazioni con l'estero, anche al di fuori dell'azienda; e ciò equivaleva affermare che più ormai non ci si fidava delle assicurazioni di Calvi e dei funzionari dell'ufficio esteri della stessa banca, ma si preferiva far ricorso all'ausilio di tecnici esterni all'azienda, per verificare la correttezza formale e la convenienza sostanziale delle singole operazioni di finanziamento.

 

Affermare, come si è fatto nell'impugnata sentenza, che l'iniziativa assunta da Bagnasco nella riunione del consiglio di amministrazione del 7 giugno 1982 fu determinata soltanto dalla percepita consapevolezza della sua inevitabilità non equivale a dimostrare che soltanto in quel momento l'imputato abbia voluto manifestare, ed in maniera così clamorosa, il suo dissenso dai criteri con i quali Calvi aveva gestito il Banco Ambrosiano, in un disperato tentativo di dissociare le proprie responsabilità.

 

Quell'iniziativa andava analizzata e valutata nella sua genesi, prima che nei suoi effetti, e, soprattutto, non poteva essere dissociata dai presupposti che l'avevano determinata, né dalla condotta successiva manifestata dallo stesso imputato: in tale prospettiva sono stati immotivatamente ridimensionati i rapporti di collaborazione che, sin dall'inizio dell'ingresso nella compagine del Banco Ambrosiano, Bagnasco aveva avuto con la Banca d'Italia, e si è trascurato di tenere conto che successivamente a quella decisione lo stesso consiglio di amministrazione aveva designato Bagnasco quale legittimo rappresentante della banca ai fini di trattenere con la Banca d'Italia, dopo la constatazione dell'immotivata e protratta assenza di Calvi, una costante relazione, finalizzata alla doverosa e reciproca trasmissione di ogni possibile informazione ed alle conseguenti determinazioni, e tale designazione, più che casuale, era o poteva essere sintomatica dei pregressi rapporti privilegiati instaurati da Bagnasco con la Banca d'Italia.

 

Ed è stata altresì sottratta alla valutazione dei giudici di merito la condotta successiva manifestata da Bagnasco il 17 giugno 1982, allorquando l'imputato non si associò alla proposta formulata dal vice presidente del Banco Ambrosiano, Renato Rosone, concernente la richiesta di scioglimento degli organi amministrativi e la nomina di un commissario, benché la motivazione della sua astensione evidenziasse, ancora una volta, l'insoddisfazione dell'imputato per i chiarimenti richiesti e forniti in quella sede sulle reali dimensioni delle esposizioni debitorie del reparto estero, e, ancor di più, sulle cause che le avevano determinate.

 

Pertanto, per tutte le considerazioni su esposte, l'impugnata sentenza dev'essere annullata ed il giudice di rinvio, altra sezione della Corte di Appello di Milano, dovrà procedere ad una rinnovata analisi delle risultanze probatorie, sulla base delle indicazioni su esposte e trarre dalla stessa le conseguenti determinazioni.

 

Ne consegue, pertanto, la superfluità dell'esame degli altri motivi di ricorso dedotti nell'interesse dello stesso imputato, riguardando essi il giudizio di comparizione tra le concesse attenuanti generiche e le ravvisate aggravanti ed i criteri utilizzati ai fini della concreta determinazione della pena.

 

 

Di Mase Giacomo

 

A ben diverse conclusioni la Corte ritiene di poter pervenire in relazione ai ricorsi proposti dagli altri componenti del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, cioè da Di Mase Giacomo, Prisco Giuseppe, Valeri Manera Mario e Von Castelberg Carlo.

 

Quanto a Di Mase, condannato, con il concorso delle attenuanti generiche ritenute equivalenti alle contestate aggravanti, ad anni quattro e mesi dieci di reclusione, dodici sono i motivi dedotti dalla difesa per censurare l'impugnata sentenza, ma nessuno di essi può essere accolto.

 

Con il primo motivo si è determinata la nullità della sentenza pronunciata dalla Corte di Appello di Milano, sostenendosi che non si era tenuto conto, ai fini della decisione, che la mancata partecipazione dell'imputato a numerose riunioni del consiglio di amministrazione era pienamente giustificata dalla grave malattia cardiovascolare dalla quale era stato colpito, sicché quelle sue frequenti assenze non potevano essere interpretate come sintomatiche di un preventivo e generalizzato assenso alle iniziative assunte e perseguite da Roberto Calvi.

 

Osserva la Corte che il rilievo è infondato.

 

La sentenza impugnata non ha in alcun modo affermato che la mancata partecipazione dell'imputato ad alcune riunioni del consiglio di amministrazione non fosse giustificata dalle condizioni di salute indicate dal ricorrente, ma ha considerato che quelle così frequenti assenze, associate alla mancanza di qualsiasi rilievo da parte di Di Mase in relazione a tutte le operazioni finanziarie proposte da Calvi ed approvate dal consiglio, erano suscettibili di essere valutate come espressione esplicita di un'ampia ed illimitata delega a chi quelle operazioni intendeva proporre e realizzare, quali che fossero gli effetti che ne sarebbero scaturiti.

 

E tale valutazione, armonizzandosi con le risultanze acquisite, si sottrae al sindacato di questa Corte.

 

La Corte di Appello di Milano, pur dopo aver riconosciuto che l'imputato aveva partecipato soltanto a tre riunioni del consiglio di amministrazione nel 1980, ad altrettante nel 1982, e ad otto nel 1981, ha poi analiticamente esaminato il contenuto delle deliberazioni approvate anche con il voto di Di Mase, ed ha evidenziato che non solo si trattava di decisioni rilevanti, ma tutte erano indicative di una completa accettazione delle proposte formulate da Calvi.

 

Di Mase, infatti, aveva partecipato alla riunione del 28 luglio 1981 e si era associato nell'esprimere solidarietà a Calvi dopo che questi era stato tratto in arresto, perché coinvolto nelle note vicende che avevano riguardato gli amministratori della società finanziaria del Banco Ambrosiano, "La Centrale".

 

Inoltre, Di Mase aveva partecipato alla deliberazione assunta il 19 marzo 1982, ed aveva espresso il suo voto favorevole all'aumento dei massimali in relazione alle linee di credito dell'Ambrosiano Group Banco Commercial e del Banco Ambrosiano Andino, ed infine un mese prima di assumere questa decisione, anche lui, partecipando alla riunione del consiglio di amministrazione del 17 febbraio, si era associato all'indignazione espressa dall'avvocato Giuseppe Prisco allorquando la Banca d'Italia si era permessa di porre in dubbio la capacità di autodeterminazione di ciascun componente di quel consiglio.

 

Ma se in relazione a tali episodi, la posizione di Di Mase non appare dissimile da quella di Bagnasco, ben diversa è la conclusione che se ne deve trarre allorquando si ha riguardo a due circostanze specifiche, rivelatrici di un'ampia intesa tra Calvi e l'imputato ricorrente, circostanze entrambe analizzate dai giudici di merito.

 

La prima di esse è rappresentata dal fatto che Di Mase era un esperto banchiere che operava e risiedeva stabilmente nell'America centrale, dove operavano le consociate estere del Banco Ambrosiano e dove avevano sede quasi tutte le società fiduciarie delle quali Calvi si serviva per numerose operazioni di finanziamento.

 

La seconda circostanza è costituita dal fatto che era stato proprio Calvi a proporre Di Mase, da lui conosciuto a Caracas, nel 1979, come componente del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano al fine di trattenere pubbliche relazioni con gli ambienti economici e politici in Venezuela ed a Panama: e dall'intreccio di tali rapporti di proficua collaborazione Di Mase, secondo quanto emergeva dalle risultanze acquisite, aveva tratto rilevanti profitti. I suoi figli, già nel 1989, avevano avuto un finanziamento dal Banco Ambrosiano Overseas Limited per otto milioni e 500 mila dollari, oltre ad una garanzia fideiussoria per dodici milioni di dollari; e la stessa banca, poco dopo, finanziava una società alla cui gestione era interessata la famiglia dell'imputato, con un'altra prodiga elargizione di cinque milioni di dollari.

 

E che tale particolare rapporto di collaborazione e di fiducia si fosse instaurato tra Calvi e Di Mase, secondo la corretta ricostruzione dei giudici di merito, era confermata dal fatto che Tommaso Pazienza aveva rivelato, nel corso di uno dei suoi interrogatori, che la collaborazione offerta da Di Mase a Calvi era stata così intensa, da indurre Di Mase, nel 1982, a proporre a Calvi addirittura di aprire una filiale del Banco Ambrosiano nel paese in cui lui risiedeva.

 

E che questo non fosse un mero desiderio di Di Mase, ma una concreta prospettiva emergeva, secondo l'impugnata sentenza, da un'incontestabile circostanza, e cioè dal fatto che nel corso di una riunione del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano Holding, risalente al 14 ottobre 1980, e cioè appena sei mesi dopo l'ingresso di Di Mase nel Banco Ambrosiano, si era dato atto che vi erano concrete possibilità per partecipare insieme al "Banco de la Costruction", di cui era presidente proprio l'imputato, alla creazione di un'altra consociata a Panama.

 

Da tali risultanze, i giudici di merito, e con concordi valutazioni, traevano il convincimento che la mancata partecipazione di Di Mase alle riunioni del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano non disperdeva l'univoca rilevanza probatoria delle risultanze acquisite, tutte sintomatiche di un'incontestabile realtà, e cioè che i rapporti instauratisi tra i due banchieri, Calvi e Di Mase, erano di tale reciproca fiducia da non poter dissolvere una convergenza di interessi speculativi, affidati alla realizzazione della stessa strategia operativa; ma, semmai, quell'assenza, quali che fossero i motivi posti a sua formale giustificazione, era essa stessa sintomatica di un'incondizionata adesione al programma di Calvi ed al modi da questi escogitati per la sua realizzazione.

 

E d'altronde, che Di Mase da esperto banchiere che operava in Venezuela ed a Panama, godesse di una posizione privilegiata per conoscere, nei dettagli, quel programma e la strategia per la sua concreta attuazione, lungi dall'essere il risultato di una mera congettura, era conseguente alla puntuale ricostruzione della genesi e dello sviluppo dei rapporti intercorsi con Calvi, rapporti che avevano trovato riscontri obbiettivi nelle rilevanti elargizioni di denaro che il Banco Ambrosiano, attraverso una sua consociata estera, aveva così generosamente fatto alla famiglia Di Mase, assecondando ogni velleitario programma d'investimenti, e soprattutto si armonizzava, anche sul piano logico, con la stessa attività professionale esercitata dall'imputato nei paesi del centro America.

 

Ne consegue che la condanna di Di Mase per i reati a lui ascritti ai capi 1-A - B - C - D della rubrica, più che essere fondata sulla convergente rilevanza probatoria dei cosiddetti "segnali d'allarme", indicati con analitica precisione, dalla sentenza impugnata, è stata congruamente motivata sulla base delle su indicate circostanze che, nella loro univoca convergenza probatoria, si associavano a tutti gli altri indici rivelatori della stessa realtà, accrescendone il tasso della loro potenziale e concreta sintomaticità.

 

Pertanto, anche in ordine alla ricerca ed alla valutazione dell'elemento psicologico dei reati attribuiti al ricorrente la sentenza impugnata si sottrae ai rilievi dedotti, con il secondo motivo di ricorso, perché tali rilievi fanno riferimento esclusivo alla materiale possibilità di percepire la sintomaticità dei "segnali di allarme": la censura prospettata dal ricorrente, oltre ad essere connotata negativamente dall'utilizzazione di un criterio di valutazione che privilegia l'atomizzazione di quegli indici rivelatori della cattiva gestione del Banco Ambrosiano, rispetto ad una doverosa valorizzazione organica della loro intrinseca capacità rappresentativa di quella realtà, ha anche dissociato la rilevanza probatoria riconducibile a quei "segnali d'allarme" dalle prove esaminate in relazione ai rapporti intersoggettivi tra il ricorrente e Calvi dal 1979 al 17 giugno 1982 e tutto ciò benché tali prove da quei "segnali d'allarme" prescindevano, a causa del loro specifico contenuto e della loro stessa genesi, senza con ciò, intaccarne l'efficacia.

 

D'altronde, se vero è che, per le considerazioni già svolte, l'accordo instaurato, nell'ambito di quei rapporti intersoggettivi, tra Calvi e Di Mase, abbracciava l'esplicazione delle modalità con le quali le singole operazioni deliberate con il voto favorevole dell'imputato, ovvero in sua assenza, ma con il suo tacito consenso, che era reso manifesto dall'assenza di qualsiasi rilievo preventivo o successivo a ciascuna deliberazione, ne discende la stessa superfluità della prova che Di Mase, assente dall'Italia per lunghi periodi, avesse percepito, ed in tutta l'ampiezza possibile, tutti o soltanto alcuni dei "segnali d'allarme" che si erano progressivamente manifestati.

 

Non può trovare accoglimento neppure il terzo motivo di ricorso e con il quale la difesa di Di Mase ha denunciato la mancata applicazione dell'art. 217, cpv., della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), sostenendo che dalla stessa motivazione dell'impugnata sentenza emergeva un'inerzia "colpevole" dell'imputato, sicché arbitraria era stata l'equiparazione di tale inerzia al dolo eventuale.

 

Osserva il Collegio che il rilievo è fondato su di un'erronea premessa, e cioè quella secondo la quale la sentenza della Corte di Appello di Milano avrebbe fatto carico a Di Mase soltanto il fatto di non aver diligentemente esercitato le funzioni alle quali era preposto: vero è esattamente il contrario, posto che la condotta omissiva, astrattamente sussumibile nei confini della colpa, è stata valutata e valorizzata, invece, come sintomatica, essa stessa, di una piena solidarietà che non poteva prescindere, attese le favorevoli condizioni in cui si trovava il ricorrente, dalla conoscenza delle modalità esecutive di numerose operazioni distrattive, e del loro previsto ed accettato risultato.

 

Né, sotto tale profilo, la motivazione dell'impugnata sentenza appare censurabile, perché la conclusione alla quale è pervenuta è fondata su presupposti di fatto analizzati nei loro aspetti essenziali sulla base delle acquisite risultanze probatorie, oltre che essere del tutto conseguente, sul piano logico, alla ricostruzione dell'intera vicenda.

 

Le stesse considerazioni valgono per i motivi indicati ai numeri 8-9 e 10 del ricorso, e con i quali Di Mase ha censurato l'impugnata sentenza in relazione alla valutazione dell'elemento psicologico dei reati a lui ascritti ai capi I A-B e C della rubrica, e cioè sia per quanto concerne gli accreditamenti diretti del Banco Ambrosiano alle consociate estere, che i fidi concessi in Italia ed i cosiddetti "depositi fiduciari".

 

Si tratta, infatti, di rilievi che ripropongono la stessa problematica, e cioè quella della valutazione della condotta dell'imputato in relazione a quelle operazioni, condotta che, come già si è detto, è stata ricostruita nelle conformi sentenze dei giudici di merito come un efficace contributo positivo offerto da Di Mase a tutte le iniziative assunte da Calvi dopo il 12 aprile 1980, cioè dopo l'ingresso dell'imputato nel consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano.

 

Affermare, pertanto, come ha fatto il ricorrente nel suddetti tre motivi di ricorso che la sentenza impugnata avrebbe trascurato di considerare che, non facendo egli parte degli organi preposti alla direzione ed all'amministrazione delle consociate estere del Banco Ambrosiano, non poteva conoscere ed apprezzare nelle sue reali dimensioni il rischio delle esposizioni debitorie, né l'effettiva destinazione del denaro e che, quanto ai fidi concessi ad imprese operanti in Italia, il suo bagaglio di conoscenza era inesistente, altro non significa che riproporre alla Corte una rivalutazione complessiva della prova che rimetta in discussione il contributo collaborativo offerto a Calvi nella gestione del Banco Ambrosiano e, quindi, nella materiale esecuzione di tutte quelle diverse operazioni finanziarie.

 

Ma tale compito è precluso a questa Corte dai limiti intrinseci al sindacato di legittimità e già previsti nel codice del 1930.

 

A ciò si aggiunga che nessuna delle circostanze dedotte dal ricorrente è stata sottratta all'analisi dell'impugnata sentenza, posto che, come già si è visto, quanto a tutte le operazioni estere, si è dato preminente rilevanza al fatto che Di Mase, proprio perché dirigeva una sua banca che operava nel paesi in cui avevano sede quasi tutte le consociate estere del Banco Ambrosiano e le società attraverso le quali venivano distratte le somme erogate nella forma di normali operazioni di finanziamento, era consapevole di tale realtà; e da esperto banchiere non poteva non sapere che qualsiasi operazione di finanziamento richiedeva un'indagine preventiva sulla consistenza economica dell'impresa finanziata, sulla realizzabilità concreta del programma d'investimento, sulla congruità oggettiva delle garanzie oltre che sull'affidamento soggettivo di chi si faceva promotore dell'iniziativa.

 

Analoga decisione dev'essere assunta in relazione al quarto, quinto e sesto motivo di ricorso che investono la condanna per il reato di bancarotta fraudolenta documentale.

 

L'imputato ha denunciato, innanzi tutto, la violazione dell'art. 477 del c.p.p. del 1930, sostenendo che mentre la contestazione gli faceva carico di avere esposto fatti non rispondenti al vero nel bilanci approvati con il suo voto, poi, la condanna aveva avuto ad oggetto un fatto diverso, e cioè l'aver consentito tali falsificazioni.

 

Il rilievo non ha alcun pregio.

 

È doveroso ricordare, innanzi tutto, che giammai si può profilare un difetto di correlazione tra accusa e sentenza, nel limiti previsti dall'art. 477 del codice del 1930 (limiti peraltro recepiti nel nuovo codice nell'art. 521 c.p.p.), quando il contributo alla consumazione del reato da un'ampia descrizione si riduce in un ambito più circoscritto, che sottrae, ma non aggiunge spazio all'accusa, né questa innova nelle sue essenziali componenti.

 

Nella sentenza impugnata si è dato atto che non era stato Di Mase l'autore del falso in bilancio, ma si era considerato determinante il tacito assenso alla sua approvazione, perché lo si è ricollegato non già ad un colpevole comportamento omissivo, ma ad una volontaria, predeterminata scelta che era e rimase sempre costante, cioè quella di non dissentire dalle decisioni di Calvi, e queste decisioni comprendevano tutti gli atti funzionali alla loro attuazione; e tra questi era compreso l'occultamento, nei bilanci e nelle comunicazioni sociali, delle reali esposizioni debitorie del Banco Ambrosiano e delle consociate estere, attraverso la falsa rappresentazione del valore intrinseco della partecipazioni e delle reali dimensioni di rilevanti esposizioni finanziarie.

 

E, non risulta affatto che da tale specifica accusa, enucleabile nell'ambito della più vasta indicazione contenuta nel capo 1-D della rubrica, l'imputato non si sia difeso, posto che tutte le sue articolate difese si sono sempre focalizzate nella giustificazione del comportamento omissivo a lui attribuito, sia nel corso dell'istruttoria che durante il giudizio di primo grado.

 

Ed il principio della correlazione tra accusa e sentenza, come più volte questa Corte ha avuto modo di affermare (cfr. Sez. V, 11 novembre 1988, ric. Mantelli, e 21 maggio 1992, ric. Chirico, etc.), non va inteso in senso formale, ma sempre in funzione della finalità cui si è ispirato, finalità che è costituita dalla legittima tutela del diritto di difesa.

 

Ne consegue, pertanto, che legittimamente i giudici di merito hanno escluso che potesse avere rilevanza, ai fini dell'esclusione della responsabilità del ricorrente il fatto ch'egli non avesse firmato il bilancio del 1980 né predisposto quello del 1981, né sottoscritto il rendiconto presentato ai commissari liquidatori il 20 luglio 1982, giacché quei comportamenti omissivi non sono stati attribuiti a mera negligenza, né tantomeno ad una tacita dissociazione rispetto a chi quell'iniziativa aveva assunto ed approvato, bensì ad una scelta che esprimeva la solidale volontà con i protagonisti principali dell'intera vicenda e tale conclusione, conseguente ad un'esauriente e corretta valutazione delle risultanze acquisite, non è più censurabile in questa sede.

 

Risulta anche non meritevole di accoglimento il settimo motivo di ricorso, con il quale si è denunciata la violazione dell'art. 2, comma 2, c.p. in riferimento all'applicazione dell'art. 60 della legge bancaria all'epoca vigente: ha sostenuto il ricorrente che la sopravvenuta normativa, introdotta dal decreto legislativo 1 settembre 1993, n. 385, non poneva più a carico degli amministratori di una banca, sottoposta ad amministrazione straordinaria, l'onere della redazione e della sottoscrizione di un rendiconto e quindi della presentazione del rendiconto, con la conseguenza che inapplicabile era la sanzione penale che presupponeva l'esistenza di quell'obbligo.

 

Osserva il Collegio che il rilievo dedotto dal ricorrente è privo di fondamento.

 

È opportuno precisare che l'art. 73 del Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, approvato con decreto legislativo del 1° settembre 1993, n. 385, modificato dai successivi decreti del 23 luglio e del 4 dicembre 1996, stabilisce che i commissari straordinari, una volta insediatisi e presa in consegna l'azienda dagli organi amministrativi disciolti, "acquisiscono una situazione dei conti" allo scopo di poter efficacemente gestire la banca sottoposta ad amministrazione straordinaria.

 

È quindi indubbiamente esatto affermare che non è più onere degli amministratori predisporre la situazione contabile dell'azienda, perché tale onere si è trasferito, e con opportuna coerenza, su chi si è sostituito nella gestione, ma è altrettanto evidente che in tanto i commissari straordinari possono predisporre una situazione contabile dell'azienda che rispecchi fedelmente quali sono le esposizioni debitorie, dirette ed indirette, e quali le risorse per fronteggiarle, in quanto dagli amministratori abbiano potuto ottenere congrue informazioni, idonee a fotografare, dopo la chiusura dell'ultimo esercizio e sino al momento del passaggio delle consegne, la situazione dell'attività finanziaria, dell'attività d'investimento, nonché delle possibili variazioni nella realtà patrimoniale finanziaria dell'azienda e delle stesse correlazioni esistenti tra fonti di finanziamento ed investimenti attuati o in corso di attuazione.

 

Con ciò non si vuole affatto negare che una cosa è il "rendiconto", inteso come atto complesso, comprensivo della rappresentazione oggettiva della situazione finanziaria in un determinato momento e della previsione concreta del suo futuro sviluppo, ed altra cosa, ben diversa, è la "situazione dei conti", la quale altro non deve contenere se non il prospetto delle variazioni avvenute nella realtà patrimoniale e finanziaria della banca in crisi, dopo l'ultimo esercizio; ma sia il rendiconto che la situazione contabile assolvono la stessa identica funzione, che è quella di informare chi si sostituisce nella gestione dell'azienda sulle effettive sue condizioni in un determinato momento che può non coincidere con la chiusura dell'ultimo esercizio e della quale fa fede l'ultimo bilancio.

 

Ed infatti nella relazione definitiva al nuovo testo dell'art. 73 del D.Lgs. n. 385 del 1993, si ribadisce, in una maniera quanto mai esplicita, che solo dopo la redazione del processo verbale nel quale si sia dato atto dell'insediamento dei commissari straordinari, questi "procedono ad acquisire una situazione contabile aggiornata, che consenta di ottenere una prima evidenza della situazione aziendale": e per acquisire la rappresentazione contabile di un'azienda, non si può prescindere dall'utilizzazione del contributo informativo che verrà fornito, direttamente, da chi all'amministrazione della stessa azienda ha provveduto, contributo che non può esaurirsi nella messa a disposizione, pura e semplice, delle scritture contabili.

