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ROMA -
L'avventura di Sergio Cragnotti industriale agroalimentare, sfociata
qualche mese fa nell'insolvenza della Cirio e nel dramma di migliaia di
obbligazionisti, comincia dalle ceneri della Federconsorzi. La
Federazione dei consorzi agrari italiani - la Fedit - su cui è stato
imperniato per decenni il sistema agricolo nazionale, nel '91 sta per
crollare in modo rovinoso. La C&P non ha che qualche mese di vita quando
Giovanni Goria, ministro dell'Agricoltura del governo Andreotti, decide
di commissariarla. Ed è nella bancarotta della Fedit che l'ex
amministratore delegato di Enimont intravede il varco per inserirsi da
protagonista nel settore alimentare. La conquista della Polenghi.
L'opportunità gli è offerta dalla Fedital, la società della
Federconsorzi che possiede la Polenghi Lombardo, l'azienda produttrice
di latte e formaggi. Cragnotti la rileva in stato prefallimentare, a un
prezzo straordinariamente basso, gettando le basi di un polo lattiero
concorrente della Parmalat, in cui anni dopo innesterà anche la Cirio .
La vicenda si colloca a cavallo tra il '91 e il '92, nel periodo in cui
la Fedit è sotto tutela dei tre commissari di nomina governativa -
Pompeo Locatelli, Agostino Gambino e Giorgio Cigliana - e mentre il
Tribunale di Roma deve ancora concedere il via libera al concordato
preventivo (l'omologa). La Fedital, intanto, dopo aver accumulato 90
miliardi di perdite è stata ammessa, nel luglio '91, all'amministrazione
controllata e rischia di fallire. Per salvarla e tutelare i creditori
della Federconsorzi, bisogna metterla all'asta. A decidere così, su
pressione dei tre commissari, sono Ivo Greco, giudice delegato al
concordato preventivo della Fedit, e Nicola Picardi, commissario
giudiziale. Per tirare avanti, la società ha però bisogno di denaro.
Quindi Greco le accorda un finanziamento da 20 miliardi che preleva
dalla Fedit e che rimarranno nelle casse della Fedital-Polenghi fino al
momento della sua aggiudicazione all'unico partecipante alla gara:
Sergio Cragnotti. Alla fine la C&P compra la Fedital per 26,5 miliardi,
meno della metà del prezzo di aggiudicazione. L'operazione, perfezionata
il 15 gennaio '92, farà da volano ad altre acquisizioni che proiettano
Cragnotti al vertice del settore. Cadranno nella sua rete Ala Zignago,
Calabria Latte, Latte Torvis, Latte Matese, Centrale del latte di Roma,
di Ancona e via di seguito. L'assalto alla Cirio. Tra il dicembre '93 e
la prima metà del '94, la C&P s'insinua nella privatizzazione della
Cirio-Bertolli-De Rica che l'Iri, presieduto da Romano Prodi, ha da poco
ceduta alla Fisvi per quasi 311 miliardi. Ma la Fisvi, che riunisce le
coooperative "bianche" lucane, non ha mezzi a sufficienza né per onorare
il contratto con l'Iri né per lanciare l'Opa in Borsa (altri 190
miliardi). Per permetterle di finanzarie l'operazione, il venditore le
concede dunque una proroga dei termini di pagamento, autorizzandola a
vendere, nel frattempo, la Bertolli all'Unilever. Tuttavia ciò non basta
a rimediare il denaro. Ed è qui che Cragnotti trova un altro varco:
prima toglie le castagne dal fuoco allo Stato e a Lamiranda, entrando
nella Fisvi; poi, di fronte all'inconsistenza finanziaria dei soci,
attrae la Cirio nella sua orbita. E nel gruppo Cirio, accanto ai pelati,
integra i marchi leader nella distribuzione del latte. La gallina
continua a ingrassare finché nel '99, quando il debito della Cirio avrà
raggiunto dimensioni rilevanti, il complesso delle attività lattiere
sarà venduto a Parmalat per circa 800 miliardi. In sostanza, a dieci
anni di distanza l'acquisizione della Fedital si conferma come una delle
mosse decisive di Cragnotti, che ne farà uno dei maggiori imprenditori
agroalimentari. Il gruppo Ferruzzi, da cui proviene, nel '92 è vicino al
dissesto. Nel '93, dopo la morte di Raul Gardini, sponsor e finanziatore
della C&P, Cragnotti è interrogato dai magistrati di "Mani pulite" ed è
sotto inchiesta a Ravenna. Eppure niente e nessuno riescono a fermarlo.
Anzi, proprio in quel periodo la sua ascesa diventa irresistibile. A
fine '93 Cragnotti svela al sostituto procuratore di Milano Antonio Di
Pietro i retroscena di molte operazioni che lo hanno visto protagonista
sia alla Ferruzzi sia all'Enimont. È già stato condannato dalle autorità
di Borsa canadesi per insider trading ed estromesso vita natural durante
dalla gestione di società domiciliate in quel Paese. Ciò non gli
impedisce, nei mesi seguenti, di assumere il controllo della Cirio.