 

E nell'ampia categoria delle comunicazioni sociali rientrano, a pieno titolo, tutte quelle compiute, in forma scritta o orale, dai singoli soggetti qualificati della società, nell'esercizio delle funzioni ad essi attribuite, sia che esse abbiano un'efficacia meramente interna, o che rivestano, invece, una rilevanza all'esterno della compagine sociale, in quanto la tutela ad esse accordata dall'ordinamento positivo non abbraccia solo gli interessi della società e dei soci, ma anche quelli dei creditori e di qualunque altro soggetto estraneo alla società, che sia portatore di un autonomo interesse per pretendere la fedele rappresentazione della situazione economica di una determinata impresa.

 

A ciò si aggiunga che allorquando si è in presenza, come nel caso in esame, di un'azienda bancaria in crisi, alla tutela degli interessi privati si sovrappone la prioritaria tutela di un evidente interesse pubblico che non è soltanto correlato all'economia collettiva, ma affonda le sue radici nella stessa rilevanza costituzionale di altri, essenziali interessi, quali quelli della tutela del risparmio e del corretto esercizio del credito.

 

L'antigiuridicità penale del fatto attribuito a Di Mase, come a tutti i componenti del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano che, con il loro comportamento, in vari modi, contribuirono ad avvallare la rappresentazione di una falsa realtà, non si esauriva nella materiale predisposizione del rendiconto, ma investiva il contenuto del documento, la sua origine ed i suoi effetti potenziali, e del resto la stessa sanzione penale era correlata non ad un adempimento formale, bensì all'obbligo di non esporre una falsa ed ingannevole situazione economico-finanziaria del Banco Ambrosiano.

 

E tale obbligo la sopravvenuta normativa non ha abolito, ma semmai ha potenziato nell'ottica di assicurare, in maniera più efficace possibile, il raggiungimento di un'appropriata tutela dei convergenti interessi su esposti, da un lato semplificando la ricognizione immediata della situazione economica di una banca in crisi, precisando che era sufficiente l'acquisizione di un rendiconto finanziario, quale è la situazione contabile, e dall'altro lato nel responsabilizzare, quanto alla sua acquisizione, chi si era insediato nella gestione, ha recuperato, attraverso l'utilizzazione della doverosa collaborazione informativa, nell'area della rilevanza penale, il contributo degli organi sostituiti, perché depositari della concreta possibilità di fornire in breve tempo tutte le possibili notizie su quanto era effettivamente avvenuto sotto la loro diretta osservazione.

 

Ne consegue che, sulla base delle considerazioni su esposte, la norma penale nella quale è stata sussunta la condotta attribuita all'imputato Di Mase, non è stata abrogata, ma nel correlarsi al rinnovato contenuto precettivo dell'art. 73 del Testo Unico n. 385 del 1993, così come modificato dai successivi interventi del legislatore, ha lasciato agli amministratori, sostituiti dal commissari, l'onere di una fedele rappresentazione della situazione dell'azienda, giacché è soltanto con le loro informazioni che i commissari straordinari potranno "procurarsi" una completa situazione contabile che possa essere una valida ed efficace premessa nella prospettiva di un recupero potenziale della stessa azienda.

 

Ed a tale onere l'imputato si è volontariamente sottratto, manifestando sino all'ultimo una costante adesione a tutti i criteri con i quali Calvi, con la compiacente disponibilità dei componenti del consiglio di amministrazione, aveva via via ridotto ogni possibilità di ripresa economica dell'azienda, sino a consumarne l'intero patrimonio; e tale risultato era stato fraudolentemente occultato con opportuni accorgimenti contabili, che, secondo le concordi valutazioni dei giudici di merito, non potevano certo sfuggire all'attenzione di un esperto banchiere che operava in quella stessa area di mercato. E risulta dalla sentenza impugnata - né il fatto è contestato dal ricorrente - che falsa era la rappresentazione della situazione finanziaria del Banco Ambrosiano, perché in essa erano state riprodotte, e con ostinata pervicacia, gran parte delle false indicazioni già contenute nel bilanci precedenti, sicché correttamente la sentenza impugnata non ha attribuito rilevanza esimente al fatto che Di Mase non abbia materialmente predisposto e sottoscritto quel rendiconto, una volta stabilito che ne ha condiviso i criteri per la sua redazione, il suo contenuto e le sue finalità, così come legittimamente si è esclusa l'applicabilità dell'art. 2 c.p.

 

Non meritevoli di accoglimento sono infine gli ultimi due motivi di ricorso con i quali Di Mase ha denunciato l'errata applicazione degli artt. 62-bis e 69 c.p. ed il difetto di motivazione dell'impugnata sentenza in ordine al giudizio di comparazione ed alla determinazione della pena.

 

L'equivalenza tra le ravvisate aggravanti e le concesse attenuanti generiche è stata congruamente motivata nell'impugnata sentenza attraverso l'esplicito riferimento alla gravità dei fatti accertati e quanto alla determinazione concreta della pena il contributo offerto dall'imputato alla realizzazione del programma delittuoso perseguito da Calvi, altrettanto motivatamente è stato definito non marginale né tantomeno improduttivo di effetti pregiudizievoli: ciò si è affermato non sulla base di astratte congetture ma in conseguenza di un'attenta disamina delle risultanze acquisite.

 

E queste, se consentivano di affermare, come ha fatto l'impugnata sentenza, che il dissesto del Banco Ambrosiano si era già manifestato nel 1980, neppure escludevano che la successiva condotta degli amministratori quell'incipiente dissesto avesse aggravato con decisioni che a tutto erano ispirate tranne che alla logica del risanamento.

 

E tale conclusione, per la sua intrinseca razionalità, e per la completezza dell'analisi dei presupposti sui quali è fondata, si sottrae a tutte le censure del ricorrente.

 

 

Prisco Giuseppe

 

In relazione alla posizione dell'imputato Prisco Giuseppe sia il Tribunale che la Corte d'Appello di Milano hanno dato particolare rilievo al fatto che l'imputato oltre ad avere assunto l'incarico di componente del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, analoghe funzioni aveva svolto dal luglio 1977 presso la società "Rizzoli Editore", perché ritenevano che tale duplice incarico aveva finito per porlo in una situazione privilegiata al fine di percepire le reali e progressive dimensioni del dissesto e le cause che lo avevano determinato.

 

Inoltre, la solidarietà manifestata dall'imputato nel confronti di Roberto Calvi ed in tutte le iniziative da questi assunte, solidarietà protrattasi anche dopo l'improvvisa scomparsa di quest'ultimo, è stata interpretata nelle conformi sentenze dei giudici di mento come sintomatica della complicità, indissociabile dal rapporto di intensa collaborazione che si era instaurato tra i due soggetti.

 

Secondo la ricostruzione dei giudici di mento, Prisco era entrato a far parte del consiglio di amministrazione della società Rizzoli come un uomo di assoluta fiducia di Calvi, e si era reso parte diligente per la nomina di Bruno Tassan Din a direttore generale di quella società, nel momento in cui Calvi, con la complicità di Gelli ed Ortolani, ne acquisiva il pieno controllo.

 

Nessuna iniziativa aveva assunto neppure quando la stampa aveva diffuso gli elenchi degli affiliati alla loggia massonica denominata "P2", e cioè quando aveva saputo che tutti i protagonisti di quell'operazione, effettuata attraverso cospicui finanziamenti da parte del Banco Ambrosiano, a quella loggia appartenevano.

 

Era altresì emerso che l'imputato non aveva esitato a solidarizzare con Calvi sia durante la detenzione che dopo la scarcerazione: durante la detenzione di Calvi, pur preoccupato di fronte alla necessità di sostituire questi alla guida della banca, non aveva assecondato il proposito di chi quella sostituzione voleva attuare, tant'è che, appena Calvi fu rimesso in libertà, fu proprio Prisco ad assumere l'iniziativa per dissuadere Mozzana da ogni diversa decisione, prospettando a chi non condivideva la sua opinione, che sostituire Calvi in quel momento poteva servire solo a voler significare che fondate erano le accuse che in quel procedimento la Procura di Milano aveva formulato.

 

Nella sentenza impugnata si evidenziava altresì che Prisco, in quel procedimento penale nel quale era stato direttamente coinvolto Calvi, aveva assunto la difesa del coimputato Valeri Manera, ed in tale veste, non aveva certo potuto ignorare la genesi del processo, le prove acquisite dall'accusa, le giustificazioni offerte dagli imputati, e, soprattutto, era stato informato del contenuto complessivo del rapporto del dr. Padalino, e, quindi, anche della parte che sino a quel momento era rimasta riservata, e nella quale si sottolineavano le preoccupazioni dell'ufficio ispettivo della Banca d'Italia sulle esposizioni debitorie del Banco Ambrosiano e si invocava una permanente e diffusa attività di efficace vigilanza, la cui necessità era resa evidente dalla scarsa collaborazione che era stata offerta, nella ricostruzione delle più rilevanti operazioni finanziarie.

 

L'imputato, inoltre, non aveva esitato nel solidarizzare con Calvi anche in occasione della vicenda conclusasi con le clamorose dimissioni di Carlo De Benedetti, allorquando, con la mediazione dell'avvocato Chiaraviglio, si tentò ma senza alcun apprezzabile successo, di convincere De Benedetti a motivare le sue dimissioni in modo diverso, sì da occultare, ancora una volta, con quali criteri la banca veniva gestita; ed era stato ancora Prisco il promotore del comunicato diffuso al termine della riunione del consiglio di amministrazione del 17 febbraio 1982, quando in risposta al dubbi espressi dalla Banca d'Italia, dopo le dimissioni di De Benedetti, sulla capacità degli organi collegiali preposti all'amministrazione del Banco Ambrosiano di assumere, responsabilmente, autonome determinazioni, si manifestò stupore ed indignazione, quasi che i presupposti di fatto che quell'interrogativo giustificavano fossero stati artificiosamente creati per rappresentare una diversa realtà; e pur dopo la scomparsa di Calvi, quando già si profilava, in termini concreti la possibilità dell'amministrazione straordinaria, era stato Prisco nel corso di un incontro con il dr. Noto della sede milanese della Banca d'Italia a sconsigliare quella possibilità e, nel contempo, a manifestare il suo dissenso anche all'opzione alternativa, e cioè a quella di sostituire a Calvi Bagnasco.

 

Pertanto, sulla base di tali elementi, la Corte di Appello di Milano confermava la condanna dell'imputato per i reati a lui ascritti ai capi 1-A - B - C - D e, in considerazione dell'avvenuta transazione con le parti civili, concedeva le attenuanti generiche che valutava equivalenti alle contestate aggravanti e riduceva la pena ad anni cinque e mesi quattro di reclusione.

 

Quanto alla distrazione conseguente all'acquisto di azioni attraverso la società "Suprafin" (capo 1-E), si escludeva la partecipazione dell'imputato, essendo i finanziamenti avvenuti in epoca precedente al suo ingresso nel consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano.

 

La sintetica esposizione dei motivi sui quali è fondata la conferma della condanna del primo giudice si è resa necessaria al fini dell'analisi dei numerosi rilievi prospettati dalla difesa del ricorrente, ed affidati ai motivi principali, a quelli aggiunti e ad un'analitica e diffusa memoria.

 

L'imputato ha, innanzi tutto, denunciato l'errata applicazione dell'art. 216, comma 1, n. 1, della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), sostenendo che la sentenza impugnata era pervenuta a quelle conclusioni unicamente perché aveva ritenuto configurabile il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione allorquando l'atto dispositivo non rientra nell'oggetto sociale e si rivela pregiudizievole per gli interessi economici dell'impresa e non aveva dato, invece, alcuna rilevanza al fatto che le operazioni finanziarie approvate dal consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano erano state deliberate quando lo stato d'insolvenza non ancora esisteva o, comunque, non si era manifestato.

 

Ed attraverso tale lacunosa indagine, secondo il ricorrente, la sentenza impugnata aveva finito per dissociare il dolo della bancarotta da un suo essenziale presupposto, e cioè la preventiva conoscenza dell'insolvenza dell'azienda.

 

Osserva la Corte che il rilievo, riproponendo all'attenzione del Collegio una problematica che ha remote origini e che in dottrina ha suscitato controverse soluzioni, non è in alcun modo condivisibile: ai fini della sua stessa prospettazione sono carenti i presupposti di fatto sul quali quel rilievo è fondato, posto che, come già si è osservato, la solidarietà manifestata dall'imputato a Calvi ed ai criteri da questi seguiti nella gestione della banca è stata espressa, con indubbia continuità, sino al 13 giugno 1982, quando ormai la prospettiva dello scioglimento degli organi amministrativi era divenuta una concreta realtà e quando le cause che quell'evento preannunciavano erano evidenti.

 

Sarebbe, quindi, arbitrario ridurre il contributo offerto dall'imputato nell'amministrazione del Banco Ambrosiano ad episodi precedenti al 1980, e cioè ad un periodo che precede la manifestazione dello stato d'insolvenza, quando, invece, è dimostrato, e d'altronde neppure l'imputato lo ha mai contestato, che la sua permanenza nel consiglio di amministrazione è cessata soltanto quando il Banco Ambrosiano fu sottoposto ad amministrazione straordinaria.

 

Inoltre, il rilievo dedotto dal ricorrente finisce per attribuire rilevanza penale all'atto dispositivo compiuto dall'imprenditore commerciale solo allorquando l'insolvenza si è oggettivamente manifestata nelle sue reali dimensioni ed è stata percepita.

 

Ma la giurisprudenza di questa Corte, formatasi sulla base di un'attenta interpretazione della norma incriminatrice, si è da tempo orientata, ed in maniera sempre più costante, nell'affermare che tutte le ipotesi alternative previste nell'art. 216, comma 1, n. 1, del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, si realizzano mediante condotte che determinano una diminuzione del patrimonio, diminuzione pregiudizievole per i creditori: per nessuna di quelle ipotesi la legge richiede un nesso causale tra la condotta dell'autore ed il dissesto dell'impresa, sicché né la previsione dell'insolvenza come effetto necessario, possibile o probabile, dell'atto dispositivo, né la percezione della sua stessa preesistenza nel momento del compimento dell'atto, possono essere condizioni essenziali ai fini dell'antigiuridicità penale della condotta.

 

Non va dimenticato che il fallimento, al quale va equiparata la liquidazione coatta amministrativa, non costituisce affatto l'evento del reato di bancarotta, sicché arbitrario sarebbe pretendere un nesso eziologico tra la condotta, realizzatasi con l'attuazione di un atto dispositivo che incide sulla consistenza patrimoniale di un'impresa commerciale, ed il fallimento.

 

E del resto, quando il legislatore ha ritenuto necessaria l'esistenza di siffatto rapporto, lo ha previsto espressamente, non sottraendosi all'onere di indicare entro quali limiti temporali la condotta può assumere rilievo penale: basti pensare alla bancarotta semplice documentale (art. 217 comma 2, della legge fallimentare), ipotesi in cui è il triennio precedente alla dichiarazione di fallimento il perimetro entro il quale può trovare legittimo spazio l'indagine conoscitiva del giudice penale.

 

D'altronde, come più volte questa Corte ha ribadito (cfr. Sez. V, 26 giugno 1990 ric.. Berdoni, etc.), se si accettasse una diversa soluzione, verrebbe compromesso l'ineludibile principio del rispetto della tassatività della fattispecie penale, giacché nella stessa avrebbe rilevanza una condizione che, se pur proiettata verso un evento certo, quale la dichiarazione di fallimento, utilizzerebbe un elemento del tutto arbitrario, affidato ad una soggettiva valutazione, quale l'individuazione del periodo "prossimo" alla dichiarazione di fallimento.

 

Né, per giustificare una diversa conclusione, può essere utile o determinante obiettare che, l'imprenditore, al pari di ogni altro soggetto, conserva la libera disponibilità dei beni almeno sino all'insorgenza dello stato d'insolvenza: la previsione normativa del reato di bancarotta fraudolenta non disconosce quel diritto, né, tantomeno, il suo legittimo esercizio, funzionale alla realizzazione delle scelte imprenditoriali: ciò che l'ordinamento vuol salvaguardare è soltanto che l'esercizio di quel diritto sia correlato agli interessi economici dell'impresa.

 

Quando da tali interessi si prescinde, per perseguire finalità che nulla hanno a che vedere con l'oggetto sociale, e nel contempo le scelte effettuate determinano o aggravano una diminuzione delle risorse patrimoniali, ci si pone nell'area di una potenziale illegittimità penale, perché già si compromettono le legittime aspettative dei creditori e si espone a rischio la stessa sopravvivenza dell'impresa.

 

E quando sopraggiunge l'accertamento giudiziale dell'insolvenza, l'atto dispositivo si identifica in una distrazione di attività, perché quell'accertamento, lungi dal costituire l'evento del reato, cristallizza gli effetti patrimoniali negativi che ne sono conseguiti, quale che sia l'epoca in cui quella scelta è stata compiuta.

 

E non sussistendo apprezzabili motivi per dissentire da tale conclusione che rappresenta, come già si è rilevato, il risultato di una costante elaborazione giurisprudenziale, essa va in questa sede riaffermata e del tutto superfluo appare rimettere la decisone del problema prospettato dal ricorrente al vaglio delle Sezioni Unite, così come da lui richiesto.

 

Neppure meritevole di accoglimento è il secondo motivo di ricorso e con il quale la difesa dell'imputato ha denunciato l'erronea applicazione dell'art. 314 c.p.p., in relazione al diniego di una consulenza tecnica.

 

Come già si è avuto modo di precisare, la Corte di Appello di Milano, sia nella sentenza del 10 giugno 1996. che nell'ordinanza del 5 giugno 1996 - entrambe impugnate dall'imputato - aveva ritenuto superfluo un accertamento tecnico sullo stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano e sulla ricognizione delle cause che lo avevano determinato, osservando che le risultanze acquisite non proponevano, a tal riguardo, elementi di incertezza: la ricostruzione delle operazioni finanziarie che quel dissesto avevano provocato o aggravato era stata compiuta da un organo tecnicamente qualificato, quale il collegio dei commissari liquidatori e la documentazione acquisita anche dalle consociate estere del Banco Ambrosiano suffragava quelle conclusive indicazioni.

 

Pertanto, la superfluità di un accertamento tecnico è stata congruamente motivata anche alla luce della rinnovata formulazione dell'originario contenuto dell'art. 314 c.p.p., e, come tale, si sottrae al sindacato di questa Corte, in quanto l'obbligo di provvedere ad un accertamento tecnico, nel giudizio, è sempre subordinato alla ravvisata necessità di un'indagine che richieda particolari cognizioni.

 

Con il terzo motivo di ricorso l'imputato ha dedotto l'omessa e la contraddittorietà di motivazione dell'impugnata sentenza, sostenendo, e con articolate argomentazioni, illustrate anche nella successiva memoria, che si era omesso di considerare che la condotta realizzata era il risultato di un inganno, in quanto la patologia dei finanziamenti era costituita dal fatto che essi avevano una destinazione diversa rispetto a quella dichiarata e, quindi, nota al consiglio di amministrazione, e che tutto l'apparato estero del Banco Ambrosiano era stato organizzato in modo da operare nella maggiore segretezza possibile.

 

Ha inoltre osservato il ricorrente che tutte le pratiche venivano istruite dall'organo tecnico ed erano corredate dal relativi pareri favorevoli e che, comunque, durante la sua permanenza nel consiglio di amministrazione, non tutti i finanziamenti erano passati al vaglio di tale organo, ma soltanto quelli per importi superiori ai diciotto miliardi. Infine, quanto alla condanna per il reato di bancarotta documentale, l'imputato ha osservato che la sentenza impugnata aveva omesso di considerare che i bilanci e le relazioni venivano predisposti sempre da organi tecnici e che, quanto al rendiconto, nella lettera del giorno 8 luglio 1982 si era segnalata l'impossibilità di una completa ricostruzione, sicché carente era stata l'indagine sia in relazione alla ricostruzione oggettiva dei fatti, che in merito alla ricerca e valutazione dell'elemento psicologico del reato.

 

Osserva la Corte che nessuno dei rilievi su esposti è condivisibile.

 

Le circostanze indicate dal ricorrente non sono state trascurate dai giudici di merito, ma sono state ritenute ininfluenti ai fini dell'accertamento delle responsabilità penali dell'imputato in relazione alle varie ipotesi contestate, perché si è considerato che la condotta manifestata dell'imputato sia nel corso del biennio in cui aveva rivestito l'incarico di componente del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, e cioè dal 12 aprile 1980 al 17 giugno 1982, che nel precedente e maggior periodo in cui analogo incarico, per volontà di Calvi, aveva ricoperto presso la società Rizzoli Editrice, vi era stata sempre un'incondizionata accettazione delle iniziative assunte da Calvi, benché tutta una serie di circostanze avrebbero dovuto indurre chi a quell'ufficio era preposto ad attivarsi per un corretto adempimento dei propri doveri.

 

Lungi, quindi, dall'ipotizzare una condotta omissiva, espressione dell'altrui inganno, i giudici del merito hanno evidenziato come il comportamento dell'imputato assumeva la più grave connotazione di una consapevole connivenza, in quanto la solidarietà manifestata a Calvi e sino a dopo la scomparsa dello stesso, non si esauriva nell'ambito riduttivo di un rapporto intersoggettivo, ma comprendeva l'attività amministrativa concretamente espletata dal banchiere, tant'è vero che era stato proprio l'imputato, come già si è notato, a protestare con la Banca d'Italia quando questa nel febbraio 1982, aveva sollecitato il consiglio di amministrazione ed il collegio sindacale all'effettivo esercizio delle loro funzioni.

 

E se vero è che, come affermato dal ricorrente, la patologia dei finanziamenti consisteva nella destinazione a finalità diverse da quelle dichiarate, è altrettanto indubbio che l'occultamento delle reali destinazioni, almeno in relazione alle operazioni per impadronirsi del controllo della società Rizzoli non potevano sfuggire a chi, come Prisco, della gestione di questa società era partecipe e tale era diventato per volontà di Calvi, e per giunta con poteri di veto che accrescevano ma non certo attenuavano i poteri decisori.

 

Se poi in tale quadro si inseriscono, come è stato doverosamente fatto dai giudici di merito, tutte le altre circostanze che proprio dal 1980 al 1982 si erano manifestate e che erano univocamente sintomatiche dei metodi fraudolenti con i quali veniva gestita la banca, non si vede in quale vizio di motivazione sia incorsa l'impugnata sentenza allorquando da quelle circostanze ha tratto la convinzione che Prisco, più di tutti gli altri componenti del consiglio di amministrazione, e per le ragioni su esposte, era a conoscenza di quella realtà, della quale aveva avuto diretta esperienza qualche anno prima, quando cioè aveva accettato di essere il patrocinatore degli interessi di Calvi e dei suoi collaboratori nella Rizzoli, interessi che nulla avevano a che vedere con le finalità speculative di una banca.

 

E tale maturata consapevolezza, vivificata dal susseguirsi di una serie di vicende che nella loro efficacia sintomatica si armonizzavano nella stessa direzione, non poteva non essere utile anche al fini della ricerca e della valutazione dell'elemento psicologico richiesto per la configurazione del reato di bancarotta fraudolenta documentale.

 

La Corte di Appello di Milano non ha ignorato che al vaglio del consiglio di amministrazione erano sottoposti soltanto i finanziamenti che superavano l'importo di diciotto miliardi, né che i bilanci e le relazioni erano redatte da organi tecnici che operavano alle dirette dipendenze di Calvi, ma ha motivatamente escluso che entrambe tali circostanze potessero far dubitare della colpevolezza dell'imputato: molti depositi fiduciari superavano quell'importo ed erano stati approvati dal consiglio del quale Prisco faceva parte, come pure era avvenuto per alcuni finanziamenti a favore di imprese che operavano in Italia e per quelli erogati alle consociate estere del Banco Ambrosiano, nonostante i reiterati ed allarmanti rilievi della Banca d'Italia.

 

Il coinvolgimento di Calvi in quel procedimento penale che evocava non personali iniziative, ma pregiudicate scelte operative che coinvolgevano direttamente il Banco Ambrosiano, il Credito Varesino, la Banca del Gottardo e le società Toro Assicurazioni, e quindi l'intero gruppo, accusato, e non senza fondamento, di avere illecitamente esportato oltre 23 miliardi di lire, era già sintomatico di una disinvolta gestione, non certamente sensibile al rispetto della trasparenza, e soprattutto degli stessi interessi della banca; ma se poi in tale contesto si inseriva la relazione del dr. Padalino che illustrava i dubbi e le gravi perplessità anche sulla destinazione del denaro erogato alle consociate estere del Banco Ambrosiano, vi erano ragioni più che sufficienti per dubitare della correttezza formale e sostanziale di quelle operazioni e, quindi, per sollecitare una doverosa attenzione di chi era preposto alla loro approvazione e verifica.

 

Ne consegue che sotto tale profilo i rilievi dedotti dal ricorrente non sono condivisibili, perché le conclusioni alle quali è pervenuta la Corte di Appello di Milano non sono fondate su mere congetture, né su arbitrarie ipotesi, ma sono soltanto il risultato logico dell'analisi corretta e completa delle risultanze acquisite.

 

E d'altronde, è pur vero che, come ha sostenuto la difesa del ricorrente, le bozze dei bilanci venivano predisposte materialmente dagli uffici tecnici della banca, ma è altrettanto incontestabile che all'onere della loro verifica doveva provvedere il consiglio di amministrazione e quest'onere, attesa l'esistenza di quei gravi indici di allarme, imponeva un adeguato controllo che non poteva certamente esaurirsi in una cieca accettazione dei dati contabili rappresentati da chi aveva interesse ad occultare la realtà.

 

La sentenza impugnata, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, non ha certamente ignorato né il contenuto della relazione del dr. Desario che segnalava una riduzione dei finanziamenti del Banco Ambrosiano alle consociate estere, né tantomeno la riconducibilità dell'iniziativa di costituire un comitato esecutivo che avrebbe dovuto limitare i poteri di Calvi. Ma la sentenza impugnata ha dovuto prendere atto - e la circostanza è documentalmente provata - che il contenuto del rapporto Desario fu reso noto dopo la dichiarazione dello stato di insolvenza e, comunque, non esponeva che una parte della verità, perché se diminuiti erano i finanziamenti diretti, aumentati risultavano quelli indiretti, e quanto al comitato esecutivo, esso non aveva di fatto esercitato le funzioni per le quali era stato concepito, perché in realtà si era trattato di un mero espediente tattico escogitato da chi, come Prisco, voleva conservare Calvi alla guida della banca e, nel contempo, offrire all'organo di vigilanza la parvenza di un valido ed efficace tentativo per ricondurre la gestione dell'azienda nel binario della legalità dopo le note vicende che avevano determinato l'arresto di Calvi.

 

Ed una volta escluso che il fallimento sia un elemento costitutivo della fattispecie, non può che convenirsi con quanto affermato nell'impugnata sentenza, e cioè che non era in alcun modo necessario dimostrare, da parte dell'accusa, un nesso tra la condotta ed i suoi effetti, una volta accertato che le attività del Banco Ambrosiano, con la compiacente e costante collaborazione dell'imputato, venivano destinate a finalità diverse da quelle consentite e che tale consapevolezza si ripercuoteva, necessariamente, sulla falsa ed ingannevole rappresentazione della realtà, rappresentazione difesa sino all'ultimo, nonostante le diverse e reiterate insistenze dell'organo di vigilanza, preposto alla tutela di pubblici interessi, e di chi, come De Benedetti, aveva invano chiesto di essere posto al corrente della reale situazione economico-finanziaria del Banco Ambrosiano sei mesi prima che il dissesto fosse accertato dall'autorità giudiziaria competente.

 

Quanto, infine, alla sottoscrizione del falso rendiconto, le giustificazioni offerte dall'imputato sono state motivatamente disattese, una volta accertatosi che erano stati utilizzati i risultati contabili contenuti nel bilancio del 1981 e si era perpetrata una valutazione artificiosa della partecipazione nella holding lussemburghese e dei crediti vantati verso le consociate estere ed i beneficiari dei vari finanziamenti, erogati senza opportune garanzie e destinati, non di rado, a fini diversi da quelli dichiarati.

 

Il rendiconto presentato ai commissari liquidatori il 20 luglio 1982 altro non doveva contenere che la rappresentazione sintetica della situazione contabile maturatasi dopo l'approvazione dell'ultimo bilancio, sicché almeno in quella sede si aveva l'opportunità di abbattere il veto protettivo del silenzio sulla reale condizione della banca e se ciò non avvenne non fu certo per l'impossibilità materiale di farlo, bensì per l'avvertita esigenza di perpetuare una rappresentazione che doveva occultare come il patrimonio del Banco Ambrosiano fosse stato già tutto inghiottito dalle perdite due anni prima, cioè nel 1980, e che le successive operazioni, giustificate dai più disparati interessi, incompatibili certamente con un reale programma di risanamento, avevano avuto un solo risultato, e cioè quello di consolidare l'indebitamento, aumentandone progressivamente la consistenza.

 

È stato questo il percorso logico seguito dall'impugnata sentenza, sicché non solo non emergono aspetti di manifestata illogicità, ma neppure risultano sottratte alla doverosa analisi dei giudici dell'appello circostanze rilevanti, potenzialmente idonee a giustificare una diversa decisione.

 

È del pari destituito di qualsiasi fondamento il rilievo dedotto dal ricorrente nei motivi aggiunti, in relazione alla valutazione dell'elemento psicologico del reato, posto che nella sentenza impugnata la condotta ascrivibile all'imputato non è stata ricostruita nell'ambito riduttivo di un comportamento negligente, non attento ai segnali d'allarme.

 

Esso è stato ritenuto sintomatico di una volontaria adesione alle scelte operative di Calvi, nella piena consapevolezza che il risultato di quelle scelte era la sottrazione di attività dal patrimonio della banca, sottrazione della quale l'imputato era stato un indiretto beneficiario e, nel contempo, attento ed interessato testimone, quando nel consiglio di amministrazione della Rizzoli Editore non potè non percepire l'interesse di Calvi e dei suoi complici ad ottenere il controllo di quella società, attraverso finanziamenti che nulla avevano a che vedere con le attività speculative del Banco Ambrosiano.

 

Né a diversa conclusione poteva pervenirsi sulla base della conclusione giudiziaria del procedimento che aveva visto coinvolto lo stesso imputato nella bancarotta conseguente alla dichiarazione d'insolvenza della società Rizzoli, posto che in quel procedimento non era in discussione la genesi dei finanziamenti del Banco Ambrosiano, né i motivi che li avevano giustificati, bensì soltanto la loro effettiva destinazione.

 

E quanto alla quotazione in borsa delle azioni del Banco Ambrosiano, quell'operazione non rappresentava certo la prova del definitivo superamento di una situazione di crisi, quanto, piuttosto, lo strumento al quale la Banca d'Italia aveva fatto ricorso per ottenere alcuni adempimenti formali, quale la presentazione di un bilancio consolidato, che, secondo le intenzioni dei proponenti, doveva servire per ottenere una meno incompleta rappresentazione delle esposizioni debitorie all'estero, aspettativa delusa dal massiccio ricorso ai finanziamenti interbancari.

 

Pertanto, anche sotto tale aspetto la sentenza impugnata si sottrae ai rilievi del ricorrente.

 

Quanto infine all'ultimo motivo di censura, concernente il giudizio di comparazione e la determinazione della pena, il ricorso è ai limiti dell'ammissibilità, posto che attraverso i rilievi dedotti si propone alla Corte una rivalutazione complessiva del fatto e della personalità del colpevole al fine di pervenire ad una più favorevole decisione: ma tale rivalutazione è preclusa in questa sede.

 

La sentenza impugnata ha riconosciuto all'imputato le attenuanti generiche, valutando positivamente il suo comportamento processuale, ma ha giudicato tali attenuanti equivalenti alle contestate aggravanti in considerazione non solo dell'oggettiva gravità dei fatti accertati, ma soprattutto dell'attivo ed autorevole contributo offerto da Prisco alla loro realizzazione e tale valutazione è in questa sede incensurabile.

 

Né risulta che al fini della concreta determinazione della pena la sentenza impugnata non abbia utilizzato legittimamente i criteri previsti dall'art. 133 c.p., posto che ha tenuto conto, espressamente, sia della gravità dei reati accertati, desumendola dalle modalità con le quali si era esplicata la condotta, oltre che dalla gravità complessiva del danno arrecato, che della capacità a delinquere dell'imputato, negativamente caratterizzata dalla stessa reiterazione della condotta delittuosa: ne consegue che il potere discrezionale del giudice di merito è stato legittimamente esercitato e le conclusioni alle quali è pervenuto sono correttamente motivate.

 

 

Valeri Manera Mario

 

Ad analoga conclusione questa Corte ritiene di dover pervenire in relazione al ricorso proposto nell'interesse di Valeri Manera Mario, condannato ad anni cinque e mesi sette di reclusione in relazione a tutti i reati a lui ascritti (capi 1-A - B - C - D - E).

 

Secondo la ricostruzione dei giudici di merito l'imputato, dopo essere stato nominato vice presidente della Banca Cattolica del Veneto nel lontano 1977, aveva fatto parte del consiglio di amministrazione sia della "Centrale Finanziaria" che del Banco Ambrosiano e quest'ultimo incarico, assunto il 21 febbraio 1973, lo aveva conservato - e la circostanza non è mai stata contestata dal ricorrente - sino al 17 giugno 1982, sicché non a torto è stato definito come il componente di quell'organo collegiale trattenuto in quell'incarico per il più lungo periodo di tempo.

 

Nelle conformi sentenze dei giudici di merito si è dato atto che Valeri Manera oltre ad avere sempre espresso parere favorevole a tutte le proposte di Calvi ed a quelle suggerite, nell'interesse di quest'ultimo, da Prisco, era stato coinvolto nel procedimento penale instaurato dalla Procura di Milano per l'illecita esportazione di 23 miliardi di lire, procedimento che si era concluso con la sua assoluzione, avendo dimostrato che all'epoca del commesso reato egli era ricoverato in ospedale, dopo essere stato vittima di un incidente stradale, benché all'epoca rivestisse la carica di vice presidente della società "La Centrale Finanziaria", società alla quale era riconducibile l'illecita esportazione della valuta.

 

Nel corso dell'istruttoria si era altresì accertato, e nessuna prova contraria era emersa nel successivo giudizio, che un gruppo di società a lui riconducibili, e cioè la "Veneta Industrie", la "Partek", e "La Società Veneta per le imprese e le costruzioni pubbliche", avevano ottenuto cospicui finanziamenti dalla Banca Cattolica del Veneto e non tutti erano stati rimborsati alle relative scadenze, con la compiacente tolleranza del Banco Ambrosiano al quale, in definitiva, era riconducibile la banca erogatrice dei finanziamenti. Inoltre, nel corso della ispezione effettuata dalla Banca d'Italia si era dovuto constatare che proprio la Banca Cattolica del Veneto, presso la quale l'imputato ricopriva la carica di vice presidente, ancor prima che venisse deliberato l'aumento del massimale, aveva concesso un finanziamento di 15 milioni di dollari al Banco de la Nation di Lima, elevandolo, dopo breve tempo, a 40 milioni e senza compiere alcuna istruttoria.

 

Ed altrettanto era avvenuto per un deposito di due milioni di dollari al banco Cafetero di Panama, e cioè di un'altra banca che, con la prima, erano abitualmente utilizzate per i depositi fiduciari ai quali Calvi aveva fatto ricorso, nel tentativo di sottrarsi ai controlli della Banca d'Italia.

 

A differenza poi degli altri componenti del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, l'imputato, dopo l'ispezione della Banca d'Italia aveva continuato a deliberare i finanziamenti alla società Suprafin, con ciò collaborando con Calvi anche nella gestione del pacchetto azionario del Banco Ambrosiano.

 

Tali circostanze, unitamente al ruolo assunto dall'imputato all'interno del gruppo riconducibile al Banco Ambrosiano, ed a tutti gli altri "segnali d'allarme" che erano emersi sulla gestione di Calvi e che si erano manifestati durante il lungo periodo in cui l'imputato aveva fatto parte del consiglio di amministrazione sia della Centrale che del Banco Ambrosiano, venivano dai giudici di merito giudicate più che sufficienti per giustificare una pronuncia di condanna, perché da tutto il complessivo quadro probatorio emergeva che l'imputato non poteva non aver percepito la natura distrattiva di numerose operazioni finanziarie che erano passate al vaglio della sua attenzione.

 

Anche nell'interesse dell'imputato Valeri Manera sono stati prospettati molteplici rilievi alla sentenza impugnata.

 

Con il primo motivo di ricorso si è dedotta la violazione dell'art. 43 c.p., sostenendosi che la sentenza impugnata aveva finito per confondere il dolo con la colpa, posto che si era affermato che l'imputato aveva avuto la semplice possibilità di conoscere le condizioni in cui versava il Banco Ambrosiano, ma non vi era la prova che tale possibilità si fosse tramutata in realtà.

 

Ha altresì osservato il ricorrente che la sentenza impugnata aveva omesso di considerare che le deliberazioni del consiglio di amministrazione venivano assunte su moduli già predisposti per le normali operazioni interbancarie, e che dalla documentazione allegata non emergeva l'effettiva destinazione che Calvi intendeva dare a quelle somme.

 

Strettamente correlata a tali rilievi è la censura espressa nel secondo motivo di ricorso e con il quale si contesta la congruità e la legittimità della valutazione dell'elemento psicologico del reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, sostenendosi che la Corte di Appello di Milano pur dopo aver escluso che il dolo debba comprendere l'evento del reato, era poi pervenuta a contraddittoria conclusione, assimilando la conoscenza dell'evento alla sua conoscibilità e ritenendo questa sufficiente al fine dell'accertamento della responsabilità penale.

 

Osserva la Corte che nessuno dei su esposti rilievi è condivisibile.

 

È doveroso precisare, innanzitutto, che la Corte di Appello di Milano, recependo le valutazioni già espresse dal primo giudice, nell'indicare gli episodi che segnalavano all'attenzione di coloro che erano preposti alla gestione del Banco Ambrosiano con quali arbitrari criteri essa era da Calvi effettuata, non solo non è incorsa in alcuna contraddittoria valutazione sulla loro univoca capacità rappresentativa di quella realtà, ma ha doverosamente collegato la rilevanza probatoria di quelle circostanze di fatto a tutte le altre emergenze processuali e dalle quali risultava che l'imputato non solo per le sue qualità personali, ma soprattutto per il ruolo di primaria importanza rivestito presso la Banca Cattolica del Veneto, La Centrale Finanziaria ed il Banco Ambrosiano, si era venuto a trovare, e per cosi lungo tempo, nella più privilegiata posizione per comprendere ciò che avveniva all'interno di quel gruppo.

 

Né corrisponde a verità che la sentenza impugnata, dopo aver escluso ogni nesso eziologico tra la condotta distrattiva ed il fallimento, tale nesso abbia poi recuperato sotto il residuale profilo della mera conoscibilità.

 

Vero è, invece, che la Corte di Appello di Milano, come già aveva fatto il Tribunale, ha individuato nel dolo eventuale l'elemento psicologico che ha animato la condotta attribuita all'imputato.

 

E la linea di demarcazione tra dolo eventuale e la colpa, pur quando questa sia carica della previsione dell'evento, è individuata nel diverso atteggiamento psicologico del soggetto che nel primo caso accetta il rischio che si realizzi un evento diverso non direttamente voluto, mentre, nella seconda ipotesi, nonostante l'identità della previsione, l'agente respinge il rischio, perché confida nelle sue concrete possibilità di controllare l'esecuzione dell'azione in modo che questa non produca effetti diversi.

 

Ne consegue che, come più volte è stato affermato dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Sez. Unite, 14 febbraio 1996, ric. Mele), comune al dolo eventuale ed alla colpa con previsione dell'evento, è proprio la previsione degli effetti della condotta che sono e restano diversi rispetto a quelli voluti; ma ciò che diverge il dolo dalla colpa è l'accettazione del rischio, accettazione che deve essere presente nel dolo ed assente , invece, nella colpa.

 

Ed a tali principi si è ispirata la sentenza impugnata, senza peraltro attribuire alla dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano né il ruolo di evento del reato di bancarotta, né quello di elemento costitutivo della fattispecie, giacché quando si è parlato di evento si è sempre fatto riferimento all'atto dispositivo del patrimonio aziendale, idoneo a danneggiare i creditori, al di fuori, quindi, di ogni rapporto di connessione rispetto alla causazione dell'insolvenza.

 

Vero è, invece, che la prova del dolo eventuale può essere tratta soltanto da elementi sintomatici che debbono essere precisi e significativi, giacché tutti gli atteggiamenti psicologici non possono che essere ricostruiti affidandosi alla sintomaticità delle modalità intrinseche od estrinseche della condotta: ed in tale prospettiva si è mossa l'indagine dei giudici di merito che da un lato hanno utilizzato, e con congrua valutazione, le circostanze estrinseche alla condotta dell'imputato e rivelatrici della cattiva gestione del Banco Ambrosiano e degli effetti negativi ch'essa produceva sull'affidabilità di quell'azienda di credito, e, dall'altro hanno dato rilievo alla condotta dell'imputato dopo aver indicato, e con esauriente motivazione, le ragioni per le quali Valeri Manera non poteva ignorare quale era il rischio delle operazioni effettuate e ciò nonostante le aveva approvate, con la consapevole accettazione degli effetti pregiudizievoli che sarebbero scaturiti da finanziamenti erogati senza adeguate istruttorie, senza precostituirsi congrue garanzie ed in Paesi a basso sviluppo economico; sicché non occorreva uno sforzo di immaginazione nel prevedere che trattavasi di erogazioni senza ritorno e, quindi, compiute per finalità che nulla avevano a che vedere con quelle speculative, proprie di un istituto bancario che impegnava nei finanziamenti il denaro dei risparmiatori.

 

Non si è, pertanto, confusa la conoscibilità potenziale degli effetti pregiudizievoli di quelle disinvolte operazioni con l'effettiva loro previsione, ma questa concreta previsione ha rappresentato nella ricostruzione dei giudici di merito la fondamentale premessa delle conclusioni alle quali sono pervenuti e quella previsione, accompagnata dall'accettazione del rischio ch'essa evocava, è stata dimostrata attraverso una corretta utilizzazione delle risultanze acquisite, di tal ché la decisone adottata si sottrae al rilievi dedotti dal ricorrente.

 

Neppure meritevoli di accoglimento sono il terzo ed il quarto motivo di ricorso e con i quali si è denunciata la contraddittorietà di motivazione dell'impugnata sentenza in ordine al diniego delle attenuanti generiche ed alla determinazione della pena.

 

Entrambe quelle statuizioni risultavano congruamente motivate dalla Corte di Appello di Milano. Si è tenuto conto del ruolo importante assunto dall'imputato nell'intera vicenda, del lungo periodo nel quale aveva rivestito quella pluralità di incarichi, nonché della gravità oggettiva dei fatti accertati e del danno arrecato ai numerosi creditori; e tutti tali elementi, nel caratterizzare negativamente sia la condotta del ricorrente che la sua stessa capacità a delinquere, espressa attraverso una cospicua reiterazione dell'attività criminosa, hanno ampiamente giustificato le decisioni adottate.

 

E non è certamente compito di questa Corte surrogarsi nell'esercizio di un potere discrezionale del giudice di merito quando questo, come nel caso in esame, sia stato legittimamente esercitato nel rispetto dei criteri enunciati nell'art. 133 c.p.

 

Infine, non è neppure condivisibile il rilievo formulato dal ricorrente in relazione ad un'asserita disparità di trattamento che la sentenza impugnata avrebbe consacrato: le diverse statuizioni adottate nel confronti di Prisco, Bagnasco, Von Castelberg e De Benedetti, erano fondate su diversi presupposti, non assimilabili, né sovrapponibili a quelli che la posizione del ricorrente Valeri Manera evocava nella sua singolarità.

 

Ne consegue pertanto che il ricorso va rigettato.

 

 

Von Castelberg Carlo

 

Non meritano accoglimento neppure i numerosi motivi di ricorso che sono stati presentati nell'interesse dell'imputato Von Castelberg Carlo, ed ai quali ha fatto seguito un'analitica memoria illustrativa.

 

Risulta dall'impugnata sentenza che Von Castelberg aveva fatto parte del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano dal 15 novembre 1978 al 21 luglio 1981, ed aveva riportato numerosi incarichi nell'ambito delle società a quella banca riconducibili: era stato membro del consiglio di amministrazione della società "La Centrale Finanziaria" e del Banco Ambrosiano Holding, ed era stato nominato vice presidente sia della Banca del Gottardo che del Banco Ambrosiano Holding, nonché presidente della società "Ultrafin", società utilizzata come depositaria della corrispondenza riservata del gruppo e che aveva sede a Zurigo, città in cui risiedeva l'imputato.

 

Nei locali di quest'ultima società, infatti, era stata collocata una cassaforte, dove Calvi, insieme ai suoi collaboratori dell'ufficio esteri del Banco Ambrosiano, Leoni e Costa, custodivano la documentazione relativa alle operazioni estere, cassaforte che Von Castelberg aveva fatto rimuovere solo dopo il suo personale coinvolgimento nel procedimento penale per le infrazioni valutarie riconducibili ad alcune operazioni effettuate dalla Banca del Gottardo e dalla "Centrale Finanziaria".

 

Secondo l'impugnata sentenza, sotto tale aspetto conforme a quella dei primi giudici, Von Castelberg, al pari degli altri componenti del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, aveva offerto un rilevante contributo a Calvi nella gestione della banca, prevedendo ed accettando il rischio che le numerose operazioni finanziarie realizzate si rilevassero dannose per i creditori e per la stessa azienda.

 

I giudici di merito osservavano in particolare che l'imputato era stato preposto da Calvi all'amministrazione del Banco Ambrosiano Holding, e cioè proprio di quella società che deteneva il controllo di tutte le altre consociate estere del Banco Ambrosiano, società che per finanziare queste ultime si era indebitata a tal punto da dover essere posta in amministrazione controllata il 29 luglio 1982.

 

Nella sentenza impugnata si dava atto che Von Castelberg non aveva partecipato con assiduità alle riunioni del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, ma si escludeva che quelle sue frequenti assenze potessero esonerarlo da una personale responsabilità in ordine alle deliberazioni adottate: ogni deliberazione era stata assunta su argomenti indicati all'ordine del giorno e dei quali l'imputato era stato tempestivamente informato.

 

Pertanto, la sua mancata partecipazione, lungi dall'essere rivelatrice di un dissenso o, comunque, di una dissociazione rispetto alle decisioni adottate su indicazione di Calvi, andava valutata come espressione di un'incondizionata adesione a quelle scelte, adesione che Von Castelberg aveva esplicitamente manifestato in relazione alle iniziative riconducibili al Banco Ambrosiano Holding, cioè alla struttura principale attraverso la quale venivano alimentate le altre consociate estere.

 

Sulla base di tali circostanze, Von Castelberg veniva ritenuto colpevole di tutti i reati a lui ascritti, eccezion fatta per la distrazione conseguente ai finanziamenti a favore della società Suprafin (capo 1-E), e, con il concorso delle attenuanti generiche, giudicate equivalenti alle contestate aggravanti, veniva condannato alla pena di anni quattro e mesi sei di reclusione; con la stessa sentenza veniva disposta la revoca del mandato di cattura emesso dal giudice istruttore il 4 maggio 1987 e mai eseguito, potendo l'imputato fruire dei provvedimenti di condono nel frattempo intervenuti.