L'inchiesta di Perugia. Nel '96, quando la Procura di Perugia comincia a
occuparsi del crack Federconsorzi, i riflettori si accendono anche sulla
vicenda Fedital, da cui Cragnotti uscirà tuttavia con un «non luogo a
procedere». Il finanziere è indagato insieme al giudice Ivo Greco.
Ciononostante ottiene nuovi finanziamenti dai grandi istituti di credito
per espandere quello che è già diventato un impero che spazia
dall'Europa all'America attraverso finanziarie offshore. Nel 1997-'98,
mentre Perugia va avanti nelle indagini, egli procede con disinvoltura
alla vendita della Cirio alla Bombril, l'azienda brasiliana del gruppo,
per 380 milioni di dollari e al riacquisto della stessa Cirio a credito.
L'operazione aprirà nel bilancio del gruppo una voragine da quasi mille
miliardi che nel 2002 saranno la principale causa del dissesto. Concluse
le indagini, nel marzo '99 la Procura di Perugia chiede il rinvio a
giudizio per Cragnotti. L'accusa, per lui e Greco, è di aver distratto
beni dalla Fedit in regime di concordato preventivo, di aver procurato
alla C&P indebiti vantaggi patrimoniali, trattamenti di favore
nell'aggiudicazione della Fedital. La stessa Procura chiede
contestualmente il rinvio a giudizio per Pellegrino Capaldo, Cesare
Geronzi, per lo stesso Greco e altri, con l'accusa di aver svenduto i
beni della Fedit alla Sgr, la Società per la gestione del realizzo
formata dai grandi creditori della Federconsorzi. Tra questi c'è la
Banca di Roma, di cui Capaldo, ideatore della Sgr, è stato il grande
architetto e Geronzi il manager che l'ha gestita e che ancora oggi
ricopre la carica di presidente di Capitalia, dove l'istituto è
confluito. I magistrati - il capo della Procura di Perugia Nicola
Miriano e il sostituto Dario Razzi - pensano che la gara della Fedital
sia stata pilotata, che la società sia stata aggiudicata alla C&P a un
prezzo esiguo e che si sia voluto impedire ai potenziali concorrenti, le
varie Granarolo, Parmalat e via dicendo, di presentare offerte
alternative. Non solo: la banca d'affari incaricata dell'asta, la Swiss
Bank, nel '92 risulta azionista della C&P con circa il 10%. Essa ha
dunque agito in conflitto d'interesse. La questione coinvolge Giovanni
Orlando e Dario Levi, della sede milanese dell'istituto elvetico, i
quali hanno seguito le operazioni di cessione. Orlando ha anche fatto
parte del consiglio Fisac, l'azienda coinvolta nel crack Dalle
Carbonare. Levi, invece, dopo essere uscito dal gruppo Swiss Bank è
passato all'Abn Amro Hoare Govett M&A Italia e in questa veste, nel '97,
ha seguito in prima persona la valutazione della Cirio quando la C&P ne
ha congegnato la vendita alla Bombril. Il pubblico ministero, tuttavia,
chiede l'archiviazione del procedimento nei loro confronti; la chiede
anche per Gambino, Locatelli e Cigliana, i commissari nominati da Goria
nel '91. E il 25 novembre 2001, il giudice per le indagini preliminari
Andrea Battistacci (prestato dal civile al penale in quella circostanza)
dichiara il non luogo a procedere nei riguardi di Cragnotti e Greco.
Battistacci accoglie in buona parte la tesi del parere pro-veritate
richiesto dai difensori di Cragnotti a Gualtiero Brugger. In esso in
sostanza si dimostra come il prezzo pagato in asta dalla C&P sia stato
congruo al valore della Fedital e incorporasse il rischio di fallimento
imminente dell'azienda. Lo stesso giudice Battistacci, nello stesso
giorno, proscioglie inoltre Geronzi dal crack Federconsorzi facendo
cadere ogni accusa di bancarotta a suo carico. Anche per lui la sentenza
sarà di non luogo a procedere. A difendere il presidente di Capitalia
c'è l'avvocato Guido Calvi, il senatore dei Ds impegnato oggi quale
rappresente dell'opposizione nella commissione parlamentare d'inchiesta
sull'affare Telekom Serbia. La sentenza di proscioglimento viene
tuttavia impugnata dalla procura generale di Perugia su pressione di
diverse parte civili. Ma il 21 maggio 2002, il giorno in cui il
Tribunale si riunisce per entrare nel merito della posizione di Geronzi,
si scopre che l'appello proposto dal procuratore generale è stato
presentato oltre i termini fissati dal codice. Per vizio di forma,
dunque, esso viene dichiarato inammissibile. Geronzi esce di scena così
dal crack della Fedit, mentre quattro mesi più tardi Capaldo e Greco
saranno condannati in primo grado per bancarotta fraudolenta. GIUSEPPE
ODDO
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