 

Con i primi due motivi di ricorso l'imputato ha denunciato la violazione degli artt. 445-447 e 515 del c.p.p. del 1930, sostenendo che si era violato il principio di correlazione tra accusa e sentenza, in quanto nella contestazione gli era stata attribuita la partecipazione alle singole deliberazioni del consiglio di amministrazione, mentre poi era stato ritenuto colpevole anche in relazione a decisioni alle quali non aveva partecipato.

 

Ha inoltre osservato il ricorrente che mentre il Tribunale lo aveva giudicato colpevole soltanto con riferimento alle decisioni da lui approvate in seno al consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano, la Corte di Appello, invece, pur senza alcuna impugnazione da parte del pubblico ministero, aveva esteso la dichiarazione di responsabilità anche con riferimento alle deliberazioni assunte in sua assenza.

 

Osserva la Corte che entrambi i rilievi sono infondati.

 

Perché si verifichi una mancanza di correlazione tra la sentenza e l'accusa contestata è necessario che il fatto enunciato nel capo d'imputazione sia modificato dal giudice di merito nei suoi elementi essenziali, in quanto la ratio della norma che pone l'obbligo di tale correlazione è soltanto quella di permettere all'imputato di difendersi in ordine ad ogni elemento di decisiva importanza.

 

Nel caso in esame non si è verificata la violazione dell'art. 477 c.p.p., non solo perché l'imputato, nel corso degli interrogatori ai quali era stato sottoposto il 15 aprile 1983 ed il 14 maggio 1987, aveva avuto modo di difendersi anche in relazione alla specifica accusa di aver consentito a Calvi, con le sue frequenti assenze, di gestire il Banco Ambrosiano secondo le proprie determinazioni, ma anche perché proprio nella formulazione dei vari capi d'imputazione si era avuto cura di precisare che la partecipazione al contestati reati si era manifestata sia attraverso un'espressa deliberazione che ratificava le iniziative proposte da Calvi, che attraverso un qualsiasi contributo, attivo od omissivo, che "comunque consentisse" l'esecuzione delle singole operazioni distrattive ed il loro fraudolento occultamento.

 

La contestazione, quindi, per l'ampiezza del suo contenuto, comprendeva espressamente qualsiasi comportamento adesivo alle decisioni assunte che prescindeva dalla partecipazione personale alle riunioni nelle quali quelle decisioni erano state approvate.

 

Né va dimenticato che la partecipazione ad un reato può esprimersi sia attraverso un contributo materiale, che nelle forme di un concorso morale: e l'accusa che ha ad oggetto una partecipazione materiale implica la contestazione di un concorso morale che è sempre riduttivo rispetto al concorso materiale, posto che quest'ultimo comprende la volontà e la consapevolezza di offrire un valido contributo anche alla concreta esecuzione della condotta delittuosa.

 

Né può fondatamente affermarsi, come ha fatto il ricorrente, che la sentenza pronunciata dalla Corte di Appello di Milano contenga una reformatio in pejus: vero è esattamente il contrario.

 

Il divieto della riformatio in peius, stabilito dal terzo comma dell'art. 515 c.p.p. riguarda unicamente la pena complessivamente inflitta in relazione ai reati per i quali era intervenuta la condanna da parte del primo giudice, ma non il potere di modificare la qualificazione giuridica del fatto, né tantomeno la facoltà di utilizzare, al fini della conferma della condanna, argomenti o risultanze probatorie non valutate dal primo giudice nella prospettiva accusatoria recepita, invece, dal giudice dell'impugnazione.

 

E, quanto alla posizione dell'imputato ricorrente, non può certo contestarsi che la condanna inflitta dall'impugnata sentenza sia più favorevole rispetto a quella del primo giudice, essendo stata la pena ridotta da anni otto e mesi otto di reclusione ad anni quattro e mesi sei.

 

Con il terzo motivo di ricorso l'imputato ha dedotto la violazione dell'art. 43 c.p. ed il vizio di motivazione dell'impugnata sentenza in relazione alla valutazione dell'elemento psicologico del reato di bancarotta fraudolenta e tale censura ha formato oggetto di un'ampia disamina da parte della difesa anche nella memoria depositata il 27 marzo 1998.

 

Ha sostenuto il ricorrente che la sentenza impugnata aveva trascurato di considerare che ai fini della configurabilità del dolo eventuale occorreva fornire la prova che l'evento fosse stato previsto, non essendo sufficiente che questo fosse soltanto prevedibile e che non tutti i cosiddetti "segnali d'allarme" potevano essere utilizzati nei suoi confronti, posto che aveva rassegnato le dimissioni contestualmente alla condanna di Calvi per i reati valutari.

 

Strettamente connessi ai su esposti rilievi sono i successivi tre motivi di ricorso (il 4, il 5 ed il 6), con i quali la difesa ha contestato, sotto il profilo del difetto di motivazione, la conferma della condanna dell'imputato per le tre distinte ipotesi di bancarotta fraudolenta patrimoniale in relazione ai finanziamenti diretti alle consociate estere, ai depositi fiduciari, ed ai fidi concessi in Italia.

 

Ma anche tali rilievi, pur se giuridicamente corretti in relazione alla loro astratta rappresentazione, non sono, in concreto, meritevoli di accoglimento, perché le risultanze acquisite con quelle premesse non si armonizzavano.

 

Questa Corte ha già avuto modo di precisare, in relazione alla posizione dell'imputato Prisco, come ai fini della sussistenza del dolo eventuale nella bancarotta per distrazione sia indubbiamente necessaria la previsione dell'evento diverso da quello voluto, accompagnata dall'accettazione del rischio relativo: ma l'evento, nella bancarotta, non è né il fallimento, né la dichiarazione d'insolvenza, perché il reato si identifica nella sottrazione di un bene alla garanzia dei creditori od alla stessa funzionalità dell'impresa.

 

Nella ricostruzione dei giudici di merito si è dato rilievo al fatto che l'imputato, con il suo costante comportamento, aveva condiviso le scelte di Roberto Calvi, dando spesso anche il suo contributo personale alla loro concreta attuazione e quelle scelte, per le concrete finalità perseguite, evidenziavano l'alto coefficiente di rischio al quale erano esposte: e tale valutazione, per essere strettamente conseguente, sul piano logico, all'analisi delle risultanze probatorie acquisite, si sottrae ai rilievi del ricorrente e, contemporaneamente, anche al sindacato di legittimità riservato a questa Corte.

 

La sentenza impugnata non ha omesso di tener presente che l'imputato raramente aveva personalmente partecipato, presso la sede milanese del Banco Ambrosiano, alle riunioni del consiglio di amministrazione; né ha trascurato di considerare che le dimissioni da tutti gli incarichi da Von Castelberg ricoperti dal 1977 in poi presso le vane società del gruppo erano state rassegnate nel luglio del 1981, quando cioè il Tribunale di Milano aveva condannato Calvi per le infrazioni valutarie conseguenti ad alcune operazioni effettuate attraverso l'utilizzazione della Centrale, della Banca del Gottardo e di altre società controllate.

 

Ma, pur tenendo conto di tali circostanze, di indubbia rilevanza, ha considerato, innanzitutto, che la mancata partecipazione all'approvazione di numerose deliberazioni rappresentava una scelta volontaria che esprimeva adesione incondizionata alle proposte di Calvi: e tale conclusione non può essere definita un'arbitraria od ingiustificata congettura, per la semplice ma determinante ragione che Von Castelberg aveva poteri dispositivi diretti attraverso la gestione di importanti società riconducibili al Banco Ambrosiano e strumenti operativi della strategia di Calvi: il Banco Ambrosiano Holding era il termometro delle esposizioni estere, perché deteneva il controllo delle altre consociate del Banco Ambrosiano e se Von Castelberg aveva lasciato a Calvi il potere di decidere, con assoluta autonomia, le operazioni finanziarie che implicavano l'utilizzazione diretta od indiretta della holding, ciò non poteva che significare un'accettazione preventiva, assoluta ed incondizionata, delle scelte operate da chi aveva lui designato alla carica di vice presidente.

 

Tale conclusione trovava poi un indubbio riscontro nel fatto che un analogo incarico Von Castelberg, per volontà di Calvi, aveva ricoperto, come già si è detto, nella Banca del Gottardo, e cioè nella banca presso la cui sede erano domiciliate, non tutte, ma alcune delle più importanti società panamensi che avevano ricevuto finanziamenti dal Banco Ambrosiano Overseas Limited e dal Banco Ambrosiano Andino: basti pensare all'United Trading Corporation, costituita a Panama nel 1974, acquistata, su mandato dello lor, dalla Banca del Gottardo e da questa amministrata, su istruzioni dirette del Banco Ambrosiano, società che fini per diventare una vera e propria holding nell'ambito del gruppo delle società estere che facevano capo al Banco Ambrosiano, ed utilizzata anche per trasferire somme sui conti svizzeri di Ortolani e Gelli.

 

Ed altrettanto era avvenuto per la società Manic, pur essa domiciliata presso la Banca del Gottardo e da questa amministrata, destinataria di finanziamenti per oltre 150 milioni di dollari accreditati attraverso il Banco Ambrosiano Andino.

 

Né va dimenticato che la società Manic controllava la società Bellatrix, cioè quella società che finì per inghiottire e disperdere 184 milioni di dollari erogati dal Banco Ambrosiano Andino, attraverso tre successive operazioni, delle quali, le prime due, sicuramente realizzatesi prima del luglio 1981, e cioè quando ancora Von Castelberg ricopriva le funzioni di vice presidente della Banca del Gottardo.

 

La sentenza impugnata ha altresì evidenziato che proprio il Banco Ambrosiano Holding aveva rilasciato numerose fideiussioni nell'interesse del Banco Ambrosiano Andino ed a favore di banche estere e non è seriamente contestabile il collegamento ravvisato dai giudici di merito tra i depositi che il Banco Ambrosiano effettuava a favore delle banche estere e le fideiussioni che venivano rilasciate per il Banco Ambrosiano Andino, cioè proprio a quella consociata estera che era destinata alla ricezione dei fondi.

 

Altrettanto incontestabile è il fatto che durante il non breve periodo in cui l'imputato quelle funzioni aveva ricoperto, ben 14 depositi fiduciari presso il Banco de la Nation erano stati deliberati ed effettuati, ed altri 11 presso altre banche estere, e che anche con il suo voto favorevole erano stati deliberati i finanziamenti diretti alle società Rizzoli, Voxon, Ceat e del gruppo Genghini, il cui carattere distrattivo era reso evidente dall'insolvibilità strutturale dei destinatari, dalla mancanza di garanzie, quando non addirittura dalla consapevole, diversa utilizzazione del denaro erogato.

 

E quanto poi ai depositi a favore del Banco Ambrosiano Overseas Limited, il fatto che questa banca al 31 dicembre 1981 risultasse creditrice del Banco Ambrosiano per 155 milioni di dollari non dissolveva le responsabilità di chi comunque aveva contribuito alla realizzazione delle operazioni distrattive, posto che quella risultanza contabile, com'era stato verificato dai commissari liquidatori, costituiva il risultato di un fraudolento espediente contabile, perché tutte le operazioni a fondo perduto venivano scaricate dal Banco Ambrosiano Overseas Limited sulle altre consociate, allo scopo di poter presentare quella banca con un tasso di affidabilità, necessario per indurre le banche estere a concedere crediti.

 

E di fronte a tale complesso quadro probatorio tutti gli altri indici rivelatori della cattiva gestione del Banco Ambrosiano non potevano che assumere un ruolo marginale che, però, finiva per accreditare, sul piano probatorio, la fondatezza dell'accusa, e cioè che Von Castelberg quella realtà aveva percepito ancor prima delle sue dimissioni, giacché le plurime funzioni a lui attribuite e da lui esercitate nell'ambito delle strutture essenziali per l'attuazione del programma di Calvi, da quella conoscenza non potevano prescindere, attesa la stessa complessità di quelle operazioni finanziarie e l'ovvia necessità di occultarne la reale finalità.

 

Ne consegue che se vero è, come affermato dal ricorrente, che, perché dimessosi il 21 luglio 1981, egli non potè percepire in quali condizioni di dissesto versava il Banco Ambrosiano utilizzando, ai fini di tale conoscenza, il susseguirsi dei sintomatici eventi realizzati dopo quel giorno, è altrettanto indubitabile che il bagaglio delle sue conoscenze aveva ben altra e più diretta fonte, e cioè il fatto che, proprio per essere il fiduciario di Calvi, era stato assegnato a quelle molteplici funzioni e tale sua privilegiata posizione non poteva che renderlo partecipe di una realtà la cui conoscenza era funzionale alla stessa materiale esecuzione delle singole operazioni.

 

Né va dimenticato che nella sentenza impugnata si è evidenziato che il dissesto del Banco Ambrosiano si era già manifestato nel 1980, quando, cioè, tutto il capitale sociale era stato già assorbito dalle perdite, e che la Banca d'Italia, attraverso il rapporto Padalino, acquisito nella sua completezza, proprio agli atti del procedimento penale nel quale l'imputato Von Castelberg era stato coinvolto quale amministratore della Banca del Gottardo e della "Centrale Finanziaria", sollecitava maggiore attenzione e maggiore trasparenza in relazione, soprattutto, del reparto estero, cioè proprio nell'ambito delle attività alle quali l'imputato era stato preposto.

 

Non appare, quindi, in alcun modo censurabile l'impugnata sentenza in relazione alla motivazione utilizzata per giustificare la conferma della condanna di Von Castelberg per i reati di cui al capi 1-A - B- e C.

 

Ad analoga conclusione deve pervenire il Collegio in relazione al sesto motivo di ricorso e con il quale si è denunciata l'errata applicazione della legge penale ed il difetto di motivazione dell'impugnata sentenza in relazione alla condanna per il reato contestato al capo 1-D.

 

Ha in particolare sostenuto il ricorrente che le false attestazioni erano state accertate attraverso la riclassificazione operata dai commissari liquidatori, quando già il dissesto si era consolidato, con proiezioni retrospettive di natura congetturale e, quindi, opinabili e che, comunque, carente era la prova del dolo.

 

Osserva innanzi tutto la Corte che la condanna dell'imputato è stata confermata in appello soltanto con riferimento alle scritture contabili riferibili al periodo 1979-1981 ed al bilancio del 1980, e le false attestazioni hanno riguardato non solo la valutazione delle plusvalenze conseguente all'andamento dei cambi, ma anche quelle che avevano ad oggetto i crediti vantati verso le consociate, nonché l'omessa predisposizione di un fondo rischi.

 

Ciò premesso, appare evidente che se le proiezioni retrospettive in relazione alla valutazione delle plusvalenze potevano essere in qualche misura negativamente influenzate dal consolidamento dello stato d'insolvenza ed, ancor più, dall'accertamento giudiziale dello stesso, a causa degli effetti negativi che quegli eventi possono determinare nell'annullare ogni possibile aspettativa di sviluppo di ripresa, non altrettanto avviene in ordine all'oggettiva valutazione di un credito, perché la ricognizione contabile della sua esistenza e della sua concreta esigibilità da quegli effetti sono esenti, perché a quegli eventi insensibili.

 

Quanto poi all'accertamento dell'elemento psicologico del reato, la sentenza impugnata si sottrae al rilievo critico prospettato dal ricorrente, perché le falsità accertate e contenute in quel bilancio e nelle altre scritture contabili non erano che strumentali all'occultamento del carattere distrattivo di tutta una serie di operazioni finanziarie che erano state compiute nel corso di quell'esercizio finanziario.

 

E tale indissolubile nesso coinvolgeva non solo la consapevolezza di una falsa rappresentazione, ma anche la deliberata volontà di realizzarla per conseguire la finalità cui era predisposta.

 

Né si ravvisa nella motivazione della sentenza impugnata alcuna omissione, né alcun salto logico tra i presupposti di fatto accertati e le conseguenze che se ne sono tratte; e, del resto, lo stesso ricorrente non ha indicato quali risultanze probatorie sarebbero state sottratte alla valutazione della Corte di Appello di Milano.

 

Ne consegue che, essendo preclusa in questa sede una nuova valutazione degli stessi elementi di fatto, i rilievi dedotti dal ricorrente non possono che essere disattesi; tanto più che gli stessi sono, nella loro formulazione, riconducibili nell'area di una riduttiva prospettiva, non certo comprensiva delle reali dimensioni della condotta illecita attribuita all'imputato e riconosciuta da entrambi i giudici di merito.

 

Né va taciuto che il reato contestato all'imputato al capo 10 della rubrica è un reato plurioffensivo, perché l'oggetto della tutela non è solo la fede pubblica, ma sono anche gli interessi patrimoniali dei creditori e degli azionisti, e, ancor prima, quelli riconducibili alla funzione economica che un'impresa è chiamata ad assolvere nella realtà sociale, specie allorquando tale impresa si fa carico della gestione dell'altrui risparmio: non è un caso se l'ordinamento ha predisposto un capillare sistema di controlli che in tanto ha una sua ragion d'essere in quanto diretto a prevenire i pregiudizi che alcuni comportamenti possono determinare all'economia collettiva.

 

E mentre va ripudiata l'angusta visione di una tutela della pubblica fede che si esaurisca nell'ambito di una concezione astratta, indeterminata ed artificiosa, per essere privilegiato, come da tempo l'elaborazione giurisprudenziale di questa Corte ha suggerito, il superamento di quella concezione, attraverso la ricerca degli aspetti concreti che giustificano l'affidamento della collettività verso la conoscenza di certi fatti, o di alcuni aspetti degli stessi, arbitrario sarebbe, quando alla tutela della pubblica fede si sovrappone quella degli interessi economici che possono subire pregiudizio dalla falsa rappresentazione di una realtà economica, comprimere il perimetro dei destinatari di quegli interessi, privilegiando i singoli, a scapito della collettività, o viceversa, perché sia gli uni che l'altra sono portatori di distinte esigenze, indubbiamente non contrapposte, ma neppure identiche, se pur convergenti.

 

Non va neppure dimenticato che in tema di false comunicazioni sociali, l'art. 2621 c.c non richiede, né esplicitamente, il dolo di danno, ma soltanto l'utilizzazione della frode, che si identifica nell'inganno associato all'intento di conseguire un qualsiasi vantaggio: l'"animus fruendi", come l'"animus decipiendi" non comprendono necessariamente l'"animus nocendi", per la semplice ragione che il profitto non presuppone sempre e necessariamente l'altrui danno.

 

L'offesa agli interessi tutelati dalla norma si realizza non solo quando si verifica un danno e quando la condotta alla determinazione del danno è predisposta, ma anche quando il pregiudizio si arresta sulla soglia del pericolo e della previsione del futuro nocumento.

 

Pertanto, anche sotto tale profilo, la sentenza impugnata non si è sottratta ad un'esauriente valutazione delle risultanze acquisite che quella realtà psicologica proponeva in relazione alla condotta realizzata dall'imputato ricorrente.

 

È destituito di qualsiasi fondamento e, quindi, è manifestatamente inammissibile, il settimo motivo di ricorso con il quale si è dedotta l'errata applicazione dell'art. 219, primo comma, della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), ed il difetto di motivazione dell'impugnata sentenza sotto l'unico profilo che ai fini della valutazione del danno non si è tenuto conto, da parte dell'impugnata sentenza, che i depositi autorizzati erano tutti rientranti.

 

Il rilievo, oltre a non tener conto del fatto che la condanna ha avuto ad oggetto anche quelle operazioni finanziarie che erano state approvate in consiglio di amministrazione senza il voto favorevole dell'imputato, è fondato su di un erroneo presupposto: il danno, nella bancarotta, non è quello cagionato a ciascun creditore, ma è riferibile alla massa e scaturisce dall'intero comportamento dell'agente, con la conseguenza che dev'essere valutato non già con riferimento a ciascuna operazione, bensì in relazione al complesso dell'attività ed al credito collettivo, e tale valutazione va riferita al momento in cui interviene la dichiarazione d'insolvenza.

 

Ed a tali criteri si è attenuta la sentenza impugnata, offrendo un'esauriente motivazione alla decisione adottata, e non più sindacabile in questa sede.

 

La decisione adottata è del pari sottratta al sindacato di questa Suprema Corte in relazione all'esercizio del potere discrezionale del giudice di merito ai fini del giudizio di comparazione tra le circostanze del reato e della concreta determinazione della pena: la latitanza dell'imputato, pur se ottenuta con la realizzazione di una complessa e predisposta strategia, era un'oggettiva realtà, essendosi l'imputato comunque sottratto all'esecuzione di un mandato di cattura, anche se per il sol fatto che ha continuato a risiedere all'estero.

 

Né si è omesso di considerare che, quanto alla bancarotta patrimoniale, è stata affermata la sua colpevolezza a titolo di dolo eventuale: ma tale circostanza, unitamente al fatto che Von Castelberg si era dissociato da Calvi dopo la negativa conclusione del procedimento penale nel quale entrambi erano stati coinvolti, si inserivano in un quadro ben più complesso ed articolato, nel quale confluivano rilevanti aspetti negativi, quali la reiterazione della condotta delittuosa, l'oggettiva entità del danno arrecato al creditori, la stessa gravità dei fatti accertati e tutti erano suscettibili di un'appropriata e complessiva valutazione, perché riconducibili nell'area dei criteri indicati nell'art. 133 c.p.

 

Ed a tale onere l'impugnata sentenza non è sottratta, ma ha fornito un'esauriente giustificazione in relazione sia al giudizio di equivalenza tra le Circostanze del reato che alla determinazione della pena.

 

 

Davoli Mario

 

Davoli Mario è l'unico componente del collegio sindacale del Banco Ambrosiano del quale questa Corte deve occuparsi, posto che tutti gli altri, coinvolti nello stesso procedimento, hanno fatto ricorso all'applicazione dell'art. 599 del codice di procedura penale nuovo.

 

Davoli, come risulta dalla sentenza impugnata, ha rivestito la carica di sindaco effettivo del Banco Ambrosiano dal 28 marzo 1981 sino al 17 giugno 1982.

 

Analoga funzione aveva esercitato presso "La Centrale Finanziaria", il "Credito Varesino" e presso la società "Toro assicurazioni"; aveva inoltre presieduto il collegio sindacale della "Banca Cattolica del Veneto", ed aveva fatto parte del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano Holding sino al 18 luglio 1978, nonché della società "Italfid", per poi rivestire la carica di amministratore delegato dell'Italtrust e di presidente del consiglio di amministrazione della società panamense "Cisalpine".

 

Secondo la ricostruzione dei giudici di merito, l'imputato, pur avendo partecipato a quasi tutte le riunioni (18 su 22) del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano e nel periodo più critico della sua gestione, mai aveva formulato rilievi o proposte che in qualche modo potessero costituire motivo di possibili ripensamenti o, per lo meno, di maggiore attenzione, sicché era venuto meno ai suoi doveri di ufficio, pur non potendo non aver percepito il pregiudizio che alcune operazioni avrebbero determinato, ma ad esse aveva dato il suo assenso, contribuendo cosi all'aggravamento del dissesto del Banco Ambrosiano.

 

Pertanto, veniva confermata la condanna del primo giudice in relazione ai capi 2 A - B - C - D della rubrica, e cioè per avere espresso parere favorevole alle deliberazioni dei depositi diretti e fiduciari e dei fidi in Italia, nonché per avere avallato la falsificazione dei libri e delle scritture contabili su tali operazioni e per avere esposto fatti non rispondenti al vero nei bilanci e nel rendiconto presentato ai commissari liquidatori, accuse tutte sussunte nell'ambito della previsione normativa di cui all'art. 216, comma 1, n. 1 e n. 2, della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267); e con il concorso delle attenuanti generiche, ritenute equivalenti ad entrambe le aggravanti previste dall'art. 219, primo e secondo comma, n. 1, della stessa legge ed a quella di cui all'art. 112, n. 1, c.p., era condannato ad anni quattro e mesi sei di reclusione.

 

Veniva invece anche lui assolto con formula ampia dalla distrazione in favore della società "Suprafin" (capo 2-E), essendosi accertato che all'epoca dei finanziamenti Davoli non rivestiva alcuna carica presso il Banco Ambrosiano.

 

L'imputato ha affidato a cinque motivi di ricorso i rilievi prospettati avverso l'impugnata sentenza, ma nessuno di essi è fondato e, pertanto può essere accolto.

 

Davoli, impugnando sia la sentenza conclusiva del giudizio di appello che le ordinanze del 21 marzo 1996. e del 5 giugno 1996, ha riproposto alla Corte una censura già prospettata da altri ricorrenti e già disattesa, e cioè l'immotivata reiezione della richiesta di rinnovazione del dibattimento per l'espletamento di una perizia idonea alla individuazione delle cause del dissesto e delle sue reali dimensioni.

 

Ed a tal riguardo non resta che far espresso riferimento alle considerazioni già esposte da questa Corte in relazione alla congrua motivazione di quel diniego, insuscettibile di una rivalutazione in questa sede.

 

Con il secondo motivo l'imputato ha denunciato l'inosservanza della legge penale ed il vizio di motivazione dell'impugnata sentenza in ordine alla valutazione dell'elemento psicologico del reato.

 

Ha sostenuto il ricorrente che la Corte di Appello di Milano aveva enfatizzato l'inerzia del collegio sindacale, senza porsi il problema della previsione dell'evento e senza considerare che non competeva ai sindaci impedire il compimento di certe operazioni, perché queste, sul piano formale, erano ineccepibili: i depositi diretti al Banco Ambrosiano Overseas Limited erano stati deliberati quando non ancora faceva parte del collegio sindacale; il settore estero era impenetrabile e quanto ai fidi concessi in Italia, egli era stato estraneo alle operazioni più rilevanti; e, quanto, infine, alla bancarotta documentale, l'imputato contestava di non aver effettuato i controlli che rientravano nella sua competenza funzionale; in relazione al rendiconto anche lui proponeva la già esaminata questione sull'asserita abolizione della sua obbligatorietà, e, quindi, sull'applicabilità dell'art. 2 c.p., questione anche questa da questa Corte già diffusamente analizzata e risolta in senso negativo.

 

Osserva la Corte che nessuno dei rilievi su esposti è fondato.

 

È doveroso precisare, innanzi tutto, che i sindaci possono rispondere a titolo di concorso commissivo ed omissivo, in quanto titolari di una funzione di controllo, e quindi obbligati ex lege ad impedire la commissione di un reato, secondo l'espressa previsione dell'art. 40, comma secondo, c.p.

 

Né dubbi possono sussistere in ordine all'ammissibilità astratta del concorso di un componente del collegio sindacale con l'amministratore di una società nei reati di bancarotta: la struttura unitaria del reato che trae origine dal concorso materiale o morale, non preclude, ma consente di considerare l'extraneus compartecipe nel reato proprio, secondo l'espressa previsione dell'art. 117 c.p. e tale concorso può realizzarsi compiutamente anche attraverso una omissione, sia essa occasionale che sistematica.

 

Ma poiché il presupposto perché un soggetto risponda a titolo di omissione di un determinato reato è costituito dal fatto che la legge attribuisca a lui una funzione di controllo, ecco che in questa sede ancora una volta si ripropone la problematica dei limiti che il controllo del collegio sindacale non può superare.

 

Su tale problematica questa Corte si è già ripetutamente espressa, sicché sarebbe già sufficiente richiamare i risultati conclusivi ai quali si è pervenuti per dissipare ogni possibile dubbio: nella sentenza che questa sezione ebbe a pronunciare in relazione ad analoghi episodi di bancarotta, riconducibili alla gestione della banca privata di Sindona (cfr. sentenza del 26 giugno 1990 ric. Bordoni ed altri), si era espressamente affermato - e non sussiste motivo alcuno per dissentire da tale osservazione - che la responsabilità degli amministratori e dei sindaci, allorquando è conseguente ad un comportamento omissivo legato all'assunzione di rischi anomali, discende dall'art. 2392 c.c, norma che impone agli amministratori di adempiere i doveri imposti dalla legge e dall'atto costitutivo con la diligenza del mandatario, obbligo espressamente richiamato dall'art. 2407 c.c. in relazione ai sindaci di una società.

 

Contrariamente a quanto affermato dall'imputato ricorrente, e come più volte è stato ribadito in costanti pronunce di questa Corte, sia in sede penale che in sede civile (cfr. Sez. V, 28 febbraio 1991, ric. Cultrera, e Sez. 1, Civile 7 maggio 1993, n. 5263), l'obbligo di vigilanza dei sindaci e del collegio sindacale non è limitato al mero controllo contabile, ma deve anche estendersi al contenuto della gestione, perché la previsione della prima parte del primo comma dell'art. 2403 c.c. dev'essere correlata con quella del terzo e del quarto comma dello stesso articolo che conferiscono al sindaci il potere dovere di chiedere agli amministratori notizie sull'andamento delle operazioni e su determinate operazioni quando queste possono suscitare, per le modalità della loro scelte o della loro esecuzione, alcune perplessità.

 

L'ampio spettro dei loro poteri è delineato da quella norma con indubbia precisione: essi debbono controllare l'amministrazione della società, vigilare sull'osservanza della legge, accertare la regolare tenuta della contabilità, la corrispondenza del bilancio e del conto dei profitti e delle perdite alle risultanze dei libri contabili, controllare l'esistenza dei valori e dei titoli di proprietà e per l'esercizio di tutte queste complesse funzioni possono procedere in qualsiasi momento, ed anche individualmente, ad atti di ispezione nonché chiedere informazioni agli amministratori sullo svolgimento di alcune operazioni.

 

Il controllo sindacale, quindi, se non investe, in forma diretta, le scelte imprenditoriali, neppure si esaurisce in una mera verifica formale, quasi a ridursi ad un riscontro contabile nell'ambito della documentazione loro messa a disposizione dagli amministratori, ma comprende il riscontro tra la realtà e la sua rappresentazione, tant'è vero che la legge distingue il controllo sull'amministrazione dalla vigilanza sull'osservanza formale delle norme, e li abilita a chiedere notizie sull'andamento delle operazioni, a ricevere denunce da parte dei soci su fatti censurabili nell'esercizio dell'impresa, e li obbliga a riferire nella relazione al bilancio sui concreti ed effettivi risultati dell'esercizio sociale.

 

Non può quindi fondatamente contestarsi che l'ordinamento imponga loro l'obbligo di impedire che gli amministratori compiano atti contrari alla legge ed agli interessi della società e dei soci.

 

Né può la Corte sottrarsi all'onere di evidenziare che se questo è il quadro di riferimento generale dell'estensione dell'obbligo di vigilanza dei sindaci per tutte le società, esso assume peculiari connotazioni che ne esaltano l'ampiezza, allorquando la società è preposta, come nel caso in esame, alla gestione di una banca, in quanto alla normativa generale, predisposta dal codice civile, si aggiunge quella bancaria, sensibile alle peculiari caratteristiche delle funzioni che essa deve assolvere ed agli interessi generali che deve perseguire.

 

Già si è affermato, in relazione ai compiti degli amministratori, che la normativa bancaria, attraverso la predisposizione di tutta un'attività di capillare vigilanza, limita la discrezionalità amministrativa.

 

E, d'altronde, la gestione di una banca non sarebbe neppure concettualmente immaginabile se dissociata dall'obbligo del rispetto di una particolare prudenza: operazioni che in una comune società finanziaria sarebbero definite brillanti escogitazioni di chi è pronto ad accollarsi un alto coefficiente di rischio nella prospettiva di ottenere ottimali risultati, e quindi rilevanti profitti, assumono i connotati negativi dell'imprudenza se riferiti ad una banca, la cui funzione impone la conservazione costante della possibilità concreta di far fronte agli impegni assunti, e quindi della non dispersione delle proprie risorse finanziarie.

 

Ne consegue che alla specificità delle funzioni amministrative di una banca non può che corrispondere un'analoga specificità del controllo sindacale che con la prima si armonizzi, come un'attenta dottrina ha già avuto modo di porre in evidenza nell'illustrare il quadro normativo di riferimento dell'attività sindacale quando questa deve svolgersi sull'amministrazione di una banca.

 

E di tale realtà si è reso interprete il nuovo testo unico in materia bancaria e creditizia, stabilendo con quali specifiche modalità si deve attuare un costante raccordo funzionale tra il controllo interno dei sindaci e quello esterno della Banca d'Italia, prevedendo addirittura specifiche sanzioni penali per la mancata osservanza delle modalità con le quali tale raccordo funzionale deve attuarsi, perché ogni irregolarità sia tempestivamente segnalata alla Banca d'Italia.

 

In questa specifica materia non è, come pur da taluno si è affermato, che varia il grado di diligenza che si richiede al collegio sindacale di una banca rispetto a quello che in generale è riconducibile nell'ambito della previsione del secondo comma dell'art. 1176 c.c., ma vero è invece che lo stesso ordinamento pur senza modificare la disciplina generale, ha aggiunto obblighi e responsabilità specifiche che sono indissociabili dalla speciale disciplina di tale delicato settore dell'economia che, più di ogni altro, è sensibile alla connotazione pubblica degli interessi in gioco: ed è per questo che nelle banche la specificità e la profondità del controllo sindacale è strettamente connessa alla presenza della normativa altrettanto specifica sulla vigilanza esterna della Banca d'Italia: l'oggetto del controllo e le modalità del suo esercizio ne risultano ampliate, proprio perché l'uno e le altre debbono adeguarsi alle disposizioni delle autorità creditizie, e sovrintende sempre alla regolare gestione della banca, con la conseguenza che il controllo dev'essere penetrante e capillare, perché soltanto in tal modo può essere efficace per prevenire ogni evento che esponga a rischio l'attività dell'azienda e le legittime aspettative dei soci e dei creditori.

 

Viceversa, l'imputato Davoli, come risulta dalle decisioni sia del Tribunale che della Corte d'Appello di Milano, non solo non ha esteso la sua doverosa attività di controllo alla gestione dell'azienda, ma neppure ha effettuato una mera ricognizione formale della documentazione disponibile, perché non ha formulato mai alcun rilievo in relazione alle pur numerose operazioni finanziarie che risultavano deliberate, benché nei fascicoli mancasse ogni informazione sulla solvibilità dei destinatari e benché alcune delle garanzie offerte apparissero manifestatamente incongrue rispetto alla consistenza dell'impegno assunto dalla banca.

 

L'imputato ha contestato di aver percepito sia i segnali della cattiva gestione della banca che la rischiosità di numerose operazioni effettuate durante la sua permanenza nel Banco Ambrosiano: ma il rilievo è destituito di fondamento, se sol si considera che proprio in quel periodo la Banca d'Italia si era particolarmente attivata nel richiamare l'attenzione degli amministratori sulle esposizioni estere, ritenute eccessive, nonché sull'abituale reticenza nell'esaudire le sue legittime e preoccupate richieste di informazioni: vi erano state le dimissioni di De Benedetti e la motivazione di quel clamoroso gesto era stata comunicata anche al collegio sindacale; vi era stata la provocatoria richiesta della stessa Banca d'Italia allorquando anche ai sindaci si era rivolta per chiedere loro se ancora erano in grado di esercitare responsabilmente le loro funzioni; vi era stata la condanna di Calvi a conclusione del procedimento per le infrazioni valutarie connesse alla gestione della banca: è in tale contesto che la sistematica inerzia di Davoli andava valutata, cosi com'è stato puntualmente fatto dal giudici di merito.

 

L'imponente prova acquisita e compiutamente valutata in ordine all'effettiva percezione di quella realtà, priva di ogni consistenza i rilievi critici formulati dal ricorrente sia in ordine alla ricerca ed alla valutazione dell'elemento psicologico del reato che per quanto concerne il rapporto di causalità tra la condotta omissiva e gli effetti attribuiti dall'accusa, rapporto che è stato contestato nel quarto e quinto motivo di ricorso.

 

Se vero è che il reparto estero del Banco Ambrosiano era protetto da una rete impenetrabile, cosi come riconosce lo stesso ricorrente nel suo ricorso, è agevole rilevare che l'inerzia, di fronte a tale percepita realtà, lungi dall'esaurirsi in un negligente comportamento, ovvero in una rassegnata convinzione dell'inutilità di ogni iniziativa, esprimeva una consapevole rinuncia all'esercizio dei propri doveri d'ufficio, accentuata dalla rappresentazione dei rischi che proprio in quel settore la Banca d'Italia aveva più volte prospettato: ed in tale prospettiva è stata valutata la condotta sistematicamente omissiva posta in essere dall'imputato.

 

Né è esatto affermare che nella sentenza impugnata per giustificare la condanna del ricorrente, si sia fatta menzione a depositi diretti, fiduciari ed a finanziamenti eseguiti e deliberati in epoca precedente il 28 marzo 1981: i riferimenti a quelle operazioni concernono unicamente la valutazione delle condizioni nelle quali già trovavasi il Banco Ambrosiano allorquando del suo collegio sindacale entrò a far parte Davoli e non v'è dubbio che almeno le conseguenze di quelle azzardate scelte erano cadute sotto la diretta percezione di Davoli, trattandosi, per lo più, di finanziamenti mai restituiti, ovvero restituiti parzialmente, ma dopo l'intervento dei commissari liquidatori.

 

Non è neppure esatto affermare, come ha fatto il ricorrente, che poiché le risultanze istruttorie non offrivano la prova di un preventivo accordo con chi amministrava il Banco Ambrosiano in relazione alle operazioni distrattive, l'inerzia non poteva essere sussunta nella categoria del dolo, né poteva essere un antecedente causale dell'evento: l'inerzia è sinonimo di omissione e questa cosi come può essere l'effetto di una negligenza può anche essere animata dal dolo, in tutte le sue possibili graduazioni; ed essa, al pari dell'azione, entra a pieno titolo nelle possibili modalità esecutive di un reato.

 

E sia sotto l'aspetto soggettivo che oggettivo la sentenza impugnata ha fornito un'esauriente motivazione in relazione alle conclusioni alle quali è pervenuta, perché non si è limitata a valutare il comportamento omissivo dell'imputato in quella realtà, ma ha anche considerato, com'era doveroso fare, che Davoli aveva ricoperto altri incarichi di fiducia presso la Centrale Finanziaria, il credito Varesino, la Banca Cattolica del Veneto e persino presso la società panamense Cisalpine che faceva parte della costellazione di società di comodo, utilizzate da Calvi per i depositi fiduciari.

 

Ed il rapporto di causalità non andava ricercato tra la condotta omissiva che contravveniva ad un obbligo giuridico di attivazione e la dichiarazione dello stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano, posto che, per le considerazioni già svolte da questa Corte, quella declaratoria, al pari della dichiarazione di fallimento, non è l'evento della bancarotta: esso andava ravvisato rispetto alla sottrazione delle disponibilità finanziarie ed in tale ambito l'indagine compiuta dal giudici di mento appare del tutto congrua.

 

Il ricorrente ha anche denunciato la violazione dell'art. 2, secondo comma, c.p. in relazione alla sottoscrizione e presentazione del rendiconto (capo 2-D della rubrica), sostenendo che entrambi quegli obblighi erano stati aboliti dalla sopravvenuta normativa bancaria.

 

Ma su tale problema è già stato esaminato da questa Corte ed alla sua soluzione, contraria a quella prospettata dal ricorrente, si rinvia.

 

Con il quinto ed ultimo motivo di ricorso l'imputato ha denunciato la violazione degli artt. 132 e 133 c.p., sostenendo che con riferimento al giudizio di comparazione ed alla determinazione della pena non si era tenuto conto del fatto che aveva esercitato le funzioni di componente del collegio sindacale per breve tempo e che la sua responsabilità non poteva essere equiparata a quella degli amministratori.

 

Ma anche tale motivo è infondato.

 

Nel concedere le attenuanti generiche, che erano state negate dal primo giudice, la Corte di Appello di Milano ha valutato tutti gli aspetti positivi emergenti dalle risultanze acquisite, e tra questi ha compreso il breve arco di tempo nel quale la condotta illecita si era realizzata, ma ha anche considerato che questa condotta si era manifestata nel periodo più critico della vita del Banco Ambrosiano ed aveva avuto conseguenze gravissime.

 

Né può fondatamente sostenersi che la responsabilità dei sindaci è meno grave rispetto a quella degli amministratori, posto che è nell'ordinamento positivo l'equiparazione delle relative responsabilità, avvinte da un rapporto di solidarietà che riproduce il nesso indissolubile che nella realtà sussiste tra l'assunzione di una scelta e la verifica, preventiva e successiva, della sua correttezza formale e sostanziale.

 

Pertanto, anche sotto tale aspetto la sentenza impugnata è incensurabile, e quindi il ricorso di Davoli va rigettato.

 

 

Bianchi Adriano e Mennini Alessandro

 

Non ritiene la Corte di poter accogliere neppure i ricorsi che sono stati presentati nell'interesse di Bianchi Adriano e Mennini Alessandro. entrambi preposti all'ufficio "esteri" del Banco Ambrosiano.

 

Sia Bianchi che Mennini sono stati ritenuti colpevoli del reato previsto dall'art. 216, primo comma, n. 1, della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), per avere, in concorso tra loro, Calvi e gli altri dirigenti dello stesso ufficio, dato attuazione alle istruzioni impartite dal vertice del Banco Ambrosiano, proponendo e promuovendo la concessione di fidi e depositi a favore di società estere e delle consociate estere del Banco Ambrosiano, nonché a favore di banche estere che poi provvedevano a trasferire la somme alle stesse consociate estere, cosi concorrendo a distrarre ed a dissipare il patrimonio sociale.

 

Secondo quanto accertato nel corso del procedimento e come già si è dato atto nella parte espositiva delle vicende che hanno dato origine al procedimento, sia Bianchi che Mennini facevano parte del "comitato di credito" presso il Banco Ambrosiano e pur essendo sottoposti alle istruzioni che venivano loro impartite dai dirigenti dell'ufficio "esteri", cioè da Leoni Filippo, Botta Giacomo e Costa Carlo, che hanno definito il procedimento a loro carico nelle forme previste dall'art. 599 c.p.p. nuovo, avevano funzioni dirigenziali, tant'è che era loro compito predisporre alcune "schede" in relazione a tutte le operazioni di finanziamento eseguibili all'estero; tali schede, che dovevano contenere gli elementi indicativi dell'entità e delle modalità di ciascuna operazione che doveva poi essere sottoposta al vaglio degli organi deliberanti e di quelli preposti al controllo, non erano state rinvenute dai commissari liquidatori nei fascicoli delle varie pratiche.

 

Nel corso del procedimento si accertava altresì che nessuno dei due imputati era un mero esecutore di ordini, ma disponeva di autonomi poteri decisori nell'ambito di un reparto che rappresentava il centro propulsore della strategia di Calvi e che tanto allarme aveva suscitato nella Banca d'Italia.

 

Bianchi, dopo un breve periodo trascorso in Medio Oriente come "settorista", aveva intensamente collaborato con Leoni, Botta e Costa nel curare i rapporti interbancari con banche estere ed aveva anche ricoperto la carica di componente del consiglio di amministrazione dell'"Artok Bank Trust" di Nassau, cioè proprio di una delle banche utilizzate da Calvi per i depositi fiduciari.

 

A sua volta Mennini, che proveniva dall'Amministrazione Speciale della Santa Sede - un ente finanziario del Vaticano - oltre ad essere il figlio di uno dei più autorevoli collaboratori di Marcinkus nella gestione dello lor, aveva fatto parte dei consigli di amministrazione di altre società estere, l'Artok Bank di Nassau, l'Inter Alpha Asia, l'Ambro Asia e l'Ambrosiano Middle East.

 

Si era accertato che l'Inter Alpha Asia era una holding lussemburghese della quale facevano parte altre banche estere, tra le quali anche il Banco Ambrosiano Overseas Limited; che l'Ambro Asia era una società che aveva la funzione di promuovere relazioni finanziarie con il Banco Ambrosiano ed il cui pacchetto azionano era posseduto dal banco Ambrosiano Holding; e l'Ambrosiano Middle East che doveva operare a Beirut come agenzia di rappresentanza del Banco Ambrosiano, in realtà, non aveva però compiuto alcuna operazione.

 

Entrambi i giudici di merito ritenevano rilevante il contributo offerto dagli imputati alle operazioni di finanziamento, dirette ed indirette, delle consociate estere, atteso il ruolo assunto nella struttura organica dell'azienda, !e loro competenze tecniche ed il grado di autonomia di cui godevano nell'ambito di quell'importante struttura operativa, quale era l'ufficio esteri del Banco Ambrosiano.

 

La Corte di Appello di Milano confermava la condanna di entrambi. A Bianchi concedeva le attenuanti generiche, ritenute equivalenti alle contestate aggravanti e per entrambi riduceva le pene, determinandole, per il primo, in anni quattro e mesi sei di reclusione, e per Mennini in anni cinque e mesi tre.

 

Entrambi gli imputati, sia pure con distinti motivi e con diverse argomentazioni, hanno denunciato l'errata applicazione dell'art. 216 della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), degli artt. 43 e 110 c.p., nonché il difetto di motivazione dell'impugnata sentenza, sostenendo che non dimostrato era il contributo che essi avevano offerto , secondo la prospettazione dell'accusa, alla distrazione delle attività del Banco Ambrosiano e che, in ogni caso, non risultava neppure che essi avessero percepito le condizioni di dissesto in cui versava dal 1980 in poi il Banco Ambrosiano.

 

Osserva la Corte che tali censure non sono meritevoli di accoglimento.

 

L'affermazione della loro responsabilità penale in relazione alle due specifiche accuse contestate, e riguardanti le distrazioni conseguenti ai depositi diretti ed ai depositi fiduciari effettuati dal Banco Ambrosiano è stata conseguente ad un'esauriente e completa analisi delle risultanze acquisite: sia Bianchi che Mennini infatti, pur non essendo preposti alla direzione dell'ufficio esteri del Banco Ambrosiano, non solo godevano di una notevole autonomia decisoria, ma erano i funzionari preposti all'esame preventivo delle pratiche di finanziamento estero, tant'è che dovevano predisporre le relazioni illustrative da trasmettere agli organi collegiali per l'approvazione.

 

Le loro stesse funzioni richiedevano un rapporto fiduciario consolidato nel loro confronti da parte di chi, come Calvi, aveva scelto come obiettivo principale della sua strategia finanziare comunque le consociate estere anche ricorrendo alla mediazione di altre banche, per poi utilizzare secondo le sue volontà, quelle rilevanti somme, e nel contempo sottrarre le sue decisioni a qualsiasi controllo della Banca d'Italia.

 

Si era accertato dai commissari liquidatori che le scelte predisposte dai due imputati e che riguardavano i depositi diretti a favore delle consociate estere contenevano indicazioni non solo sommarie, ma motivazioni ripetitive e del tutto generiche, in quanto ogni linea di credito veniva giustificata sempre allo stesso modo, nel senso che ci si riferiva a generiche "prospettive di lavoro", senza neppure indicare quali erano queste prospettive e quale affidamento in esse si poteva fare da parte della banca che erogava quei fondi.

 

Ma non basta: ad entrambi era stato devoluto anche il compito di promuovere ed intensificare la pratica dei depositi fiduciari dopo che la Banca d'Italia aveva più volte manifestato come quell'indebitamento estero fosse eccessivo, perché sproporzionato rispetto alle risorse.

 

E non è fortuita, né singolare coincidenza, il fatto che entrambi facessero parte dei consigli di amministrazione di banche e società utilizzate proprio per la realizzazione dei depositi fiduciari; quegli incarichi essi ricoprirono non per libere scelte professionali, ma sempre su indicazione di chi era il regista di quelle fraudolente operazioni, cioè Roberto Calvi; e non v'è dubbio che, a partire dal 1981, l'interesse alla disponibilità di banche estere per i depositi fiduciari assumeva preminente rilievo.

 

Né la difesa degli imputati ricorrenti, pur censurando sotto molteplici aspetti la sentenza impugnata, ha mai spiegato quale interesse poteva avere il Banco Ambrosiano nel ricorrere ai depositi fiduciari se le sue riserve e le sue disponibilità finanziarie consentivano di alimentare direttamente le consociate estere nella prospettiva di proficui investimenti.

 

La necessità dell'occultamento del finanziamento diretto aveva un rischio ed un costo che non erano presenti nei finanziamenti diretti: il rischio era che la banca, destinataria formale della somma, trattenesse questa nelle sue casse, non rispettando l'impegno assunto; ed il costo era rappresentato dal "funding" che la banca prelevava dalla somma accreditale, nonché dalla differenza tra tasso attivo e tasso passivo degli interessi, oneri che finivano per ricadere tutti su chi quelle operazioni aveva promosso, cioè sul Banco Ambrosiano.

 

Se poi ai su esposti rilievi si aggiungono due circostanze, e cioè il fatto che sia Bianchi che Mennini avevano una specifica competenza tecnica, ed erano stati in quella struttura per cosi lungo tempo, sicché avevano condiviso con Calvi e con gli altri dirigenti tutte le vicende che si erano susseguite, dal 1979 in poi, vicende che erano univocamente sintomatiche del progressivo depauperamento del patrimonio e dell'interesse ad occultare le dimensioni del dissesto, non si vede come si sarebbe potuto escludere, sia sotto il profilo oggettivo che soggettivo, la partecipazione degli imputati alle due ipotesi delittuose contestate.

 

Era altresì emerso - e la circostanza era stata doverosamente evidenziata dal primo giudice e non era stata contestata dagli imputati - che entrambi avevano curato i rapporti con il Banco Cafetero di Panama, pur esso poi divenuto strumento operativo dei depositi fiduciari.

 

Né d'altronde può qualificarsi suggestiva congettura il fatto che gran parte delle relazioni redatte dal due imputati ricorrenti al rientro dai loro viaggi all'estero, siano state fatte poi sparire: il sospetto che vi fosse interesse a disperdere quella documentazione assumeva un connotato di indubbia concretezza quando si considera, come ha fatto l'impugnata sentenza, che quelle relazioni dovevano esplicitare le modalità esecutive di operazioni finanziarie che dovevano essere occultate.

 

La sentenza impugnata non ha trascurato di considerare che Mennini aveva il compito esclusivo e privilegiato di mantenere i rapporti con lo lor: a lui si era rivolto Calvi, quando dal carcere di Lodi, aveva voluto tentare di scagionarsi dalle accuse che gli venivano contestate dalla Procura di Milano, affidando all'imputato l'arduo e delicato compito di convincere Marcinkus ad accollare l'iniziativa dell'esportazione della valuta alla Banca del Gottardo; ed a lui si era rivolto il dr. Rosone quando apparve evidente che senza un massiccio intervento dello IOR la fine del Banco Ambrosiano era segnata e da lui seppe quale era il motivo del rifiuto della banca vaticana a riconoscere le obbligazioni contratte, e cioè il carattere fiduciario delle lettere di patronage, emergente dal contenuto liberatorio delle dichiarazioni che Calvi aveva sottoscritto.

 

Quanto al coimputato Bianchi, poi, le contestazioni ed i rilievi enunciati nel suo ricorso, appaiono in netto contrasto con le ammissioni esplicite e reiterate fatte dallo stesso imputato nel corso del procedimento; lungi dal negare la consapevolezza personale del frequente ed arbitrario ricorso ai depositi fiduciari, Bianchi non aveva neppure esitato a rivelare che sin dal primo momento aveva avuto perplessità e dubbi sulla correttezza di alcune operazioni, una volta resosi conto che il Banco Ambrosiano Andino, creato da poco tempo, poteva già disporre di un portafoglio così rilevante da poter fruire di una linea di credito di 150 milioni di dollari con il Banco de la Nation di Lima, in un Paese che non offriva certamente rilevanti prospettive di investimenti.

 

La partecipazione di entrambi al "comitato del credito" presso il Banco Ambrosiano, secondo la concorde valutazione dei giudici di merito, offriva loro la migliore possibilità, in concreto, di verificare l'affidabilità degli investimenti finanziari, la congruità delle garanzie, e tutte le altre condizioni necessarie per contenere nell'alveo della normalità, le operazioni d'investimento.

 

Pertanto, ai segnali d'allarme dei quali erano stati tutti necessari destinatari, si sovrapponevano questi ulteriori elementi che, lungi dall'essere rivelatori di dubbi e incertezze, esprimevano una sola, costante verità, e cioè che il patrimonio del Banco Ambrosiano era stato saccheggiato attraverso la realizzazione di numerose operazioni distrattive che la loro compiacente disponibilità aveva reso possibile.

 

Né può ritenersi contraddittorio, rispetto a tale conclusione, il fatto che nel febbraio del 1982 sia Bianchi che Mennini si erano rifiutati di avallare la proposta di Calvi, quando questi aveva suggerito di far affluire fondi sui conti svizzeri di Mazzotta, Pazienza e Carboni attraverso il Banco Ambrosiano Overseas Limited: quel rifiuto, condiviso anche da Leoni, e Botta, non era espressione di una dissociazione da quel proponimento, né tantomeno il rifiuto cosciente e responsabile ad assecondare la realizzazione di un programma distrattivo, ma esprimeva soltanto la preoccupazione di non rendere evidente, attraverso quella disinvolta operazione, una realtà che nelle sue proporzioni già stava emergendo.

 

E la Corte di Appello di Milano nell'impugnata sentenza lungi dall'essersi sottratta all'analisi di quell'episodio, ha correttamente evidenziato che lo stesso oltre ad essere sintomatico di una preoccupata attenzione verso un più sofisticato occultamento di quel finanziamenti, si armonizzava con il quadro probatorio complessivo, perché dava la misura di quale rapporto di fiducia e di collaborazione esisteva tra i due imputati e Calvi posto che questi si era rivolto per risolvere un problema che non poneva in dubbio la destinazione di quelle rilevanti somme, ma le modalità da seguire per conseguire quel risultato.

 

E tale valutazione, coerente sul piano logico, e giustificata dalle risultanze acquisite, è in questa sede incensurabile.

 

Ad analoga conclusione deve il Collegio pervenire per quanto concerne rilievi dedotti da Mennini e Bianchi in relazione al trattamento sanzionatorio.

 

Quanto a Mennini, il diniego delle attenuanti generiche è stato motivato con esplicito ed analitico riferimento alla gravità dei fatti accertati, alla reiterazione della condotta processuale dell'imputato, non certo ispirato al riconoscimento delle proprie personali responsabilità.

 

E quanto al giudizio di equivalenza tra le concesse attenuanti generiche e le contestate aggravanti, espresso dalla sentenza impugnata nei confronti del ricorrente Bianchi, alla valutazione non è stata sottratta la ricostruzione del ruolo avuto nell'intera vicenda dall'imputato.

 

Ma questa la si è correlata agli effetti prodotti e se ne è tratta la logica e coerente conclusione di un bilanciamento di aspetti positivi e negativi che non giustificavano una più favorevole decisione.

 

E tali decisioni, per essere in sintonia con i criteri indicati nell'art. 133 c.p., sfuggono al sindacato di legittimità.

 

Deve infine rilevarsi che inammissibile, per mancata presentazione dei motivi, è il ricorso di Bianchi nella parte in cui ha investito i capi della sentenza impugnata riguardanti la sua condanna al rimborso delle spese in favore delle parti civili e la conferma delle provvisionali liquidate dal primo giudice.

 

 

Ciarrapico Giuseppe

 

Infondati sono, a parere della Corte, anche i motivi di ricorso che sono stati dedotti nell'interesse di Ciarrapico Giuseppe, oltre a quelli già esaminati in relazione alle questioni pregiudiziali.

 

Il ricorrente ha denunciata la mancanza di correlazione tra accusa e sentenza, affermando che si era contestato un concorso con Calvi nella distrazione della somma elargita dal Banco Ambrosiano alla società "Fideico", ma nel motivare la condanna la Corte di Appello aveva fatto riferimento ad una vera e propria attività estorsiva.

 

Il rilievo è ai limiti dell'ammissibilità per la sua infondatezza.

 

Né il Tribunale né, tantomeno, la Corte di Appello hanno modificato l'originaria accusa, ma hanno doverosamente dovuto prendere atto che i rapporti esistenti tra Ciarrapico e Calvi, particolarmente dopo l'arresto di quest'ultimo per le infrazioni valutarie a lui attribuite, avevano avuto un certo rilievo nella concessione di quel finanziamento, cosi come non di marginale importanza era stato il comportamento del coimputato Mazzotta e l'intervento successivo di personalità ininfluenti, come l'ex prefetto D'Amato.

 

Ma una cosa è costringere altri ad una decisione non voluta ed altra cosa, ben diversa, è favorire l'assunzione di una scelta attraverso le interessate sollecitazioni di persone disponibili a tali iniziative.

 

Con il quarto motivo il ricorrente ha denunciato l'errata applicazione dell'art. 216 della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), e la contraddittorietà di motivazione dell'impugnata sentenza nella valutazione della prova, sostenendo, in particolare, che si era omesso di considerare che il Banco Ambrosiano era una banca di affari, adusa a ricorrere ad operazioni ai limiti del lecito e che il finanziamento era stato concesso senza il ricorso ad alcun artificioso espediente e che la mancata, tempestiva restituzione del debito era attribuibile ad un evento eccezionale, e cioè al fatto che l'Ente Fiuggi fu costretto a pagare 12 miliardi per eseguire un lodo arbitrale.

 

Osserva il Collegio che anche questa censura non è fondata.

 

Risulta dal contenuto delle due sentenze dei giudici di merito che il giudizio sull'abnormità di quell'operazione finanziaria non è stato formulato sulla base della contestazione oggettiva del mancato adempimento dell'obbligazione contratta con la banca finanziatrice, bensì sulla base dell'analisi, completa ed esauriente, delle risultanze acquisite e dalle quali si desumeva, con appagante certezza, che sin dall'inizio quel finanziamento comportava un rischio eccessivo, perché veniva fornito, contro gli interessi della banca, a chi non aveva la capacità economica di ripianare la situazione debitoria: quando la linea di credito l'11 marzo 1982 era stata portata da quattro miliardi e 160 milioni a 39 miliardi e 160 milioni, si era constatato che il primo finanziamento era stato immediatamente "inghiottito" dalla società, la quale per far fronte ai suoi progressivi impegni, non poteva che fare affidamento al prodigo aiuto del Banco Ambrosiano, tant'è vero che dopo appena un mese, e cioè il 30 aprile 1982, la società Fideico non solo non effettuò il rimborso della prima parte del secondo finanziamento, ma neppure fu in grado di restituire la pur più modesta somma ottenuta con il primo finanziamento.

 

Si è dato rilievo, com'era doveroso fare, non solo a tutto l'iter dell'operazione, ma anche al fatto che la linea di credito era stata concessa con l'intervento personale di Calvi, nonostante un duplice parere contrario, quello dell'Ufficio Fidi e quello dell'Ufficio Legale del Banco Ambrosiano: il primo aveva evidenziato l'assunzione di un rischio sproporzionato rispetto alle consistenze economiche della società sovvenzionata, ed il secondo aveva rilevato l'illegittimità della stessa operazione, perché l'onere finanziario veniva trasferito all'Ente Fiuggi le cui azioni dovevano essere acquisite dalla società Fideico.

 

E, del resto, alle stesse conclusioni era pervenuta la perizia espletata nel corso del procedimento e le cui conclusioni, conseguenti ad una corretta ricostruzione delle varie fasi di tutta l'operazione, sono state legittimamente utilizzate ai fini di una completa e corretta valutazione della prova.

 

Né in questa sede è consentita una rivalutazione delle stesse risultanze nell'ottica diversa, prospettata dal ricorrente, perché tale possibilità è preclusa dai limiti del sindacato di legittimità.

 

La sentenza impugnata non si è neppure sottratta all'onere di verificare come l'obbligo di estinguere il debito contratto con il Banco Ambrosiano fosse stato assunto dalla società Fideico, che era e restava la beneficiaria del finanziamento, sicché corretta è la deduzione che se ne è tratta, e cioè che era soltanto alla consistenza patrimoniale di questa società che bisognava fare riferimento per stabilire l'affidabilità di una esposizione cosi rilevante.

 

La fusione, infatti, tra la Fideico e l'Ente Fiuggi ed il parziale rimborso delle somme ottenute, dopo cinque anni, e dopo laboriose trattative, dal Nuovo Banco Ambrosiano, erano tutti eventi successivi alla consumazione del reato e, come tali, irrilevanti ai fini della ricognizione della sua configurabilità; pertanto, il fatto che l'Ente Fiuggi avesse dovuto dare esecuzione ad un lodo arbitrale, impegnando sue disponibilità finanziarie, non poteva che essere considerata circostanza priva di qualsiasi effetto incidente sulla realizzazione dell'illecita condotta.

 

Con il quinto ed il sesto motivo l'imputato ha prospettato un'analoga censura, sostenendo che non provato era il rapporto di causalità tra quel finanziamento ed il dissesto della banca finanziatrice, né l'elemento psicologico del reato a lui attribuito.

 

Ma anche tali rilievi non sono condivisibili.

 

La dichiarazione d'insolvenza, al pari della dichiarazione di fallimento, come già si è rilevato, non costituisce l'evento del reato di bancarotta, sicché i fatti di bancarotta previsti dall'art. 216, comma 1, della legge fallimentare sono perseguibili quando ancora il dissesto non si sia manifestato nelle sue definitive ed irreversibili proporzioni, perché prescindono da qualsiasi collegamento causale rispetto alla dichiarazione dello stato d'insolvenza.

 

L'imputato Ciarrapico non è stato ritenuto colpevole del reato previsto dall'art. 223, cpv. n. 2, della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), e cioè per aver cagionato per effetto di quell'operazione l'insolvenza del Banco Ambrosiano, ma soltanto per aver concorso con Calvi e Mazzotta nella distrazione di oltre 31 miliardi, sicché l'accusa era esonerata dall'onere di dimostrare l'incidenza causale di quell'operazione sul dissesto della Banca che l'aveva effettuata.

 

Quanto poi alla valutazione dell'elemento psicologico del reato, ineccepibile appare la sentenza impugnata, posto che, applicando con convinta adesione, i principi interpretativi già acquisiti nella consolidata giurisprudenza di questa Corte, ha rilevato che non occorreva un dolo specifico, ma sufficiente era la consapevolezza, da parte di chi l'approvava, dell'accettazione di un rischio che superava l'area della fisiologica attività speculativa di un'impresa bancaria, per sconfinare nell'accettazione di un'alea che non solo era manifestatamente sproporzionata, e quindi eccessiva, ma poneva quella esposizione al di fuori dei poteri dispositivi, perché al soddisfacimento degli interessi oggettivi dell'azienda si sovrapponevano quelli personali che con i primi confliggevano, e solo attraverso tale sovrapposizione si elargiva del denaro a chi non aveva l'obbiettiva capacità di far fronte all'obbligo della restituzione.

 

Pertanto, anche sotto tale profilo, la sentenza impugnata non si è sottratta all'onere della motivazione, ma addirittura ha analiticamente enunciato, e con rigore logico, tutte le molteplici risultanze processuali che concorrevano nell'esprimere una sola realtà, e cioè che Ciarrapico, proprio per essere stato particolarmente vicino a Calvi nel 1981 e nei primi mesi del 1982, nonché per avere seguito anche personalmente le vicende della banca diretta da Calvi, i contrasti e le differenti valutazioni espresse da alcuni componenti del consiglio di amministrazione, come De Benedetti e Bagnasco, non era l'ignaro imprenditore che si affidava ad una libera e responsabile determinazione della banca, elargitrice di un finanziamento assistito da congrue garanzie. Egli rappresentava, invece, secondo i giudici di merito, l'accorto ed interessato protagonista di un'operazione che in tanto era stata resa possibile in quanto i suoi pregressi rapporti con Calvi e gli interventi persuasivi di Mazzotta, Pazienza e D'Amato, avevano avuto buon gioco sui qualificati pareri negativi degli organi tecnici della stessa banca ai quali l'eccezionalità del rischio, per la sua imponente rilevanza, non era sfuggita.

 

Anche non meritevoli di accoglimento sono i motivi con i quali l'imputato ha denunciato la mancata applicazione degli artt. 218 e 217 della legge fallimentare: le modalità del fatto, cosi come ricostruito dai giudici di merito, per le considerazioni su esposte, non consentivano né di ravvisare l'ipotesi della bancarotta semplice, né quella del ricorso abusivo al credito.

 

L'accordo faticosamente raggiunto con Calvi nella realizzazione di quell'operazione esprimeva, secondo la conforme valutazione dei giudici di merito, una sola realtà, e cioè che quel finanziamento era stato richiesto confidando nell'accoglimento della domanda e tale iniziativa era suggerita da una preordinata consapevolezza, e cioè che il potere dispositivo di Calvi avrebbe avuto buon gioco sulla valutazione della convenienza tecnico-economica dell'operazione, sicché la condotta dei protagonisti era vivificata non già da mera negligenza od imperizia, o dal solo percepito pericolo dell'assunzione di un obbligo eccessivo, bensì da un ben diverso ed articolato atteggiamento psicologico che non dissociava la percezione dell'accettazione degli effetti della condotta dalla loro previsione.

 

Quanto poi alla sussistenza dell'aggravante prevista dall'art. 219, primo comma, n. 1, della legge fallimentare, incensurabile appare la decisione dei giudici di merito, una volta accertato che l'entità complessiva della distrazione ammontava ad oltre 31 miliardi, cioè raggiungeva una tale entità, che, per il suo ingente valore, era, di per sè sola, sufficiente ad integrare quell'aggravante, sicché del tutto superflua era l'utilizzazione degli altri criteri sussidiari per l'accertamento dell'entità del danno.

 

Con gli altri motivi di ricorso è stata denunciata la mancata applicazione dell'art. 62-bis c.p. e l'errata applicazione dell'art. 133 c.p., sostenendosi che al fini del diniego delle attenuanti generiche e della determinazione della pena non si erano tenute presenti alcune circostanze, quali gli effetti dell'operazione, il comportamento realizzato dopo l'insolvenza del Banco Ambrosiano.

 

Ma anche tali rilievi sono destituiti di fondamento.

 

Le circostanze indicate dal ricorrente sono state valutate dall'impugnata sentenza che, però, nel giustificare l'esercizio del potere discrezionale attribuito al giudice di mento, ha dato preminente rilievo alla capacità a delinquere dell'imputato, resa manifesta oltre che dalle modalità esecutive della condotta da lui posta in essere, dalle precedenti condanne, sintomatiche di un'accentuata proclività nel delinquere.

 

E tale decisione, per essere legittima espressione del potere discrezionale del giudice, si sottrae al sindacato di questa Corte.

 

È del pari incensurabile la decisione impugnata in ordine alle statuizioni civili in essa contenute ed alla conferma delle pene accessorie già disposte nel confronti del ricorrente dal Tribunale di Milano: gli azionisti del Banco Ambrosiano non solo erano legittimati alla costituzione di parte civile, ma avevano titolo per ottenere la condanna di Ciarrapico al risarcimento del danno da essi subito, posto che la condotta distrattiva attribuita all'imputato si identificava nella sottrazione ai creditori della banca della somma elargita all'imputato per finalità diverse da quelle connesse all'esercizio della stessa impresa, e senza adeguate garanzie.

 

Quanto poi alla pena accessoria applicata a Ciarrapico, essa consegue non già alla qualifica di amministratore dell'impresa dichiarata fallita o insolvente, bensì soltanto alla condanna per il reato di bancarotta fraudolenta, cosi come espressamente previsto dall'ultimo comma dell'art. 216 della legge fallimentare

 

Pertanto, il ricorso di Ciarrapico Giuseppe dev'essere respinto.

 

 

Ortolani Giuseppe

 

Quanto al ricorso presentato nell'interesse di Ortolani Umberto, rileva la Corte che numerose sono le questioni di carattere processuale rimesse alla decisione del Collegio.

 

Il difensore dell'imputato l'8 aprile 1998, nove giorni prima dell'udienza fissata per la decisione del ricorso, depositava un'istanza con la quale esponeva che il proprio assistito si era venuto a trovare in uno stato d'incapacità d'intendere e di volere, per il sopravvenuto aggravarsi di una preesistente infermità cardio vascolare, tant'è che in un altro procedimento penale si era dovuto disporre la sospensione.

 

Informava altresì la Corte che i congiunti dell'imputato avevano presentato il 3 aprile 1998 un ricorso al Tribunale per la dichiarazione dell'interdizione, ovvero, dell'inabilitazione, e chiedeva il rinvio del procedimento per consentire all'Ortolani l'esercizio del diritto di difesa.

 

Osserva la Corte che non sussistono apprezzabili motivi per accogliere una simile richiesta.

 

La sospensione del procedimento, in Cassazione, anche allorquando fosse adeguatamente dimostrata la sopravvenuta incapacità dell'imputato ricorrente, non è prevista dal nuovo codice, come non lo era per il codice del 1930, per la semplice ragione che una volta instaurato il procedimento, attraverso la proposizione del ricorso, non è consentita la partecipazione personale della parte ricorrente, bensì soltanto quella del suo difensore, al quale è, quindi, affidato, ed in via esclusiva, l'onere di rappresentare, nelle forme e nei tempi consentiti dalla legge, le prospettazioni difensive in relazione all'oggetto del giudizio.

 

E tale onere il difensore dell'imputato Ortolani ha pienamente assolto, perché in forza del mandato ricevuto, non solo ha presentato, nei termini previsti dalla legge, il ricorso avverso la sentenza di condanna della Corte di Appello di Milano, ma ha depositato numerosi motivi, principale ed aggiunti, nei quali ha diffusamente manifestato i rilievi critici che ha ritenuto proponibili in questa sede e che hanno coinvolto anche le ordinanze pronunciate dalla Corte di Appello di Milano, sicché non si comprende come lo stato di sopravvenuta incapacità dell'imputato possa avere limitato o compromesso, in questa sede, l'esercizio del diritto di difesa.

 

È peraltro doveroso precisare che l'incapacità d'intendere e di volere dell'imputato, apprezzabile ai fini dell'applicazione dell'art. 88 c.p. - ipotesi questa che non ricorre nel caso in esame, sulla base della stessa prospettazione difensiva - non è in alcun modo assimilabile ai presupposti richiesti dagli artt. 414 e 415 del codice civile ai fini della dichiarazione del l'interdizione e della inabilitazione, posto che questi ultimi più che riguardare la rilevanza oggettiva dell'alterazione patologica delle capacità intellettive e volitive del soggetto, debbono concernere la funzionale attitudine a provvedere con autonoma determinazione al propri bisogni.

 

Pertanto, anche sotto questo profilo, l'impedimento personale dell'imputato ricorrente, nei limiti prospettati nella suddetta istanza, non può giustificare né il rinvio del procedimento né tantomeno la sua sospensione.

 

Inoltre lo stesso difensore con una sua precedente istanza depositata il 29 settembre 1997 aveva chiesto che il termine di quindici giorni, decorrente dalla notificazione dell'avviso previsto dall'art. 533 del codice di procedura penale del 1930, per la presentazione dei motivi aggiunti e per l'esame degli atti in cancelleria, attesa la complessità particolare del procedimento, venisse prorogato sino alla scadenza del decimo mese e che, qualora si fosse ritenuta inaccoglibile tale richiesta sulla base della mancata previsione normativa di siffatta facoltà, gli atti dovevano essere trasmessi alla Corte Costituzionale per una declaratoria di illegittimità costituzionale di quella stessa norma che, cosi riduttivamente interpretata, precluderebbe in concreto l'esercizio del diritto di difesa.

 

Osserva la Corte che anche tale richiesta è manifestamente infondata.

 

L'ultimo comma dell'art. 529 del codice del 1930, nell'autorizzare la parte alla presentazione dei motivi aggiunti nel termine indicato dall'art. 533 dello stesso codice, non solo non stabiliva che il rispetto di quel termine era a pena di decadenza, come avviene, invece, per il nuovo codice, ma teneva conto del fatto che l'esercizio del diritto di difesa, nel suoi aspetti essenziali, si era già ampiamente esercitato sia attraverso il deposito dei motivi principali, che mediante la partecipazione della difesa ai gradi precedenti del giudizio.

 

Non è, perciò, neppure ipotizzabile che la previsione di quel termine, contenuto in quindici giorni, sia un'irrazionale ed arbitraria limitazione del diritto di difesa.

 

Nel caso in esame, poi, come già si è detto, di quella facoltà, cosi come prevista dall'art. 529, il ricorrente si è ampiamente avvalso, sicché in concreto neppure sono sussistenti i presupposti di fatto per devolvere all'esame della Corte Costituzionale la questione prospettata.

 

Prima di passare all'esame dei motivi di ricorso depositati nell'interesse di Ortolani Umberto, è opportuno precisare che il difensore in data 8 marzo 1997, dopo aver impugnato sia la sentenza della Corte di Appello di Milano che tutte le ordinanze che l'avevano preceduta, presentava motivi di ricorso che definiva "parziali", asserendo che l'imputato era stato dichiarato contumace all'udienza del 28 febbraio 1986 e che, poiché aveva indicato la sua residenza a San Paolo in Brasile, alla Rua dos Ingleses n. 308, l'avviso di deposito della sentenza andava notificato in quel luogo, e solo dalla notifica di tale atto sarebbero decorsi i termini per la presentazione dei motivi di ricorso.

 

Con una successiva memoria del 4 giugno 1997 lo stesso difensore deduceva la nullità dell'avviso di deposito della sentenza e dell'estratto contumaciale, osservando che erroneamente si era fatto ricorso alla procedura penale prevista dall'art. 171 del codice del 1930, in quanto non attendibile era la relazione inviata alla Corte di Appello di Milano dal Consolato Italiano di San Paolo, in Brasile, nella quale si asseriva che Ortolani era "sconosciuto" all'indirizzo da lui dichiarato.

 

Sennonché il 20 giugno 1997 un ispettore di polizia di uno dei commissariati di pubblica sicurezza di Roma notificava ad Ortolani l'avviso di deposito della sentenza, consegnando l'atto, personalmente, all'interessato.

 

Ed il giorno successivo il difensore riproponeva la dichiarazione di ricorso e presentava nuovamente i motivi di ricorso, non senza rilevare che la notifica dell'avviso di deposito della sentenza, avvenuta il 20 giugno 1997 era nulla ed improduttiva di effetti, perché eseguita da persona non abilitata neppure alle funzioni di polizia giudiziaria, e perché nella relazione non erano stati enunciati né l'autorità che l'aveva richiesta né gli estremi della relativa delega.

 

Osserva la Corte che nessuno dei su esposti motivi è in alcun modo fondato.

 

Risulta dagli atti che se è vero che Ortolani fu dichiarato contumace dalla Corte di Appello di Milano, per non essere comparso alla prima udienza, tale dichiarazione fu revocata alla successiva udienza del 22 febbraio 1996, come risulta dal relativo verbale d'udienza, tant'è che il Collegio fissò l'udienza del 12 marzo 1996 per il suo interrogatorio.

 

A nulla rileva il fatto che l'imputato non comparve né all'udienza del 12 marzo 1996, né a quelle successive, non potendo tale mancata comparizione porre nel nulla gli effetti della revoca della dichiarazione di contumacia, come effetto obbligatorio, alla sua accertata comparizione all'udienza del 22 febbraio 1996.

 

Pertanto l'imputato non aveva diritto alla notifica dell'estratto contumaciale.

 

Per quanto invece concerne l'avviso di deposito della sentenza, esso fu notificato a mani proprie dell'imputato il 20 giugno 1997 ed in tema di notificazioni si è sempre sostenuto, dalla giurisprudenza di questa Corte, che allorquando queste sono eseguite a mani proprie del destinatario dell'atto, esse sono valide, dovunque avvengano, e pur quando è incerta l'esistenza della delega dell'autorità giudiziaria della polizia giudiziaria , e ciò proprio perché trattasi della forma più sicura per portare l'atto a conoscenza del soggetto cui esso è diretto.

 

Né, nel caso in esame, quella notificazione poteva essere inficiata di nullità sotto i profili dedotti dal ricorrente, posto che dalla relazione non solo risultava chi era il soggetto cui l'atto era destinato, ma anche l'Ufficio dal quale quell'atto giudiziario proveniva, e cioè la Corte di Appello di Milano e quello che all'onere della notificazione aveva adempiuto.

 

Infine, non è neppure superfluo osservare che l'imputato, dopo la notificazione dell'avviso di deposito della sentenza, aveva rinnovato la presentazione dei motivi di ricorso, con ciò dimostrando che si era pienamente avvalso della facoltà cui quell'atto, notificato con quelle modalità, era preordinato.

 

Pertanto, anche ammettendo, e per mera ipotesi, che quella notificazione fosse stata nulla, circostanza che questa Corte è convinta di dover escludere, operante era la sanatoria generale espressamente prevista dall'art. 187, terzo comma, del codice del 1930, applicabile al procedimento in esame.

 

Passando all'esame dei singoli motivi di ricorso, preliminare appare la verifica della fondatezza dei rilievi dedotti dal ricorrente in ordine alla ritualità del giudizio di primo grado, rilievi già disattesi dalla Corte di Appello di Milano.

 

Il ricorrente ha, innanzitutto, denunciato la violazione degli artt. 304 e 309 c.p.p., sostenendo che erano state acquisite prove a suo carico ancor prima che fosse a lui inviata la comunicazione giudiziaria, e che, comunque, arbitraria era l'attribuzione della qualifica di "latitante".

 

Osserva la Corte che entrambi i rilievi sono infondati.

 

Le prove a carico dell'imputato furono acquisite soltanto dopo che i commissari liquidatori poterono ricostruire le operazioni compiute attraverso la società Bellatrix, operazioni alle quali aveva fatto ricorso Calvi per dirottare gran parte del denaro sul conti personali di Ortolani e Gelli: e non appena acquisite tali indicazioni probatorie, fu emesso il primo mandato di cattura, risalente al 1° giugno 1983, ed al quale, poi, seguì il 30 novembre 1987 l'altro mandato, nel quale si contestavano gli altri episodi distrattivi.

 

E se vero è che la comunicazione giudiziaria ha la funzione strumentale di porre l'interessato nella condizione di conoscere tempestivamente che contro di lui si sta procedendo penalmente, sì da porlo in grado di apprestare le sue difese, da un lato è necessario che si siano già acquisiti concreti elementi sia per qualificare la rilevanza penale del fatto, oggetto di indagine, che per individuarne l'autore, e dall'altro che alla sua funzione può adempiere qualsiasi provvedimento che, come il mandato di cattura, non solo enuncia il reato, oggetto della contestazione, ma indica anche gli elementi sui quali l'accusa è fondata.

 

Quanto poi alla qualifica di "latitante", va considerato, innanzi tutto, che la latitanza, anche in base alla disciplina processuale prevista dal codice del 1930, è caratterizzata dalla volontaria sottrazione dell'imputato ad un mandato di cattura, sottrazione che può verificarsi anche mediante l'espatrio, avvenga esso in modo clandestino o meno; e tale stato perdura sino al verificarsi di uno degli eventi previsti dall'art. 268, secondo comma, c.p.p., ovvero quando si verifica la cattura o la presentazione volontaria, sicché l'immanenza di tale stato fa si che esso spiega i suoi effetti per tutto il tempo durante il quale il mandato è eseguibile.

 

Nel caso in esame l'accertamento dello stato di latitanza era stato ritualmente effettuato sulla base del verbale di vane ricerche del 22 agosto 1983 redatto dalla Guardia di Finanza incaricata dell'esecuzione del mandato di cattura del 1° giugno 1983, e non sono certo assimilabili i presupposti per l'accertamento dell'irreperibilità rispetto a quelli sufficienti ai fini della latitanza.

 

Lo stato di latitanza di Ortolani cessò soltanto il 20 giugno 1989, quando cioè fu possibile trarlo in arresto all'aeroporto della Malpensa: né va dimenticato che, pur prescindendo dal verbale di vane ricerche, dalla stessa istruttoria del procedimento risultava che l'imputato era rimasto in Italia sino al marzo del 1981, e cioè sino a quando, ottenuto il rinnovo del passaporto, in coincidenza con l'apparizione sulla stampa degli elenchi degli affiliati alla P2, elenchi acquisiti dopo la perquisizione eseguita a Castiglione Fibocchi il 23 marzo 1982, l'imputato decise di partire alla volta di Montevideo, senza far più ritorno in Italia, come avevano confermato al giudice istruttore sia la sua segretaria che il suo autista.

 

E non v'è dubbio che il fatto di espatriare, dopo la commissione di un reato, nella ragionevole previsione di poter subire un provvedimento dell'autorità giudiziaria, si risolve in una vera e propria precostituzione di una latitanza che poi in concreto assumerà rilevanza giuridica all'atto dell'emissione di un provvedimento restrittivo della libertà personale.

 

E che tale conclusione non sia un'arbitraria supposizione della Corte è dimostrato dal fatto che l'imputato, una volta rintracciato in Brasile, rifiutò di essere estradato in Italia e di fornire, anche quando la rogatoria internazionale fu accolta, ogni chiarimento sulle singole contestazioni, affidando le sue difese ad un quanto mai generico "memoriale" che prescindeva dalle risultanze probatorie acquisite.

 

La sua fuga all'estero fu quindi una volontaria scelta e di essa sia il giudice istruttore che il Tribunale di Milano ne tennero conto, traendo, sul piano formale, le conseguenti e legittime determinazioni.

 

Né la sentenza del Tribunale era censurabile per il mancato rispetto c.p.p., dell'art. 177-bis perché la volontaria sottrazione ai mandati di cattura era del tutto incompatibile con la finalità di quella norma che era quella di porre l'imputato dimorante all'estero in condizioni di dichiarare o eleggere domicilio in Italia; e d'altronde il fatto che l'autorità giudiziaria presso la quale pendeva il procedimento potesse conoscere il luogo, in cui, in Brasile, risiedeva Ortolani, non poteva certamente essere sufficiente per escludere la latitanza, non foss'altro perché in quel Paese lo Stato Italiano era assolutamente privo della possibilità di dare esecuzione ai mandati di cattura, perché carente di giurisdizione.

 

Ha inoltre osservato il ricorrente che il Tribunale, respingendo la richiesta di acquisire le relazioni della Banca d'Italia sul ruolo avuto dallo IOR nell'intera vicenda e le relazioni degli ispettori della Banca d'Italia, aveva limitato in maniera rilevante l'esercizio del diritto di prova.

 

Il rilievo non ha alcun fondamento, perché il ruolo dello IOR più che essere ricostruito dalla Banca d'Italia, era stato compiutamente individuato dagli specifici accertamenti all'uopo espletati nel corso della complessa istruttoria; e quanto alle relazioni degli ispettori della Banca d'Italia il loro contenuto era stato illustrato da chi quelle ispezioni aveva eseguito e diretto - i dottori Padalino e Scordino -, e comunque le contestazioni conclusive dell'Ispettorato erano state immediatamente acquisite agli atti del procedimento, sicché la superfluità di quella integrazione probatoria, lungi dall'incidere sul diritto di difesa dell'imputato, era stata congruamente motivata e, come tale, non è più suscettibile di riesame in questa sede.

 

Sono del pari infondati gli analoghi rilievi dedotti dal ricorrente in relazione alle ordinanze della Corte di Appello di Milano del 12 marzo 1996 e del 5 giugno 1996: la superfluità della perizia è stata motivata sulla base del giudizio di completezza che entrambi i giudici di merito hanno potuto esprimere dopo aver valutato le conclusioni alle quali erano pervenuti i commissari liquidatori, i quali, attraverso la corretta utilizzazione di criteri tecnici, compatibili con le loro specifiche competenze professionali, non solo erano riusciti a ricostruire alcune pur complesse operazioni finanziarie, ma avevano avuto cura di verificare come i risultati della loro indagine tecnica erano poi confermati dall'esito degli accertamenti espletati dalla Guardia di Finanza e dalle parziali ammissioni di chi a quelle operazioni aveva partecipato e di chi dalle stesse aveva tratto profitto.

 

Altrettanto dicasi in ordine alla riconosciuta superfluità della acquisizione di ulteriori documenti.

 

L'inesistenza di zone d'ombra, in relazione alla ricostruzione delle singole operazioni, è stata riconosciuta non sulla base di un'aprioristica, generica attestazione, ma dopo un'analitica ricognizione delle numerose risultanze probatorie acquisite.

 

Né va dimenticato che la rinnovazione del dibattimento, anche nella previgente disciplina codicistica, aveva carattere eccezionale, perché rappresentava una deroga alla presunzione di completezza delle indagini istruttorie svolte in primo grado, sicché in tanto poteva essere disposta in quanto il processo non avesse offerto la possibilità concreta di decidere allo stato degli atti, ipotesi questa che certamente non ricorreva in relazione a questo procedimento che aveva richiesto un impegno istruttorio non comune, protrattosi per alcuni anni, e che non aveva lasciato spazio a settori inesplorati, com'era stato motivatamente riconosciuto dalla sentenza conclusiva del primo giudizio.

 

E d'altronde la difesa del ricorrente, pur invocando una rinnovazione parziale del dibattimento, neppure aveva specificatamente spiegato a quali concreti risultati probatori poteva approdare quel supplemento istruttorio, né tantomeno se le nuove prove, di per sè stesse, erano sufficienti per giustificare una decisione diversa rispetto a quella alla quale era pervenuta il Tribunale.

 

Per quanto infine attiene all'asserita, omessa lettura degli atti, a conclusione del dibattimento d'appello, va osservato, innanzi tutto, che a differenza delle letture previste dagli artt. 462-466 del codice del 1930, sulla base di quanto disposto dall'art. 520, secondo comma, dello stesso codice, non costituiscono un mezzo di acquisizione probatoria: esse possono avere ad oggetto atti già acquisiti al giudizio di primo grado, e per ciò solo utilizzabili legittimamente dal giudice di appello, a prescindere dal fatto che abbiano o meno formato oggetto di espressa lettura.

 

Comunque, dal verbale d'udienza risulta - e ciò fa fede sino a querela di falso - che quella lettura fu effettuata e, non avendo le parti formulato obiezione alcuna in relazione agli atti processuali che ne formarono oggetto, non può che trarsi una sola conclusione, e cioè che la lettura riguardò tutti gli atti consentiti, e cioè sia quelli acquisiti in primo grado che quelli la cui acquisizione era, stata autorizzata dalla Corte di Appello.

 

Inammissibili, perché manifestatamente infondati, sono il terzo ed il quarto motivo di ricorso.

 

Con il terzo motivo l'imputato ha dedotto che non avendo egli amministrato il Banco Ambrosiano, non poteva essere ritenuto responsabile del reato di bancarotta.

 

Ha omesso di tener presente il ricorrente che l'accusa formulata nei suoi confronti e giudicata fondata dai giudici di merito, prevedeva il concorso degli amministratori del Banco Ambrosiano nella realizzazione della varie operazioni, a conclusione delle quali Ortolani, in perfetta intesa con Calvi, aveva tratto ingenti profitti; sicché, del tutto irrilevanti, al fini della configurabilità del reato previsto dall'art. 216, primo comma, n. 1, della legge fallimentare, era il fatto che l'imputato non era preposto all'amministrazione della banca dichiarata insolvente, bensì chi era stato suo complice nella realizzazione dell'illecito.

 

Con il quarto motivo ha denunciato, invece, l'omessa applicazione degli artt. 51 e 59 c.p.: ma la denuncia, oltre ad essere genericamente formulata, è priva di qualsiasi, possibile riferimento, posto che non si comprende come una distrazione fallimentare possa evocare l'esercizio di un diritto soggettivo, diritto che in tanto può prevalere su ogni altro interesse penalmente protetto, in quanto sia suscettibile di tutela giuridica, immediata, diretta e personale: e non può certo affermarsi che rientri in tale alveo la pretesa, connotata di intrinseca illiceità, di sottrarre alla garanzia dei creditori beni di un'impresa finanziaria che erano funzionalmente diretti ad irrobustire, ma non certo a diminuire le disponibilità economiche della stessa.

 

Con il quinto motivo di ricorso la difesa di Ortolani ha denunciato la nullità dell'impugnata sentenza sostenendo che questa, nel riprodurre il contenuto della decisione del primo giudice, non aveva dimostrato che le operazioni alle quali l'imputato aveva partecipato erano avvenute quando già il Banco Ambrosiano si trovava in uno stato di dissesto, né tantomeno che tale stato fosse stato percepito dallo stesso ricorrente.

 

Osserva la Corte che anche tali rilievi non sono fondati.

 

Se vero è, infatti, che la sentenza impugnata ha ampiamente riprodotto le argomentazioni utilizzate dal primo giudice, ciò è dipeso soltanto dal fatto che, essendo rimasti immutati i presupposti di fatto di entrambe le decisioni ed essendo queste pervenute alle medesime conclusioni attraverso la corretta applicazione di consolidati criteri giuridici, era inevitabile che ciò avvenisse; ma ciò non significa affatto che i giudici dell'impugnazione abbiano omesso di analizzare i critici rilievi che la difesa dello stesso imputato aveva prospettato nel motivi di appello, perché nessuno dei motivi dedotti è sfuggito all'approfondita valutazione dell'impugnata sentenza.

 

Quanto alle altre censure, va ricordato che non sussistono motivi per dissentire dal costante orientamento giurisprudenziale di questa Corte e secondo il quale i fatti di distrazione, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento - ed a questa è, per legge, equiparata la dichiarazione dello stato di insolvenza - assumono rilevanza penale in qualunque tempo essi siano stati commessi, e quindi anche se la condotta si è realizzata quando ancora l'impresa non versava in condizioni d'insolvenza: ne consegue che, come già si è rilevato, non occorreva alcun collegamento eziologico o psicologico tra la condotta dell'imputato e lo stato d'insolvenza del Banco Ambrosiano.

 

Tale collegamento, invece, è stato ricercato, individuato e congruamente valutato in relazione all'operazione Bellatrix, perché l'accusa aveva contestato all'imputato, in relazione a tale episodio, l'ipotesi delittuosa prevista dall'art. 223, cpv. n. 2, della legge fallimentare, una volta accertatosi che la distrazione di una somma così rilevante (oltre 182 miliardi), realizzatasi con fraudolente modalità nel 1981, quando ormai le esposizioni debitorie del Banco Ambrosiano avevano assunto proporzioni tali da assorbire tutto il capitale sociale, aveva avuto un ruolo non secondario, né tantomeno marginale al fini del consolidamento definitivo di quel dissesto.

 

Né può più essere rimessa in discussione la natura distrattiva di quell'operazione, essendo precluso alla Corte una rivalutazione delle risultanze probatorie nell'ottica prospettata dall'imputato ricorrente anche nel motivi aggiunti, perché tale compito esorbita dalle sue funzioni.

 

I giudici di merito, dopo aver collegato quell'operazione al finanziamento erogato dal Banco Ambrosiano a favore della società Rizzoli, ne hanno ravvisato la natura distrattiva, non solo dopo aver preso atto che quel finanziamenti erano stati concessi senza alcuna garanzia e non erano stati mai più restituiti, ma anche dopo aver considerato che la loro abnormità andava ancor prima ricercata nel fatto che erano stati disposti per finalità del tutto estranee alla politica finanziaria della banca finanziatrice, e per soddisfare interessi personali di coloro che in quel periodo potevano disporre di Calvi: e tali conclusioni erano ampiamente avallate non da aprioristiche supposizioni, né tantomeno da diffusi pregiudizi, bensì dal concorso di numerose prove anche di carattere documentale, e dalle quali risultava quale effettiva destinazione avevano avuto quel finanziamenti.

 

La Corte di Appello di Milano, contrariamente a quanto rilevato dal ricorrente, non si è affatto sottratta all'onere di un'approfondita ricognizione delle risultanze probatorie, ma per ciascuna operazione ha indicato, e con incontestabile precisione, da quali elementi emergeva che parte di quel finanziamenti erano finiti sul conti personali di Ortolani e dei suoi familiari ed ha esaminato le giustificazioni offerte, spiegando, attraverso logiche argomentazioni, come la rilevanza delle somme percepite dall'imputato in relazione a ciascuna di quelle operazioni fosse incompatibile anche con la più qualificata ed importante attività di consulenza di cui quella banca si fosse servita.

 

Ed una volta accertato il concorso morale e materiale dell'imputato nella realizzazione di quelle operazioni, operazioni distrattive compiute da chi aveva l'onere di amministrare il Banco Ambrosiano, non v'è dubbio che se ne dovessero trarre, sul piano giuridico, le conseguenti determinazioni, sicché corretta è la decisione dei giudici di merito che, nel ravvisare gli estremi del reato previsto dall'art. 216, primo comma, n. 1, della legge fallimentare, hanno fondatamente escluso ogni altra ipotesi sussidiaria, quale la ricettazione pre fallimentare ed il favoreggiamento reale.

 

La sentenza impugnata sì sottrae al rilievi dedotti dal ricorrente anche in relazione ai criteri utilizzati per giustificare il diniego delle attenuanti generiche e la determinazione della pena.

 

Nessuno degli elementi che avrebbero potuto giustificare, in ipotesi, un più favorevole trattamento sanzionatorio, è stato trascurato, ma si è ritenuto di dare prevalente rilevanza agli aspetti oggettivi della condotta, quali: l'entità del profitto realizzato, pari ad oltre 100 milioni di dollari, per lo più ottenuti nell'arco di un anno, il 1981; la reiterazione degli episodi distrattivi; le modalità fraudolente attraverso le quali questi si erano realizzati.

 

Quanto poi agli aspetti riguardanti la personalità dell'autore, anch'essi sono stati ritenuti indicativi di una proclività nel delinquere e questa indubbiamente trovava nella lunga latitanza dell'imputato e nel suo rifiuto ad accettare la giurisdizione italiana, la più evidente conferma al giudizio negativo espresso dal Tribunale e condiviso motivatamente dalla Corte di Appello di Milano.

 

Quanto, infine, all'aggravante prevista dall'art. 112, n. 1, c.p., la cui configurabilità è stata contestata dal ricorrente, è agevole rilevare che l'impugnata sentenza l'ha ritenuta sussistente, dopo aver confermato che ad entrambi gli episodi connessi all'operazione Bellatrix e che integravano i reati contestati al capi 10 e 12 della rubrica, avevano partecipato non solo Ortolani, Gelli, Calvi e Tassan Din, ma anche i funzionari preposti all'ufficio esteri del Banco Ambrosiano, sicché il numero dei partecipanti era superiore a cinque.

 

Pertanto, anche sotto tale ultimo profilo, i rilievi dedotti dal ricorrente non sono fondati.

 

 

Gelli Licio

 

Anche Gelli Licio, ritenuto colpevole dei reati contestatigli al capi 10-12 e 16 della rubrica, nell'impugnare sia la sentenza della Corte di Appello di Milano che tutte le ordinanze pronunciate nel corso del giudizio, ha formulato diversi rilievi, ma nessuno di essi è, a parere del Collegio, fondato.

 

Con il primo dei motivi principali dedotti dal ricorrente si è denunciata l'erronea applicazione della legge penale ed il vizio di motivazione della impugnata sentenza, sostenendosi che la prova della sua responsabilità era stata desunta soltanto dal contenuto della documentazione che era stata rinvenuta in Svizzera dall'avvocato Luigi Pelli, che tutelava gli interessi della procedura, prova quindi non legittimamente acquisita, e che comunque non motivato era il rifiuto di una perizia sulla congruità del prezzo delle azioni della società Rizzoli.

 

Rileva innanzitutto la Corte che, come risulta dal contenuto delle sentenze dei giudici di merito, la documentazione acquisita al procedimento, nel corso dell'istruttoria, era stata tratta dagli atti del procedimento penale che fu instaurato in Svizzera a carico dell'imputato, dopo la denuncia presentata dal Banco Ambrosiano Overseas Limited, sicché una volta depositati gli atti, se l'imputato avesse riconosciuto l'incompletezza di quella documentazione, nulla a lui precludeva non solo di far acquisire gli atti mancanti, ma anche di indicare quali di questi atti potevano essere utilizzati ai fini della ricostruzione della vicenda.

 

Ma ad entrambi gli oneri egli si è sottratto, limitandosi sempre ad affermare che l'attività ricercatrice dell'avvocato Pelli non era affidabile, perché compiuta da persona interessata alla tutela degli interessi della parte civile.

 

Ha trascurato di considerare il ricorrente che l'autorità giudiziaria elvetica, proprio sulla base di quella documentazione, ordinò il sequestro dei beni di Gelli, e tra questi anche di tutti i depositi bancari a lui riconducibili, sequestro al quale seguì un formale procedimento di confisca.

 

Inoltre, la documentazione acquisita fu esaminata dalla Guardia di Finanza, come lo stesso imputato ha riconosciuto nel ricorso, e tale esame, effettuato utilizzando i riscontri contabili rinvenuti a carico di Ortolani, indusse a concludere che in seguito ai finanziamenti effettuati dal Banco Ambrosiano a favore della società Bellatrix, una parte di quelle somme era stata accreditata sui conti svizzeri di Gelli.

 

Del resto, il coinvolgimento dell'imputato in quell'operazione, che è stata qualificata, per l'ammontare complessivo del denaro impiegato dalla banca, come l'operazione distrattiva più rilevante, e che, per tale ragione, aveva anche notevolmente contribuito a determinare il dissesto, non si desumeva soltanto dall'esame della documentazione bancaria acquisita in Svizzera, ma trovava una appagante conferma nel fatto che Gelli custodiva nella sua villa a Castiglione Fibocchi numerosi progetti sulla distribuzione dell'azionariato Rizzoli, e tra questi anche quello definito "pattone", sottoscritto da lui, da Ortolani e da Tassan Din, e dal quale si desumeva che un notevole compenso da quell'operazione essi avrebbero dovuto trarre.

 

Né va dimenticato che Gelli, allorquando era stato arrestato in Svizzera il 13 settembre 1982, presso l'Unione Banche svizzere, era stato trovato in possesso di appunti manoscritti che facevano esplicito riferimento all'operazione Rizzoli, e tutte tali risultanze, contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente, sono state esaminate dal giudici di mento, sicché le conclusioni che ne sono state tratte sono il risultato di un'indagine che, lungi dall'esaurirsi nella ricezione acritica delle indicazioni fornite attraverso la documentazione reperita dall'avvocato Pelli, è invece espressione di una ben più complessa ed articolata ricerca che ha utilizzato, com'era doveroso fare, tutte le risultanze probatorie acquisite e queste sono state valutate nella loro convergenza probatoria, utilizzando corretti criteri logici.

 

Quanto poi alla superfluità di un accertamento tecnico sul valore da attribuire alle azioni Rizzoli, ineccepibile appare la decisione dei giudici di merito, posto che ciò che rilevava, ai fini della verifica della fondatezza dell'accusa non era il valore intrinseco, oggettivo di quelle azioni, ma le quotazioni raggiunte sul mercato nel momento in cui l'operazione veniva effettuata e tali quotazioni erano già state accertate attraverso le specifiche indagini della Guardia di Finanza.

 

Non fondate appaiono anche le censure dedotte nel secondo e terzo motivo di ricorso, e con le quali l'imputato ha contestato la configurabilità del suo concorso nella bancarotta per distrazione, reato a lui attribuito sia in relazione all'operazione Bellatrix che per quanto concerne l'accreditamento di oltre 82 milioni di dollari e di due milioni e mezzo di franchi svizzeri sui suoi conti personali.

 

La responsabilità dell'imputato in ordine a tutte queste distrazioni è stata affermata dai giudici di merito non solo dopo che si è proceduto alla ricognizione analitica di tali operazioni, sulla base della documentazione bancaria acquisita legittimamente e degli ulteriori accertamenti che corroboravano quelle risultanze documentali, ma anche dopo aver verificato l'assoluta inattendibilità delle giustificazioni offerte dall'accusato.

 

L'operazione Bellatrix, per le considerazioni già prospettate in relazione alla posizione di Ortolani, era nella sua intrinseca oggettività, un'operazione distrattiva, posto che il denaro erogato con tanta prodigalità dal Banco Ambrosiano era destinato non a finalità speculative, né tantomeno ad una utilizzazione che consentisse di prevedere la possibilità di una sua restituzione, ma soltanto per assecondare programmi, desideri e finalità di coloro che volevano, attraverso il controllo della Rizzoli, il controllo della parte più qualificata della stampa italiana, in quel particolare periodo.

 

Quanto poi agli altri episodi, a nulla rileva il fatto che i giudici di mento non abbiano indicato quale ruolo specifico, nell'ambito delle società utilizzate da Calvi per l'elargizione di alcuni finanziamenti senza ritorno, aveva ricoperto Gelli: è certo, invece, - e la circostanza non la si è potuta contestare - che allorquando quei finanziamenti venivano elargiti, una parte del denaro, attraverso vari ed articolati espedienti, finiva sui conti e di Ortolani e di Gelli, e la constatazione di tale realtà, raffrontata alla mancata giustificazione da parte dei destinatari, non poteva che rappresentare la prova più rassicurante della partecipazione diretta dei beneficiari alla condotta distrattiva realizzata da Calvi a danno della banca da lui diretta.

 

Né risulta che il ricorrente abbia mai indicato elementi probatori che, trascurati dal primo giudice, avrebbero potuto giustificare una diversa conclusione da parte della Corte di Appello di Milano.

 

Nella sentenza impugnata si è avuto cura di evidenziare tempi e modalità di ciascuna operazione dalla quale erano scaturiti accreditamenti a favore dell'imputato ricorrente e si è constatato come la sintomatica coincidenza di questi ultimi proponeva un indiscusso collegamento tra Calvi ed Ortolani e tra Ortolani e Gelli, che andava correlato alla genesi di ciascuna operazione, alla loro consistenza, alle modalità esecutive e soprattutto alle loro finalità.

 

Ed in tale ambito si è svolta l'attenta ricognizione della Corte di Appello di Milano, la quale, lungi dal trascurare i rilievi critici prospettati, nei motivi di appello, dalla difesa di Gelli, ha da essi tratto occasione per una completa e rinnovata rivisitazione analitica delle risultanze acquisite, sicché il giudizio conclusivo alla quale essa è pervenuta si sottrae al sindacato di legittimità, perché risulta immune da vizi logici.

 

Peraltro, non va neppure dimenticato che il ricorrente non aveva fornito, né nel corso dei l'istruttoria, né successivamente, dinanzi al Tribunale di Milano, alcuna spiegazione sulla causa di quel numerosi e cospicui accreditamenti ed il fatto che avesse conosciuto il banchiere Ortolani in epoca non sospetta non poteva certo screditare l'imponente prova che l'accusa aveva fornito in ordine alla successione cronologica di quegli accreditamenti che già di per sè stessa era indicativa del loro intrinseco collegamento, accentuato dall'altrettanto puntuale ricostruzione dei rapporti interrogativi.

 

Né a diversa conclusione si può pervenire sulla base di quanto affermato dal ricorrente, e cioè che il ruolo dello IOR in tutte quelle operazioni nelle quali erano intervenute le società patrocinate non era stato ricostruito con precisione, perché tale rilievo oltre ad essere destituito di fondamento, è del tutto irrilevante.

 

In entrambe le sentenze dei giudici di merito si è prospettato quale ruolo aveva avuto lo IOR in quelle operazioni e cioè quello di garantire, ma solo apparentemente, le società che inghiottivano i finanziamenti del Banco Ambrosiano e si è anche proposto e risolto il problema concernente l'appartenenza delle società indicate nelle lettere di patronage e l'indagine si è conclusa con una sola, indubbia certezza, e cioè che Marcinkus, utilizzando lo lor, aveva offerto a Calvi una capillare rete protettiva; ma tale conclusiva certezza non poteva in alcun modo incidere sulla rilevanza penale della condotta dell'imputato ricorrente, una volta accertatosi ch'egli aveva partecipato attivamente alle operazioni distrattive, condividendone le modalità esecutive, ovvero addirittura predisponendole, com'era avvenuto nel confronti della società Rizzoli.

 

Con l'ultimo dei motivi principali l'imputato ha denunciato altresì il vizio di motivazione della sentenza, sostenendo che in relazione al diniego delle attenuanti generiche ed alla determinazione della pena si erano ampiamente utilizzate illazioni e congetture che traevano suggestivo alimento dalle gratuite valutazioni che si erano stratificate sulla P2, la loggia massonica da lui costituita.

 

Nei motivi aggiunti, depositati il 21 marzo 1998, si riproponevano analiticamente tali rilievi e si faceva altresì osservare che la Corte di Cassazione il 20 novembre 1996 aveva modificato il giudizio negativo espresso dai giudici di merito su quella loggia massonica.

 

Rileva la Corte che quanto dedotto dal ricorrente è infondato.

 

È doveroso precisare, innanzi tutto, che la Corte di Cassazione, con quella sentenza, si limitò a prendere atto che alcuni reati si erano prescritti e non formulò affatto un giudizio favorevole, diverso da quello espresso dalla Corte di Assise e dalla Corte di Assise di Roma sulla loggia massonica diretta da Gelli e della quale facevano parte Calvi, Ortolani e Tassan Din, e tutti gli altri che avevano concorso nella realizzazione delle cointestate attività distrattive.

 

Quanto poi al diniego delle attenuanti generiche, confermando la decisione del primo giudice, pur dopo aver dato atto che l'imputato aveva tacitato le parti civili, la Corte d'Appello di Milano dava prevalente rilievo al fatto che Gelli aveva svolto un ruolo di ispiratore e di organizzatore di operazioni distrattive di rilevante importo, approfittando della sua carica di capo della P2, cioè di un'organizzazione che il giudizio storico ormai accredita, in senso negativo, sul piano delle più insidiose organizzazioni affaristiche: e tale conclusivo giudizio indubbiamente trovava il suo concreto supporto nel fatto che autorevoli esponenti di quella loggia avevano partecipato alla realizzazione dei contestati reati, la cui oggettiva gravità era espressa non solo dalla rilevanza del danno arrecato al Banco Ambrosiano, e dei profitti conseguiti, ma anche dalle modalità esecutive della condotta e dalle stesse finalità perseguite.

 

Né a diversa conclusione la Corte di Appello di Milano sarebbe potuta pervenire se avesse conosciuto, come ha dedotto l'imputato ricorrente nei motivi aggiunti, con quali modalità si era conclusa la transazione con le parti civili, perché la Corte non aveva posto in dubbio che la revoca della costituzione della parte civile del Banco Ambrosiano fosse conseguente all'avvenuta restituzione di quanto a tale banca era dovuto.

 

Il fatto poi che la transazione si fosse conclusa con il riconoscimento, in favore di Gelli, di un credito di 12.500.000 franchi svizzeri, non incideva sulla valutazione complessiva della rilevanza delle distrazioni accertate, posto che quel credito conseguiva all'incameramento, in favore del Banco Ambrosiano, delle ben più consistenti disponibilità finanziarie che erano state sequestrate a Gelli in Svizzera: basti pensare che, per effetto di quella transazione, Gelli dava esecuzione alla sentenza del Tribunale di Ginevra del 22 novembre 1995 che lo aveva condannato al risarcimento, in favore del Banco Ambrosiano, dì 228 milioni di franchi svizzeri, e che analogo impegno era stato assunto per la sentenza pronunciata dal Tribunale del Canton Ticino il 26 febbraio 1996, e con la quale l'imputato era stato condannato alla restituzione diretta a favore del Banco Ambrosiano Andino, del Banco Ambrosiano Overseas Limited, e dell'Ambrosiano Group Banco Commercial, di tutte le disponibilità sequestrate presso l'Unione Banche Svizzere e presso la Società delle Banche Svizzere, disponibilità che comprendevano sia cospicui depositi bancari, che ben 250 chilogrammi in lingotti d'oro.

 

Ne consegue che non sussistono motivi idonei a giustificare una nuova valutazione dei fatti attribuiti all'imputato sulla base delle dedotte circostanze, in relazione alle quali il sindacato di merito è precluso in questa sede: la loro stessa oggettiva indicazione, così come prospettata dalla difesa, non modifica in alcun modo i presupposti di fatto esaminati dai giudici di merito per giustificare, secondo una corretta applicazione dei criteri indicati nell'art. 133 c.p., entrambe quelle statuizioni, e cioè il diniego delle attenuanti generiche e la determinazione della pena che il Tribunale aveva fissato in anni 18 e mesi 6 di reclusione e la Corte di Appello di Milano ha ridotto ad anni 12.

 

Pertanto, anche il ricorso proposto da Gelli dev'essere rigettato.

 

 

Pazienza Francesco

 

Passando all'esame del ricorso proposto nell'interesse di Pazienza Francesco, rileva il Collegio che infondate sono le censure prospettate sia in relazione all'esercizio dell'azione penale per i reati in relazione ai quali non era stata concessa l'estradizione, e cioè la distrazione di cinque milioni di dollari versati alla società Andros e quella, per il maggior importo di otto milioni e 800 mila dollari accreditati alla società Realfin (capi 23 e 24 della rubrica), che per quanto concerne la valutazione dell'elemento psicologico compiuta dal giudici di merito.

 

L'imputato sia nei motivi principali che in quelli aggiunti ha rilevato che l'estradizione dagli Stati Uniti era stata concessa limitatamente ai due reati di bancarotta fraudolenta che l'accusa aveva ravvisato in seguito al finanziamento che il Banco Ambrosiano aveva erogato ad una società del gruppo di Flavio Carboni, denominata 'Prato Verde" e fallita il 10 maggio 1984, reati contestati ai capi 28 e 29 della rubrica, mentre il giudizio si era concluso con la sua condanna per tutte e quattro le imputazioni.

 

E nel corso della discussione, il difensore ha chiesto espressamente la declaratoria d'improcedibilità dell'azione penale, sostenendo che la convenzione stipulata con gli Stati Uniti non prevedeva alcuna deroga al principio di specialità dell'estradizione.

 

Osserva la Corte che non sono condivisibili i rilievi formulati dal n"corrente in ordine alla rituale instaurazione del giudizio.

 

Non v'è dubbio che l'estradizione di Pazienza era stata concessa, come ha dato atto la sentenza impugnata, solo per due delle quattro ipotesi di bancarotta fraudolenta per distrazione che erano state contestate all'imputato, ma è altrettanto certo che Pazienza, una volta estradato dagli Stati Uniti, il 4 luglio 1986 rinunciava espressamente ad avvalersi del principio di specialità e tale rinuncia ribadiva, con maturata convinzione, nel successivo interrogatorio del 27 ottobre 1986: ne consegue che non sussistevano preclusioni non solo al promovimento dell'azione penale, ma neppure al suo ulteriore esercizio.

 

La convenzione bilaterale di estradizione sottoscritta dal Governo italiano il 18 gennaio 1973 con gli Stati Uniti d'America, ed entrata in vigore l'11 marzo I1975, all'art. 15 espressamente prevede la possibilità di una deroga al divieto di giudicare l'estradato per un reato diverso da quello per il quale l'estradizione sia stata concessa, addirittura attribuendo rilevanza al comportamento dell'estradato, allorquando questo può essere sintomatico di una volontà diversa dalla manifestazione esplicita di un rifiuto all'accettazione della giurisdizione del Paese richiedente.

 

Pertanto, una volta che tale manifestazione di volontà sia stata espressa in modo specifico, inequivocabile, attraverso la dichiarata accettazione della giurisdizione italiana per reati analoghi a quelli per i quali l'estradizione era stata concessa, reati commessi sul territorio dello Stato, ed in epoca precedente alla concessione dell'estradizione, non si vede come potesse essere precluso al giudice italiano di processare l'imputato anche per tali reati.

 

La libera determinazione dell'imputato aveva fatto cadere tutti i limiti all'esercizio della giurisdizione italiana, tanto più che la presenza fisica dell'imputato nel territorio dello Stato italiano non costituiva neppure una condizione di punibilità in relazione a quelle ipotesi di distrazione per le quali l'estradizione non era stata concessa.

 

Né sono rilevanti i motivi per i quali Pazienza espresse quella sua volontà, posto che attengono alle scelte processuali della parte, e come tali non sindacabili.

 

È del pari infondata la censura prospettata dal ricorrente in ordine alla valutazione dell'elemento psicologico in relazione alle quattro ipotesi di bancarotta patrimoniale per la quale è intervenuta la condanna.

 

Secondo la concorde ricostruzione dei giudici di merito, Pazienza aveva offerto la sua collaborazione a Calvi proprio nel periodo in cui questi non solo aveva subito le conseguenze negative sulla sua immagine e su quella che, di riflesso, colpivano le aziende finanziarie affidate alla sua guida, ma addirittura si preoccupava, come lo stesso Pazienza rivelerà nel corso dei suoi interrogatori, di reperire un rifugio all'estero e di acquisire delle consistenti disponibilità finanziarie.

 

Inoltre la sentenza impugnata ha osservato, ed il rilievo è conseguente ad una corretta analisi delle risultanze probatorie acquisite, che l'imputato non ignorava neppure la pratica dei depositi fiduciari, tant'è vero che era stato lui a mettere in contatto Calvi con l'amministratore di una società finanziaria, la Conseil, alla quale fu fatta accreditare dall'Ambrosiano Group Banco Commercial la somma di oltre otto milioni di dollari che poi, dalla Conseil finirono sul conto della Realfin, conto che era nella disponibilità dello stesso Pazienza.

 

E quanto poi all'altro finanziamento di cinque milioni di dollari, lo stesso imputato aveva ammesso che si trattava di denaro utilizzato per finalità del tutto estranee agli interessi del Banco Ambrosiano, giacché quel denaro era servito per predisporre anche le pratiche amministrative necessarie per far risultare, contrariamente al vero, che Calvi aveva dimorato a Panama per cinque anni, sicché poteva acquisire la cittadinanza panamense, ed il relativo passaporto.

 

Né a diversa conclusione ritenevano i giudici di merito di poter pervenire in relazione al finanziamento della Prato Verde, posto che l'imputato - e la circostanza non è mai stata da Pazienza contestata - era stato tra gli ideatori di quell'operazione che era stata individuata, studiata ed attuata al solo scopo di far pervenire danaro allo stesso Calvi ed a Flavio Carboni, ma non certo per soddisfare le esigenze finanziarie della società Orato Verde.

 

La natura distrattiva, quindi, di tutte le operazioni alle quali aveva partecipato Pazienza, percependo rilevanti profitti personali, era di tale evidenza, da escludere ogni possibilità di dubbio sulla percezione, da parte dell'imputato, di tale realtà: e tale conclusione, per essere conseguente ad un'esauriente valutazione delle risultanze acquisite, si sottrae alle censure dedotte dal ricorrente, tanto più se si considera che tutte quelle operazioni erano state disposte da Calvi, ma a questi erano state suggerite dallo stesso imputato ricorrente.

 

Il fatto poi che la Banca d'Italia non avesse sottoposto prima il Banco Ambrosiano ad amministrazione straordinaria non poteva certo dissipare quella percepita realtà a chi, come Pazienza, per essere assunto al rango di fedele collaboratore di Calvi, era al corrente non solo di quello che avveniva sotto la sua diretta percezione, ma persino delle future e prevedibili conseguenze, tanto che per ovviare a tali conseguenze era stato da Calvi ampiamente utilizzato allorquando era stato inviato a Panama ed in Costarica, secondo le rivelazioni offerte dallo stesso imputato.

 

Pertanto, non sono neppure condivisibili i rilievi dedotti dal ricorrente in ordine alla motivazione dell'impugnata sentenza, posto che nessuna risultanza probatoria di un certo rilievo al fini della ricostruzione dei singoli episodi e dell'accertamento della responsabilità penale è stata sottratta all'attenzione e dalla verifica dei giudici di merito.

 

Merita, invece, a parere della Corte, accoglimento il ricorso dell'imputato nella parte in cui ha censurato la motivazione dell'impugnata sentenza in relazione al diniego delle attenuanti generiche ed alla conseguente determinazione della pena.

 

La Corte di Appello di Milano, pur dopo aver ridotto ad otto anni di reclusione la maggior pena che era stata fissata in anni quattordici e mesi otto dal primo giudice, ha ritenuto di dover negare le attenuanti generiche a Pazienza, per tre concorrenti motivi, e cioè per le sue precedenti condanne, per la sua latitanza, e per il fatto che aveva tratto profitto dalle particolari condizioni in cui si trovava Roberto Calvi.

 

Orbene, tale motivazione, nella sua pur apparente congruità, non si sottrae ai rilievi critici formulati dal ricorrente.

 

Nella stessa sentenza si era dato atto che nella ricostruzione dei singoli episodi attribuiti all'imputato questi aveva fornito un contributo positivo e che aveva accettato la giurisdizione italiana anche in relazione alle due ipotesi (i capi 23 e 24 della rubrica) per le quali l'estradizione non era stata concessa.

 

Era quindi onere del giudice di appello verificare come il giudizio affermato sulla proclività nel delinquere di Pazienza, e desunto dalle precedenti condannare e dalla latitanza, poteva, ed in quale misura, conciliarsi con quella concreta esplicazione di un comportamento processuale che si proponeva come antitetico rispetto alle circostanze valorizzate nella sentenza.

 

A ciò si aggiunga che anche ai fini della valutazione della latitanza il ricorrente aveva offerto una sua giustificazione, e cioè che era rimasto in America, dove aveva la sua abituale residenza e che questa era nota all'autorità italiana, tant'è che non appena fu richiesta l'estradizione egli era stata fermato dalla polizia americana.

 

Pertanto, prima ancora di poter valutare quella latitanza come espressione della deliberata volontà di sottrarsi all'autorità giudiziaria, era onere del giudice del merito verificare se, sul piano storico, le giustificazioni dedotte dal ricorrente erano fondate o meno, per poi trame le conseguenti determinazioni.

 

Ma a tale onere l'impugnata sentenza si è sottratta, dando per scontato il fatto che l'imputato si sia voluto sottrarre con premedito proposito all'esecuzione del mandato di cattura emesso dal giudice istruttore il 18 aprile 1983 in relazione ai reati contestati ai capi 23 e 24 della rubrica e per i quali veniva richiesta l'estradizione.

 

Ne consegue che l'impugnata sentenza dev'essere annullata ed il giudice di rinvio - altra sezione della Corte di Appello di Milano - dovrà procedere al riesame, alla luce dei criteri su esposti, limitatamente al problema concernente la concedibilità delle invocate atte